I LIBRI DEGLI ALTRI n.100: La folla solitaria. Carmelo Consoli, “La solitudine dei metrò”

Carmelo Consoli, La solitudine dei metròLa folla solitaria. Carmelo Consoli, La solitudine dei metrò, prefazione di Paolo Ruffilli, Castelfranco Veneto (Treviso), Biblioteca dei Leoni – LCE Edizioni, 2014

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di Giuseppe Panella

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Una Terra Desolata di dimensioni certo meno epocali balena frequentemente nei versi sconsolanti ma classicamente proposti e torniti da Carmelo Consoli. La solitudine della vita in città che un tempo costituivano un ideale di convivenza civile e umana è il tema fondamentale di questa raccolta ricomposta e definita come un ideale poemetto in cui esperienza personale e sentimentale e vocazione della scrittura si riuniscono in un tentativo riuscito di loro sintesi.

Consoli soffre della sua visione della “folla solitaria”1 di cui pure è costretto a fare parte e in cui si immerge sia pure a fatica, con un intimo moto di ripulsa.

La cifra che ne risulta è un’angoscia diffusa, una forma assoluta di ripiegamento su se stesso che solo nella scrittura poetica potrà trovare qualche forma di risarcimento adeguato. Scrive a questo proposito anche Paolo Ruffilli nella sua Prefazione al volumetto :

«Dominante, in questa poesia che si può definire “civile”, è la componente angosciosa: quella, appunto, che deriva da una lucida analisi della realtà, dalla conoscenza e dalla consapevolezza del suo degrado, di una progressiva alienazione che si è impadronita dell’uomo. E c’è tuttavia l’innescarsi, in questo quadro negativo, di una speranza, di una possibilità di salvezza, legata all’ottimismo della volontà contro il pessimismo della ragione. Al centro di questo libro si pone la mitologia del quotidiano, colta nel suo paesaggio privilegiato, quello urbano, con i suoi esterni ed interni, case, strade, dove mostruoso rilievo acquistano i resti di quella civiltà meccanica che, accompagnandoci ormai costantemente senza mollarci attraverso computer e cellulari, mentre ci offre nuove e più larghe opportunità, ci assedia e ci svuota di ogni personalità, condannandoci alla solitudine e all’insoddisfazione»2.

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Guido Michelone intervista Franco Acquaviva

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A tu per tu con il poeta, attore, regista teatrale.

Per iniziare, così, a bruciapelo chi è Franco Acquaviva?
Sono un provinciale che ha avuto la fortuna di conoscere da vicino uomini straordinari del teatro, maestri che hanno influenzato il mio cammino; sono uno che a 19 anni è scappato da una piccola città come Como, nella quale sono nato, ed è finito a Bologna, al Dams, alla metà degli anni ’80, in un momento che è stato forse tra i più vitali in città dopo i fasti e le feste, ma anche i drammi, del ’77. Al Dams ci insegnavano Umberto Eco, Giuliano Scabia, Gianni Celati, Luigi Squarzina, Claudio Meldolesi, Fabrizio Cruciani, Gianni Polidori e molti altri; c’era un livello altissimo di qualità nell’insegnamento e si faceva moltissima sperimentazione. Continua a leggere

LEONHARD FRANK, “L’UOMO È BUONO” (1)

Leonhard Frank, L’uomo è buono, Del Vecchio Editore (traduzione e cura di Paola Del Zoppo)

L'uomo è buonoNel ciclo di cinque novelle L’uomo è buono, Frank mette in scena una lenta e inesorabile presa di coscienza del popolo della necessità della pace. Nel primo racconto, Il padre, un cameriere d’albergo con una avviata carriera si annichilisce nella disperazione per la morte dell’unico amato figlio, finché non trova la forza di reagire e di trascinare con sé, a manifestare per strada, donne e vecchi rimasti a casa a vivere la difficoltà della solitudine e dell’abbandono derivanti dalle molte morti sul fronte. Di racconto in racconto – in ognuno una figura centrale che focalizza il dolore e la forza di chiedere la pace – frotte di persone si riversano in strada fino a formare un enorme corteo che comprende idealmente tutti coloro che ritengono di dover gridare a gran voce che la guerra è utile solo a conservare lo stato delle cose e ad aumentare la disperazione. La sciagura e il dolore, mascherati da onore e sacrificio, vengono qui svelati in tutta la loro indigesta oggettività. La narrazione scoperchia il vaso di Pandora per affrontare la realtà dei mali uno a uno, in un energico slancio verso la reazione, verso l’ottimismo e la presa di coscienza della forza del singolo, perché “l’uomo potrà essere e sarà umano quando non sarà più costretto all’inumanità”. Continua a leggere