Fame di lavoro che muove al fondo
Posted by Gian Ruggero Manzoni on January 10, 2007

di Gian Ruggero Manzoni
Il prestigioso e ormai consolidato concorso annuale indetto dalle Edizioni FARA di Rimini, già alla sua V tornata, ha visto vincitore nel 2006, per la sezione poesia, Giuseppe Cornacchia, che ha proposto alla giuria (composta da Pizzo, Montebelli, Camporesi, Metropoli, Gezzi, Rosenberg, Lozito, Pasqualone, Sannelli e Ramberti) un insieme titolato “Ottonale”, poi riportato per intero nella bella antologia, curata da Alessandro Ramberti, titolata “Sei Autori 3 x 2”, compendio del Premio stesso, uscita, appunto, nel dicembre dello scorso anno.
Che Cornacchia fosse poeta e intellettuale di talento già lo sapevo ( si veda il portalino di ricerca poetica “Nabanassar” www.nabanassar.com , del quale è stato tra i fondatori ed ancora ne è colonna), ma queste sue ultime produzioni in poesia me lo hanno innalzato ancora di più. E’ autore che affronta la disciplina spaziando a 360° (riduttivo, infatti, è relegarlo in una sorta di ‘neosperimentalismo’ che, quasi sempre, non riesce a definire bene gli orizzonti di un sentire e di un proiettare). Che Giuseppe ricorra alla scienza (alla scientificità), poi al pensiero positivista-scientista, al ‘gioco’ formale, anche visivo, sul testo, per dire e dirsi, è innegabile, ma il suo (…e nostro…) Tutto trasuda una sapienzialità d’altri tempi e un abbandono (lirico-commentativo) che abbraccia, come anche lui dice, Saba, a cui io potrei aggiungere Sereni, quando, il grande, affrontava la realtà in maniera più netta, oppure Porta, quando, Antonio, si perdeva in un certo racconto di tenuta civile o, per meglio dire, sociale. In questo modo Cornacchia diventa, a mio avviso, una sorta di summa di ciò che sono le conquiste della conoscenza nel contemporaneo, di ciò che attanaglia l’uomo contemporaneo occidentale, di ciò che del passato ancora può vivere in noi (o fra noi), proiettando la figura del poeta in una dimensione di testimonianza perenne (…quindi di “custodia eterna”) che ancora lo eleva (come nel giusto) a un ruolo cardine nell’esistenziale comune. Superlativo è anche come da analisi, nel vero di grande spessore concettuale (spesso e volutamente misurata con freddezza), egli poi riesca, con estrema tranquillità e facilità, a passare (coniugando, legando, intessendo) a composizioni che parlano di amore, di quel trasporto, di quel contatto, di quel calore, di quella relazione, per quindi, a seguito, sparare a zero su il ‘malcostume’ imperante e poi volare su una teoria wittgensteiniana, su di una telecronaca riguardante un goal di Totti o rifare il verso a certi ‘teatrini-personaggi’ televisivi, oppure richiamare lo ‘spettro’ di Lilith o dissolversi in una suggestione naturalistica, dandole nuova metafora, forma e, quindi, altra valenza: “Acanti, mirti, e poi limoni. / Per cosa, poi./ E’ che spesso / il fine travalica i mezzi / ma davvero, davvero ce ne fosse / in ogni piazza, / in ogni viale / d’ippocastani.” Gianfranco Fabbri, in un suo commento critico rivolto al fare di Giuseppe, ha parlato, con la cognizione e l’acume che lo contraddistinguono, di un’estetica dell’intelligenza, ora, io, vorrei spingere l’acceleratore ancor di più, aggiungendo all’estetica anche il termine (seppur fin troppo, ultimamente, usato a vanvera) etica, per infine formulare una sorta di costruzione ‘fraseale’ di questo tipo: “Giuseppe Cornacchia si pone, laicamente, come tramite motivato fra un’istanza del bello e una mozione del ‘sacro’ (in questo caso da intendersi, come sacro, ciò che dell’uomo, del poeta-uomo, lo innalza o lo fa essere con dignità e, soprattutto, con umiltà, quando il Dio non è considerato come lume; perciò in quella tragica consapevolezza del sé che l’agnostico deve sostenere-sopportare in vita)”. Del resto questo è il credere di Giuseppe: “Ci fu giorno in cui volli dare prova, / riuscire con la forza a trarmi in volo: / mi misi alla finestra ad aspettare / finché un passero arrivò: Sei stanziale, / disse, non cogli la giusta prospettiva / del problema. Per quanto grande sia / la tua sapienza manca il lampo, / il tuo fardello è questo e devi convenire / che non c’è Oltre a certi occhi, né c’è Dopo; / ogni uomo s’impratica uno scopo / o sceglie quello d’altri che gli piace / ma è sempre uomo e uomo vale e resta, / libero di pensare in un bicchiere / e d’affannarsi in campi limitati, / mai pago d’uno scopo generale / in un modo che non si possa ribaltare.” Ovvio che per un Assolutista come me, che crede a una possibile “deificazione” dell’essere e a una meta totalizzante da perseguire e quindi raggiungere, queste parole risultano opposte al mio dibattermi paradossale e iperbolico, ad un Oltre e a un Prima e a un Dopo che da sempre sostengo, ma non posso non tenerne conto perché scritte con estrema moderazione e con quella conoscenza che rende, comunque, ‘santo’ (‘eroicamente’ santo) il reggere questa tipologia di condanna, ineludibile, ineluttabile, pacatamente riconosciuta. Perché poi Cornacchia, sempre conscio e maturo, continua così: “Idolatrare la manifestazione del pensiero / per vederci appigli di conoscenza o verità / non mi convince…”, al che non posso che prendere atto del ‘tragico’ (a prescindere), di quel tragico che me lo avvicina con sentimento, così come non posso che togliermi il cappello (Io, re dei superbi, a mia volta condannato ) quando recita qual è la sua condotta, il suo motivo conduttore, sia in arte che in vita, così da potersi gestire, come i più, questa inesorabile incertezza esistenziale: “Io penso: uno dei segreti è non rinchiudersi / in qualche idea fondante; / io credo sia nostro dovere rischiare ogni volta / si possa trovare un contatto; / ed un contatto è possibile sempre, / s’accetti una dialettica comunque posta.” A questo punto cos’altro aggiungere? Ancora consapevolezza, ‘mistica’ del rapporto… del relazionarsi a tutti costi, richiamo al dialogo continuo, non violenza, non prevaricazione, scambio di saperi, di culture, di passioni: elementi ai quali dovremmo tutti attenerci, ma che io, spesso, dimentico, inebriato (ancora) da onnipotenti posizioni. Quindi grazie, Giuseppe, per la lezione. Tenterò… tenteremo, anche se il più delle volte la ‘natura umana’ non riesce ad essere ammansita dalla rathio (dal giusto utilizzo della rathio), o da quello spirituale di cui, a guardar bene, la natura stessa è libro.

















gian ruggero manzoni said
Per un mio errore di postatura il pezzo è uscito incompleto. Me ne scuso coi lettori. Domani provvederemo al fine di riportarlo alla sua veste intera. Mi scusi, in particolare, Giuseppe, ma col tecno non ho la dimestichezza di mia figlia.
GiusCo said
Beh, GianRuggero, mi lasci senza parole, spero che la tua generosità sia ben riposta, anche considerando che resto letterariamente un “amateur”. Inizio comunque a ripagare con uno scoop: il valente Luca Guerneri mi ha comunicato che Mondadori ha accettato la sua selezione di traduzioni da Paul Muldoon, composta di ben 92 testi; il volume dovrebbe uscire prima o dopo l’estate, ancora non si sa di preciso. Paul Muldoon è stato di recente inserito nella shortlist 2006 del TS Eliot prize, il maggiore premio inglese, che ha già vinto nel 1994; la proclamazione del vincitore è per il 15 gennaio, mentre il 14 sera, al Bloomsbury Theatre di Londra, ci sarà lettura pubblica dei 10 finalisti. Inutile dire che ho già programmato il viaggio e che farò rapporto sul mio sito nei nostri prossimi aggiornamenti. Ad maiora!
gian ruggero manzoni said
Caro Giuseppe sai che non scrivo mai senza sentire o per piaggeria. Sono felice per Muldoon. Avviamente sempre ad maiora. Spero che la nostra webmaster possa intervenire presto sul testo, anche se reputo che il senso generale si possa già intendere.
gianruggeromanzoni said
Bene, ora ci siamo, il pezzo è postato come si deve. Scusatemi ancora.
gugl said
sono contento che Giuseppe abbia vinto il premio. Inoltre dico che il libro che raccoglie i testi dei vincitori e i saggi dei giurati è molto bello e interessante.
Luca Ariano said
Un caro saluto e complimenti per la vittoria del premio e per l’interessante post!
Giovanni Soriano said
Mi piace come Manzoni è sincero riguardo sé stesso e come lo sa riconoscere, al contrario di tanti altri poeti e narratori che fanno finta di essere modesti per poi essere delle canaglie. Ipocrisia si chiama a casa mia e Manzoni non è un ipocrita. Grazie per questa segnalazione.
Franco Ranieri said
Un’analisi non come se ne leggono. Tante volte intorcinate e in preda al critichese. Questa è sentita e invoglia a leggere i testi di Cornacchia.