Staffetta irenica -2006-
Posted by Marina Pizzi on January 13, 2007
di Marina Pizzi

In un letto di cemento
àncora ancora viva
voce del senso, apice del mondo.
1.
Il giardino ferito da una festicciuola per bambini
ha la pergola intatta con la nonna addormentata.
2.
Come scantonare senza essere presi
dal ladrocinio del sovrano?
Accogliere chi muore è grande evento grande
accolita di resina
del macerato mosto volto nel D.O.C.
senza etichetta
alla chetichella ossia dell’improvviso.
3.
Hai torto a disvellere
il silenzio finalmente
il fuso lento che non tesse.
Con la marea l’agguato di un coniglio
esempio di conclave.
Dici, io imbriglio, l’amore in un sudario
per dartelo ferigno
con viso di rinascenza
zero tattile qui la rimanenza.
4.
La placenta panica
vicolo di vezzo
vizio assurdo, Cesare
cesareo impero.
L’ambiguità del crepuscolo
soglie parventi
guide per spaesamenti
per eminenze eccelse di divino.
5.
Il cencio del tuo sguardo è stato visto
scommettere la fuga dal blindato
nell’ilarità del boia.
La fortuna delle lucertole
eremitaggio al sole
bambole di oltre antiquariato
le code da disperdere
per la vittoria della rinascenza
dal moncherino dell’abuso.
6.
Che sia dappresso,
molto lontano il nodo…
la testimonianza filmica
di un caso senza fatuità,
né mica è di ieri
nascere appena
in un pastrano stradale.
7.
Per l’intera vita ha preso memoria
di posti dove recarsi
senza, alla data,
stimarsi in presenza.
Sarà dispetto di rena
e cancellata padronale
di fatto molto stretta
l’assenza
nonostante la cura del memo
promemoria del passo non preso.
8.
Epigrafe di rabbia starti a guardare
dentro la baia senza approdo
lo specchio
cambusa d’io, solitaria nacchera,
maciullata bora ogni resistenza.
9.
Ti vidi archiviare per dispersione
musicando stanze di quel divieto
un’erta di germoglio un bacio di magnete
così l’avvio non in pace col sinistro
stropicciar sudario da dentro le dita
(traguardi di pece)
silenziose al sisma
tutto bruciato il torto
tatto di addio tuta d’Ercole la veranda
insana in un catino agostano
e da sotto i gatti per lo spettro del tuo cibo
non toccato solo da bonificare
del sigillo catering.
10.
Mosse camuse anche appuntite
le sconfitte, ad uno ad uno i capelli
s’insinuano nel tonfo, le acquerelle
soppesano le querce. C’è da chiedersi
se la tosa svanitella sappia la pia
matita del massimo artista.
11.
L’ultima notte della mannaia
déraciné la lingua dal gusto
il saldo dell’ombra sarà il buio
fittofitto
lanugine al soqquadro questo permesso
breve o lungo così la burocrazia dis-grazia
in mano a patti senza rondini anarchiche
dispendio d’indice il consentito ceduo
pollini malefici molti dì in corsia:
se le dài il tempo per una dimenticanza
forse ti amerà.
12.
Ora vai a perdere chiunque
sei l’apostata la spora apolide
di un tetto di una cantina qualsiasi.
Una vita senza serate mattinate giornate
sillabando un drago, un’ipnosi per balcone
dal fantoccio di musicare i resti
le testimonianze al sonno di chi non visse
e le nevi spalò senza pupazzi.
13.
La linea della venia fu inventata
da creduli pastori che decisero
di non mangiar più agnelli.
Le ilarità dei fossi conversero
in bivacchi di grandi amori
sottocchio solo il bandolo sereno.
14.
I fiori delle dune
non possono essere colti
giacché senza radici
né primizie smargiasse
dedite alle promesse
estreme o prossime,
si sistemano così con le fandonie
eclittiche del vento…
15.
Oggi il suo corpo non vale l’acqua
l’aquilegia di un’elegia, un appuntamento
con o senza talismano.
L’erta di deglutire bocconi senza sostanza
scompiglia le facce, nel bozzolo ha superato
addirittura tutte le ceneri. Tu non ci crederai
ma la fuga delle tegole di notte
non è in grado nemmeno più di regalare
la vista del cielo o la meno peggiore
delle logiche. Il nasone rosso del pagliaccio
è scoppio da dietro la porta, porta blindata.
16.
L’inettitudine del fulcro
ceda all’impero della ruota,
bene e beninteso il valico del seno
apporterà altro ancora altro
sudario da sudario
dal ponte il picco di non sponda.
L’arringa della manica corta
con i fratelli da mettere a tavola
con la voglia di poter la cosa
di desio il muschio sul carcere.
17.
Turno di Veronica l’andazzo
dal perno del quaderno che non muore,
le forme ascritte alla scrittura: il taglio
comunque il taglio/ la gola intana.
Con lo scompiglio dell’eremo violato
le mode del boia l’appello ad uno ad uno
in coda le maniglie che si spezzano
che azzerano greti e fughe. Ti vidi-ti vissi
nome, nome soltanto: chi va a zonzo giù?
18.
Premio di risacca la tua voce
esca dal tonfo
faccia cornucopia
nutra la venia di chi si sta
in stato di ascia
scia cedua
bilico di dubbio.
L’arringa delle foglie è tutta in risa
per il germoglio arso alla radice.
19.
L’aprile alla discarica fu crudele
quarto di dodici crudeltà.
L’imbocco dell’autostrada fu crudele
letargia di sguardi.
La finestra del caseggiato fu murata
da un accento di vertigine.
La giacca esimia del professore
cade pura anima maestra.
Il mozzo della nave da gran crociera
di notte salta e salpa in groppa
al delfino gran corsaro.
La bambina col golfino fu nell’attimo
fidanzata all’aquilone senza alone.
20.
Manciata di silenzio senza cilecca
questo corpetto per un corpo di salsedine:
viaggio apolide, fraterno
di pendaglio solitario.
A tutto giogo la rivalità dell’ombra?
Non capisco la briga di restare
braccati sul calvario del dispendio
tra ceneri e sberleffi. E poi domani
non andrò alla fermata, tata prossima
arca del vuoto la malta a far di globo.
21.
Muro di scarto atto di moria
la faccenda della sosta
se stamane l’ilarità del coccio
ha più discorsi di commiato.
22.
Il bivacco al luna park non ti ha resa
pur da lisca almeno un po’ felice.
Roma è piena di case popolari
cicche d’imperiali.
Lunedì o venerdì si fa lo stesso
segaligno gonfiore di lacrima.
23.
Pira del salto pira del tonfo
questo convitto vittóre
attore senza talento di finzione.
24.
L’aratro della stasi, il timore
di perdita, il freno contro l’arcobaleno.
Il muro intagliato di ferite
converta tortile la sciarpa a far baccano
la gioia alquanto nel quando prolungata,
ripetente. La smania dell’accétta per citrulla
pendenza che pure l’acqua non imposti
alla percorrenza.
25.
Traduttore di ossigeno contro
l’imbavagliamento
questo ginocchio uso alla genia della piega
per presupposto d’infelicità.
E’ la marea massima di lasciarsi
annegare causa la stanza senza
senza meraviglia. L’orgoglio
mistico del santo è ben più di lontano
e il no è l’origine, la lode della beffa
la falla a far ferale.
26.
Con le bambole ossute
far pensione con l’acredine
a grumi senza beltà i corpi.
Ogni lungomare snoda nel sale
il fu salpato non amante altrove.
27.
Nel sudario scoscesa
vuota rendita
persona a far di maschera.
L’inchino sul bavaglio
piega d’accatto
spiga del meno, far di tragico.
28.
Il lutto delle foglie
dalle ringhiere la resa
di ogni passo al fiore.
29.
Tra spenti algoritmi l’inedia
la faccenduola del duolo
per cinture di sicurezza
sul disfar del cristallo
che fu ragazzo.
Nebbiola di acredine il viso
in frantumi. Sferza di gioia
stipite di ieri.
30.
Sul far del silenzio il tuo soqquadro
viottolo sparente dattero al deserto.
Finito in un cassetto l’ultimo ventaglio
non agostano. Stanno salendo ancora
le taglie per il riordino del suolo.
31.
Per dubbio e bio
hai preso a fletterti
campana con il suono in fossa magna.
Alunno senza scuola ventosissimo di lotta
prestito non reso ispettore delle imposte
senza tesori, redditi.
32.
Escano al gioco le pene delle stanze
quelle sediole liriche
di bambini con viste di distanze.
Semmai domani le marche delle raucedini
avranno dadi infissi ben comunque
mutile le redini del sorriso.
33.
In far di scempio vederti
perno della forca
nemmeno atto a far cimelio
il mito.
34.
Appena in fase d’erta la stoppia
svanisca senza bruciare.
Nell’intercapedine un sospiro un riso
gemellino i polsi delle persone
forse accanto in amore accanto.
L’urlo nell’aria di un vecchio legato
faccia giara per esonero d’erta.
35.
Nell’età della fune
l’acqua cialtrona di credo le nascite
le porte vedovelle verso le giostre
occluse al giro. Pellegrinaggi di resine
i sismi equorei dove il bandolo
conclami la ferita di percuotere
perfino le teche a farsi vive.
36.
Con un soppiatto simile
al pianoro improvviso
simile alla pianola con musica
predisposta sacca da ripetere,
un binario si aggiunga
sangue contorto l’eremo del sale.
Qui molto stamberga entra con il vento
la povere, qui nella polvere che fonde
la guerra del petto anche al dirimpetto
uguale e simile sempre con gran sospetto.
37.
Verbo e aureola ma la palude
è conquista di fionde
che forano comunque.
E’ facciata di sbrego con distanze
da stasi dolorose alla traccia.
Gli spettri chissà nella dismisura
vanno costretti a subire
valenze di corpi fatti sfatti nella dismisura:
l’aquilone nel fosso è marcio
(loquace fu (quasi) la gioia)
ma sa pur sempre la muraglia d’io
che per far metro concimi
cosa cinerea carne e senza feretro.
38.
Con sediole di rondini le teche
libertarie di far ritorno
nonostante stanga e precipizio.
Nodino a far da vera la cambusa
tutta ricolmata a dar banchetto
se finalmente un mantice natale
tale abbondi per appello il credo.
39.
Non tornarmi con una sfilza di piedi scalzi
ormai [sono] sorbetto sorbito
tata appartata senza tanta pazienza
con la clemenza degli ultimi brevetti.
Con velame di arcipelago convergo
goliardia dell’esule e staffetta
senza giammai la conserva in petto.
La crescenza di neonati quasi un po’
oscena scenata del bello per il brutto.
Inventa[r]mi invece un cancello retro
quale una botola assolata cotta
dalla passione in sibilo di multa.
40.
Sai che si maciulla in zazzera
la zattera creduta atta ad almeno
una miserrima salvezza. E la calunnia
è sito di conclave.
41.
Un’altra giovinezza in far di stoppia
storpia. La giostrina di paese può
addirittura sonnecchiare. L’emulo
del bavero alzato da detective
non riesce a risolvere l’enigma:
quale percorso giostrarsi se la pena
ha la penna nera dell’aquila da qui
resa cieca? A comando la povere
da sparo non sa nemmeno
staccare un passo.
42.
…o le pendule letargie del cibo sotto sale
chissà se forse con un po’ di salvezza.
43.
Serra da noi l’onere all’auspicio
in cambio le borie le lapidi
senza le rendite le rape di guerra.
44.
Bandiere stressate per scontri di vento
il biasimo del vincolo del vicolo.
45.
La teca del coriandolo si arrenda
a contenere il mondo,
le piazzuole con le eclissi di infanzie
con l’abbiccì conversino.
46.
Per pavoni di ceneri ti amai
senza mai, senza sempre, in fondo
al tavolo di un portiere di notte,
estenuato stato ci strozza la saliva
addosso al conto alla rovescia.
47.
S’impenni il verso angolo di fine
patria di paria simulato vanto;
appena sotto il muro di fissità
la destinata tema,
nel martirio superi la venia
le spighe segaligne di preghiere.
48.
Attore per lunario l’orto
ormai simuli le zucche cenerentole
quasi una ventola nel furto
dell’addobbo quando giungemmo
borie di gemme a fischiettare il cerchio.
49.
Ti voglio tolto al paradiso
ghigliottinato appena nato
appena nascesti studio di ripudio.
Purga di altalena questa beltà
cambusa senza chef.
50.
Rancori di bontà
la fine del non inizio
la corsa nel nodo a zonzo
del muro pellegrino
grillo del peso che lapide
ha per passerella.
Dolce e Gabbana non sanno creare
create le resse delle ceneri.
51.
Per la gioia d’antro sfatto sfratto
sono nati girasoli bui
con segaligni steli per corvi di vendette,
piango l’acredine del
muro, l’enclave ardente
di svenarci. Le cinque dita
della terra smossa…
52.
Con il fiato nel malessere del muro
sopporti genie. L’orchestra di libri
è ormai mitraglia: morte non buona
vita pessima. Gioia d’urlo lo stadio
più del calore di un grande amore.
Resine aromatiche le teche per
malattie ciclopiche, giunoniche
nicchie per un abbandono. Dorme
un gatto in un vaso senza pretese
mancato allo spruzzo mancato allo strappo.
53.
Questa gioia ferina e contumace
questa staffetta nel muro
fetta di malta.
Ormai da anni non vede una montagna
non guarda un mare
né domanda chiarimenti.
La nicotina del sì è un fatto stagno
un indovino roco solo palese
per un dispendio di forca
per un camice di boia a tutto tondo turno.
Un arenile di vulcano le ha osannato il petto
per sconsacrarlo chip.
54.
Femmina del sonno
norma di spigolo
stanza di sopravvivenza
fluitare di babele
dalla berlina al calice.
55.
Il filo spinato della proprietà privata
strappò la gonna della dea giunonica.
Il sangue di marmo, a modo, per non
finire arrestata.
Ormai l’avvento di una ventata panica
sarà il sassolino al posto della lenticchia.
56.
Il grado zero dello scempio è sempre massimo
Meringa bianca meringa rosa è sempre
L’inutilità dell’apporre dopo appena dopo
La lapide che lapida brevetto e berretto.
In te la cornamusa inventava natali tali da
Massima musa da saluto teatrale ma molto molto
Sincero di passio. Il rantolo silvano di bambini
È così tipico ma non desta più amore.
A mani vuote slacci il dispiacere questo
Canticchiato pappa-resina inferno.
57.
Il cerbiatto è finito nel piatto,
ha visto l’addobbo del sole appena morto,
Nina non ha natura di capire
di adulti dubbi, conti dello scempio.
Appena il pranzo è finito
annuncia di andare a dar da mangiare
al suo amico cerbiatto
(amato da marche di mercato
braccato spesso da bracconieri
travestiti da comicità di rondini).
58.
Sulla scala i pioli
si spezzano contro il passo
zazzera e sterpaglia.
Un tempo la pioggia dirimeva
calure di boscaglia
scaltri amori non aver più lutti.
Oggi il ciliegio ridda di non aver più giubilo, forse ciuchino,
è sibilo del sì per tuo nome
carico alla scaglia all’àncora del tema
dover bagliore un antro senza lapide.
59.
Il gendarme dello spasmo sotto l’ombra
con quel canestro direttore di buchi
come la trippa esposta nelle macellerie
di Roma.
In un vernacolo di nebbiolina crebbe la bambina
non catturata vecchia. Le pieghe-piaghe delle nenie
nel pallone quando l’oratorio speculava
larve-lave animule, resine, catastrofi.
60.
Avverami le braccia abili di conca
millimetriche caligini le carceri.
Animule da spartitraffico gli spiazzi
di canne e zecche.
Al centro commerciale più lontano
il trapano del credo.
Last minute questa frattura è solo una strage
contro il gerundio in nome di dio.
61.
Traguardi di sconfitte fòssi nudi
è perché quando dorme ha una scossa
che le strazia il corpo che la postrema
cavernicola mensa di chissà.
La cava toscana di Michelangelo non è
bastata, stato di civiltà. La vigna e l’uliveto
hanno un cartello atomico. La migliore
penna stilografica della terra ha graffi
di cimelio. Lì nel bosco degli sterpi suicidi
la risacca parlotta con la diga con la chiusa
fandonia del dirupo. Addosso al grande critico di Domodossola
è stata immessa la lisca losca dell’attimo di cenere
ma per puntiglio e per cipiglio sta arrivando
un’altra poesia giammai anonima o ennesima.
62.
Il collo non è più curioso di sollevare lo sguardo
le spalle non sono più gentili a voltarsi
le pene degli scontri non sono più amanti
di nessun incontro. Il torto e la ragione
non hanno né acqua né siccità.
La carriera dei fogli è triturata
nel furto della cena nella confisca del pranzo
per una fine salutistica idonea all’apparenza
del top dell’uscio chiuso. Gli sciacalli
delle agenzie protocolli di cinismi
nel mito della borsa 24 su 24. Anche il sale da cucina
si è condensato nel contenitore non più
sensato. Ave mania! ora l’avvento…
63.
Il collo non è più curioso di sollevare lo sguardo
le spalle non sono più gentili a voltarsi
le pene degli scontri non sono più amanti
di nessun incontro. Il torto e la ragione
non hanno né acqua né siccità.
La carriera dei fogli è triturata
nel furto della cena nella confisca del pranzo
per una fine salutistica idonea all’apparenza
del top dell’uscio chiuso. Gli sciacalli
delle agenzie protocolli di cinismi
nel mito della borsa 24 su 24. Anche il sale da cucina
si è condensato nel contenitore non più
sensato. Ave mania! ora l’avvento…
64.
Con la leccornìa del vuoto voglio il tuorlo
del laser nello sguardo
l’oltre bandiera in maniche di camicia
per un’agnizione in zona d’ascia, buona:
terrigno l’arcobaleno nel mese delle stoppie
né pie né sacre: giardini dei semplici:
plichi per tutti.
Le nenie psicofisiche di chi sta per morire
in corde doppie leghino le esperte
dosi del tempo.
65.
Tra mesi di errabondi scempi
ha perso il senso della giacca
ha perso il senso della fiacca
ha acuito il senso del pilota automatico.
All’eleganza della cornucopia preferisce
la scomoda roccaforte di un indovino
vicino al gemellaggio del notaio
parto di porto le certezze.
Cambio di riva
i giochetti dell’addobbo per illudere
il cambio di riva
nel giogo del cataclisma.
66.
Le lapidi dell’ombra il baro
in brevità vitale.
La fatica del treno dove albeggia
Venere la morte.
In coda al furto ti dico che il buon pilota
non mi ha mai amata né tratta in rotta
nel profilo altimetrico di un altrimenti.
67.
Non matricola inerme indice minimo
qualora la stasi dell’erba votiva
fosse l’alunna di tornare in orbita
la felicità del filo metrico.
Quelle betulle di ieri in tulle nero
vollero la poesia, la sciarada del dado
non tratto ma dato. Lo zonzo addosso
dell’aquila cieca, accecata da un incendio
doloso. L’amianto sul dorso sul petto
delle rondini fugaci al domestico
tornanti nei gridi al martirio.
L’approdo ti arrida divario, rigore al rigo
blasfemia di luce la cella
con foggia di riso allo sguardo…
68.
Un catino di corde
Con un urlo di mancia tanto per
sparire,
sparire dal fiele del sole dal ciglio del cielo
dal rasoterra calcato a mo’ di copricapo.
Al canneto dell’alpe del lago
l’ultimo ossequio del dispaccio
di far da pagliaccio.
Domani l’assenza si potrà notare
per tappa di burocrazia.
69.
Da resine e bagliori le corti
di starsene pronti
il grano patito nel sale,
la quercia è stata una donna
senza avventura creatura
senza creatura avventura
di stazza di fato.
Insania di ogni banconota il globo
faccia di sale caudale misfatto
lezione di attrazione il dio dirupo.
70.
Ti guardo con l’atrio del fegato
col muso del chiuso
tutte marcite le tante comete
intraducibili nel bivio degli occhi.
Gli ammanchi comunque, comunque fratelli
del tuono di perdere il fuso del desco
perfino subito la luna fessa
ma il basto dimentico.
71.
Nel torto del cielo molto saputello
sa del salto d’occaso alla risacca
del fanalino in erta
del caso scomparso in autostrada.
Nel commiato maturo si dia smurato
il soqquadro di gioia per l’uscita
finalmente in passeggiata con
qualsiasi mezzo in mezzo alla baldoria
del più che vero tuono.
72.
Dalla mansarda si diluvia il treno
a scribacchiare un pacchiano piacere
vigliacco al rettilineo.
E’ un professore imparato
un pilota di linea.
73.
Al bivio d’eclissi quando il viatico
è un tic serpigno, religioso.
Addì di ieri intromisi stile
ma la mensa era saturnina
scrigno del coma se si andrà.
74.
spartizioni di avvento per sparizioni
rondini affisse nel sudario.
sterpi alle gambe i graffi
per cammini di gare
nel vitto del geranio all’abbandono.
scempio per fame la spada del sale
questa cosa di fattura in fattura
lo zelo del gelo.
il sole bacato frode d’ecumene.
75.
questo dormire di accatto
dubbio del peso senza aureola
sale acrobatico, stasi,
preso in pugno dal treno spezzato
volontà di chiodo l’avamposto.
76.
La regia del passaporto è stare tana
dacché il lunedì. Sì, ti ho lenito il torto
solo perché fattaccio di amo.
Ma non bastarmi, già non vedo più.
77.
L’arte corrotta del falsario
un sentiero di baro
spacciato alpinista, sommergibile, speco di dio.
La montagna crepata dal rasoterra
per una focaccia al merito di scarto.
78.
Querciolo d’attimo lo sguardo
in una città di persiane serrate
o dovunque la questua dello strazio
dia tregua di sodale
con le case ai bordi di un angolo
le valigerie miserrime.
Scendiletto sbranato da perdite
il conforto del tuono
il pasto magico per una fame di pece
nata dal senza madre con un padre a dispendio
di assenza. Un caso astemio con fare ubriaco
braccato dal foglio di stile della licenza.
79.
Ai contendenti del vespro e del levante
l’aceto del trabocco.
Disfarsi; nel siluro dell’acrobata
scamparsi, armadio rovistato
verso coriandolo l’albore.
80.
il tratto di censura sta compiendosi
tra abluzioni di fango
marciumi d’imbroglio.
81.
solo un globo di rena, stesso dispaccio
di dimenticanza acrobatico stilita,
pur sempre mongolfiera quella madre
spirata sotto ceneri d’incastri.
la tunica della notte abbia pietà
del gesto dell’eccidio.
82.
(a Massimo Sannelli dopo i suoi sonetti)
attitudine, rettitudine, spoglio
parole di grano per un altro mondo
lucernario di scia nessuna nascita
brevetto di pece questo sterminio
lenito da spugne di aceto.
83.
Appena uno sconquasso è stato il tuo arbitro
una bravura da mercatino dell’usato,
bastato al sillabario il tuo ladruncolo
coltivò miele di aceto. Una premura di spigolo
l’arringa di condanna questa nanna da fungo
senza la foresta. Domani àncora ancora in teca
la malia di nuovissimi amanti
sismi di spira il desiderio o fine.
E’ passata la nascita è stazione la canzone
nel binocolo di un avvistamento
o da stamane la sera almeno di un altro zonzo
con l’aglio che frigge gerundio amante.
84.
trascorse le persiane
chiuse aperte semichiuse
un ideale esilio
strimpellato da sogni senza trama.
l’incesto col sudario la rimosse
financo dalla morte.
85.
né un cordone di appello né un acrobata
nel misfatto buscato appena stata
la donna di un secolo con l’altro.
in manette perpetue questo scostarsi
dal catino delle rendite più nere
in braccio alle ciliegie con l’inquilino
o sfitte, già bianche, di nòccioli.
gioverà la cambusa asilo di tartarughe?
e la regata cenerina così dal corpo
e le regate veliche di nuvole nel marmo?
86.
Un torto di paradiso
quando ti persi
nudo all’incrocio
dall’alto del cielo.
Da questa resistenza senza appello
la lanugine del senso a non capire
che temi sfiniti tinti di elemosine.
87.
Ti piacerebbe capitolare e correre
verso vernici giovani e velieri
fantasmi ben più che felici,
verso vernici in croste di stesure
di chissà quante vite di storie
ridde di pugni santità di baci,
verso il distacco del sonnambulo
del budda che ride anche da soprammobile.
Il lampo è di acciaio, ma si farà la cialda
nonostante abraso lo strillo del modello.
88.
Maternità del fuso orario
L’artiglio sulla fronte, il vicino uncino
in stretta nel pigiama; gioconda laggiù la cifra
del cortile dell’asilo infantile. Il curato dell’ombra
è l’assalto al pandemonio in corso
al corso della stilettata dentro l’urlo;
il curato di cappella prete di corsia
alla stessa ora fa il giro dei giacigli
con il sorriso della professione con la parola
smorta con la disciplina del nido cappottato.
Arrivo di una cicca di libertà
il pendolare dell’ultima morte.
89.
Traguardi di eclissi imperi dentro un petto
guardato a vista. L’agosto miserrimo
dei corpi esposti ad espansione di commiati.
L’angolo curvo di un vecchio attraversa la strada
sotto sollazzi di zigomi di despoti.
L’ascesi del frutto amata stasi per strapiombi:
dimmi di te ché non ho più me.
90.
versi di soqquadro quaresime del certo
le rotte delle spezie senza villaggio
ormai villaggi turistici.
il torchio dell’intonaco fa mulinello
in un buco di stanza senza soggetto
cronica al palese.
molto più accanto lo sterminio
per un cortile di curve al veleno
per un cent di pubblico dominio.
al postribolo del bilico
la colla di finta vita
il vento di agosto che fa ridere
i falsi silenzi.
91.
La pazienza sul male
è la libertà di farsi
partigiani allo scavo della breccia.
Vestita d’un cencio con le scarpe similoro
(un ago di darsena).
Finalmente prolifiche al petrolio le acque
paga alla data d’oggi
la trottola del lato corto.
92.
Lunatica appieno tutta solare
la malinconia presso la ceralacca
con le vernici innamorate a far di bello
questo passaggio a livello.
Forse all’ultimo banco il caso del primo
bocciato. Il fatto del posto scambiato
non ha fugato il linguaggio del guado.
93.
in una serie di labirinti e tuoni e frane
l’appiglio in fase d’ascia,
la polvere onnivora
il cane sperso.
muore col santuario nel ginocchio
col ceduo e credulo affanno del povero.
è appena passato appena qui sotto
un tir carico di comete.
94.
Con la stella gialla di una Gestapo interminata
l’estate di stanza. Perimetri del tatto
il trambusto di spigoli di tingersi resistenze
con bavaglio di balìa.
Gli occhi non girano più né le lumache
le scie di fedeltà.
95.
gioia con lutto
sola all’assoluto
muro a secco padre del secco
verbale religioso che a nulla serve
nemmeno lo vuole il fuoco.
e da domani ti vedrò più cieca
candore di me in un ufficio bieco
contorno di una nota senza salsa.
salvo e risalvo e mi cestino ancora
con il voltaggio di rantoli.
96.
Squalo nasuto il tuo voltarti indietro
tra un convegno e un fosforo di tromba
la calamita del tatto alla terra.
Il labirinto milite semmai da pacco bomba
spia barometrica spia.
L’osso allo sguardo dondola sospetto
con precipizio di compiaciuto baro.
La pancia della donna intanto è fatta globo
stanza di un peso che tu non immagini.
97.
La fuga dentro il ventre capitolar felici
senza cornucopia-cambusa-cimasa-darsena
tronco di castoro a far da zattera
la madre di tutte le Russie.
Marina nella lama questo distacco
pagato dalla rendita del senso
pur sempre a scapicollo sempre
ad acne giovanile. Vana la ronda
del tuo canto di braccia a braccio a far
soccorso addio l’addietro di ora.
98.
La conta di far spoglio
questo pennino con convoglio
tutto off da dentro in palio spoglio.
E tu ne ridi olimpionico e fasullo
con la spazzola piena di capelli
appena di tua madre cadaverica.
Il mosto degli amici fu solo inganno
nome di calco il credo del dondolo.
Con l’altalena la penale di guardare
ha tanto altare di novità perfino
ancora quella culla che ne vedo.
99.
Il muso immettimi nel canestro vuoto
quasi la vendemmia delle manciate
con storia di baci. Trattami in tregua
quale giostra mitica quale finestra
aquilotta nella lotta con balsamo
di lingue le città stradali. Venga meno
il turista imbevuto d’ombra. La garitta
della conca venga meno, per un portico
di legno in far fraterno stato.
100.
Scosta da me questo sillabario tannico
nella cantina dell’ossesso
nella mansarda dell’innamorato
così senza brevetto questo dispiacere
salsedine di sé e senza mare.
Venduto all’indovino dell’ultima fiera
con la manciata dell’eremo ti eclissi
felice nel sesto senso della morte.
101.
Porto di oracolo l’incudine di nebbia
questo viottolo perfino
fondamento di bàlia soqquadro di avvenuto
marcita cintola di spazio
manico assassino e sparente e principe
riverbero d’altro, trofeo del bere arsura
sudori ad effetto senza alcun motore.
Sua maestà la candida valletta
la madre senza poteri.
102.
Molto più accanto di un breviario
il cencio della rotta
sparute indagini del breve
la smania che dirotta
in caserme di divieti
in tic da vecchi.
103.
All’osteria del seno ho scorto la non vita
portanza d’ascia scivolata via
volgare quanto un ceppo di giardiniere
tradente per il boia,
il trucco della venere bancaria.
In caso di cuccagna si guardino
i falò di ogni biblioteca.
104.
frottole di grano far smeriglio
il faro fulminato
ultima venula arpa resistenza.
105.
l’inedia d’aver cura
congiura e fuga
agguato d’identità.
All’orlo della voce l’urlo
il labirinto vuoto.
Le alte quote non hanno orpelli
d’abc né frodi di penanti
fatti penati.
106.
La stamberga del flusso
dispendio d’indice verdetto.
Mica si acclima questo dislivello
vocato alla parola con le staffe
delle cesure d’eremo
modernità blasfeme, più piene.
Chiarità d’orto lo sterminio.
107.
non guarderò il forse di qualcosa
né di fonte né di altare.
il remo della stoffa non ha moda
né modellino di affetto in gola al gomito.
mille di mille il mito della cosa
chissà se consiglio di regia per
per la sinossi dell’ombra.
abracadabra il braccio patibolare
botanico-carnale senza vicolo
atto si sa a poter svicolare
con lacci stretti, con allentati lacci.
108.
finga la giara un modo d’indirizzo
una pianura agile al verdetto.
un diverbio di cenni questo spazzino
benefattore di concimi.
non solo a Pisa l’enclave d’inclinazione
al sasso che fu ciliegia lieta.
dimmi di te come disprezzi il tempo
connesso con la rondine spaccata.
salva da me un indice di vuoto.
109.
In coda alla fonte di dormire
acrobata al verdetto
terra in pasto alla terra
ala di polvere il sale
il cappuccio del boia a far da scalo.
Logica vuole che un accenno
volga chissà a quale altra logica
murale la lettera alla lettera.
110.
Le gare della frode
Nessun convento di giglio e di cometa
questa manciata di aureole innocenti
senza dio padre né diavolo patrigno.
Un errore di strazio lo straccio della voce
questo palato inutile e pagato
in farsa di banchetto.
In stanza un germoglio di ventata
quando la porta si chiude.
111.
Il sudore dell’alchimia quando si crede
abilitato il sonnambulo del logico
al credente simile. La polvere millesima
del rifiuto dal ripudio atto al burrone
se cornucopia l’indice elemosina.
Il rancore del rantolo perenne, perenne.

















fabry2007 said
“se le dài il tempo per una dimenticanza
forse ti amerà”.
da leggere e rileggere questa staffetta di Marina, che si snocciola come un rosario laico di umanissimo lavoro sul linguaggio, che crea il mondo: la potenza della parola poetica, oggi così economicamente nulla, così politicamente impotente, eppure l’unica parola umana che resta, nello sfacelo totale.
fabrizio
carla said
Uno stile raffinato, alto, essenziale.
Sono poesie da assimilare piano, rileggendole più volte.
In particolare, mi sono soffermata su “quel giardino ferito…con la pergola intatta”….ho visto un dipinto!
Grazie a Marina
e un saluto a Fabrizio!
carla