Provocazione in forma d’apologo 2
Posted by robertorossitesta on January 22, 2007
Conosco persone che continuano per anni a servirsi del medesimo ristorante, del quale, chiariamolo fin dal principio, non sono affatto contente. Lo eleggono, dapprima, per qualche motivo particolare, o per nessun motivo particolare; e seguitano poi a frequentarlo anche quando, in genere assai presto, ne scoprono i gravi difetti.
La loro, più che altro, è una missione, o almeno ne ha tutto l’aspetto: poiché, immediatamente dopo quelle scoperte, iniziano a trattenere sempre più a lungo il cameriere al loro tavolo, elencandogli le cose che non vanno, dando suggerimenti con modi secchi e ultimativi, poco mancando che si alzino per andare in cucina a trattare direttamente con quel malcreato del cuoco. Superfluo dire che lagnanze e consigli non solo non vengono mai accolti, ma non sono mai neppure riferiti a chi di dovere. Il cameriere riceve quegli sfoghi biliosi – non altrimenti li giudica – con una rassegnazione distaccata, fredda, rimanendo impalato e con lo sguardo nel vuoto, a palpebre leggermente socchiuse. Nondimeno, quel tipo di cliente è incapace di accorgersi di ciò che realmente avviene, e nulla vale a modificarne la condotta. E’ convinto che il personale del ristorante non possa non avere a cuore di migliorarsi, e che anzi proprio quelli come lui, che del miglioramento sono occasione e stimolo, siano i clienti più graditi. E non sa del fastidio che provoca; non sa che il ristorante è per il titolare fonte di guadagno, e fonte di sostentamento per cuochi e camerieri, ma che, al di fuori di questo, per tutti costoro non rappresenta nient’altro; neppure immagina che il cameriere abitualmente addetto al suo servizio, parlando di lui con i colleghi e con qualche avventore con cui è venuto in confidenza, dice sovente che, potendolo, lo inviterebbe egli stesso, di tasca propria, in un altro locale, pur di toglierselo di torno. (Io, per me, sono un cliente di tutt’altro genere. Di ristoranti ne ho conosciuti parecchi, nella mia vita, e sempre ci sono entrato con l’aria di chi è di passaggio, anche quando diventavo cliente fisso, sedendomi a un tavolo in fondo alla sala, senza mai fare richieste speciali, senza mai sollevare problemi. Sicuro, anch’io mi sono imbattuto qualche volta in cibi che non mi piacevano. Allora, a seconda dei casi, ho mangiato egualmente oppure ho allontanato il piatto senza commenti, in attesa della successiva portata; e ai camerieri zelanti, o litigiosi, che mi chiedevano se non avessi gradito, ho sempre invariabilmente risposto che no, che il cibo era ottimo, ma che per l’appunto quel giorno avevo scarso appetito. In una parola, ho tollerato. E’ pure successo che, per qualche motivo particolare, o per nessun motivo particolare, io di punto in bianco abbia cessato di frequentare un certo ristorante per rivolgermi a un altro. Senza mai lamentarmi nel primo, e senza soverchie illusioni verso il secondo. In quelle circostanze mi è anche capitato di chiedermi se la mia assenza dal primo locale fosse stata notata, e come l’avessero intesa; ma solo per un attimo, poiché subito mi vergognavo di simili interrogativi, ritenendoli oziosi. Solo due sensazioni sono rimaste in me di quel pendolo di scelte e di ripudi: il mal di stomaco terribile di certi dopo-pasto, e la fame di certi altri; fame che è il sintomo di una fame di ben diversa natura, più grande e più alta, e che non passa mai.)

















marcos said
Trascrivo dal mio diario di citazioni questa frase che forse ci può stare in questa tua seconda provocazione:
Ho rinuciato all’amicizia di due uomini: il primo perché non mi aveva mai parlato di sé; il secondo, perché non mi aveva mai parlato di me.
Nicolas De Chamfort
Roberto Rossi Testa said
Caro Marcos,
è molto difficile uscire dal cerchio di se stessi, ma è ancora più difficile che in questo cerchio non finisca per rimanere preso (impigliato, intrappolato?) qualcun altro. Desta ammirazione ma anche sgomento chi parlando di sé riesce a parlare di tutti; per quanto mi riguarda sarei già felice di parlare a quell’uno che vale diecimila. Ma non è un discorso da farsi su internet, lo so.
Alivento said
belle provocazioni, mi auguro che almeno raggiungano il loro centro perfetto
fabry2007 said
un discreto elogio della discrezione. utile, oggi.
grazie Roberto.
fabrizio
Roberto Rossi Testa said
Non so se si tratti di un “discreto elogio della discrezione”, come dice Fabrizio,
o non piuttosto un sottrarsi alla comunicazione terrena dopo che le vicende esistenziali hanno portato a disperare della sua efficacia, se non della sua possibilità (l’uomo che non parla di sé di Marcos-Chamfort). Propenderei per questa seconda ipotesi.
elena f. said
sottrarsi alla comunicazione terrena significa sottrarsi a qualunque comunicazione(persino Dio si comunica nella parola). forse la disperazione sull’efficacia della stessa è data dalla comodità dei linguaggi contemporanei che si offono nell’immediatezza e non lasciano spazio alla fatica di un pensare e di un dire che sia prima di tutto ascoltare.
oggi si comunica con le immagini,che tendiamo a vedere e non a guardare, con suoni e parole che tendiamo a sentire ma non ad ascoltare.
se non si creano spazi di silenzio partecipato e partecipante nessun ascolto è possibile dunque nessuna comunicazione.
la scelta sta sempre fra incontro e indifferenza.
elena f.
gian ruggero manzoni said
Ho riflettuto molto sul voto del silenzio… per me sarebbe espiazione non da poco dopo anni di bla bla bla :-)
Giovanni Nuscis said
Un ristorante, un cliente X (”…incapace di accorgersi di ciò che realmente avviene, …che non sa del fastidio che provoca”) e uno Y (”…di tutt’altro genere. …con l’aria di chi è di passaggio, mai richieste speciali, mai problemi… In una parola, ho tollerato”).
Una bella metafora che si offre a più letture.
Si parteggia ovviamente per il secondo cliente, a patto che il ristoratore non dia motivo di doglianze (cibo cattivo, conti elevati). In caso contrario, la “tolleranza” del cliente sarebbe corriva, se non masochistica, e sarebbe giusto, allora, “sporcarsi le mani” prendendo posizione, diventando giocoforza “sgradevoli”. La violenza (reiterata) e l’abuso di potere si nutrono spesso di silenzi (colpevoli).
Gianni