Guglielmin legge Sannelli
Posted by fabrizio centofanti on January 24, 2007
La Scrittura – Sindone di Massimo Sannelli
Stefano Guglielmin
Se lo stile di Sannelli nasce dall’urgenza di salvare la voce, come afferma Fabio Zinelli ne La parola plurale, è anche vero che quest’ultima, incidendosi nella pagina scritta, diventa epigrafe, dettato definitivo, testimonianza indelebile.
In altri termini: il respiro (il fiato, la psiché) del verso, corto perché ferito, infuocatosi nel bianco della voce per sovrabbondanza del sentire, si solidifica nella grafia, nel segno inciso, ergendosi in tal modo a monumento di ciò che – nell’animo del poeta – è stato ed è, e ciò apparentemente senza tensioni affettive giacché sembra realizzarsi nella purezza di una perdita oramai acquisita e quindi serenamente accettata. Tale abbandono della presa (della cosa che ha fatto o fa soffrire) si mostra nella superficie sintattica della sua scrittura, la quale così diventa non solo lapide (ossia spazio dove l’iscrizione perdura), bensì maschera essa stessa, maschera funerea che sagoma e finge rappacificata la natura franta di Sannelli. Questi – che invero ha nel taciuto, nel “riserbo”, la cifra tellurica della propria autenticità – attraverso la poesia, offre dunque al lettore l’occasione d’incontrare, senza rabbrividire, il proprio simulacro, la cui novità modernissima consiste nell’essere ricco di vuoti, di passaggi rizomatici nei quali è ancora possibile intravedere la nudità del suo volto, del grido che il suo volto incornicia. In questo senso, la scrittura di Sannelli assume la funzione della Sacra Sindone, di un’umanissima Sindone sotto la quale il corpo suo silenziosamente implora un padre capace di donargli una resurrezione. Una, si badi bene, non ‘la’ resurrezione, perché la mistica del quotidiano gli impedisce di astrarre dal particolare, votandolo perciò al canto del frammento, all’ode creaturale. E proprio alle creature – che nella fattispecie si chiamano lettori – egli chiede la carità portatrice di vita nuova, di quella rinascita che è ascesa verso la pienezza dell’ora, del qui, quasi che ciascun lettore fosse un padre misericordioso, una mano temporaneamente salvifica. Non a caso, “carità” è parola amatissima da Sannelli, ripresa, in Philologia Pauli, da Pasolini e legata tanto a pathos quanto a “realtà”. Al qui e ora, appunto, nel segno della passione anzitutto amorosa. Di tutto questo parla Il mese di giugno, ennesimo frammento di un uomo che rifugge l’imitazione petrarchista, per abbracciare semmai la resurrezione nella carne stessa del Petrarca, nel suo scandaloso gesto di “consegnare la propria psiche” – ma direi: il proprio destino – “ad un percorso libro” fatto dello stesso impasto della vita.
1
per la difesa è il verno sotto neve
bianca i semi neri si prolungano, si dilatano
nelle radici; cioè i rami, per la
difesa si ode suono, si parla chi
non amai, chi non ama? le difficoltà
sono alla rete, il lettore ha uno schermo
che decifra: ospita, di sottigliezza
in poi, il paradiso, a te, e la cella.
4
è forse una sera che taglia
i due tempi, o il tardo
pomeriggio, nel lavoro: la dentatura
o la lingua, che leccava, leccava. Muore
il piacere, con diligenza la cenere
fisica è meno corrotta, vergine;
al risveglio si trema.
7
“uno scrittore-donna, una bestia
che parla”, vera: quando si gioca
su un teatro che vince, nato
sensibile, che si vede affinare,
un grado dopo i trenta anni, e quelli
delusi mirabilmente. Anche la mano
è comandata al tatto. Anche ci sono
molte opere: nessuna è generale.
La bestia dura giorni otto, o dieci,
di un maggio, e dieci anni di pensiero, dopo:
accomando del tatto, tra il Campo, le piazze
nere, la Strada Nuova.
13
il volgare, tale un moto di zampe;
simili cornici, caricate a modello.
Udite che fu fatta questa
virtù performata, tutta lingua che dalla
notte arriva alla notte e toglie.
15
per amore di lingua fu
il chiuso, rinominato vespro,
l’icona, rinominata con il
nome di testo; la festa
allo schermo. Su una
partenza che il nome di Dio
assottiglia e cambia, il vecchio
nel nuovo. Che cosa dal peso al petto
scende e trasforma, vòltati; la pulizia in
stampe, disegni, difesa, difendendo-
si. Non meno la mente, le mille volte
che scendere è povera cosa e vacua.
sovviene il falso amore e chi, eroe,
forma nel corpus domini una festa.
Massimo SANNELLI, Il mese di giugno, in ID., Philologia Pauli. Il corpo e le ceneri di Pasolini, Fara Editore 2006















vocativo said
La scrittura come una Sindone sulla quale è impresso il corpo è una delle letture più felici della poesia di Sannelli
redmaltese said
tutto molto bello!
ottimi lavori.
R.
gugl said
grazie amici.
massimo s. said
caro Stefano, GRAZIE, dal cuore. anche perché alcune cose che dici – in particolare il discorso sul lasciare la presa e accoglierne il segno – riguardano tanto da vicino i fatti della mia vita da impressionarmi. e non è strano, questo sentire a distanza… la carità assume forme che possono essere giudicate regali o infami; costruttive o autodistruttive; ieri leggevo nel IV volume dei Quaderni di Simone Weil pagine terribili sull’amore e la fame: chi ama gli altri amando la propria vita, in realtà ama come il conte Ugolino ama i suoi figli. in questi giorni rifletto spesso sul (famigerato…) rapporto arte-vita. mi chiedo che cosa sia veramente vivere (e socializzare, che ne è una forma). ti abbraccio e ti ringrazio. doni come questo mi fanno pensare che non sono un mostro, o non ancora del tutto. il bene che mi porti porterà bene. GRAZIE
massimo
gugl said
forse ogni vita è già “veramente”, prima di ogni tentativo strumentale d’inverarla nella centralità della presenza (nel desiderio di darle un valore). Voglio dire: a ’star fuori’, nell’ex-sistere, è l’essere senza resto. Con ciò – lo dico anche a Fabrizio e ai tanti cattolici che frequentano questo blog – non voglio intaccare il Credo. Cerco soltanto di parlare dalla prospettiva del finito, che è l’unica della quale posso fare parziale esperienza)
francescamatteoni said
molto bello il saggio di Stefano, se mi si permette il termine ingenuo, perché umano.
Alla poesia di Massimo mi verrebbe da rispondere, così di getto, con questi versi che probabilmente conosce bene della Rosselli:
Trent’anni sono un lasso di tempo conveniente
per ritirare la mano dal fuoco umido
e stringere a sé i bambini che adoro.
Un’altra poetessa, la Guidacci, si affidava al lettore come ad un nido.
Non credo che esistano risposte valide a cosa sia vivere, se esistessero, probabilmente la nostra inquietudine si volgerebbe ad altro e dati i limiti in cui siamo, non saprei proprio cosa…
Però vivere è comunque prima di tutto rischiare e di conseguenza moltissimo sbagliare – e nell’amore gli altri e noi stessi coincidono nella fame. Ogni volta che amiamo un altro, che ci tendiamo in un gesto per l’altro, le nostre dita ne rubano qualcosa, inevitabilmente. Siamo un popolo (umano) di necrofili e cannibali.
(Nel momento in cui ci si “mostra” si è un mostro. Ma no è detto che questo sia negativo…!).
gugl said
siamo popolo prima di saperlo.
grazie Francesca dell’ “umano” (e dunque: necrofilo e cannibale?) riferito allo spitio che guida la mia lettura.
francescamatteoni said
necrofilo e cannibale, certo!!!!!!!
la deformazione vampiresca, ad una che lavora con il sangue va perdonata!
Buona giornata a tutti, sono in uscita!
(più seriamente: certe volte in alcune pur preziose introduzioni critiche si perde la dimensione viva di colui che scrive. Il tuo porre l’attenzione sul rapporto tra scrivente e testo, con tutta la realtà che ne consegue, lo trovo per questo importante).
gugl said
in effetti, non sono entrato nel testo perché ciò implicava, appunto, un atto di violenza arbitraria.
Credo che ci siano testi che hanno meno bisogno dell’autore (i miei, forse) e altri, come questi, che l’ermeneutica si porta per forza dietro l’anima del poeta (e ciò, probabilmente, è intollerabile per tutti)
Alivento said
giustappunto in questi giorni non ho molte parole e me ne dipiace, avrei voluto commentare degnamente e mi ritrovo senza nulla da donare, dunque il mio solo pensiero magari proprio a significare che ci sono cose così belle pure grandi che le piccole cose, come sono io, non riescono a trovare nulla da dire, forse neanche a capire
redmaltese said
l’ha usate tutte per iole toini
gian ruggero manzoni said
Ottimo pezzo, degno omaggio.
gugl said
un grazie sincero ai nuovi lettori, ai nuovi commenti.
Carla said
Incisiva la prefazione di Stefano, si sente la sacralià della scrittura, la sottile carità che penetra la carne,
come una lama.
La n. 4 è suprema!
la riporto qui sotto …
è forse una sera che taglia
i due tempi, o il tardo
pomeriggio, nel lavoro: la dentatura
o la lingua, che leccava, leccava. Muore
il piacere, con diligenza la cenere
fisica è meno corrotta, vergine;
al risveglio si trema.
gugl said
una sacralità che però incontra il relativo (lavoro, dentatura, lingua, il leccare), anzi che abita il relativo.
ciao Carla!
carla said
diciamo…una sacralità… carnale…
concordo!
franz said
Complimenti a Stefano per questo breve viaggio tra le vene dell’uomo-poeta Sannelli.
gugl said
garzie a tutti per i commenti lusinghieri