Rita BONOMO
Posted by Giovanni Nuscis on February 4, 2007
Nell’aborigeno mio cielo
il mio cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata –resta- questa genia…
Spesso e non a caso sono gli autori e le opere diversi da noi e dalla nostra scrittura ad attrarci maggiormente. E accade che entrando rabdomanticamente nel mistero della loro opera, avendone intuito il valore, ne usciamo sempre arricchiti di qualcosa che non era dato prevedere.
E’ andata così anche con Rita Bonomo, conosciuta di recente in una delle molte agorà virtuali. Impressioni immediate sono state la scioltezza con cui l’autrice, dall’increato, riaffiora sulla pagina con materiali mai ordinari, e un distacco ludico e inventivo nei suoi versi. Già una prima lettura rivela l’artigiano sagace con sguardo e orecchio fini, abbarbicato ai suoi testi parola per parola, assecondando il ritmo nel suo svolgersi tra opzioni foniche e semantiche, e rifuggendo calchi, solchi prestabiliti. Si percepisce di questa autrice una personalità artistica non solo letteraria, prima ancora di sapere di lei e della sua formazione: per l’approccio oggettivo e materico con la parola come di uno che lavora la pietra, i colori, lo spazio, che crea una scena (e di ciò avremo infatti riscontro). Le sue poesie sembrano aver stazionato sopra un cavalletto, sopra tavolacci da lavoro, sulla nuda terra; o sopra un palcoscenico tra luci e sipari, tra sfondi e musica, pronta ad offrirsi e a giocarsi per intero. L’iconicità e il lavoro sulla lingua scongiurano cadute retoriche offrendo paesaggi inediti, creature uniche pronte a fondersi con l’immaginario del lettore, a farsi mondo tangibile. Queste le osservazioni a caldo che la rilettura dei vari testi sembra confermare, al pari degli autori che la sua poesia evoca: Gogol, Zanzotto, Campana, Baudelaire.
Non ritengo più la conoscenza di Rita frutto del caso quando scopro che vive nella mia stessa città e abita – fatto, questo, davvero sorprendente – dove in passato ho abitato anch’io, in una casa distrutta e ora ricostruita, con lo stesso numero civico. Apprendo inoltre che Rita è diplomata in scenografia all’Accademia di Belle Arti, che ha collaborato con alcune compagnie teatrali e partecipato ad alcune mostre collettive e personali.; che pochi mesi fa è uscito un suo nuovo libro di poesie (Diri diri danna, Liberodiscrivere 2006) e un altro ne uscirà a breve (Grande Sproloquio Spartiacque, per la Magnum Edizioni); che è responsabile, sempre per la Magnum, di una nuova collana di poesia che pubblica, gratuitamente, testi di qualità a condizione, però, che siano “teatrabili” (“in cui autori, artisti figurativi, attori teatrali e musicisti convergono in un unico movimento di interazione contaminante, allo scopo di liberare l’individualismo dall’autocelabrazione fine a sé stessa”).
I testi che qui si presentano sono tratti, i primi due, dall’ultima raccolta diri diri danna, litania stolta del diritto e rovescio.[1] Quasi una cosmogonia familiare in poesia e teatro partendo dalle origini, dal gene, dal padre/Signore/Dio onnipresente nella vita così come nella raccolta. “…Chi è nostro padre è il corpo della domanda, la catastrofe della reminiscenza, un canto storto disposto dall’ictus paterno, un misfatto dimenticato, una litania, un ballo, un ordine meticoloso, una manifestazione che presenta tutti i segni di un teatro epico, quasi brechtiano…”, dice Luigi Romolo Carrino nella sua introduzione. L’evento ancestrale, raccontato a tre voci, ha un complesso ed originale ordito e varietà di registri; il libro/piéce è articolato in più parti/sezioni: PaterNostro-chi è nostro padre-, Tre escamotage sigillaorecchie, IV Comandamento-la grande coriandolata, Corale fisiognomica. Splash-fase zero indolore è invece tratta dal libro di prossima uscita Grande Sproloquio Spartiacque-appunti per uno spettacolo teatrale-2005- incentrato, apprendo dall’autrice, sul rapporto madre-figlia ripercorrendo a ritroso la propria vita, il senso e il fondamento della sua identità, del legame e della somiglianza con la madre. L’ultimo testo proposto, Sonata languida in andante noioso, è un esempio della versatilità dell’autrice su più stili, compreso quello giocoso che, a ben vedere, caratterizza la sua scrittura fortemente inventiva che rifugge lo stereotipo e la piattezza della lingua, l’assenza di volo nel territorio pur sempre fertile della fantasia.
Testi e notizie sul suo lavoro sono in parte contenuti nel suo blog: www.ritabonomo.splinder.com
GN
Elegia del gene
Osanna,
Nell’aborigeno mio cielo
il mio cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata –resta- questa genia
un pesce gravido di uova incolumi
moltiplicate e moltiplicate e moltiplicate
Suo pungiglione ammorbante
quel piglio dissacrante l’appartenersi
che si fa -a puntate- buccia-buccia
a vestirmi gruccia inerme o fionda
Ah, ritornarti indietro! coltre erosa
dai cromosomi dentati da rammendare
ogni volta ogni volta ogni volta
-quali ricami ancestrali?-
se mi travesto crosta privata di me
-tua primizia sposa, e gemella- e poi crosta
si spoglia di me lasciandomi intera e morbida
e nuda
germoglio figliato in tua ombrellifera fronda
Ché poi nell’aborigeno tuo cielo
il tuo cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata resta questa genia
un’ape regina che non può figliare fuchi
non collari per cuccioli,
né squame iridescenti per vestirli lucenti di luce
Suo pungiglione ammorbante è
il quanto che ci spiccica e poi ci rincolla
affini per qualità di fiati e bucce
e peccatucci similari sugli ucci ucci
di questo vivere sotto branco sciolto
Una palude in cui –tu- ti travesti anfibio
sbranchiato -e onicofago-
e io granchio -onicofago- spaiato ad evitarti laterale
sugli sgoccioli di questa vita a finire
in spicciolo squarciare l’aria sconsacrata
da più morsi di fame d’unghie
-surrogato, lenitivo d’affetto -ma- piccante-
e nudi
a germogliarci attonite statue dalle debolucce spalle spoglie
d’abbracci
Ti ho nel mucchio, Signore, nel mio mazzo di geni
-a mucchi-
e negli ancora ancora candidi barlumi
d’onniscienze sante da amputarmi dal cuore
Così, sotto fiotti di coriandoli
separati per colorito e aspetto trascendo
-colorando- dal più tenue al più marcato segno
di distinzione marcata, divenendo
traccia tua indelebile
e Santa
Quadro primo: il pentimento
Era qui tra le mie cose
-ho detto-
una disgrazia, una sciagura!
s’è strappato dal drappello
ruzzolando giù per le falde
delle magagne non ancora troncate
-baldanzose brigantesse-
Non una sola cima egida
-fosse anche viscida, vischiosa-
non una pania ad acchiapparmi
-sua chiurla- con fischio coso
in questa palude di squame
galleggianti ad abbagliare
gli occhi bui e spenti
che pur speranzoselli e gravi
fanno la conta dei rimasti
(oh –coso caro, caro coso-
al tuo distacco frano
di baccano in baraonda
mi bramo –atto alla mano-
tua pentita, penisola ampolla
Licenzio l’ocarina dalla gola
e canticchio roca la filastrocca
del rintracciamento
m’apposto, in affranta posa
mi cruccio dolorosa –faccio l’aspetto-
così fa nenia lamentante
-perciò tenera incalzante-
un suasivo colpo magistrale
da ingroppar la gola di un pianticcio
petulante, è vero, eppur sincero
sincerissimo –signore, signor coso-
uno sproloquio casto,
un assolo drammatico,
un pentagramma di carezze
ad ammaestrar la buccia astiosa
da cui scappasti)
Un trapezista ignavo il suo altrove
-lo so-
va ruggendo, planando, i lessici parenti
per farsi rintracciare
Spolverati, come miele zuccheroso, gli indizi
m’invita all’appiccico in forma
di croce redenta o avvinta mosca
-poco importa-
per poi visitarli in rosso redigere
sotto il titolo eureka! Trappola per vinti
Ecco le sponde srotolate dalle tasche tutte
per approdarvi incolume e scappatoia
democratica annessa
da cui fuggire ancora e fuggire fuggire
su chiatte che non rintanino (però)
gli orizzonti macchiati dall’appartenenza
così, da ritrovarci –eventualmente- sempre combacianti
Ah, sfacciata contraddizione esserci
così –appassionatamente- affini!
(ecco una scelta
ammaestrata foca-
Una candela
Una porta sbranatola
che ingolla
e io sua galletta)
(Da:”dìri dìri dànna -litania stolta del diritto e rovescio-”
- Liberodiscrivere® Studio64 srl Edizioni – Genova, 2006)
Splash-fase zero indolore
Che non ti lascio qui, viva,
a contemplarti gli angoli accoccolati
agli introiti di
quante bugie socchiuse
da vendere all’incanto?
Al terzo fiammifero spento
tutto sarà diluito in acque spesse
a correggere i toni striduli
di gorgheggiare femmineo
ovattandolo
loro
sono più numerose
delle attorcigliate ciglia tue
che si schiudono
strabuzzando gli occhi a non crederci
o ad appurare che sì
sono ipocondrie a contenermi
Nelle malinconie rimesse a nuovo
mentendo
s’ affabulano di loro
Concedimi un patetismo
da riallargare
ho da infilarci tutti i sentimenti buoni
da sciorinare per reinventarmi
bugiarda
( Noia, che baraonda è questa )
I
Fluttuante
esposta ad un infinitesimo
di spazio potenziale
ripristino questa stanza
in cui non sono mai entrata
ribattezzandola
invescata
spaziocellacontorno
e mi cerco
semino germoglio
di tue ambizioni zelanti
Riguardami
Io, tuo piccolo doppio informe, sono
II
Arginami ogni fuga
L’essere difesa
mi è più naturale
di queste trincee lucignolo
di questo lubrificarmi
lo spazio che mi fugge
dagli arti intrisi di barbottina
Trattienimi, mi celo angolata
Eppure ti sono
III
Questo stampo non mi simula
né mi conforta
Il nero mi si raggomitola intorno
Accudiscimi le mura
disinfettale
ripuliscile del frastuono
Oltre la pila di tue ninnananna
io non dormo
IV
Tutto rimbomba fagocitato
zittito e poi ampliato attutito e
In questo infinitesimo di dentro
il dentro è soldato
ad erigere fiere che s’ingozzano
divorate a loro volta
da isterie erette ad alimentarmi indomita
Tutto s’impasta denso
L’udito è tremito
che s’ ingurgita per bocca
Traduci tua auscultazione:
in questo piccolo maremoto
tutto s’ingoia
V
E ti sono linfa
Cui attingere
Quando-
Cestino rifiuti amore
E mi sei linfa
Cui attingere
Quando-
Mio bolo
e bolla a tempo d’umori
di cui mi spalmo, soffiando,
l’indole amorfa
VI
Il fiato scalfito a tratti
Singhiozzi
a stemperare battiti
d’inclinazioni chioccia
Svellate, piume sbarbate,
da priorità
che no, non alimentano
E ti sono ronco biascicato
- fagotto lutulento -
a muovere tua borbottata ideazione
Conserva i personaggi
- badagli -
cattura il respiro orco
e fiatami adagio il sogno
VII
Sento che lo sbadigli quel canto
suonato oltresoglia
-buiocicala –
nutrirmi le radici
al quasi tornito
nell’aria che non sono
Sento che si sgomitola
srotolando anditi
il sonno
a frinire di brividi
ambizioni rabdomanti
rimestandomi
nell’acqua che non sono
Mangiami ancora e sbadigliami
nel nonquando ancora al sicuro
mi approdo
VIII
Innesto di fiori carnivori
Credo ti sono
Ghiribizzo blandito, lustrato,
ormeggiato in tua bocca
E mi germoglio
- talea attecchita -
rigettando la luce brandita
spioncino di tua immaginazione
Disilludi tua culla amore
tuo piccolo uomo nero, sono
IX
-
E t’affusoli temperando le dita
affilandomi gambo e criniera
con carezze che non m’ impolpano
né mi ricreano
Nere nere le chiome
guarnite a tratti
da bave di buio che afferrano
efferati gli arti capovolti
di chi vuol restarti
( Olive brune velate gli occhi
sì che non veda, ancora,
il suo naso somigliarmi)
Svernami adagio, masticami,
sputami sottovoce l’antidoto
ad esserti fardello e creatura ingrata
Ti resto e scalzata ti sono
preambolo d’ amaricanti
Coccole e baci
Avremo a tacerci i rimargini
(da Grande Sproloquio Spartiacque- appunti per uno spettacolo teatrale- 2005-
di prossima pubblicazione per Magnum-Edizioni)
Sette bambole in fila- del taglione il gioco
Eccoli i ninnoli
e le bamboline
dondolose e shakerate
Hanno il rollio
d’una ninnananna
cantata all’infinito
intrappolato
nel rammendo
d’un braccio vaccinato
da un morso di latte
e un sorriso rossobic
che inebetisce
cosa avranno da ridere
tutte in fila?
(cosa sanno
del sorriso da ricambiare
d’una mammabambina?)
non sanno
del gusto detestabile
del latte
e di quella cima viscida
che collega
al fuori anagrafico
(Tutto ciò è anacronistico
si era già nate)
Eppure
Riceveranno
il loro zuccherino
alle otto in punto
prima d’essere mescolate
nel latte
tra i cereali avanzati
da una colazione condivisa
e sparecchiata
per mano di un’altra
mano di nove dita
Su testoline di rafia
il caracara placido
di mamma-arpione
e di tutto il siero
rovesciatogli sul grembo estraneo
nel rigurgito
d’un disconoscimento
Sterili
e isteriche
non siete gravide
di nessuna mamma!
Nate sottopeso
da una cima recisa
-inadempiente-
svuotata d’ogni
chincaglieria organica
galleggerete nel latte
Signora Maestra- in assenza di diapason nessun lallallà
La maestrina
non canta ninnananne
le orchestra
cancellandole
con la sua pennina rossa
I denti dei bambini
brillano
come i tasti madreperla
di una chitarra
La mia poesia
è un negozio di
strumenti musicali scordati
nel gioco del silenzio
il diapason sta a uno
come il gesso dietro la schiena
Come dentini da latte
che digrignano
dentro un cassetto
sinfonie stridenti
in concerto con
un distorsore in disuso
e i magli
tra denti da adulto
complice
il ridere
rimasticato
oltre la lingua
tacciami
della sparizione
d’un carillon
e dell’estrazione
dei suoi dentini
sì che possa
espiarne la colpa
dietro una lavagna
a farla stridere
rabbrividendo di mio
-per una volta-
un diaframma
che tace
e comprime
e comprime e tace
e un’ugola elettrostatica
dentro un’ a spalancata
attira polvere
(Si rideva
con lo stomaco
per non farsi sentire
rideva il guizzare degli occhi
senza farsi tradire
dalle pieghe della bocca
tirate
dal sopracciglio aggrottato
dell ’ allegria
stand by
in cattedra)
La mia otite
è un tappo di risate
che tocca il nervo auricolare
in un indotto troppo stretto
La tastiera della chitarra
ha denti candidi
e una risata soffocata
sul mi cantino
la lingua ancora
oltre la lingua
d’una lavagna che stride
(Tratte da RIE-metalogo a tre voci- Magnum Edizioni 2005)
Sonata languida in andante noioso
Arginarti le intercapedini non so
piovrina stolta
né misurare in pollici di pollici
distanze smisurate
spolpa sembianze amorose
(Oh, che mi frilla il cuore – ridondante -
di bà.bàttiti scellerati – un cliché -
Sdoganate tue le fauci – bistrattate-
a morderne le brame -fiere-)
Accorciarti i tentacolini non so
piovrina sciocca
né sfrangiarti i minuetti dondolanti
in pian sospinto ed esplosioni
d’ incaute prominenze d’ illusioni
(una sonata in dissonanza di tensioni – tagliole
svenevolezze sbrindellate -signor casquet -
lingue ruvide di gatte- i brividucci da spalmare-
in temporanee nicchie d’ intenzioni – echi in cavità altere)
Lavarti le pupille imbambolate non so
piovrina spoglia
né adornarti le ciglia intrappolate nelle resine dei vizi
Un’eruzione respirata – fiati masticati-
a ciondolarmi nell’ aria che incapricci


















Giovanni Nuscis said
Grazie, Antonella. Sì, mi ha colpito molto questa circostanza, per questo ho voluto accennarne. So che Rita ha curato particolarmente l’espressione vocale, nel contesto teatrale ma anche nelle presentazioni dei suoi libri. Penso che abbia delle registrazioni delle sue letture, che non escludo si possano trovare anche sul suo blog.
Ciao, a presto
Giovanni
Antonio Fiori said
La poesia come “negozio di strumenti musicali scordati”, da accordare con pazienza e far suonare perchè ci aiutino a raccontare; la fedeltà, che viene dall’infanzia, per “la lingua ancora/oltre la lingua/d’una lavagna che stride”. Una poesia davvero votata alla scena, ad una recitazione polifonica che spero di gustare al più presto.
Antonio Fiori
redmaltese said
se avete pazienza da giovedi rita sarà ospite su oboesommerso. potrete ascoltare registrazioni audio in “esclusiva”.
un abbraccio ad antonella, rita, fabry e tutti.
Red
carrino said
Le poesie qui riportate le conosco tutte :)
Ed è vero, che oltre al ’significato’ cartaceo, la restituzione orale individua una dimensione altra, che accresce, diminuisce, trasforma insomma. Rita, per contro, ha dalla sua una voce evocativa, usa registri tradizionali e al tempo stesso pieni di accelerazioni tipicamente multimediali.
Precise le note di Giovanni Nucis, soprattutto quando parla di ‘artigiano sagace’, perché la poesia di Rita Bonomo, a mio umile parere, è davvero un gioiello nel panorama contemporaneo.
Saluti a tutti.
lrc
Gian Ruggero Manzoni said
Grazie della segnalazione e interessanti gli scritti. Condivido con Anto la necessità di poterle anche ascoltare.
paola said
quanti gioielli contemporanei, si.
manca un po’ quel tirare il fiato che trasecoli l’impatto, una piattaforma d’argilla senza forma, un diapason che rallenti andante nel pieno compatto di una camera iperparica troppo sotto pressione.
forse ci vuole una parentesi d’accordo per i fiori che si scordano tra un verso e l’altro
qualcosa che si stenda come un peccato d’assenzio, qualcosa che faccia l’amore con la piovrina.
sicuramente vi è domino controllato di sensi .- anche troppo controllato – che nega il sonno e nega la dolce tumulazione deo sospiro al balcone, c’è il metropolitano jeans stirato il cui strappo interno non è riservato al lettore.
c’è la perfezione della perfezione il che guasta un tanto la naturalezza. un po’ plastica, poco sanguinezza.
elegante quel che basta, duro e freddo, gioiello diamante ma già tagliato. fuori abbastanza dalla calda interpretazione soggettiva.
un saluto
paola
silvia molesini said
Io mi sono innamorata di Berenice, così si nickkava la mora, dal momento sospeso del testo scritto. Per questo ne rivendico la bellezza e l’interezza, fatte forse della monumentale mancanza, della forza del non detto che però è suggerito, presagito.
Anche Montale faceva così. E lei, Rita ,ora, non è certo Montale, quell’upupa sdegnosa, ma gazza che ruba e riporta sul registro di un mondo femminato saghe a memoria.
Non serve la voce, o il teatro pensato, a portare il soprannaturale terramimetico della sua storia.
Conserva i personaggi
- badagli -
cattura il respiro orco
e fiatami adagio il sogno.
rita bonomo said
L’ultimo commento -sopratutto- mi chiede di uscire da questa sorta di soggezione che si prova a stare in uno spazio, a mio avviso, così autorevole per ringraziare tutti di aver voluto lasciare la propria impressione.
Dico dell’ultimo commento, non perché gli altri non mi siano cari o preziosi, compreso quello severo di Paola (che ringrazio della sua schietta, e preziosa, mi si creda, analisi), ma perché mi arriva inaspettato e carico di cose che, pur conoscendoci da tempo, Silvia, non mi aveva mai detto e che, sapendola esigentissima, mi hanno stupita e gratificata non poco.
Quindi Grazie prima di tutto a Silvia :)
Ringraziandoli, ad Antonella e Gian Ruggero Manzoni, che seguo da un po’ di tempo qua e là per il Web, vorrei dire che, è vero, è sì importante, anche per me, restituire ciò che si scrive oralmente, persino per un poeta, figuriamoci per un autore che, come me, ha la forma mentis del teatrante e che quindi scrive con l’ambizione dell’interazione che dovrebbe esistere tra chi emette e chi riceve. Credo sia questo -fondamentalmente- un vizio di forma di quella che, pur non essendomi mai definita un poeta, sta alla base della mia poetica e che ne guida persino le tematiche.
Proseguendo in questo discorso spero di riuscire a rispondere anche a Paola.
Io credo che siamo figli e frutto dei mali, oltre che delle emozioni infiorate e amorose, dei nostri tempi. Ci sono tematiche generazionali ricorrenti in letteratura, in poesia, e non solo legate a questo secolo così metropolitano e così poco meraviglioso, tutte figlie di quel profondo senso d’inadeguatezza nei confronti di quegli stessi fiori; nei confronti di quella bella maniera di manifestare i propri sensi senza che questi vengano necessariamente dominati; nei confronti dell’amore, che sia questo sacro, profano -o assorto- o persino parentale.
Esistono vari e crudi modelli, in poesia come nelle drammaturgie più autorevoli (si pensi, ad esempio, alla Tragedia Greca dove il coro, spesso, è quanto di più ermetico e crudo ci possa essere nel suggerire la morale della favola), come pure in tutti gli sperimentalismi delle avanguardie che, unendo poesia e teatro insieme, diventavano quasi pretestuose nell’assemblare fatti e storie non certo accattivanti, certo non senza spogliarle di orpelli leziosi e accomodanti. Esistono, anche se sempre più rare -ahimé- le Prefiche che, prostitute del dolore, narravano, con canti meravigliosi e spesso non privi di disincantato cinismo, le gesta del defunto, non senza trascurare i fatti familiari, o i vizi, oltre a, certo, anche le virtù. E’ ai funerali, nei paesi, dove ancora cantano queste rare e meravigliose creature, che la poesia, detta in questa forma diventa ben interessante ai più, perché racconta fatti che -pur privati- diventano di contenuto collettivo, d’interesse collettivo. E bene diceva Brook nel riportare la necessità di attingere da storie di comune interesse e della necessità di creare un filo rosso, tra chi dice e chi ascolta, che non si deve spezzare.
Io, che ho la poesia come un negozio di strumenti musicali scordati, nella mia ricerca è questo che cerco di fare, per tematiche e per forma, assumendomi la responsabilità di non arrivare a tutti e spesso pagando in prima persona, mettendomi in discussione, quando questo, come nel caso di Paola, avviene. Ed è per questo che la ringrazio davvero di cuore.
Dulcis in fundu, [che fatica, ora capisco perché non intervenivo :)] caro mi è un ringraziamento ai caricari:
Antonio, per la sua costante presenza.
Carrino che ha curato e mi cura premurosamente e amorevolmente, e mi consola quando suono scordata. :)
Red, per lo spazio che vuole dedicarmi su oboesommerso e la sua presenza qui nel volerlo comunicare. :)
Giovanni, grazie grazie grazie per la generosissima disponibilità e le belle parole di presentazione. E poi non ho davvero parole sufficienti. :)
Fabrizio centofanti che ha voluto ospitarmi in questo bello spazio in cui, di tanto in tanto, per quanto zitta zitta, mi affaccio per leggere -davvero- di un gran bel lavoro che tutta la redazione porta avanti con grandissima competenza e generosità quasi filantropica.
Grazie davvero a tutti.
Rrr
paola said
grazie dell’articolata risposta, Rita.
me la rileggerò con calma e ti risponderò con calma.
paola
fabry2007 said
grazie a te, Rita. è bello che tu sia qui.
fabrizio
Giovanni Nuscis said
Grazie Rita, con remo leggero fin qui, e ne sono felicissimo, come sai.
Rada speciale, questa, che ascolta più di quanto immagini.
Un caro saluto a te a tutti.
Giovanni
mitralika said
“Una palude in cui –tu- ti travesti anfibio
sbranchiato -e onicofago-
e io granchio -onicofago- spaiato ad evitarti laterale
sugli sgoccioli di questa vita a finire
in spicciolo squarciare l’aria sconsacrata
da più morsi di fame d’unghie
-surrogato, lenitivo d’affetto -ma- piccante-”
bellissima la tua “Osanna”
originale ed evocativa insieme di Merini, di Gualtieri, e della cara Ilaria Seclì, che in web avrai letto, chissà.
un saluto affettuoso!
cara polvere said
cara Rita, la tua analisi generale è perfetta.
la tua autocritica assolutamente pregevole e degna di stima: ci si fermasse un po’ di più nei nostri angoli si assaggerebbero con più gusto i cibi che offriamo in pasto (cosa che devo imparare a fare per bene?) agli altri.
la tua apertura poetica a sperimentalismi anche a costo di scardinarti da un’idea generale e più accettata di poetica vigente, è assolutamente encomiabile.
ma. ecco. il mio commento non voleva ridurre ai minimi termini la valenza artistica del tuo lavoro.
quando leggo dei versi valuto la loro commestibilità per i miei bisogni.
i versi mi diventano materia biodegradabile e fertilizzante.
un buon letame insomma da mischiare al mio.
ecco. i tuoi versi mi hanno tenuto un po’ distante, non hanno voluto farsi completamente
concime. è un mio personale sentire, non la verità assoluta, ovviamente.
sono belli, sono brillanti.
ma. già digeriti e già diamantificati.
non mi si prestano ad essere concime.
è una cosa fisica mia, autoreferenziale e lontano dalla pretesa di una critica ben fatta.
mi rimproverano il mio dire di cuore ma se mi metto a dire di tecnica perdo tempo, perdo tutta la poesia.
tutto questo è certo un limite.
dovrei ascoltarti in una performance teatrale dove le parole
si modulano nella voce dell’attore e sono d’accordo quando antonella parla di file audio.
a me così, solo leggendoti, arrivi a metà.
arriva più la parte cerebrale che quella ventrale.
hai mai ascoltato il chiamarsi dei delfini e le loro risposte?
ecco, per rispondere devo sentire come un chiamarsi tra delfini.
con stima, ringraziandoti ancora della risposta.
a presto
paola
ps: se posso, una domanda: ti piace Artaud?
rita bonomo said
Cara Paola, intanto grazie d’essere tornata e grazie della tua approfondita riflessione.
Mi viene da sorridere di compiacimento nel leggere con quanta naturalezza utilizzi la parola letame e la parola concimare, per più di una ragione ma la principale è che, se avessimo la possibilità di stare faccia a faccia, userei parole anche più melmose per poterti raccontare da dove arrivano certi testi e, credimi, in quella fanghiglia melmosa ci vado con tutte le mani senza paura di sporcarmi. :)
C’è ben poca rielaborazione sul testo dal momento in cui nasce, al momento in cui lo leggo
-basita- su carta. Non uso infatti tornare sul testo scritto. Contrariamente alle apparenze, ciò che leggi, è frutto di una scrittura che nasce e si muove di getto, quasi in uno stato di trance. C’è davvero poco di costruito, di sofisticato, persino nell’ apparente autocompiacimento della, quasi smodata, musicalità di alcuni testi (vedi Splash o la Piovrina o Elegia del Gene) che, per quanto fastidiosa -a volte-, ritengo un dono. Credo sia proprio questo stato di trance, di distacco dalla realtà, che spesso approda all’onirico, che genera quello stato di straniamento che delimita l’interazione, quella che Giovanni Nuscis ha definito come una sorta di inaffettività.
O forse, la difficoltà di interazione sta in un altro delicato passaggio, ovvero nel fatto che, mentre tu cerchi del buon letame da mischiare al tuo, io trasformo il -mio- letame in altro letame che tu vedi invece come una forma già diamantificata. Un prodotto -invece- solo apparentemente finito, -primo- per tutto quel non detto che si cela al suo interno e che, è vero, forse va scovato; -secondo- perché ogni più piccolo brano nasconde, in verità, un discorso ben più ampio. Ti faccio un esempio: quando ho scritto Sette Bambole in fila, riletto il testo, ne ho avuto quasi paura. Ho pensato a ciò che avevo scritto per vari giorni prima di capire quale fosse la causa scatenante. Da lì a un anno, in assoluto stato gestazionale, e quindi uterino -credimi- ho capito, ed è nato un lavoro -fuori da ogni categoria- che io ho definito col termine “dramma in poesia” dal titolo Grande Sproloquio Spartiacque che ha tutto fuorché una forma diamantificata. Ha semmai una puntigliosa e attorcigliata forma viscerale che si attanaglia in se stessa e termina là dove era nato Sette Bambole e nonostante io veda dove stanno le criticità, legate a quell’ambita interazione tra emittente e ricevente (di cui al commento precedente), ho difficoltà a rimetterci le mani sopra per raffinarlo.
Usi espressioni che rendono fortemente l’idea che ho io della scrittura, specie di una certa scrittura femminile che, credimi, ho sempre definito uterina (differenziandola da un certo moto contemplativo), sì, anche se forse usata con un’accezione un po’ diversa dal tuo ventrale mi sembra di capire.
E’ un discorso talmente lungo, questo, da affrontare, quanto assolutamente interessante e, per me, molto stimolante (e infatti, si veda quanto mi appassiona dalla logorrea galoppante :))se penso al nome che ho voluto dare alla collana che ho ideato per magnum-edizioni (e ai motivi, e ai temi annessi) che non a caso si chiama le prefìche, che, in omaggio alle prèfiche vuole rappresentare il loro stato evolutivo, di liberazione, certo più orientato a piangere i propri dolori, piuttosto che quelli altrui, lasciando loro quello stesso crudo e ironico disincanto. Invitando la nuova specie a prelevare da quello stesso utero. Non a caso quell’accento spostato. :)
Questi e altri, dicevo in apertura, i motivi per cui mi viene da sorridere nel leggere il tuo bel contributo. E’ come se dicessimo la stessa cosa senza riuscire a trovare quel filo rosso da tenere insieme. Ancora, qui, sta a me farmi una serie di domande. :)
Per il resto, mi piacerebbe pensare che ascoltando i brani, questi, possano arrivarti nella loro interezza.
e sì, mi piace -anche- Artaud.
Un grazie che non basta, Paola.
Rrr