due libri
Pubblicato da Francesca Matteoni su gennaio 12, 2007
Recentemente mi sono trovata a leggere due piccoli libri preziosi, di poesia e vissuto umano, dove il tema è l’accettazione dell’esperienza anche nelle sue forme più dolorose e acute di perdita. Riflettevo su quante parole e sforzi si spendano nella lotta per i propri ideali, i propri sogni, la propria affermazione contro la crescente invisibilità. Più forte della lotta tuttavia è il riuscire ad accettare in toto la vita – non c’è resistenza né pacificazione se prima non si è riparo a noi stessi. Ci sono poi cose come la morte di una persona cara, la malattia, la violenza dell’esistere (e delle scelte) contro cui non si può combattere a lungo – bisogna in qualche modo infrangersi e poi aprirsi a loro, al dolore che ne viene, alla “gioia”, se gioia è capacità di portarsi con coraggio nel nostro limite.
Il primo libro è l’ultimo scritto di Roberto Carifi, La solitudine del Buddha (Le lettere, 2006) - una vera sorpresa per me. Il poeta racconta la malattia, l’ictus che lo ha colpito pochi anni fa, privandolo dell’io e del linguaggio (pensavo allo stesso destino dello svedese Tomas Transtroemer), constringendolo a recuperare se stesso iniziando dal basso, da dove si è solo corpo, vita senza identità. La via delle nevi è qui oltre che il suggestivo scenario del buddismo tibetano un paesaggio umano dove si è ridotti ai minimi termini, dove si condivide il battito di tutto, si perde l’ego, si trova una fede umile di condivisione con tutto dagli alberi (questi silenziosi fratelli maggiori) agli animali.
C’è una sincerità e una bellezza che disarmano in questo libro o che forse hanno disarmato me per una sorta di riconoscimento e di fatica che l’esistere torna sempre ad impormi. Le ferite diventano davvero strumenti di libertà, di compassione e di resistenza – lo spirito di cui parla Carifi, nel suo doppio incontro con il Cristianesimo ed il Buddismo, è di tangible corporeità, come se solo sradicato da se stesso, l’essere umano riuscisse a vedersi, a imparare a camminare ancora, sentendosi la terra nella pelle.
” Una notte venni ricoverato in ospedale. Era una notte qualunque di un giorno qualunque, di un anno qualunque. Mi diagnosticarono un ictus e venni operato. Dopo l’operazione non capivo più niente, non sapevo di chi fosse questo corpo, queste membra. Piangevo, questo sì, piangevo e mi disperavo, a volte in certi barlumi di lucidità capivo che era mio quel corpo e soprattutto quella testa avvolta in mille bende. Poi mi misi a pregare, non so bene in quale forma, ma mi misi a pregare e ogni volta che pregavo la mia gioia aumentava, cresceva, diventava una gioia smisurata. Pregavo Cristo o il Buddha e anche se fossi morto o vivo questo ormai non faceva per me differenza, stavo pregando e questo bastava. Facevo tutto quello che mi era richiesto, mi sentivo le bende che erano sempre là, il buco nella testa che mi faceva soffrire. Ma soffrivo in un altro modo, con una serenità che non mi sarei mai aspettato, una serenità che mi veniva da un altro e tuttavia da questo mondo dov’era il mio corpo senza che questo volesse significare qualcosa. Certo, c’era il mio corpo, ma soprattutto c’era il mio spirito che su quel corpo sembrava riposarsi. E se quel corpo fosse venuto a mancare il mio spirito sarebbe rimasto”.

L’altro libro si centra su un’esperienza che mi è familare per molti motivi. Balestrucci (Gazebo, 2006) di Mariella Bettarini è un poemetto che racconta la vita dei balestrucci, da rondinini nel nido al volo verso i paesi lontani.
C’è come altrove nell’opera della Bettarini un’attenzione alle vite piccole, le vite che si piegano al destino, al corso naturale delle cose, che nella loro essenzialità sono specchi di tutti i sentimenti, di tutte le sofferenze e le gioie che ci sorprendono. Non so se vi è mai capitato di trovare un uccellino caduto – nel caso del rondinino la sopravvivenza è difficilissima. Di scriccioli e passerotti tirati giù dal vento, ma anche altri uccelli rimasti imprigionati in soffitta (un rondone, una volta) oppure “rimasti indietro” quando la nidiata era già volata via ne ho una grande collezione – con buona pace del mio vicino di casa a Pistoia che è un grande conoscitore di queste creature ed è da sempre il mio consigliere. Quando, come spesso succede, muoiono, è molto brutto. E’ terribile sentirsi tanto grossi al confronto di queste creature e tuttavia impotenti. Ricordo le mie tragedie da piccola ed i pettirossi sepolti sotto la betulla perché ci aveva “giocato” il gatto. Ricordo pure di aver tentato in vari modi di insegnare ai miei gatti a non fare certe cose – ottenendo come risultato che invece di portarli come regalo a me, andavano a nascondere le loro vittime nei recessi dell’orto. E’ la crudeltà e la giustizia della natura. Ma ricordo anche il cuore piccolissimo che batte forte (come recitano alcuni versi del libro) e il senso di libertà quando riescono a prendere il volo. Che meraviglia non avere le ali e riuscire ad insegnare a volare.
il cuore dei balestrucci
Il nostro cuore è un bradipo
di terra lento e goffo
al confronto col cuore
dei balestrucci che corre – vola
con loro
cuore caldo caldissimo
ipertèrmico cuore
*
con questo cuore robusto caldo
sai come batte la paura dei rondinotti?
puoi sentirne il pum-pum
se taci – se stai muto
nell’eguale meraviglia – paura














alessandro ghignoli detto
il libro di Carifi non lo conosco (ti ringrazio per l’informazione), quello di Mariella Bettarini è molto bello. vorrei ricordare alcuni suoi titoli come “la scelta – la sorte” o “asimmetria”, poetessa e persona eccezionale che crede nella poesia, e soprattutto non solo nella sua. una di quelle persone dove poesia/vita sono una cosa sola. e forse anche per questo nella nostra piccola ‘itaglia’ è quasi semidimenticata. mi fa davvero piacere trovarla qui. a Mariella devo davvero molto: poesia e amicizia, e di questi tempi non è davvero poco.
Antonio Fiori detto
Due bei nomi, che non possono deludere, i cui libri si possono comprare a scatola chiusa. Un piccolo assaggio però dei versi di queste due opere recenti l’avremmo gradito,Francesca. Ma grazie davvero per le notizie e il serio commento; e per le riflessioni sulle piccole vite a proposito della Bettarini.
Antonio
franzk detto
Un bel modo per fare critica letteraria, filtrandola attraverso le proprie personali esperienze; in questo modo si fà anche letteratura. Grazie a Francesca.
sebastiano aglieco detto
Sì, Mariella Bettarini è una delle dimenticate delle patrie lettere. Un vero scandalo.
Sebastiano
francescamatteoni detto
Saluto e ringrazio tutti per i commenti -Alessandro ti conosco indirettamente per altre vie (del Vento)! Sono d’accordissimo su tutto quello che dite su Mariella Bettarini.
Anche io sono debitrice a questa figura di bella poesia ed esemplare coerenza. La scelta-la sorte contiene una delle mie poesie più amate di sempre che è La Lentezza.
Buonanotte e a presto!
p.s. Ho aggiunto i testi!
gian ruggero manzoni detto
Onore ad entrambi. Ottime segnalazioni. Doverose.
Antonio Fiori detto
Grazie mille Franecsca per avere inserito i testi, che confermano in Mariella Bettarini una poesia all’”ipetermico cuore”…
alessandro ghignoli detto
sì Francesca, frequento quel tipaccio di Fabrizio Zollo per le vie del vento! pistoia si dimostra luogo di edizioni e poeti interessanti.
d’accordo con te con La lentezza di Mariella, aggiungerei il testo L’amicizia. e molti altri.