Renáta Vargová (Bratislava, 1987)
Posted by antoniodiavoli on January 24, 2007

“[...] Some words on a page, the heads of flowers, the many other things returned in a different meaning: all mid-ocean islands. And there’s no other choice for me away from here. The immense distance from yesterday to today stands still. When I broke my fate and flied over here, oh who would believe me now?” [estratto da una lettera scritta da Manchester, estate 2005]
Or possibly fantastic – I may confess -
hung aloft among careful regrets
a bright old moth on a misty alder tree
- who shall remember that I depart?-
The smoky ends in coffee shops
the wake upon the flowers
the first time caught together
in furnished hotel rooms.
traduzioni di Federico Federici
I.
Oggi sai che sono partita da giorni.
Non hai saputo cercarmi fino all’ultimo istante.
Seduta, in opposte direzioni: ero qui,
io conficcata aspettandoti sempre.
Mangiata dalle stagioni,
dolce come nei fiori,
un filo la chiara voce
e come non ero libera, mai.
Le nostre mani somigliano ora
a una piccola crepa.
Ho lasciato che tutto finisse.
Chiudendomi dentro negli occhi,
mi porterai come solo più puoi:
non lasciandomi altrove mai.
II.
Verrò nella tua stanza come
in bocca entrano le parole:
da una diversa profondità.
Sono stata già braccia, esili mani
e foglie ingiallite, spazzate, la lieve
gola alla brezza e tutte le cose
belle che hai detto. Un tempo ero ogni cosa.
Ora neppure la scala a salire,
né la maniglia alla porta da rigirare e raggiungerti.
Sono come un soffio di polvere in una zolla.
III.
Quale ampiezza di cielo tra i rami?
L’azzurro necessita giorno.
Costa il bianco la vita, la notte.
La vita che è calco nell’ombra.
Fissa il tuo viso allo specchio
fino alle lacrime a dire “tu”
-ripeti guardando-
“tu non sei tu”.
La casa a fuoco
i suoi segni chiari
su vetro (i colori)
-aiutami tu col
tuo respiro di neve di fuori-
Dietro divora la fiamma
(ho già occhi scuri)
la vita dentro.
IV.
Mi hai dimenticata
come la luce
spenta in cantina
sopra la cassa
di tazze e bicchieri.
Quando oramai con le dita
sull’interruttore per premere
soli staremo tu ed io nel buio
che s’illumina sempre.
V.
A gettito il dado sceglie il destino
col numero bianco sfuggito di mano.
Il volto sta tra i quadranti sui fogli
e pochi teneri tagli nei polsi:
mentre toccavi la spina nel corpo
mi trafiggevi senza saperlo.
Qui ti nascondi nell’emicrania
i gridi di uccelli.
VI.
Troppo vicina l’acqua profonda
per non scorgere il viso in un’ora di nebbia.
Vicini a sparire, ho conosciuto allora soltanto
il tuo viso, guardandomi attorno.
Neanche l’acqua profonda ha potuto
portarmi con sé. Solo riflessa.
VII.
Tanto tempo ho impiegato
a portare la solitudine in spalla
che è tenerezza dai lunghi capelli
-forse che le pietre non nascondono più il fiume?-
e ora a prendere coraggio e parlare -come faccio-:
promisi che se mai avessi scritto versi
sarebbe stato a te
e c’è qualcuno che ancora aspetta qui di fronte
e niente altro ancora riesco a dare
mentre mi allontano.
VIII.
Così da ieri a oggi sfuggo
a me, la notte negli hotel
dove sui buchi delle tarme
posa anche il guanciale
ed è tutto ciò che è reale.
Ci hanno spazzati via, amico mio,
da dove restavamo a lungo prima
perché ci prendevamo spazio
molto in quelle camere d’affitto.
Da allora ormai tre mesi.
L’abito di neve che mi sono fatta
si scioglie via alle punte delle dita
che tastano la consistenza della morte.
A turno vengono a levare dai capelli
la mia testa, ma non vedranno più
che maschera da maschera.

















Giovanni Nuscis said
“Tanto tempo ho impiegato
a portare la solitudine in spalla
che è tenerezza dai lunghi capelli
-forse che le pietre non nascondono più il fiume?-”
Un’interiorità composta ma acutissima, rivelano queste poesie attraversate da un dolore rattenuto che deflagra, ogni tanto.
“Ci hanno spazzati via, amico mio,
da dove restavamo a lungo prima
perché ci prendevamo spazio
molto in quelle camere d’affitto.
Da allora ormai tre mesi.
L’abito di neve che mi sono fatta
si scioglie via alle punte delle dita
che tastano la consistenza della morte.
A turno vengono a levare dai capelli
la mia testa, ma non vedranno più
che maschera da maschera.”
Luca Ariano said
Giovanissima questa poetessa! Complimenti a chi l’ha scovata, tradotta e postata qui.
Un caro saluto
gian ruggero manzoni said
Condivido il commento di Ariano. Grazie.