La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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Scritture – Giuliano Mesa

Posted by francescomarotta on January 9, 2007

SCRITTURE # 1 – Giuliano MESA
di Francesco Marotta

“È tutto un ascoltare, dal di dentro della vita,
un presagio di dove la vita andrà o è già andata”.
(Biagio Cepollaro)

Giuliano Mesa
(Reggio Emilia, 1957).

Tra le sue opere: Schedario, poesie 1973-1977, Geiger, Torino, 1978 (seconda edizione nella collana di e-book di Biagio Cepollaro, 2005); Poesie per un romanzo di avventure e altre poesie, in Il sesto poeta, Milano, Spirali, 1982; I loro scritti, Quasar, Roma, 1992; Improvviso e dopo, Anterem, Verona, 1997; Da recitare nei giorni di festa, in Resistenze 2, Roma, Arlem, 1997; Quattro quaderni, Zona, Lavagna, 2000; Nuvola neve, 2003; Chissà. Poesie 1999-2000, 2004. E’ tra i curatori di Ákusma. Forme della poesia contemporanea, Metauro, Fossombrone, 2000.

[Per una preziosa, anche se parziale, ricostruzione del percorso poetico di Mesa, si rimanda al saggio di Alessandro Baldacci in AA.VV., Parola Plurale, Roma, Sossella, 2005, pp. 627 e sg., che contiene anche riferimenti ad altri contributi critici.]

[da un’intervista di Loredana Magazzeni per "Il Vascello di Carta", n. 4, 2000]

Nel tuo contributo per ákusma, Frasi dal finimondo, parli di fine della verità: “Due esperienze fondamentali dell’esistere sembrano scomparse: la verità, la sua percezione…”. Il linguaggio deve servire a ritrovare senso, altrimenti “ci viene così inesorabilmente sottratto”. E’ molto bella anche la citazione dalla Bachmann “giacché il poeta ha davanti agli occhi tutta l’infelicità dell’uomo e del mondo, è come se sanzionasse questa infelicità”.

…non affermo che il linguaggio deve servire a ritrovare senso. Se uno o più sensi sono andati perduti, lo sono irrimediabilmente. Io non ho memoria di nessun senso perduto e da ritrovare. Se nel passato c’era un senso è quello stesso che ha dato origine al presente, e dunque non posso certo averne nostalgia. Il problema che mi pongo non riguarda un senso, né da trovare né da ri-trovare: riguarda proprio, invece, il senso delle parole, e ancora non tanto perché ambisca a codificazioni rigide: è piuttosto all’àmbito dell’intenzione che mi riferisco, come a dire: pur nell’incertezza assoluta sul senso delle parole, dovremmo almeno, ancora, cercare di pronunciarle come se un senso, ad esse, volessimo attribuirlo, cioè trasferirlo, nell’interlocuzione, affinché un dialogo possibile non si spenga sùbito nella vacuità di parole soltanto fàtiche… E’ come se, nell’interlocuzione, delle parole fosse rimasto soltanto l’involucro, il valore di scambio… Infine, sulla citazione da Ingeborg Bachmann: dobbiamo sempre chiederci se la nostra “reazione estetica”, artistica, all’infelicità, non ne sia o ne diventi una “sanzione”… se leggiamo una poesia su, o contro, la guerra, e poi esclamiamo “che bella!”, qualcosa, nel nostro cervello e non soltanto lì, deve farci sentire uno stridore (agghiacciante, vorrei dire), ché altrimenti la “promessa di felicità” che nell’arte dovremmo trovare diverrebbe, immediatamente, immediato, innocuo, autoassolutorio “godimento estetico”…

La poesia italiana contemporanea ha bisogno dunque di tornare a interrogarsi sul proprio rapporto col reale?

Intanto, direi che la poesia ha sempre bisogno di interrogarsi sul proprio rapporto col reale. La poesia dovrebbe sempre interrogarci sul nostro rapporto col reale, e può farlo soltanto interrogando sempre anche se stessa, il suo linguaggio, le sue forme. Dunque, non può che essere sempre nuova, poiché il reale muta costantentemente. Che poi non muti “verso il meglio”, ebbene, ciò non attiene al concetto di nuovo inteso come proprio di un certo tempo storico in un certo luogo, bensì, e mettendolo in crisi, al nuovo inteso come “tappa di un progresso”. Invece, e per molti anni e ancora oggi, è stata accolta come “ovvia” l’equazione “fine del progresso” – “fine del nuovo”. Quel progresso, il procedere teleologico della storia umana verso la sua perfettibilità, se non perfezione, non è mai esistito: è stato, è ancora nella sua versione dominante – neoliberista, per intenderci -, ideologia. Ma il nuovo inteso come mutamento dei linguaggi, delle forme dell’arte in rapporto col mutare delle condizioni non è finito, non può finire. Sarebbe inutile dirlo, dirne, non fosse che, invece, si va dicendo, con insistita ottusità, che, ad esempio, la poesia italiana è finita trenta e più anni fa, che poi non c’è stato altro che epigonismo postmoderno. Anche ammesso che sia così – e non è così – quell’epigonismo rappresenta comunque, nelle sue forme, il nuovo di fine secolo…

[dalle risposte al questionario apparso su "il verri", n. 15, gennaio 2001]
Perché scrivi poesie?

…forse, scrivo poesie perché è il mio modo di sapere. A questo, aggiungo la convinzione che le poesie possano trasmettere conoscenza, in un loro “modo” peculiare e non sostituibile. E aggiungo, infine, la presunzione che anche le mie poesie, alcune almeno, possano trasmetterne un poco, di conoscenza, e soltanto per questo mi azzardo a renderle pubbliche, a metterle in comune…

Quali autori sono stati determinanti per il tuo lavoro?

…ricostruire la propria formazione è molto difficile, richiederebbe un lavoro paziente di memoria, si dovrebbe ripercorrere la propria biblioteca, perché si rischia sempre di dimenticare un libro importante. Sarebbe utile farlo nella prospettiva di una storia della cultura nel secondo Novecento, non per stabilire geneaologie – e dunque canoni – nella poesia italiana, spesso, da critici e storici, “inventate” a partire da un presupposto, riduttivo e asfittico, che esclude dall’”influenza” poeti stranieri, narratori, filosofi, saggisti, musicisti, artisti, scienziati.
(Un’ultima annotazione, per dire che “determinanti” sono forse soprattutto le esistenze, le nostre e quelle di chi abbiamo conosciuto, frequentato, amato, e le esistenze, ancora, degli “autori determinanti”, le loro scelte, senza pregiudicare in falsa coscienza, interrogando, e sono dunque altrettanto “esemplari” le esistenze di Benjamin e di Benn, di Majakovskij e di Céline, per comprendere che cosa è accaduto, che cosa accade adesso che assistiamo succubi e inermi allo stato di guerra permanente, ai genocidi, al nuovo schiavismo, allo sterminio per fame…)

TESTI – TIRESIA

“Qui [in Tiresia] la voce narrante procede rimontando i frammenti di un quadro frantumato, le schegge di un dire che si fa sempre più estenuante “scàpito” di fronte al peggio. In un’agghiacciante via crucis fra le vergogne e le catastrofi che hanno segnato gli ultimi anni della nostra storia le pupille di un esausto Tiresia, ridotto a puro bisbiglio metallico del dolore, divengono la crepa, il canale per giungere a uno sbigottimento tragico della parola. Il testo parte dalla frana che travolse nel luglio 2000 una baraccopoli di Manila, e qui la poesia, stretta fra mani e fiati ingolfati nella melma, si traduce in “impasto di macerie”, per poi fissare le vittime dell’incendio di una fabbrica di bambole a Bangkok, gli esperimenti nucleari sulla popolazione inconsapevole (il cosiddetto Manhattan Project, partito negli anni Quaranta), il traffico degli organi fra Brasile e Usa, per chiudere il percorso, quasi a cerchio, tornando ancora sotto la terra, nelle fosse comuni (emblema macabro, spazio politico per eccellenza della contemporaneità) che soffocano e stringono al silenzio, alla cancellazione il discorso autoritario, spietato, che attraversa la nostra storia. Celanianamente, Mesa in quest’opera fonde la lingua nell’impasto dei corpi delle vittime, oltre il silenzio della loro testimonianza troncata, sepolta, cercando nel sibilo inesauribile e impercettibile delle loro voci l’alfabeto tragico che alimenta la sua scrittura, che muove il suo controdiscorso”
(Alessandro Baldacci, in AA. VV., Parola plurale, op. cit., p. 630)

***

TIRESIA
oracoli, riflessi

(22 luglio 2000 – 24 gennaio 2001)

“devi tenerti in vita, Tiresia,
è il tuo discàpito”

I. ornitomanzia. la discarica. Sitio Pangako

vedi. vento col volo, dentro, delle folaghe.
vedi che vengono dal mare e non vi tornano,
che fanno stormo con gli storni neri, lungo il fiume.
guarda come si avventano sul cibo,
come lo sbranano, sbranandosi,
piroettando in aria.
senti come gli stride il becco, gli speroni,
che gridano, artigliando, facendo scaravento, in muta,
ascoltane la lunga parata di conquista, il tanfo,
senti che vola su dalla discarica, l’alveo,
dove c’è il rigagnolo del fiume,
l’impasto di macerie,
dove c’è la casa dei dormienti.
che sognano di fare muta in ali
casa dei renitenti, repellenti,
ricovero al rigetto, e nutrimento, a loro,
scaraventati lì chissà da dove,
nel letame, nel loro lete, lenti,
a fare chicchi della terra nuova,
gomitoli di cenci, bipedi scarabei
che volano su in alto, a spicchi,
quando dall’alto arriva un’altra fame.

prova a guardare, prova a coprirti gli occhi.

II. piromanzia. le bambole di Bangkok

fumo. nugoli, sciami di guscî neri.
bruciano le mandorle degli occhi, le falene,
le dita piccole e incallite, le mani stanche, stanche.
bruciano, scarnite, a levigare guance,
i guscî gonfi delle palpebre
che si richiuderanno.
fumo portato via, che trascolora,
che porta via le guance, paffute, delle bambole,
le anche dondolanti, a fare il movimento di ripetere,
in altalena, in bilico di piede, che lenisce,
gioco che non finisce, mai,
che non arriva, mai,
tempo di ricordare, dopo,
di ritornare dove si era stati.
a fare il gioco del silenzio,
nel preparare doni, meraviglie, a milioni,
passate per le mani una ad una,
per farli scintillare, gli occhi stanchi,
tenerli aperti, sempre,
e quando arriva il fuoco, che sfavilla,
ecco, giocare a correr via,
gridando, ad occhi chiusi.

tu, se sai dire, dillo, dillo a qualcuno.

1

a ridirti che cosa?
dire dell’aria tersa,
della faringe chiusa,
la bramosìa rafferma,
immobile,
questo non prendere e non perdere,
già perso, il tempo,
tutto il tempo,
nel solo segno certo: stringere,
chiudere,
senza più arrendersi al possibile

2

a chi ne darai conto?
per chi
sarai misura d’ore,
sarai levare, e battere,
costanza di respiro?

oppure la distanza, l’esser via,
il battito dell’ansia,
il corpo a riposarsi
dentro il suo tepore,
nel suo confine, lì,
confitto,
pietra nella polvere,
se vuoi

3

e lentamente
si riavvolge,
e si fa nodo,
groppo di gola,
giro di vortice
e vertigine,
sentendo tutto insieme,
che tutto è un solo tempo
che non c’è,
che non c’è tempo

e dopo,
che si placa,
quando puoi riascoltare
il fiato che respira,
la palpebra che batte,
senti salire su
fino alla nuca,
che come guaina,
come vagito,
ripete andare, fare,
fare parte

III. iatromanzia. Manhattan Project

nomi. nomina ancora, replica, schernisci.
consentine la crescita, riducine l’amalgama,
che si sparga, s’incàvi, scorra per ogni dove.
nomina sette volte il giorno e l’ora,
anche per oggi, fai tutta la trafila,
così non sarà invano.
ansima, rimugina, così non passerà,
non sarà vano tutto il suo disfare, facendo ancora spazio,
aprendo varchi, e che si schianti, poi, dentro il suo vuoto,
che te lo scava dentro, il tempo, il suo,
le grotte, gli antri, le caverne,
rigenerando te,
loculo di copule infinite,
l’eletto, per caso che dà gloria.
conta, che ti dà forza, ogni minuto,
trascorso nel decoro, e la tenacia, fiera,
poiché ne chiede il fato, e l’onniscienza,
strenua speranza, luce per i probi,
che invece era soltanto prova aperta,
esperimento, soltanto il contagiri dei motori,
il contabattiti, al cuore di chi sgancia,
e tu sei l’esperienza, la verifica.

prendi questo regalo e vattene, ora, ora che sai.

IV. oniromanzia. παιδος δ’ ομματα νυξ ελαβεν

concave, ad accogliere, acqua di pioggia,
fitta, scura di polvere, e piume, albume,
lucidi, quei filamenti rossi, luci che sono lampi,
fanno tremare forte, l’acqua, nelle conche,
che sono mani semichiuse,
sono molluschi, muschio,
resina che brilla lucida,
dura, chiudendo le fessure.
sai. c’è solo il cavo, l’ìncavo, la conca.
non hai scavato tu, con le tue mani,
che tremolano morbide nel sonno, pingui,
né lui, da cui ricevi luce, e tu non sai
con quali arnesi, docili,
si fa la chirurgia.
con le sue tibie piccole, a condurmi,
titubante, che sento l’odore del tramonto,
le luci che si addensano, s’incrostano,
la stessa resina che cuoce nel tuo sonno,
gli stessi grumi che si ghiacciano,
dopo i rasoi, i forcipi, quel lento lampo,
scuro, che lo inscuriva, muto,
immobile, portandolo con sé.

la luce, questa luce, non sarà mai la tua.

4

c’è questa oscurità,
questo livore,
la patina, si dice,
la resina, l’ossido,
infine –
infine l’ombra che ricopre l’ombra?
sarà così davvero?

5

le parti,
quante sono,
per quante volte
ognuna
non ritorna,
le partenze,
il ripartirsi,
tu che rimani,
tu che non rimani,
quante,
ancora quante,
per sapere,
non voler più sapere

6

e dire le ultime parole?
e quali?
portarle via con sé?
e dove?

V. necromanzia. Οι αταφοι, Massengräber

dov’è sommersa dalla neve, le coltri,
là, dove la terra è bruna, tersa, senza solchi,
sulla soglia, prova a chiamare là, chiamare,
sentendo soltanto la tua voce, che chiama,
sotto le coltri, sotto
la neve luccicante,
sotto la terra nera,
chiama fino a sfinirti, a gemere.
non torneranno più, se non in sogno, insonni,
se non laggiù, la loro requie, dove?
le ombre vagheranno, qui, miriadi,
ancora a brulicare, loro,
cercando il loro nome.
e porti il latte, e il miele?
il vino dolce, la farina d’orzo?
non puoi nemmeno sentirli sibilare,
quel loro gracidare, lo sfrigolìo, l’affanno,
il mormorìo che fanno facendosi terra,
non senti, senti gracchiare il corvo,
che vede ritornare, l’ombra,
sulla neve, di un’altra luna gialla.
taci. porta le mani al viso, riannoda i tuoi capelli.

ancora non hai còlto il tuo narciso, e il croco già fiorisce.

7 – epilogo

ti lascio qui
con queste nubi cariche di pioggia
striate da un bagliore
che ti risveglierà, anche domani,
quando avrai più ricordi
da pensare.

vado
nella penombra che rimane,
dove ritorno, adesso,
adesso che potrà ricominciare,
che potrei,
adesso c’è soltanto il desiderio:
lasciare, lasciare intatto
questo momento prima del dolore,
quando il dolore
è diventato nenia di conforto
e poi silenzio,
questo silenzio che sentiamo insieme,
adesso – è adesso che sappiamo,
in questo momento che divide

ti lascio qui

Note

I. ornitomanzia. la discarica, Sitio Pangako.

Nel luglio 2000, la più grande discarica di Manila frana, seppellendo Sitio Pangako (“Terra Promessa”), una delle baraccopoli che la circondano, e uccidendo centinaia dei suoi abitanti, che vi sopravvivevano scavando tra i rifiuti.

II. piromanzia. le bambole di Bangogk.

Nel marzo 1993, a Nakhon Pathom, in Thailandia, si incendia e crolla una fabbrica di bambole. Cinquecento delle quattromila operaie, tutte ragazze, molte minorenni, che vi lavoravano in condizioni quasi schiavistiche, muiono nel rogo.

III. iatromanzia. Manhattan Project.

Esperimenti nucleari su popolazione civile o militare inconsapevole vennero realizzati negli Stati Uniti a partire dagli anni ’40 e fino a trent’anni dopo, molti nell’àmbito e col sostegno del cosiddetto Manhattan Project.

IV. oniromanzia. Παιδος δ’ ομματα νυξ ελαβεν.

Verso la metà degli anni ’90, i commercianti di organi, in particolare tra il Brasile e gli Stati Uniti, si specializzano nell’espiantare organi da corpi vivi, soprattutto di bambini. Il greco è di Callimaco, Inni, V, 83: “e la notte prese gli occhi del fanciullo”.

V. necromanzia. Οι αταφοι, Massengräben.

I morti insepolti, le fosse comuni…

Tiresia

Opera
La musica elettronica dell’opera Tiresia è stata composta da Agostino Di Scipio. La prima esecuzione è avvenuta il 12 dicembre 2001 a L’Aquila, Festival “Corpi del suono”. Altre esecuzioni: “Play”, 40o Festival di Nuova Consonanza, Roma, novembre 2003; Berlino, DAAD, Berliner Kuenstlerprogramm, luglio 2005, con tre diverse installazioni visive di Matias Guerra. Voci: Giuliano Mesa, e Anna Clementi nelle esecuzioni di Roma e di Berlino.
Alcuni Fragments in AAVV Music / Text vol.2, Capstone Records, New York, CPS 8693, 2001.

Testo
Il testo è apparso in: Play, catalogo del 40o Festival di Nuova Consonanza, Roma, 2003; “Hortus Musicus”, a. V, n. 18, aprile-giugno 2004, con immagini di Massimo Melloni; “La Camera Verde”, Volume Quinto, Roma 2006, con opere di Matias Guerra; parzialmente in AA. VV., Parola plurale, Sassella, Roma, 2005.

Tiresia è stato tradotto:
in francese da Andrea Raos ed Eric Houser (pubblicazione parziale in “Action Poétique”, n. 177, sept. 2004, e integrale in Henry Deluy, En tous lieux nulle part ici. Anthologie de la Huitième Biennale des Poètes en Val-de-Marne, Paris, 2005, Le Bleu du Ciel, Coutras, 2006);
in francese l’ Oracolo I da Antonio D’Alfonso (in “Exit”, n. 40, Montréal 2005);
in tedesco da Andreas Müller (in “Wespennest”, n. 144, Wien 2006);
in spagnolo da Jeamel Flores Haboud (di prossima pubblicazione).

Parlando con lingua di pupille
(Una lettura di Tiresia di Giuliano Mesa)

I… “prova a guardare, prova a coprire gli occhi”

Essere pupilla nell’ascolto. E risalire alla dicibilità del mondo stringendo tra le labbra
un suono che non si fa parola. Un grido che dalle radici frana l’universo in calchi di silenzio.
Che la maceria è un monito, un coagulo di sillabe e di sangue che non si lascia afferrare. Costringere tra le pieghe di una storia già scritta da millenni. Custodire come una reliquia
tra le pagine impietrite di memoriali e breviari di pietà. Ridurre a rituale che consola, che piega
il caos all’ordine immutato che lo crea. Glifo di vento e pollini, si leva dalla terra come una luce impensata, al cui chiarore è deserto ogni alfabeto conosciuto. La sua ombra ferita, il segno
nomade che il dolore iscrive nei giorni, respirano linfe di futuro, fanno a pezzi il cielo.
E chi vi tende lo sguardo, stando al riparo nella schiera degli eletti, sente le sue certezze
naufragare, volare in cenere sulle ali del mattino. Un soffio di polvere a pelo di corrente
senza moto. Solo la lingua che nel fango impasta la sua voce, è seme che matura nel tempo
volti fraterni liberi dalla morsa dei sogni. Uno spazio dove ancora si parte la vita in tante mani,
e nel passaggio si fa dimora. Per la lacrima venuta ad abitare l’occhio ammutolito del presente.

II… “tu, se sai dire, dillo, dillo a qualcuno”

Le parole non sanno. Per significare, per esistere, farsi materia e filo che riannoda,
il loro corpo deve dilaniarsi. Lo sguardo rovesciarsi. Il senso diventare l’indicibile
che la lingua reca in sorte, come un dono, all’insaputa dei suoi stessi accenti.
Un cammino sempre da inventare. Un movimento semplice che sospende l’orizzonte
tra intercapedini di fiamma. Dove nel volgersi in spazi di pensiero, il mondo brilla
e si conosce alla sommità di un grido, di un dolore che accende in ogni astro pupille
di rivolta, visioni di sete da placare. Un volo, senza fine e senza meta, ad ali annodate
contro il cielo. Come di membra tese, ad arco, senza nessun sigillo. Verso una nascita,
un delirio, dove si cresce l’uno dentro l’altro. Inconoscibili alla lama che recide il nodo.
All’occhiodifalce di guardia all’arsura delle fonti. Che solo allora, allevati
dalla mano che veglia dentro il sonno, la legge del respiro è un ponte tra le ombre.
Una siepe di voci rifiorite nella luce assente. E in quegli specchi, nel riverbero dell’eco,
riscrivere il nome delle cose. Il proprio nome. Il primo. La libertà di essere e passare.
Vivere prima di ogni nome, seguendo la traccia di lune che batte giorni ai passi.

III… “prendi questo regalo e vattene, ora, ora che sai”

Cedere il nome all’elemento sabbia, perché solo il vento spira senza memoria,
senza requie, tra queste case. Farsi occhio di mare, presagio di sorgenti.
Costringere la breve eternità della morte in un respiro.

curvo grido di
acquemorte
meriggia in cerchi
sfrangiati d’eco, poi
la città splacenta di
crematori, chiostri
di sale e rugginose
fibrille di lampioni:
laggiù,
fiorite in orme
prive di respiro,
all’incanto
nell’inventario dei
giorni o in tuffi
di zodiaco redento, albe
di pietra e zolfo
a specchiare il
volto che ricama,
disegna e scioglie
primavere in prestito
sopra smurati
sepolcri di
alfabeti

IV… “la luce, questa luce, non sarà mai la tua”

Obliata soglia di speranza, in fiamme. Parola d’argilla, immobile, in profezie di luce.
La rosa ammicca come un lume agli occhi risalendo alla fonte. Alle lacrime del cielo

luce levigata in
curvi tracciati di
candele d’aria, terrestri
veleni
graffiati dalle labbra
in cifre
millenarie di
silenzi: si aspetta,
naufraga, una
parola
che levi al sangue
la densa ala
dei minuti, l’arsa
onda di
foglie, di radici
e scopra alla
pupilla, ispessita di
notti, l’acre, carnale
lontano
albeggiante di una
fonte

V… “ancora non hai colto il tuo narciso, e il croco già fiorisce”

Lingua segreta dei giorni. Socchiuso labirinto del respiro.

Anche oggi, su carte polverose di memoria, s’apre un varco sottile
tra grate murate di stagioni. Ora che si confonde il muschio con la neve.
Il minerale del sonno con il lampo della visione.

Solo per questo, per questo ancora, sognare d’essere una rosa in pieno inverno.
Un caso. Una distrazione del nulla. In piena luce.

s’illuminano, incognite
fenditure di
ombre sui
fiori attardati,
senza alba, senza
evento:
esistere, forse,
è questo
sporgersi a una
luce perenne, e
accorgersi, in
dispiegati ieri, che
il chiarore
ha vastità di pagine
inviolate,
è fuoco dei
passi sul sentiero,
voce di pietre,
alfabeto del
cammino

12 Responses to “Scritture – Giuliano Mesa”

  1. mal said

    Grazie Francesco per questo prezioso contributo. Al diavolo i numerosi “giovani talenti”. Leggiamoci e ascoltiamo Giuliano Mesa.

    mal#

  2. fabry2007 said

    ti ringrazio Francesco per il dono dei versi e della prosa di Giuliano Mesa. so quanto hai dovuto combattere con la salute perché il file approdasse in questa pagina. è un onore averti in redazione e come amico.
    fabrizio

  3. Francesco Marotta said

    Il vostro grazie, così come il mio, non può che andare a Giuliano Mesa, che, nella sua ormai trentennale attività di poeta e scrittore, ha saputo regalarci pagine di grande letteratura. Come il suo “Tiresia”, ad esempio, uno dei “prodotti notevoli” della poesia italiana degli ultimi anni. E questo, unitamente all’esempio di un percorso rigoroso e coerente, nel quale riservatezza, studio, dignità ed etica viaggiano indissolubilmente intrecciati nella sua persona, così come nella sua scrittura.

    Al margine, ma non tanto, una personalissima riflessione.
    Ieri sera leggevo una nota che riportava dati relativi allo “stato” della poesia in Italia: due milioni di poeti, migliaia e migliaia di libri pubblicati ogni anno, cinquemila case editrici (sic!), a fronte di un piccolo, esiguo numero di lettori, un “nocciolo duro” che resiste nonostante tutto, che sa scegliere e, soprattutto, si muove in modo oculato e, fortunatamente, selettivo.

    Ora, io credo che un paese, nel quale si celebrano quotidianamente miti di cartapesta, e non solo in campo letterario; nel quale una comparsata televisiva o l’apparizione di qualche testo in rete vengono celebrate come “eventi”, quando proprio non si grida al miracolo; nel quale la grande editoria e le grandi riviste di settore sono nelle mani di gruppi di potere strutturati a vari, e impermeabili, livelli, che si incensano e si lodano e si premiano nel più totale sprezzo del ridicolo e nella più totale cecità e incapacità di vedere cosa è “realmente” successo, nel campo della poesia negli ultimi decenni; nel quale il presenzialismo fine a se stesso vale più del rigore, dello studio, del lavoro seminale; nel quale a vent’anni si è già ipostasi ineludibili di canoni che spuntano come funghi dopo una pioggia settembrina; nel quale i tanti Mesa (o i pochi: ma non è questo il punto) passano nel silenzio e nell’ignoranza più totali – ebbene, un paese del genere può anche raddoppiare, come succederà, le schiere degli adepti delle Muse care ad Apollo, ma mancherà sempre dell’unica materia che conta in questo campo: la poesia. Molto semplicemente: perché non sa cosa sia. Ormai la ignora.

    Due parole sulle intenzioni di “Scritture”.
    Il progetto non ha alcunchè di sistematico, né, tantomeno, sottende una qualsiasi volontà classificatoria o antologica che sia: una “mappatura”, per usare un termine oggi tanto di moda. Niente di tutto questo: solo e unicamente il piacere di presentare dei percorsi di scrittura definiti e coerenti, delle poetiche (con l’aggiunta, non di poco conto, di testi inediti, almeno in volume), attraverso una galleria di personaggi “significativi” (per me, lo sono) coi quali fare i conti quando si decide, scrivendo, di uscire dal campo dell’approssimazione, teorica e pratica, e di dare spessore al proprio lavoro con, e sulla, parola. Ma anche questa, in fondo, è, probabilmente, soltanto una mia idea.

    Buona giornata a tutti.

    fm

  4. massimo sannelli said

    se non esistesse Giuliano Mesa non avrei mai scritto quello che ho scritto: questa è la prima cosa, e la più ESSENZIALE per me. posso dire che a lui e a mia madre devo tutto: sostegno, passione, amore, pazienza. parlando di Mesa viene facilmente questa parola: essenza, o essenzialità. E’ l’osso (duro) della poesia, la massima nudità, da anni: quanto sarebbe facile fare anche dell’essenzialità (come della mistica, della passione civile, ecc.) una bandiera e un idolo; un altro «io sono [seguìto dal predicato nominale preferito]!». invece Mesa non è monumento di nulla, e questo ne forgia la presenza-assenza nel mondo. è quello che dice Mandel’stam a proposito della Commedia di Dante: un monumento di granito che onora il granito. E tale è Mesa. Mesa è POETA. E queste sono solo le prime parole che riesco a dire, come posso… Abbraccio Giuliano e tutti, con gratitudine
    massimo

  5. sergio lc said

    una rapida incursione solo per dire che il tiresia è uno dei testi più intensi (e necessari) che ho avuto la fortuna di incontrare. rileggerlo, stamattina, mi ha scosso dal torpore. e questo mi aspetto dalla letteratura. grazie quindi al preziosissmo fm per averlo riproposto. buona giornata. sergio lc.

  6. davide racca said

    Caro Francesco, rompo il mio pudore… perchè dal tuo intervento capisco che ciò che va detto lo si deve dire, con forza e senza mezzi termini. Anche sbagliando. Grazie, dunque.

    Rispetto al Tiresia nutro un sentimento reverenziale. Ma non si tratta di una reverenza rispetto al suo autore. Forse la reverenza giace nel fatto che qui si esprime a occhi chiusi una condizione indicibile che solo i giornalismi più abusati all’orrore e alla strage fanno finta di dire (comunque evadendo e tradendo la realtà della cosa detta – che diviene inevitabilmente solo cassa di un niente risonante!).

    Credo che questi versi vadano letti con i polpastrelli, e a occhi chiusi… in Braille.

    La mia reverenza è allora nei confronti dei ciechi… accecati dalle frane, dagli incendi, dagli esperimenti nucleari, dalle fosse comuni. Ma non è il tema che tocca il Mesa che mi muove sentimenti reverenziali. La poesia è sopratutto un manufatto. Una mano-occhiuta per dirla con Celan. E allora, la mia reverenza è rivolta a una scrittura, una sintesi metrica, che nelle quantità greco-latine offre non la visione nuova dell’immondo, ma la cecità della visione.

    davide racca

  7. Mi unisco al coro di coloro che ti ringraziano per questo dono.

  8. gugl said

    devo dire che la più grande sorpesa è stato sentire Mesa leggere: ha una voce straordinaria, impostata, spiazzante.

  9. carla said

    le ho lette sul treno questa mattina….il tragitto era lungo e ho avuto modo di assaporarle….non è stato facile, devo ammettere, ho riletto più volte alcuni versi, ma dentro mi è rimasta una traccia, e questa traccia è storia.
    un senso pieno, quegli occhi chiusi che ascoltano….
    Piacerebbe anche a me sentirlo leggere!
    un caro saluto
    carla

  10. vocativo said

    encomiabile.

    punto.

  11. Massimo73 said

    Se l’opera di Giuliano Mesa è paradigma, come scrive Alessandro Baldacci in Parola Plurale, di «un appartato e virtuoso radicalismo stilistico», è anche vero che la scrittura di Mesa è un’informe via verso l’equilibrio, un vettore puntato multidirezionalmente all’ordine: una ricerca dell’immagine che resta sovrimpressa attraverso la disposizione musicale di pesi e contrappesi, di schemi occultati in un’irregolarità pregna del senso del codice, della formula da pronunciare in modo corretto per realizzare l’esecuzione, l’effetto, la presenza. Se la formula compositiva può risultare spesso caotica, è sorprendente verificare come l’aggiunta di una parola, di un passo e di un verso possono comunicare nei brani di Mesa, l’ordine di un equilibrio che definire dinamico significa non rendere merito alla questione. Siamo più vicini all’intuizione della magia, della formula, nella ricerca di una complessità che sull’aggiunta e sull’accumulo delle parti mancanti gioca la sua primaria partita con il senso, con quanto, per similarità, riproduzione e scale, ripete quanto contiene. Ci troviamo forse di fronte ad un tentativo di costruire con la parola, il verso, la struttura, lo stesso significato, ma non attraverso una normale esecuzione del testo in lettura: prima ancora e più efficacemente ad un riconoscimento che è traduzione naturale, spontanea compilazione del suono, dei ritmi, della stessa disposizione dei fonemi nelle diverse parti della pagina e dell’andare del verso come once di informazione attentamente e precisamente distribuite per comporre un disegno in pianta non altrimenti visibile se non ad una determinata altezza percettiva.
    Tiresia rappresenta un’evoluzione di Quattro quaderni: la «griglia compatta che inquadra e struttura i componimenti secondo una logica musicale» (Baldacci), si espande e diventa un tabulato esteso che recupera una compattezza della parola che rinasce fluida dalla desertificazione: ciò che era prima tenuto insieme «da un solo filo di fiato», ora si espande sotto il segno della continuità che lascia l’impressione di un’unità, d’un soffio ampio. Ciò che la parola contiene e chiede di veicolare, miracolo della poesia, non litiga e non lotta contro la forma che la trasporta, ma esce in un equilibrio che si appoggia su innumerevoli scambi e perdite, scivolate e recuperi, salite e discese, crescendo e diminuendo. L’integrazione è quasi compiuta: la parola è sé stessa.

  12. Francesco Marotta said

    Grazie, Massimo: una lettura bellissima, carica di suggestioni e possibilità di approfondimento.

    fm

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