Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Hai scoperto che è a Berlino. Puoi sapere tutto, Gilda, oggi non ci sono più segreti. Lo troverai? Non è un paese di campagna. E come ti presenti? Con la tua busta di giocattoli? Che cosa è accaduto da quando hai deciso per la prima volta di parlargli? Non sai niente di lui. Sarà ancora un romanziere? E’ diventato già famoso? Da un po’ di tempo ti agiti per nulla: che sia il segno che qualcosa sta cambiando, che è arrivato il tuo momento? Sull’aereo sei piena di speranze: tutto ti sembra nuovo, le poltroncine verdi, la pensilina chiara coi soprabiti e i giubbotti accartocciati, che ricordano i pensieri accavallati senza un ordine preciso, i passeggeri che chiacchierano, ridono o tradiscono espressioni preoccupate. Leggi il seguito di questo post »
“Nach Auschwitz ein Gedicht zu schreiben ist barbarisch”
(Theodor Adorno, “Kulturkritik und Geselleschaft” in Prismen)
“Quanto più totale la società, tanto più reificato lo spirito e tanto più paradossale la sua impresa di svincolarsi dalla reificazione con le sue sole forze. Persino la più lucida consapevolezza dell’imminente catastrofe rischia di degenerare in chiacchiera inane. La critica della cultura si trova davanti all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie e ciò avvelena la consapevolezza stessa del perché è divenuto impossibile oggi scrivere poesia.”
(Theodor Adorno, “Critica della cultura e società”, 1949, pubblicato per la prima volta nel 1951, in Prismi nel 1955)
Una scritta sbilenca, come un gioco
per bambini a cui servono favole
per crescere felici.
Un albero stecchito a ricordare
che se hai qualcosa di tuo,
se t’illudi d’essere qualcuno,
questa è la prospettiva che smentisce,
è l’indice di tutte le sconfitte,
anche quella finale con te stesso.
Ma saranno le facce,
gli occhi stupiti di chi non capisce,
l’attesa opaca dentro le garitte
gelide della sua disperazione,
sarà il binario che avete orientato
verso la porta dell’inferno a strisce,
saranno quelle tracce
dentro le fosse senza paragone
a dirvi chi vi aspetta,
all’ultima stazione.
La parola plurale. Ero(s)diade di Antonino Contiliano.
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di Marta Barbaro (1)
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non dirmi più canto la poesia
dell’uomo o l’elegia del virtuale dolore
o va dove il verso ti porta delle ali
controcorrente per abbattere gli stealth
e il silenzio dei radar e delle veline
e le vergogne delle zattere e dei gommoni
o dei capannoni dell’ospitalità per le stragi
questa è una buona brava guerra!
Buona guerra (2)
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Per presentare l’ultima raccolta poetica di Antonino Contiliano, Sergio Pattavina chiama in causa la satura latina della Roma imperiale e, servendosi delle parole di Hegel, punta l’accento sull’«appassionata indignazione» di un animo virtuoso che si trova impotente e adirato contro un mondo che «contraddice alle sue idee di virtù e verità» (3). L’accostamento alla satura si rivela particolarmente felice se si considera, unitamente all’aspetto ideologico e antagonistico, l’esito compositivo dell’Ero(s)diade di Contiliano(Quaderni di “Collettivo R/Atahualpa”, 2010), tenendo a mente la formula, coniata da Edoardo Sanguineti, di coincidenza fra Ideologia e linguaggio (4); la raccolta si presenta, infatti, come una mescolanza di tematiche e di misure espressive, di linguaggi e di discorsi, che sembrano aggredire il lettore per un eccesso di sapori.
Krishna Biswas è un chitarrista elettrico e acustico con all’attivo quattro CD di composizioni sue proprie, suonate e concepite in uno stile acustico personale. Ha all’attivo esperienze in gruppi musicali della zona fiorentina e toscana, la presenza come insegnante in scuole di musica privata e la conduzione di seminari musicali.
Una selezione dei suoi brani e ulteriori dettagli si trovano sul suo spazio Myspace.
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- Parlaci del tuo percorso musicale, di come hai iniziato a suonare, dei tuoi primi maestri.
Provengo da una famiglia che mi ha esposto a stimoli musicali di differente natura, da quella classica occidentale a quella indiana e americana. Ho cominciato a studiare il pianoforte da bambino, a 5 anni credo, con un insegnante classico. Dopo qualche tempo ho cambiato strumento, attratto dalla chitarra classica. Sono stato fortunato a conoscere il mio primo e più influente maestro, Ganesh Del Vescovo– chitarrista classico e compositore – che poi è diventato amico di famiglia e mio maestro fino ai 15 anni. A quell’età poi ho subito il fascino della musica afroamericana e sono passato all’elettrica. Ho riscoperto i suoni acustici successivamente, ma non per esigenze limitate all’esperienza musicale, ma semmai più vicine a una ricerca di emancipazione dall’imitazione di esercizi di stile e sonorità ormai conformate, in cui molti musicisti che mi circondano si riconoscono. Leggi il seguito di questo post »
Uno dopo l’altro: gioiellerie, supermercati, banche.
- Vieni, sbrigati!
Passamontagna, calzamaglie, caschi: ma quante te ne inventi, Marius?
- Sfondalo, dài, non stare lì come un babbeo.
Sei diventato abile: scardini sbarre, mandi in mille pezzi vetrine con cristalli rinforzati, possibile che non ci prendano? Prima o poi capiterà.
- Avanti, riempi il sacco, fatti dare il codice della cassaforte. Leggi il seguito di questo post »
- Con mio fratello è andata bene.
- Cioè?
- Abbiamo trovato uno scrittore che convincerebbe Fausto a credere ancora ai suoi ideali.
- Chi è?
- Un mendicante.
- Cominciamo bene. Leggi il seguito di questo post »
Il sottotitolo dell’antologia di Braschi e Smocovich recita: “Gialli comici, brividi brevi e comici microcefali. Diversi modi per ridere in noir” e, tutto sommato, alla fine della lettura del libro, mantiene la parola. Non farà magari “morire dal ridere” – come ha dichiarato Carlo Lucarelli – ma mette in relazione due aspetti fondamentali dell’esistenza: il riso e la morte in un contesto che non è quello filosofico tradizionale e che ha attraversato tutto il passato Novecento partendo da Bergson per arrivare a Bataille e a René Girard.
Angelopoulos è stato in realtà uno dei pochissimi autori la cui arte abbia travalicato i limiti stessi del linguaggio cinematografico. Il suo è stato un lavoro epico, lirico, in una parola tragico, che ha fatto rivivere il cuore stesso della civiltà greca, inizio dell’identità di questa turgida parte di mondo che chiamiamo occidentale. Il suo è stato uno sguardo lucido e spietato, mai cinico, carico di pietas per tutti gli esseri umani.
Tutti, davvero tutti i suoi quattordici film consegnano immagini potentissime. Noi spettatori (termine inadeguato) siamo catturati in un ritmo, in una scansione narrativa che riproduce il passaggio delle stagioni naturali e umane, e il tempo del dolore.
La sublime ironia del miliziano fascista che si spoglia di fronte all’attrice, rimane nudo dimenticandosi i calzini, e si vergogna allora del suo piccolo sesso. L’intollerabile intensità del piano sequenza fisso sul telone chiuso di un camion fermo sul ciglio della strada: sappiamo che un fatto orribile si sta consumando dietro il telone, ma da lì emerge una bimba seria che pare aver accettato l’oltraggio come un sanguinoso e inevitabile rito di passaggio, ed è questo il vero dramma. Bosnia, urla e spari nella nebbia, nei Balcani le persone scompaiono quando il paesaggio si offusca. Al posto di frontiera un bambino senza famiglia corre e si rifugia tra le braccia aperte di uno sconosciuto. Lo spettatore non si limita ad assistere, ma viene pro-vocato, deve completare le storie con la sua più personale immaginazione.
Ecco, forse il cinema, se è ottava arte, non può davvero aspirare a niente di meglio.
PROGRAMME DES JOURNÉES
Stefano D’Arrigo
Un (anti )classico del Novecento ?
Les Journées d’Études des 16 et 17 mars 2012, organisées à l’université Toulouse II autour
de l’oeuvre de Stefano D’Arrigo, visent à mettre en valeur l’oeuvre d’un écrivain dont
George Steiner s’est demandé : « Comment se fait-il qu’un livre qui marque profondément
son lecteur et transforme son paysage intérieur puisse demeurer obscur à la très grande
majorité du public de la littérature? » (Corriere della Sera du 4 novembre 2003). Leggi il seguito di questo post »
Forse è nel color crema – che spesso ricorre tra le pagine di questo splendido romanzo – che troviamo una chiave di lettura: il bianco non è puro, ma sporcato. La pulizia, se c’è, è solo facciata, una stuccatura che non regge lo scrutinio di un secondo sguardo. Meno onesta persino dello sporco muffito e polveroso dei locali dove la protagonista Eva, quasi quarantenne ricercatrice di un Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma, lavora tentando caparbiamente di produrre risultati scientifici di rilevanza internazionale pur nell’abbandono tecnologico e architettonico in cui versa l’istituzione. Per contrasto, la sua amica vecchia Bibi, pariolina ricchissima e viziata, vive in un mondo quasi rarefatto per la sua distanza da quello reale. Un mondo tenue e color crema, in cui l’unico sudore è quello che si lascia sul tappetino di una palestra.
Ma non è una donna fortunata, Bibi: prima di riuscire a ottenere una gravidanza attraverso un impianto di embrioni suo marito muore in un incidente stradale, e lei, a seguito di una chemioterapia, è diventata sterile. Secondo la recente legge italiana sulla procreazione assistita gli embrioni pronti per una sua gravidanza non sono più impiantabili, ma lei decide di ottenerli dalla clinica presso cui dovrebbero essere custoditi a costo di pagare qualsiasi cifra, e commettere qualsiasi crimine. Ed Eva decide di aiutarla, nonostante tutto, imbarcandosi in un intrigo con dubbie e sospette diramazioni internazionali dove la puzza di pericolo aumenta con il crescere del profumo dei soldi. Leggi il seguito di questo post »
“Al tempo di Monaco ero a Parigi. Dovetti recarmi, per incontrare un amico, in un alberghetto della periferia. Mi accompagnava una signora francese. La mia “buona stella” mi fece entrare nella “hall” dell’albergo giusto nel momento che la radio trasmetteva il discordo di Hitler. Saltò fuori, di dietro il “comptoir”, la figlia della proprietaria: giovane alsaziana tedesca. Gridava invasata “Spricht Hitler, spricht Hitler”. Mi volsi, per cogliere la reazione, alla mia accompagnatrice. Con mia sorpresa, la reazione non venne. Venne, in sua vece, un grazioso sorriso, col quale cercò di disarmare l’innamorata di Hitler, prima di chiederle, quasi con umiltà, se la persona della quale eravamo in cerca si trovava in quel momento “à la maison”. Lessi in quel sorriso che la linea Maginot era stata una grossa spesa inutile, che i “bocche” avrebbero agevolmente invasa la Francia, e trovati in essa molti volenterosi collaboratori. E decisi di tornare in Italia (da Cinque aneddoti con una morale, in Prose, Umberto Saba, 1964). Leggi il seguito di questo post »
Perché sei tornata? Quale forza ti spinge a ritrovare questa piazza, l’ovale che già comincia a gremirsi di gente, di risate, di grida di ragazze? Hai bevuto di nuovo, Dalia? Cosa stai cercando veramente? Fai la fila al botteghino quasi in trance. Ti vengono pensieri malinconici, il male si è annidato nel passato e ancora oggi si affaccia col suo ghigno. Possibile che siano tutti felici tranne te? Guardali bene, impara a leggere i pensieri. Potresti riuscirci? Osserva il giovane che ascolta la musica con le cuffie e scuote la testa con lo stesso ritmo: da cosa sta fuggendo? Non sarà stato ferito anche lui da genitori distratti, non starà pagando il prezzo di un amore sbagliato, di un tradimento che ha generato violenza, cinismo, ribellione? O il tipo maturo con lo sguardo fisso verso il nulla: quali immagini lo stanno visitando? Prova a calarti nel suo vestito grigio, nei capelli spettinati che sembrano lanciare un appello a una libertà perduta, che si trascinano la polvere di un ufficio contabile del centro, dove tra colleghi ci si guarda di traverso, dove uno che decide di aprirsi, di compiere un gesto generoso è accarezzato da una smorfia di disprezzo: povero illuso, ancora credi nel sogno d’incontrarsi, di condividere qualcosa? O la ragazza con la testa reclinata che pare si debba addormentare in piedi da un momento all’altro: perché è venuta sola? Possibile che non abbia trovato uno straccio di compagno con cui spartire un frammento di bellezza nel cielo plumbeo dei giorni tutti uguali? Leggi il seguito di questo post »
“Mi piaceva totalmente l’enuresi diurna alla fermata del 38. Lo scarico della sera prima nelle brache e la pace del dopo. Pochi passi e si annuncia il barbiere a due sterline, che rimpiange i tempi di un’ordinata segregazione. Il sabato in Columbia road che compera e ve ne vendo tre per una cinquina, poi quei pomodori tigrati nella terrina più crescione più cannellini e la signora borderline”.
Pubblicato da robertorossitesta su gennaio 24, 2012
Nella prolissa lista dei miei mali la diplopia per il momento manca, eppure da sempre avverto in modo doloroso lo sforzo del cervello di ricomporre in una le due immagini che istante dopo istante gli pervengono.
Due? Leggi il seguito di questo post »
Un vagone ferroviario semivuoto in corsa verso una cittadina di frontiera, una tranquilla gita al confine. Sono questi gli elementi che portano il protagonista dell’ultimo romanzo di Maurizio Cucchi – “La maschera ritratto”, Mondadori € 18,00- a riannodare il legame con il mondo della sua infanzia e di suo padre Gino, un uomo silenzioso, sognante e poetico che cinquant’anni prima si era tolto la vita. Leggi il seguito di questo post »
E’ come si conoscessero da sempre. Parlano fitto, con gesti ampi delle mani. Che ne pensi, Gilda? Ti porteranno via il tuo Giorgio? E’ per questo che, dopo l’amnesia di qualche giorno, ti ricordi di Arturo? Dove sarà? E’ un po’ che non lo vedi in giro. Che sia partito? Non si sarà offeso perché non l’hai cercato? Loro parlano, parlano. Ti avvicini, per provare a rubare qualche frase. Ecco, da qui si sente tutto.
- Ne sei convinto? Leggi il seguito di questo post »
L’ingiunzione assoluta a ricordare esclude che noi, oggi, possiamo cercare conforto nel credere che avremmo agito diversamente. Il nostro compito, oggi, è di curare che quella ferita rimanga aperta. Di fissare in volto quella stridente contraddizione tra la “serena, accogliente umanità” da riservare agli studenti “normali” e la disumana cacciata degli studenti ebrei. Il vero pericolo non è tanto che si possa dimenticare ciò che è accaduto nel passato, ma che si trascuri il senso per noi degli eventi che si sono verificati. (Guido Panseri)
Auschwitz, la memoria e il presente
di Stefano Levi Della Torre
1 – Il 27 gennaio, data stabilita per la “Giornata della memoria”, ricorda il giorno in cui l’Armata Rossa, nella sua avanzata contro le armate naziste, raggiunse il campo di Auschwitz. Leggi il seguito di questo post »
Nel cuore dell’Umbria un omaggio alla parola scritta. Si parte il 24 febbraio con Luca Crovi e il noir.
Camini accesi, aria pulita, silenzio e tanti libri.
È qui, a Bettona, uno dei borghi più belli d’Italia tra Perugia ed Assisi, che Casa Calidonia, e la padrona di casa Stefania Nardini, aprirà le porte nei week end a sette scrittori tra i più apprezzati dai lettori: Crovi, i Gregorio, Magliani, De Giovanni, Suarez, Vasta, Paolacci.
Saranno infatti proprio loro i docenti dei corsi di scrittura creativa che prenderanno il via il 24 febbraio 2012 con “Leggere e scrivere suspense”.
Sponsor tecnico di Casa Calidonia sarà Perdisa Pop, la casa editrice fondata da Luigi Bernardi e ora diretta da Antonio Paolacci. Leggi il seguito di questo post »
1.Tornando a casa per Natale Tornando a casa per Natale (è il titolo di un film di Bent Hamer), capita che trovi un regalo inatteso sotto l’albero: un libro, un romanzo di Fabrizio Centofanti, Nessuno è più importante di te, ancora come dattiloscritto, insomma un’anteprima assoluta (se escludiamo il blog, dove però non si ha mai una visione d’insieme), che subito ti coinvolge. Conosci lo scrittore e la sua straordinaria capacità di essere prodigiosamente plastico nel mettere in prospettiva, in scena i ricordi, quasi di sbalzarli come in un racconto stereoscopico; ma conosci anche il sacerdote, capace di riunire gli uomini e stimolare, far emergere i loro lati migliori – un po’ come il regista finlandese del film in questione, ma qui la regia viene dall’Alto –, parliamo dei singoli uomini e delle singole donne che s’incontrano tra loro, si sentono vicini, provano simpatia gli uni per gli altri, e questo sentimento permane, li pervade al di là di ogni tentativo di separarli e isolarli nelle loro (talora profonde) solitudini. Non tutti gli uomini e le donne che si incontrano nella sua chiesa-casa-ventre-rifugio (“la chiesa ti partorisce una seconda volta; i canti sono grida, le doglie della donna, i vagiti del bambino, il tunnel buio che bisogna attraversare per riconoscere la luce” – pag.36) sono dei vinti e degli emarginati, ma sono pur sempre, “ciottoli umani levigati dalla fede, schegge impazzite di speranza…”, esposti alla vita, indifesi nella loro nuda singolarità, e tutti hanno bisogno della sua tenerezza di poeta, della sua guida di pastore, del suo telescopio interiore che sa scorgere nel nero infinito le stelle più luminose. (“Vi sento, sento le vostre voci, il fiume si è fermato, no, ancora tremano, te ne accorgi se guardi attentamente, ancora tremano le stelle”). Leggi il seguito di questo post »