Erri De Luca, “L’ultimo viaggio di Sindbad”

Parla scarno, Sindbad. Traghetta clandestini stipati sotto coperta. Le donne a bordo lo infastidiscono, e i morti li butta a mare. Viaggia ai giorni nostri, sotto satelliti che sono stelle cattive la cui luce è da evitare. Ma porta il nome del marinaio fantastico de Le mille e una notte. Non ha l’aria romantica di un capitano decaduto, che so uno che magari guidava navi di lusso e che per qualche mala ventura s’è trovato a trasportare disperati suo malgrado. Non saprebbe proprio usarla in altro modo, quella stiva, se non riempirla di corpi e miasmi. Però quando resta solo col nostromo racconta della donna che gli ha fatto perdere il viaggio di ritorno, racconta lo strazio nella voce e nello stomaco delle madri che nel primo Novecento gridavano il nome dei figli emigranti in mezzo al mare, racconta di quel che fa quando sbarca, quando prende il treno per farsi una volta trasportare, per farsi scivolare il mondo addosso, come onde da dietro un finestrino.
Racconta come raccontava Sheherazade al re per avere salva la vita, e salva la ebbe per mille e una notte. Ma Sindbad è al suo ultimo viaggio, la nave una carcassa che non sopporterebbe un ritorno. E forse non si salverà. Stavolta le sue cronache di secoli non fermeranno l’ultimo granello nella clessidra, non inventeranno un porto dove attraccare, e nemmeno l’ospitalità fortuita di un fondale su cui arenarsi dolcemente. Sono storie buone a far dimenticare ai clandestini la fame o il mal di mare, la puzza o i compagni persi in viaggio, non a distrarre le guardie costiere all’arrivo in Europa. Eppure i passeggeri avvicendatisi sulla nave di Sindbad col loro sacco di passato e follia riemergono dalla memoria e dalle onde, nella voce del capitano, uno ad uno. Rivivono santi e profeti in fuga sull’acqua: Giona, offerto dalla ciurma alle onde inferocite per placare la tempesta, e raccolto da un ventre di balena più accogliente delle città costruite dagli uomini. E San Paolo, che a ogni cuore straniero parlava con la sua lingua, e ne calmava le invisibili bufere. Poi quelli che il mare gli fa credere di essere Mosé, o qualche tipo di messia, quelli convinti di causare gli uragani con le loro colpe, passioni o diserzioni, e ancora i profughi da un Paese che, come l’isola, non c’è. Ma per attualissime, reali, violenze e sopraffazioni. Certo non grazie alla poetica immaginazione di qualche sognante cantastorie innamorato dell’infanzia. Erri De Luca affida al cuore di tenebra del mare una storia vecchia come i personaggi che la popolano, intrecciando leggenda e storia, echi letterari e invenzione, con un filo che lega millenni trascorsi al più crudo presente. Un testo pensato per il teatro, così agile e duttile da seguire, a un tempo, la ritmica della narrazione e le folgorazioni impreviste della buona poesia.

Cristina Babino

Erri De Luca

L’ultimo viaggio di Sindbad

Einaudi

3 pensieri su “Erri De Luca, “L’ultimo viaggio di Sindbad”

  1. ottimo, Cristina, come sempre. la letteratura che s’intreccia con la vita, creando simboli e significati. alla fine, un racconto può essere più utile di un decreto legge sull’immigrazione.
    grazie
    fabrizio

  2. Mi associo alle impressioni di Fabry!Io parafraserei la tua affermazioni che La Letteratura è Letteratura se è anche Vita. penso che intendiamo la stessa cosa!
    Un caro saluto

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