La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica


Staffetta irenica -2006-

Posted by Marina Pizzi on January 13, 2007

di Marina Pizzi

a

In un letto di cemento

àncora ancora viva

voce del senso, apice del mondo.


1.

Il giardino ferito da una festicciuola per bambini

ha la pergola intatta con la nonna addormentata.

2.

Come scantonare senza essere presi

dal ladrocinio del sovrano?

Accogliere chi muore è grande evento grande

accolita di resina

del macerato mosto volto nel D.O.C.

senza etichetta

alla chetichella ossia dell’improvviso.

3.

Hai torto a disvellere

il silenzio finalmente

il fuso lento che non tesse.

Con la marea l’agguato di un coniglio

esempio di conclave.

Dici, io imbriglio, l’amore in un sudario

per dartelo ferigno

con viso di rinascenza

zero tattile qui la rimanenza.

4.

La placenta panica

vicolo di vezzo

vizio assurdo, Cesare

cesareo impero.

L’ambiguità del crepuscolo

soglie parventi

guide per spaesamenti

per eminenze eccelse di divino.

5.

Il cencio del tuo sguardo è stato visto

scommettere la fuga dal blindato

nell’ilarità del boia.

La fortuna delle lucertole

eremitaggio al sole

bambole di oltre antiquariato

le code da disperdere

per la vittoria della rinascenza

dal moncherino dell’abuso.

6.

Che sia dappresso,

molto lontano il nodo…

la testimonianza filmica

di un caso senza fatuità,

né mica è di ieri

nascere appena

in un pastrano stradale.

7.

Per l’intera vita ha preso memoria

di posti dove recarsi

senza, alla data,

stimarsi in presenza.

Sarà dispetto di rena

e cancellata padronale

di fatto molto stretta

l’assenza

nonostante la cura del memo

promemoria del passo non preso.

8.

Epigrafe di rabbia starti a guardare

dentro la baia senza approdo

lo specchio

cambusa d’io, solitaria nacchera,

maciullata bora ogni resistenza.

9.

Ti vidi archiviare per dispersione

musicando stanze di quel divieto

un’erta di germoglio un bacio di magnete

così l’avvio non in pace col sinistro

stropicciar sudario da dentro le dita

(traguardi di pece)

silenziose al sisma

tutto bruciato il torto

tatto di addio tuta d’Ercole la veranda

insana in un catino agostano

e da sotto i gatti per lo spettro del tuo cibo

non toccato solo da bonificare

del sigillo catering.

10.

Mosse camuse anche appuntite

le sconfitte, ad uno ad uno i capelli

s’insinuano nel tonfo, le acquerelle

soppesano le querce. C’è da chiedersi

se la tosa svanitella sappia la pia

matita del massimo artista.

11.

L’ultima notte della mannaia

déraciné la lingua dal gusto

il saldo dell’ombra sarà il buio

fittofitto

lanugine al soqquadro questo permesso

breve o lungo così la burocrazia dis-grazia

in mano a patti senza rondini anarchiche

dispendio d’indice il consentito ceduo

pollini malefici molti dì in corsia:

se le dài il tempo per una dimenticanza

forse ti amerà.

12.

Ora vai a perdere chiunque

sei l’apostata la spora apolide

di un tetto di una cantina qualsiasi.

Una vita senza serate mattinate giornate

sillabando un drago, un’ipnosi per balcone

dal fantoccio di musicare i resti

le testimonianze al sonno di chi non visse

e le nevi spalò senza pupazzi.

13.

La linea della venia fu inventata

da creduli pastori che decisero

di non mangiar più agnelli.

Le ilarità dei fossi conversero

in bivacchi di grandi amori

sottocchio solo il bandolo sereno.

14.

I fiori delle dune

non possono essere colti

giacché senza radici

né primizie smargiasse

dedite alle promesse

estreme o prossime,

si sistemano così con le fandonie

eclittiche del vento…

15.

Oggi il suo corpo non vale l’acqua

l’aquilegia di un’elegia, un appuntamento

con o senza talismano.

L’erta di deglutire bocconi senza sostanza

scompiglia le facce, nel bozzolo ha superato

addirittura tutte le ceneri. Tu non ci crederai

ma la fuga delle tegole di notte

non è in grado nemmeno più di regalare

la vista del cielo o la meno peggiore

delle logiche. Il nasone rosso del pagliaccio

è scoppio da dietro la porta, porta blindata.

16.

L’inettitudine del fulcro

ceda all’impero della ruota,

bene e beninteso il valico del seno

apporterà altro ancora altro

sudario da sudario

dal ponte il picco di non sponda.

L’arringa della manica corta

con i fratelli da mettere a tavola

con la voglia di poter la cosa

di desio il muschio sul carcere.

17.

Turno di Veronica l’andazzo

dal perno del quaderno che non muore,

le forme ascritte alla scrittura: il taglio

comunque il taglio/ la gola intana.

Con lo scompiglio dell’eremo violato

le mode del boia l’appello ad uno ad uno

in coda le maniglie che si spezzano

che azzerano greti e fughe. Ti vidi-ti vissi

nome, nome soltanto: chi va a zonzo giù?

18.

Premio di risacca la tua voce

esca dal tonfo

faccia cornucopia

nutra la venia di chi si sta

in stato di ascia

scia cedua

bilico di dubbio.

L’arringa delle foglie è tutta in risa

per il germoglio arso alla radice.

19.

L’aprile alla discarica fu crudele

quarto di dodici crudeltà.

L’imbocco dell’autostrada fu crudele

letargia di sguardi.

La finestra del caseggiato fu murata

da un accento di vertigine.

La giacca esimia del professore

cade pura anima maestra.

Il mozzo della nave da gran crociera

di notte salta e salpa in groppa

al delfino gran corsaro.

La bambina col golfino fu nell’attimo

fidanzata all’aquilone senza alone.

20.

Manciata di silenzio senza cilecca

questo corpetto per un corpo di salsedine:
viaggio apolide, fraterno

di pendaglio solitario.

A tutto giogo la rivalità dell’ombra?

Non capisco la briga di restare

braccati sul calvario del dispendio

tra ceneri e sberleffi. E poi domani

non andrò alla fermata, tata prossima

arca del vuoto la malta a far di globo.

21.

Muro di scarto atto di moria

la faccenda della sosta

se stamane l’ilarità del coccio

ha più discorsi di commiato.

22.

Il bivacco al luna park non ti ha resa

pur da lisca almeno un po’ felice.

Roma è piena di case popolari

cicche d’imperiali.

Lunedì o venerdì si fa lo stesso

segaligno gonfiore di lacrima.

23.

Pira del salto pira del tonfo

questo convitto vittóre

attore senza talento di finzione.

24.

L’aratro della stasi, il timore

di perdita, il freno contro l’arcobaleno.

Il muro intagliato di ferite

converta tortile la sciarpa a far baccano

la gioia alquanto nel quando prolungata,

ripetente. La smania dell’accétta per citrulla

pendenza che pure l’acqua non imposti

alla percorrenza.

25.

Traduttore di ossigeno contro

l’imbavagliamento

questo ginocchio uso alla genia della piega

per presupposto d’infelicità.

E’ la marea massima di lasciarsi

annegare causa la stanza senza

senza meraviglia. L’orgoglio

mistico del santo è ben più di lontano

e il no è l’origine, la lode della beffa

la falla a far ferale.

26.

Con le bambole ossute

far pensione con l’acredine

a grumi senza beltà i corpi.

Ogni lungomare snoda nel sale

il fu salpato non amante altrove.

27.

Nel sudario scoscesa

vuota rendita

persona a far di maschera.

L’inchino sul bavaglio

piega d’accatto

spiga del meno, far di tragico.

28.

Il lutto delle foglie

dalle ringhiere la resa

di ogni passo al fiore.

29.

Tra spenti algoritmi l’inedia

la faccenduola del duolo

per cinture di sicurezza

sul disfar del cristallo

che fu ragazzo.

Nebbiola di acredine il viso

in frantumi. Sferza di gioia

stipite di ieri.

30.

Sul far del silenzio il tuo soqquadro

viottolo sparente dattero al deserto.

Finito in un cassetto l’ultimo ventaglio

non agostano. Stanno salendo ancora

le taglie per il riordino del suolo.

31.

Per dubbio e bio

hai preso a fletterti

campana con il suono in fossa magna.

Alunno senza scuola ventosissimo di lotta

prestito non reso ispettore delle imposte

senza tesori, redditi.

32.

Escano al gioco le pene delle stanze

quelle sediole liriche

di bambini con viste di distanze.

Semmai domani le marche delle raucedini

avranno dadi infissi ben comunque

mutile le redini del sorriso.

33.

In far di scempio vederti

perno della forca

nemmeno atto a far cimelio

il mito.

34.

Appena in fase d’erta la stoppia

svanisca senza bruciare.

Nell’intercapedine un sospiro un riso

gemellino i polsi delle persone

forse accanto in amore accanto.

L’urlo nell’aria di un vecchio legato

faccia giara per esonero d’erta.

35.

Nell’età della fune

l’acqua cialtrona di credo le nascite

le porte vedovelle verso le giostre

occluse al giro. Pellegrinaggi di resine

i sismi equorei dove il bandolo

conclami la ferita di percuotere

perfino le teche a farsi vive.

36.

Con un soppiatto simile

al pianoro improvviso

simile alla pianola con musica

predisposta sacca da ripetere,

un binario si aggiunga

sangue contorto l’eremo del sale.

Qui molto stamberga entra con il vento

la povere, qui nella polvere che fonde

la guerra del petto anche al dirimpetto

uguale e simile sempre con gran sospetto.

37.

Verbo e aureola ma la palude

è conquista di fionde

che forano comunque.

E’ facciata di sbrego con distanze

da stasi dolorose alla traccia.

Gli spettri chissà nella dismisura

vanno costretti a subire

valenze di corpi fatti sfatti nella dismisura:

l’aquilone nel fosso è marcio

(loquace fu (quasi) la gioia)

ma sa pur sempre la muraglia d’io

che per far metro concimi

cosa cinerea carne e senza feretro.

38.

Con sediole di rondini le teche

libertarie di far ritorno

nonostante stanga e precipizio.

Nodino a far da vera la cambusa

tutta ricolmata a dar banchetto

se finalmente un mantice natale

tale abbondi per appello il credo.

39.

Non tornarmi con una sfilza di piedi scalzi

ormai [sono] sorbetto sorbito

tata appartata senza tanta pazienza

con la clemenza degli ultimi brevetti.

Con velame di arcipelago convergo

goliardia dell’esule e staffetta

senza giammai la conserva in petto.

La crescenza di neonati quasi un po’

oscena scenata del bello per il brutto.

Inventa[r]mi invece un cancello retro

quale una botola assolata cotta

dalla passione in sibilo di multa.

40.

Sai che si maciulla in zazzera

la zattera creduta atta ad almeno

una miserrima salvezza. E la calunnia

è sito di conclave.

41.

Un’altra giovinezza in far di stoppia

storpia. La giostrina di paese può

addirittura sonnecchiare. L’emulo

del bavero alzato da detective

non riesce a risolvere l’enigma:

quale percorso giostrarsi se la pena

ha la penna nera dell’aquila da qui

resa cieca? A comando la povere

da sparo non sa nemmeno

staccare un passo.

42.

…o le pendule letargie del cibo sotto sale

chissà se forse con un po’ di salvezza.

43.

Serra da noi l’onere all’auspicio

in cambio le borie le lapidi

senza le rendite le rape di guerra.

44.

Bandiere stressate per scontri di vento

il biasimo del vincolo del vicolo.

45.

La teca del coriandolo si arrenda

a contenere il mondo,

le piazzuole con le eclissi di infanzie

con l’abbiccì conversino.

46.

Per pavoni di ceneri ti amai

senza mai, senza sempre, in fondo

al tavolo di un portiere di notte,

estenuato stato ci strozza la saliva

addosso al conto alla rovescia.

47.

S’impenni il verso angolo di fine

patria di paria simulato vanto;

appena sotto il muro di fissità

la destinata tema,

nel martirio superi la venia

le spighe segaligne di preghiere.

48.

Attore per lunario l’orto

ormai simuli le zucche cenerentole

quasi una ventola nel furto

dell’addobbo quando giungemmo

borie di gemme a fischiettare il cerchio.

49.

Ti voglio tolto al paradiso

ghigliottinato appena nato

appena nascesti studio di ripudio.

Purga di altalena questa beltà

cambusa senza chef.

50.

Rancori di bontà

la fine del non inizio

la corsa nel nodo a zonzo

del muro pellegrino

grillo del peso che lapide

ha per passerella.

Dolce e Gabbana non sanno creare

create le resse delle ceneri.

51.

Per la gioia d’antro sfatto sfratto

sono nati girasoli bui

con segaligni steli per corvi di vendette,

piango l’acredine del

muro, l’enclave ardente

di svenarci. Le cinque dita

della terra smossa…

52.

Con il fiato nel malessere del muro

sopporti genie. L’orchestra di libri

è ormai mitraglia: morte non buona

vita pessima. Gioia d’urlo lo stadio

più del calore di un grande amore.

Resine aromatiche le teche per

malattie ciclopiche, giunoniche

nicchie per un abbandono. Dorme

un gatto in un vaso senza pretese

mancato allo spruzzo mancato allo strappo.

53.

Questa gioia ferina e contumace

questa staffetta nel muro

fetta di malta.

Ormai da anni non vede una montagna

non guarda un mare

né domanda chiarimenti.

La nicotina del sì è un fatto stagno

un indovino roco solo palese

per un dispendio di forca

per un camice di boia a tutto tondo turno.

Un arenile di vulcano le ha osannato il petto

per sconsacrarlo chip.

54.

Femmina del sonno

norma di spigolo

stanza di sopravvivenza

fluitare di babele

dalla berlina al calice.

55.

Il filo spinato della proprietà privata

strappò la gonna della dea giunonica.

Il sangue di marmo, a modo, per non

finire arrestata.

Ormai l’avvento di una ventata panica

sarà il sassolino al posto della lenticchia.

56.

Il grado zero dello scempio è sempre massimo

Meringa bianca meringa rosa è sempre

L’inutilità dell’apporre dopo appena dopo

La lapide che lapida brevetto e berretto.

In te la cornamusa inventava natali tali da

Massima musa da saluto teatrale ma molto molto

Sincero di passio. Il rantolo silvano di bambini

È così tipico ma non desta più amore.

A mani vuote slacci il dispiacere questo

Canticchiato pappa-resina inferno.

57.

Il cerbiatto è finito nel piatto,

ha visto l’addobbo del sole appena morto,

Nina non ha natura di capire

di adulti dubbi, conti dello scempio.

Appena il pranzo è finito

annuncia di andare a dar da mangiare

al suo amico cerbiatto

(amato da marche di mercato

braccato spesso da bracconieri

travestiti da comicità di rondini).

58.

Sulla scala i pioli

si spezzano contro il passo

zazzera e sterpaglia.

Un tempo la pioggia dirimeva

calure di boscaglia

scaltri amori non aver più lutti.

Oggi il ciliegio ridda di non aver più giubilo, forse ciuchino,

è sibilo del sì per tuo nome

carico alla scaglia all’àncora del tema

dover bagliore un antro senza lapide.

59.

Il gendarme dello spasmo sotto l’ombra

con quel canestro direttore di buchi

come la trippa esposta nelle macellerie

di Roma.

In un vernacolo di nebbiolina crebbe la bambina

non catturata vecchia. Le pieghe-piaghe delle nenie

nel pallone quando l’oratorio speculava

larve-lave animule, resine, catastrofi.

60.

Avverami le braccia abili di conca

millimetriche caligini le carceri.

Animule da spartitraffico gli spiazzi

di canne e zecche.

Al centro commerciale più lontano

il trapano del credo.

Last minute questa frattura è solo una strage

contro il gerundio in nome di dio.

61.

Traguardi di sconfitte fòssi nudi

è perché quando dorme ha una scossa

che le strazia il corpo che la postrema

cavernicola mensa di chissà.

La cava toscana di Michelangelo non è

bastata, stato di civiltà. La vigna e l’uliveto

hanno un cartello atomico. La migliore

penna stilografica della terra ha graffi

di cimelio. Lì nel bosco degli sterpi suicidi

la risacca parlotta con la diga con la chiusa

fandonia del dirupo. Addosso al grande critico di Domodossola

è stata immessa la lisca losca dell’attimo di cenere

ma per puntiglio e per cipiglio sta arrivando

un’altra poesia giammai anonima o ennesima.

62.

Il collo non è più curioso di sollevare lo sguardo

le spalle non sono più gentili a voltarsi

le pene degli scontri non sono più amanti

di nessun incontro. Il torto e la ragione

non hanno né acqua né siccità.

La carriera dei fogli è triturata

nel furto della cena nella confisca del pranzo

per una fine salutistica idonea all’apparenza

del top dell’uscio chiuso. Gli sciacalli

delle agenzie protocolli di cinismi

nel mito della borsa 24 su 24. Anche il sale da cucina

si è condensato nel contenitore non più

sensato. Ave mania! ora l’avvento…

63.

Il collo non è più curioso di sollevare lo sguardo

le spalle non sono più gentili a voltarsi

le pene degli scontri non sono più amanti

di nessun incontro. Il torto e la ragione

non hanno né acqua né siccità.

La carriera dei fogli è triturata

nel furto della cena nella confisca del pranzo

per una fine salutistica idonea all’apparenza

del top dell’uscio chiuso. Gli sciacalli

delle agenzie protocolli di cinismi

nel mito della borsa 24 su 24. Anche il sale da cucina

si è condensato nel contenitore non più

sensato. Ave mania! ora l’avvento…

64.

Con la leccornìa del vuoto voglio il tuorlo

del laser nello sguardo

l’oltre bandiera in maniche di camicia

per un’agnizione in zona d’ascia, buona:

terrigno l’arcobaleno nel mese delle stoppie

né pie né sacre: giardini dei semplici:

plichi per tutti.

Le nenie psicofisiche di chi sta per morire

in corde doppie leghino le esperte

dosi del tempo.

65.

Tra mesi di errabondi scempi

ha perso il senso della giacca

ha perso il senso della fiacca

ha acuito il senso del pilota automatico.

All’eleganza della cornucopia preferisce

la scomoda roccaforte di un indovino

vicino al gemellaggio del notaio

parto di porto le certezze.

Cambio di riva

i giochetti dell’addobbo per illudere

il cambio di riva

nel giogo del cataclisma.

66.

Le lapidi dell’ombra il baro

in brevità vitale.

La fatica del treno dove albeggia

Venere la morte.

In coda al furto ti dico che il buon pilota

non mi ha mai amata né tratta in rotta

nel profilo altimetrico di un altrimenti.

67.

Non matricola inerme indice minimo

qualora la stasi dell’erba votiva

fosse l’alunna di tornare in orbita

la felicità del filo metrico.

Quelle betulle di ieri in tulle nero

vollero la poesia, la sciarada del dado

non tratto ma dato. Lo zonzo addosso

dell’aquila cieca, accecata da un incendio

doloso. L’amianto sul dorso sul petto

delle rondini fugaci al domestico

tornanti nei gridi al martirio.

L’approdo ti arrida divario, rigore al rigo

blasfemia di luce la cella

con foggia di riso allo sguardo…

68.

Un catino di corde

Con un urlo di mancia tanto per

sparire,

sparire dal fiele del sole dal ciglio del cielo

dal rasoterra calcato a mo’ di copricapo.

Al canneto dell’alpe del lago

l’ultimo ossequio del dispaccio

di far da pagliaccio.

Domani l’assenza si potrà notare

per tappa di burocrazia.

69.

Da resine e bagliori le corti

di starsene pronti

il grano patito nel sale,

la quercia è stata una donna

senza avventura creatura

senza creatura avventura

di stazza di fato.

Insania di ogni banconota il globo

faccia di sale caudale misfatto

lezione di attrazione il dio dirupo.

70.

Ti guardo con l’atrio del fegato

col muso del chiuso

tutte marcite le tante comete

intraducibili nel bivio degli occhi.

Gli ammanchi comunque, comunque fratelli

del tuono di perdere il fuso del desco

perfino subito la luna fessa

ma il basto dimentico.

71.

Nel torto del cielo molto saputello

sa del salto d’occaso alla risacca

del fanalino in erta

del caso scomparso in autostrada.

Nel commiato maturo si dia smurato

il soqquadro di gioia per l’uscita

finalmente in passeggiata con

qualsiasi mezzo in mezzo alla baldoria

del più che vero tuono.

72.

Dalla mansarda si diluvia il treno

a scribacchiare un pacchiano piacere

vigliacco al rettilineo.

E’ un professore imparato

un pilota di linea.

73.

Al bivio d’eclissi quando il viatico

è un tic serpigno, religioso.

Addì di ieri intromisi stile

ma la mensa era saturnina

scrigno del coma se si andrà.

74.

spartizioni di avvento per sparizioni

rondini affisse nel sudario.

sterpi alle gambe i graffi

per cammini di gare

nel vitto del geranio all’abbandono.

scempio per fame la spada del sale

questa cosa di fattura in fattura

lo zelo del gelo.

il sole bacato frode d’ecumene.

75.

questo dormire di accatto

dubbio del peso senza aureola

sale acrobatico, stasi,

preso in pugno dal treno spezzato

volontà di chiodo l’avamposto.

76.

La regia del passaporto è stare tana

dacché il lunedì. Sì, ti ho lenito il torto

solo perché fattaccio di amo.

Ma non bastarmi, già non vedo più.

77.

L’arte corrotta del falsario

un sentiero di baro

spacciato alpinista, sommergibile, speco di dio.

La montagna crepata dal rasoterra

per una focaccia al merito di scarto.

78.

Querciolo d’attimo lo sguardo

in una città di persiane serrate

o dovunque la questua dello strazio

dia tregua di sodale

con le case ai bordi di un angolo

le valigerie miserrime.

Scendiletto sbranato da perdite

il conforto del tuono

il pasto magico per una fame di pece

nata dal senza madre con un padre a dispendio

di assenza. Un caso astemio con fare ubriaco

braccato dal foglio di stile della licenza.

79.

Ai contendenti del vespro e del levante

l’aceto del trabocco.

Disfarsi; nel siluro dell’acrobata

scamparsi, armadio rovistato

verso coriandolo l’albore.

80.

il tratto di censura sta compiendosi

tra abluzioni di fango

marciumi d’imbroglio.

81.

solo un globo di rena, stesso dispaccio

di dimenticanza acrobatico stilita,

pur sempre mongolfiera quella madre

spirata sotto ceneri d’incastri.

la tunica della notte abbia pietà

del gesto dell’eccidio.

82.

(a Massimo Sannelli dopo i suoi sonetti)

attitudine, rettitudine, spoglio

parole di grano per un altro mondo

lucernario di scia nessuna nascita

brevetto di pece questo sterminio

lenito da spugne di aceto.

83.

Appena uno sconquasso è stato il tuo arbitro

una bravura da mercatino dell’usato,

bastato al sillabario il tuo ladruncolo

coltivò miele di aceto. Una premura di spigolo

l’arringa di condanna questa nanna da fungo

senza la foresta. Domani àncora ancora in teca

la malia di nuovissimi amanti

sismi di spira il desiderio o fine.

E’ passata la nascita è stazione la canzone

nel binocolo di un avvistamento

o da stamane la sera almeno di un altro zonzo

con l’aglio che frigge gerundio amante.

84.

trascorse le persiane

chiuse aperte semichiuse

un ideale esilio

strimpellato da sogni senza trama.

l’incesto col sudario la rimosse

financo dalla morte.

85.

né un cordone di appello né un acrobata

nel misfatto buscato appena stata

la donna di un secolo con l’altro.

in manette perpetue questo scostarsi

dal catino delle rendite più nere

in braccio alle ciliegie con l’inquilino

o sfitte, già bianche, di nòccioli.

gioverà la cambusa asilo di tartarughe?

e la regata cenerina così dal corpo

e le regate veliche di nuvole nel marmo?

86.

Un torto di paradiso

quando ti persi

nudo all’incrocio

dall’alto del cielo.

Da questa resistenza senza appello

la lanugine del senso a non capire

che temi sfiniti tinti di elemosine.

87.

Ti piacerebbe capitolare e correre

verso vernici giovani e velieri

fantasmi ben più che felici,

verso vernici in croste di stesure

di chissà quante vite di storie

ridde di pugni santità di baci,

verso il distacco del sonnambulo

del budda che ride anche da soprammobile.

Il lampo è di acciaio, ma si farà la cialda

nonostante abraso lo strillo del modello.

88.

Maternità del fuso orario

L’artiglio sulla fronte, il vicino uncino

in stretta nel pigiama; gioconda laggiù la cifra

del cortile dell’asilo infantile. Il curato dell’ombra

è l’assalto al pandemonio in corso

al corso della stilettata dentro l’urlo;

il curato di cappella prete di corsia

alla stessa ora fa il giro dei giacigli

con il sorriso della professione con la parola

smorta con la disciplina del nido cappottato.

Arrivo di una cicca di libertà

il pendolare dell’ultima morte.

89.

Traguardi di eclissi imperi dentro un petto

guardato a vista. L’agosto miserrimo

dei corpi esposti ad espansione di commiati.

L’angolo curvo di un vecchio attraversa la strada

sotto sollazzi di zigomi di despoti.

L’ascesi del frutto amata stasi per strapiombi:

dimmi di te ché non ho più me.

90.

versi di soqquadro quaresime del certo

le rotte delle spezie senza villaggio

ormai villaggi turistici.

il torchio dell’intonaco fa mulinello

in un buco di stanza senza soggetto

cronica al palese.

molto più accanto lo sterminio

per un cortile di curve al veleno

per un cent di pubblico dominio.

al postribolo del bilico

la colla di finta vita

il vento di agosto che fa ridere

i falsi silenzi.

91.

La pazienza sul male

è la libertà di farsi

partigiani allo scavo della breccia.

Vestita d’un cencio con le scarpe similoro

(un ago di darsena).

Finalmente prolifiche al petrolio le acque

paga alla data d’oggi

la trottola del lato corto.

92.

Lunatica appieno tutta solare

la malinconia presso la ceralacca

con le vernici innamorate a far di bello

questo passaggio a livello.

Forse all’ultimo banco il caso del primo

bocciato. Il fatto del posto scambiato

non ha fugato il linguaggio del guado.

93.

in una serie di labirinti e tuoni e frane

l’appiglio in fase d’ascia,

la polvere onnivora

il cane sperso.

muore col santuario nel ginocchio

col ceduo e credulo affanno del povero.

è appena passato appena qui sotto

un tir carico di comete.

94.

Con la stella gialla di una Gestapo interminata

l’estate di stanza. Perimetri del tatto

il trambusto di spigoli di tingersi resistenze

con bavaglio di balìa.

Gli occhi non girano più né le lumache

le scie di fedeltà.

95.

gioia con lutto

sola all’assoluto

muro a secco padre del secco

verbale religioso che a nulla serve

nemmeno lo vuole il fuoco.

e da domani ti vedrò più cieca

candore di me in un ufficio bieco

contorno di una nota senza salsa.

salvo e risalvo e mi cestino ancora

con il voltaggio di rantoli.

96.

Squalo nasuto il tuo voltarti indietro

tra un convegno e un fosforo di tromba

la calamita del tatto alla terra.

Il labirinto milite semmai da pacco bomba

spia barometrica spia.

L’osso allo sguardo dondola sospetto

con precipizio di compiaciuto baro.

La pancia della donna intanto è fatta globo

stanza di un peso che tu non immagini.

97.

La fuga dentro il ventre capitolar felici

senza cornucopia-cambusa-cimasa-darsena

tronco di castoro a far da zattera

la madre di tutte le Russie.

Marina nella lama questo distacco

pagato dalla rendita del senso

pur sempre a scapicollo sempre

ad acne giovanile. Vana la ronda

del tuo canto di braccia a braccio a far

soccorso addio l’addietro di ora.

98.

La conta di far spoglio

questo pennino con convoglio

tutto off da dentro in palio spoglio.

E tu ne ridi olimpionico e fasullo

con la spazzola piena di capelli

appena di tua madre cadaverica.

Il mosto degli amici fu solo inganno

nome di calco il credo del dondolo.

Con l’altalena la penale di guardare

ha tanto altare di novità perfino

ancora quella culla che ne vedo.

99.

Il muso immettimi nel canestro vuoto

quasi la vendemmia delle manciate

con storia di baci. Trattami in tregua

quale giostra mitica quale finestra

aquilotta nella lotta con balsamo

di lingue le città stradali. Venga meno

il turista imbevuto d’ombra. La garitta

della conca venga meno, per un portico

di legno in far fraterno stato.

100.

Scosta da me questo sillabario tannico

nella cantina dell’ossesso

nella mansarda dell’innamorato

così senza brevetto questo dispiacere

salsedine di sé e senza mare.

Venduto all’indovino dell’ultima fiera

con la manciata dell’eremo ti eclissi

felice nel sesto senso della morte.

101.

Porto di oracolo l’incudine di nebbia

questo viottolo perfino

fondamento di bàlia soqquadro di avvenuto

marcita cintola di spazio

manico assassino e sparente e principe

riverbero d’altro, trofeo del bere arsura

sudori ad effetto senza alcun motore.

Sua maestà la candida valletta

la madre senza poteri.

102.

Molto più accanto di un breviario

il cencio della rotta

sparute indagini del breve

la smania che dirotta

in caserme di divieti

in tic da vecchi.

103.

All’osteria del seno ho scorto la non vita

portanza d’ascia scivolata via

volgare quanto un ceppo di giardiniere

tradente per il boia,

il trucco della venere bancaria.

In caso di cuccagna si guardino

i falò di ogni biblioteca.

104.

frottole di grano far smeriglio

il faro fulminato

ultima venula arpa resistenza.

105.

l’inedia d’aver cura

congiura e fuga

agguato d’identità.

All’orlo della voce l’urlo

il labirinto vuoto.

Le alte quote non hanno orpelli

d’abc né frodi di penanti

fatti penati.

106.

La stamberga del flusso

dispendio d’indice verdetto.

Mica si acclima questo dislivello

vocato alla parola con le staffe

delle cesure d’eremo

modernità blasfeme, più piene.

Chiarità d’orto lo sterminio.

107.

non guarderò il forse di qualcosa

né di fonte né di altare.

il remo della stoffa non ha moda

né modellino di affetto in gola al gomito.

mille di mille il mito della cosa

chissà se consiglio di regia per

per la sinossi dell’ombra.

abracadabra il braccio patibolare

botanico-carnale senza vicolo

atto si sa a poter svicolare

con lacci stretti, con allentati lacci.

108.

finga la giara un modo d’indirizzo

una pianura agile al verdetto.

un diverbio di cenni questo spazzino

benefattore di concimi.

non solo a Pisa l’enclave d’inclinazione

al sasso che fu ciliegia lieta.

dimmi di te come disprezzi il tempo

connesso con la rondine spaccata.

salva da me un indice di vuoto.

109.

In coda alla fonte di dormire

acrobata al verdetto

terra in pasto alla terra

ala di polvere il sale

il cappuccio del boia a far da scalo.

Logica vuole che un accenno

volga chissà a quale altra logica

murale la lettera alla lettera.

110.

Le gare della frode

Nessun convento di giglio e di cometa

questa manciata di aureole innocenti

senza dio padre né diavolo patrigno.

Un errore di strazio lo straccio della voce

questo palato inutile e pagato

in farsa di banchetto.

In stanza un germoglio di ventata

quando la porta si chiude.

111.

Il sudore dell’alchimia quando si crede

abilitato il sonnambulo del logico

al credente simile. La polvere millesima

del rifiuto dal ripudio atto al burrone

se cornucopia l’indice elemosina.

Il rancore del rantolo perenne, perenne.

2 Responses to “Staffetta irenica -2006-”

  1. fabry2007 said

    “se le dài il tempo per una dimenticanza

    forse ti amerà”.

    da leggere e rileggere questa staffetta di Marina, che si snocciola come un rosario laico di umanissimo lavoro sul linguaggio, che crea il mondo: la potenza della parola poetica, oggi così economicamente nulla, così politicamente impotente, eppure l’unica parola umana che resta, nello sfacelo totale.
    fabrizio

  2. carla said

    Uno stile raffinato, alto, essenziale.
    Sono poesie da assimilare piano, rileggendole più volte.
    In particolare, mi sono soffermata su “quel giardino ferito…con la pergola intatta”….ho visto un dipinto!
    Grazie a Marina
    e un saluto a Fabrizio!
    carla

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