SCRITTURE #5 – Fabrizio CENTOFANTI
Posted by francescomarotta on February 16, 2007
Vox Humana – Fabrizio CENTOFANTI
“Quello che vorrei lasciare, in definitiva, è una “traccia umana vera e aperta”, magari lacerata dalla spinta degli opposti, ma pronta a ricevere una sempre miracolosa riunificazione.”
*
(Per i riferimenti biobibliografici si rinvia al “Chi siamo” di questo sito.)
*
E’ una poesia densa di materia questa di Fabrizio, sulla quale l’autore può esercitare l’uso della sensualità intesa come percezione d’Altro. Un “Altro” negativo fatto di macerie, polvere e sabbia, d’indistinto sul quale la voce del poeta passa a scandagliare e a scoprirne forse l’irrimediabile distanza; un “Altro” positivo, oggettivazione -credo- del trascendente, che si traduce in esperienza estetica e affettuosa, esperienza però sempre guidata dalla dialettica, col soggetto che non si lascia mai totalmente assorbire -indottrinare si direbbe- ma cerca costantemente la via del dialogo e del percorso, avanzando dubbi e ricevendo segni. Fra soggetto e l’Altro -negativo e positivo- c’è sempre però un confine ben definito che viene richiamato costantemente dall’idea della pelle, del muro, della buccia, dell’orlo; questo sta a significare l’assoluta fiducia del soggetto nei suoi mezzi e nel suo linguaggio di mediazione; gli è permesso uno sguardo critico sia sull’indistinto umano, (…) sia sull’annuncio del trascendente, luminoso (la vera luce calda, di contrasto al colore dei “fiori finti” che si sperde nell’effimero), che attende però, nel manifestarsi della sua rivelazione, una continua comprensione e mediazione.
(Simone Lago)
Certi testi di Fabrizio Centofanti sono, per me, “stazioni”. Punti fermi in un percorso inesorabilmente a salire. Testi compiuti in sé, e stretti come in una mandorla, eppure legati uno all’altro da un filo d’acciaio, di consapevolezza, di strumento acquisito e levigato con pazienza di un amore per le lettere e l’espressione che mi insinua il dubbio – a me, che non so credere – che ci sia davvero qualcosa in più di quello che si vede.
(Cristina Babino)
Poesie da leggere percorrendo il chiostro del mondo e l’esterno che preme minaccioso ma pure salvifico, specie quando il mistero si annuncia con il dolore della scoperta e del dubbio. Grande poesia di un uomo grande pienamente immerso nel guado.
(Gabriele Pepe)
Le parole di Fabrizio sono severe e intelligenti – nella etimologia della parola intelligenza – ma di una intelligenza che ha lo sguardo a ventaglio e che insieme chiama dal livello terrestre delle cose dure: pietre, totem che sono posati alla superficie del pensiero a dire mondo, mentre il pensiero tira verso il risucchio di dio e della sua parola che vuole sfolgorare qui, tra le pietre.
(Maria Grazia Calandrone)
Mi pare che questa poesia sgorghi da un vissuto pieno che non si cela dietro l’abito talare ma che sa tenere in mano la torcia della ricerca nel buio che circonda l’umano vivere. Qualcuno ha parlato di missione del poeta, a me sembra invece che sia la missione sacerdotale ad essere interrogata continuamente in profondità dall’urgenza della poesia, di questa poesia, che mette a fuoco quella verità che ci vuole tutti, fede o no, davanti a quel muro che ci separa dalla visione certa, dalla conoscenza.
(Elena F. Ricciardi)
Mi sono domandato se il fatto che Fabrizio sia un sacerdote ha qualche rilevanza, da un punto di vista poetico. Forse ne ha, almeno come dato esperienziale. E forse ne ha come problema di “conciliabilità”, o se vogliamo di indagine (…) sulle capacità di linguaggi diversi, che pure gli appartengono, di guadagnare una dimensione spirituale, parlando della condizione del mondo con tutta la verità di cui un poeta è capace, e di giungervi per un’altra strada. (…)
Fabrizio è poeta fine. Non gli servono particolari artifici, tranne quello della voce. Non cerca vie di fuga stilistiche, e le emergenze metriche o rimiche sono semmai affioramenti di una cultura sedimentata e controllata (inutile qui fare il gioco delle parentele, si potrebbe parlare di Luzi, non solo per l’uso di certe parole, o Raboni, per l’uso di certi registri minori, ma che importa). Traspare un lavoro attento sul verso che sembra anche di sottrazione, di ricerca di leggibilità, di una leggerezza sintattica e semantica (e qui semmai viene in mente Calvino, che sappiamo essere oggetto della sua tesi di laurea). Il suo lessico è relativamente semplice, per certi versi anti espressionista. Un poeta che si discosta e osserva, anche sè stesso, e se un io c’è, si è appartato modestamente, come in un confessionale, e tende eventualmente o a farsi oggettivo o a diventare un noi partecipativo, condiviso e, quindi, pietoso. Da questo punto vista è difficile qui parlare di lirismo, il dato oggettivo (…) quando c’è assume subito un valore metaforico, diventa aggancio di una meditazione esistenziale.
Il richiamo più intenso della poesia di Fabrizio, a mio avviso, è alla difficoltà, tutta novecentesca, di capire l’esistenza e il mondo, di interpretarli, di comunicare quello che abbiamo intuito e di domandare quello che anche tragicamente ci assilla. Del mondo e della vita si cercano i segni, le mappe. Si cerca di vedere o di intravedere. Ma il veggente è un naufrago, che a volte sembra cercare i suoi gorghi. Certo, ci sono presagi, c’è la “carta topografica del cielo”, ci sono “carte infisse nel portone” come ordinanze decise altrove, ma servono a capire? Rimane il dubbio che cresce, la luce è inaccessibile, il “vivere inespresso” si concretizza in parole scritte nella polvere, nemmeno i morti ci parlano, mentre il timore si fa vicino, “le bombe fischiano in cantina”, che non è solo sotto di noi, è anche dentro di noi. Anche altri segnacoli eludono la comprensione: agende scadute, strani appuntamenti (a cui presumibilmente non si presenta nessuno), indirizzi inutili. Anche la natura sembra esprimersi in “monologhi infelici”; anche il corpo, custode dell’identità, sembra a volte tacere, “chiuso dentro il sogno”, altre volte il corpo e il sogno, insieme, si ritrovano in precarie “stanze segrete”, ma nel tempo sospeso e casuale di “strani pomeriggi”. Tuttavia la rilevazione della inadeguatezza di questo sistema di segni e di evidenze a interpretare il mondo e a renderlo in qualche modo comprensibile, non soddisfa Fabrizio, che infine, drammaticamente, si chiede dov’è il linguaggio, il dono di Dio all’uomo della parola, il potere di possedere le cose nominandole. (…)
(Giacomo Cerrai)
*
Nota.
I commenti di Simone Lago, Cristina Babino, Gabriele Pepe, Maria Grazia Calandrone e Elena F. Ricciardi sono tratti da www.liberinversi.splinder.com - ottobre 2006.
La bellissima analisi critica di Giacomo Cerrai è leggibile integralmente in www.ellisse.altervista.org
*
Icaro
guardare solo: coglierne lo strazio
discendere in picchiata sopra il male
con la tovaglia e i piedi dentro l’acqua
- calzini e scarpe, inutili bagagli.
il corpo tace, chiuso dentro il sogno
di una corona vinta da bambino:
la ruota e il vento, vividi, negli occhi.
l’angelo vola, l’ala che non sbianca
ha una macchia di sangue
o di vernice.
la poesia e lo spirito
la stanza chiude dentro l’invisibile:
i rami, fuori, sono un’illusione
che resta ferma, come nella mente
lo sguardo estraneo, l’ombra delle foglie.
nel buio si nota subito la luce,
seppure impercettibile.
non hanno più pareti, le presenze,
adesso splendono
di un oro femminile, acceso d’ambra,
sofferto nella carne.
ma il suo segreto è l’ombra sul selciato,
la chiave nella stanza e l’inudibile.
sheol
le labbra sanno ancora di petrolio,
disse la donna, mentre le sue mani
lanciavano messaggi a bassa voce.
l’incontro è quello giusto, la tovaglia
a fiori è preparata da tempo.
i nomi delle cose sono lampi,
coltelli che s’imbrattano di sangue.
mi porga la candela, disse ancora.
non credo più ai fantasmi, ma soltanto
ai morti che saltano le cene,
e si alzano in piedi per brindare
prima che il sole sorga.
etàire
non sei così pesante da volare:
sembrava delicata la tua voce
che si cambiò in uccello per sottrarsi
al Dio dei passi inutili.
la fuga ti tentava, alla radice azzurra
si scava la fede del compagno
spina che diventa fiore
come l’occhio del triangolo
quando la perfezione dell’essere felici
è il più assoluto nulla.
sono qui, disse
il corpo e il sogno sono nelle mani
di strani pomeriggi, nelle stanze
segrete, lontane da ogni assedio;
e il sole stesso è costretto a scivolare
tra sottili fessure di speranza.
ma il luogo è il nulla, sul palco si prevede
l’ultimo addio di gente sconosciuta:
fantasmi controvento, grano duro
che il vento libera
in monologhi infelici.
ordinazione
l’ultimo che aspetta, la cascata
di luce e il calendario dei suoi dolori,
il paradosso che esista un Dio
nonostante lo svanire, la preghiera
di terra: oscurità magnifica
raccolta per marcire, consacrata
alla polvere amara dell’incenso,
alla bruma che sale, diafana,
nel vuoto.
saudade
di tutto questo vivere inespresso
resta una lettera scritta con la polvere, all’alba,
nell’ora in cui i defunti si nascondono.
nessuno sa dove vadano a dormire
con le agende scadute,
piene di strani appuntamenti.
si confondono le lingue. a volte, forse,
si vede un braccio diafano che prova
a rimboccare le lenzuola:
per custodire un complice segreto
della muta, reciproca sconfitta.
apocalissi
il giorno si spalanca sul presagio
di una tempesta. la luce, alla finestra,
è una carta topografica del cielo,
con le sue estati scure, di bombe che fischiano in cantina.
non gli risparmia nulla, come un coprifuoco
di brezze e carte, infisse nel portone.
la scheggia ha la faccia della madre,
l’astuzia rude di un vecchio trafficante di reperti.
senza peccato
le pietre sono ai piedi degli astanti
rinchiusi nella torre.
si lanciano in difesa
gli operai della pena, con scalpelli affilati di paura.
all’alba c’è un anticipo sui versi, anche se è il sole
la Musa divina che trascrive, leggera,
le pagine incompiute.
terre emerse
sognare è sapere, dicevi, per questo
dormire è cambiare, vedere fanali improvvisi,
su strade d’azzurro. il palazzo ha un giardino
di pietra, cancelli melodici chiudono
ritmicamente la via.
sapere, trovare il guardiano che grida
da porte di ghiaccio.
è solo la luce, pensavi, che fende,
che scricchiola piano, la tenebra
il tutto che illumina,
invano.
è là
l’ansia è una finestra che tradisce,
un’abitudine, come stare all’erta
in una notte allegra, quando il caldo delle mani
sorride di livida indolenza.
arriva all’improvviso, decorata
con segni di tediosi testamenti, con chiavi,
che di volta in volta s’impregnano
di odori o di respiri.
sogni? qualcuno chiama ancora
dal ponte cancellato,
una voce,
che s’ignora.
selva dei suicidi
si cerca scampo anche nelle tenebre
quando il cerchio è un baratro che s’apre
sotto un ponte leggero. non basta l’innocente
varco nel cuore, la penna d’aquila
che cresce come il dubbio, all’alba,
nella luce inaccessibile. il più semplice intento
rotola nel gorgo, nella casa
del naufrago veggente.
I
la paura sottostante, la pineta, e l’ombra
onnipresente della madre, nelle grida violente,
l’impressione di scavare in una pietra,
l’ultima versione: il rumore e il clangore,
nonostante. la domanda, perché, perché tre volte
- come se ci fosse una ragione – l’onta, il bisogno di lavare,
di distruggere il muro della pelle. di tutto,
rimane quel recinto, e il pino,
l’insensato silenzio delle stelle, come in sogno.
II
si perde un figlio, solo, nella notte
un colpo nella tempia, una ceramica
rotta di nascosto, senza mettere
i cocci sotto il letto.
suicidio, dicono, articolo di fondo
non chiedersi il perché del già confuso
col rosso dei capelli, i colori
di dentro, e gli abiti neri della madre
corpulenta e sudata
stilettata inutile
nell’ultima chiamata al cellulare.
camaldoli
il tempo è lo specchio
del guardarsi dentro
il muscolo del duplice pensiero
della mente che crede, da un pavimento all’altro
al chiaroscuro del giovane e del vecchio
piegarsi, ritrovarsi
in un’unica illusione di vedersi fuori
e immaginarsi
lo spazio della sua concentrazione
lo strazio del volersi uniti
e inabissarsi
nel profondo del secchio,
intorpiditi.
cammeo
una strana bellezza t’incantò
madre della repressione e della cura,
nella dura nevrosi
dell’altezza: passò
logorata dai perché la follia
dell’amore, psicosi
della malattia, infervorata
contro lo sfottò della scelleratezza.
la gioia deviata della gelosia
ti attraversò, come una cupa angoscia
d’allegria e la magrezza
ti segnò la corsa: un canto,
per schivare la paura.
polisindeto
i lampioni sono mare,
nella mente inumidita,
lampare di strada dove neri pescatori
si spiano nei gesti della notte.
la voce è sabbia. la consistenza inutile del vento
in una notte di false profezie
è pane diventato pioggia.
non c’è silenzio, ma un suono a intermittenza,
dolore afono
che raschia la gola del futuro
Osip
si compie il volo
dentro questa polvere che prega sempre,
mentre non c’è traccia
di carne incisa, chiusa nello scritto.
ritorna l’ansia, il patto di finire, l’insufficienza
quasi mai conclusa dei cinque sensi.
dal buio sale il limite del gorgo:
scende dal mare senza percepire scaltri consensi.
la notte affolla l’alto dormitorio dei sogni flebili,
le muove incontro l’esile memoria della sterpaglia,
l’umana pena,
l’orda quotidiana.
ma vuoi salire:
fuori della cella conti i minuti
d’ogni lieve insonnia.
Per ogni voce che dentro l’ombra grida.
A Fabrizio Centofanti.
(Di Francesco Marotta)
1.
Parli dell’ombra. Della nostalgia di luce che dentro l’ombra grida. E racconti al silenzio tutte le parole del cammino. Come chi chiama accanto, ad ogni passo, l’assenza che non lascia impronte sul sentiero. E offri ali. Strappate al giorno in regole di pianto. Non per spiccare il volo oltre gli sguardi, ma perché siano un lascito d’amore, una memoria che dà riparo al cielo, alle sue acque.
2.
E’ vero. Tu sei colui che accoglie ogni voce. Il sibilante afrore degli autunni e l’argilla dove maturano i volti segreti di un giardino. Il tuo nome è un sogno. Migrato un giorno al richiamo delle fonti per essere specchio delle nevi e del disgelo. Lavacro di occhi che affiorano dal fango. Ora è una vela che arde in lontananza. Come un faro che sul confine regge lumi ai morti. Il fuoco che stringi tra le labbra, chiede alle mani di disarmare il pane. Imparare ad allevare l’alba come un figlio.
3.
Vegliare il tempo è custodire l’unica dimora che si fa riva e porto. Il segno che contiene la cifra segreta del risveglio. La parola che strappa al corpo stimmate di attesa. Che regge al desiderio e si fa spasimo, come un muro che sbarra il passo al rigagnolo di muschi che l’assedia. Che lo piaga. Solo chi è senza cielo, pur possedendo le chiavi di ogni cielo, reca in sorte la fiaccola di un grido. La voce priva di alfabeto che sa nominare gli astri uno ad uno.
4.
Anche i tuoi angeli hanno mani impastate di cenere e deserto. Nelle pupille, il sangue di chi ha vegliato, nel chiostro di un ricordo, il fuoco di una domanda senza eco. Il rogo degli alberi e dei fiumi, dei giorni consegnati a una luce fraterna che non muta. Sono angeli naufraghi esercitati alla pietà di un grido. Figli delle notti dove anche l’orizzonte sembra straniero al cielo che lo cerca. Come una parola che si trascina, di dolore in dolore, fino alle labbra da cui si parte il vuoto che ferisce.
5.
Chi ti regalò l’inquietudine del verso col quale navighi sul filo degli abissi, se avevi con te, stretto dentro il palmo, il sigillo che ricolma lo sguardo di certezze? In quale mattino senza nome, abitato dal graffio inudibile dell’ombra, prese il largo il tuo canto che varca stagioni di ferite? Forse fu lo stigma vivente della pioggia, la preghiera nuda di un ramo che si offreall’abbraccio dell’acqua. Forse la speranza di seminare echi nelle terre ammutolite dell’esilio, essere voce che racconta il giorno alla pupilla cieca delle pietre. Tu che oggi ti accompagni a chi si lascia il lume di ogni morte trascorrere tra i pori, tu sai le rotte che guidano gli uccelli ai sacrari inviolati dell’aurora.
6.
Scrivi di Osip, e laceri la tela spiegata dei miei sensi. Ti apri un varco tra i silenzi e le piaghe di un’esistenza che puoi solo immaginare. Vieni a smarrirti nei solchi di una terra che dormesotto il fuoco. Ti accolga l’abbraccio della lampada muta che accendo ogni notte sulla soglia. Ti accolga il vento che dalla soglia sussurra alla mia polvere. Che mi riporta le voci mai placate dei morti che gridano giustizia dal ciglio ferito dei miei occhi. Questa è la casa, qui è la tavola che invecchia e che rinasce a ogni pasto. La mensa di spighe acerbe imbandita dal transito degli anni. Guarda. Non si consuma l’olio, se arde nella coppa delle mani la luce fraterna degli sguardi.


















Roberto Rossi Testa said
“Non si consuma l’olio, se arde nella coppa delle mani la luce fraterna degli sguardi.”
Così sia!
vbinaghi said
Questa corrispondenza di sensi spirituali è quanto di più accorato ed essenziale, l’esatto contrario dello sperpero: anche se l’alba è già lontana, vorresti richiamarla a te, per imparare di nuovo ad “allevarla come un figlio”.
sebastiano said
Molto bella
Sebastiano
Giovanni Nuscis said
…
saudade
di tutto questo vivere inespresso
resta una lettera scritta con la polvere, all’alba,
nell’ora in cui i defunti si nascondono.
nessuno sa dove vadano a dormire
con le agende scadute,
piene di strani appuntamenti.
si confondono le lingue. a volte, forse,
si vede un braccio diafano che prova
a rimboccare le lenzuola:
per custodire un complice segreto
della muta, reciproca sconfitta.
…
Non ho resistito, Fabrizio, a esprimerti subito il mio apprezzamento per questi tuoi versi (che in parte conoscevo) in cui sensibilità, riflessione profonda, musica, abbandono al mistero rilucono, per sapienza poetica, in equilibrio mirabile. Ma rileggerò ancora, con più calma.
Splendido contrappunto le parole di Francesco: per i tuoi versi, certo, ma auguriali, anche, trovo, per noi tutti “Questa è la casa, qui è la tavola che invecchia e che rinasce a ogni pasto. La mensa di spighe acerbe imbandita dal transito degli anni. Guarda. Non si consuma l’olio, se arde nella coppa delle mani la luce fraterna degli sguardi.”
Grazie davvero
Giovanni
fk said
Un grandissimo omaggio. Marotta che “commenta” da par suo il canto alto e spesso doloroso di Centofanti. Un grazie particolare.
Franz
elena f. said
Immense
elena f
Luca Ariano said
Ma versi intensi davvero notevoli. In questi anni ho letto molte tue poesie davvero efficaci!A quando un corpus cartaceo? Mi ha colpito in particolare Saudade, ma anche Osip è straordinaria. Puntualità nel verso non da poco. Il titolo così balzacchiano o forse turoldiano(?) dice già molto della tua poetica…Complimenti anche all’omaggio in prosa di Francesco!
Un caro saluto
paola castagna said
SENZA SCAMPO …(grazie Fabrizio)
da Icaro
…coglierne lo strazio
discendere in picchiata sopra il male
…il corpo tace, chiuso dentro il sogno
di una corona vinta da bambino:
…l’ala che non sbianca
ha una macchia di sangue
o di vernice…
Sopra il male
mentre
il sogno riprende verso l’epilogo
tacere
per quel silenzio che chiedi
non riconoscere senza olfatto
il rosso di una macchia
come un cercatore d’oro
quell unica pepita
tra le mani.
Poeta che riprendi a pulsare verso la Parola .
Di Centofanti una poetica che nonostante il riguardo che usa , risulta anche graffiante.
Segni del passaggio Uomo tra le righe eteree del pensare.
da sheol
…le labbra sanno ancora di petrolio,
l’incontro è quello giusto,
i nomi delle cose sono lampi…
L’incontro è quello giusto
poeta dell’esatto
gl’ orologi
segnano ore differenti
mentri i lampi
rischiarano un buio
considerato tale per nasconderti meglio.
da etàire
…non sei così pesante da volare:
per sottrarsi
al Dio dei passi inutili…
quando la perfezione dell’essere felici
il più assoluto nulla…
Un Dio dei passi inutili
li
si li l’umile ha dimora
li
si li dove arranchi
nell’inutilità del sistema
li
non qui
sconveniente la venuta
i passi sostengono
mentre quel Dio
è nel niente che porta un affanno
peccatrice lucida
nei meccanismi contorti
pensiero perverso
rispetto al felice
come un nulla tra noi.
Antonio Fiori said
Nudità coraggiosa del dolore, fiducia nella parola, pur sapendo che “la voce è sabbia”. La poesia di Fabrizio è alimentata dalla sua straordinaria capacità d’ascolto, ci restituisce mirabilmente il suo stesso sentire gli altri, il tempo, il mondo. E’ una poesia che annovero fra quelle (rare) che inducono subito la rilettura per riconquistarne ogni volta pietas o serenità, armonia estetica o motivo di meditazione.
Antonio
marcos said
una volta si chiedevano se era la natura che imitava l’arte o l’arte che imita la natura, le opinoni si alternano come il giorno e la notte, due ragazzini che giocano a cavallina. qui mi pare che il mito, rinfuocato dalla polvere, trovi respiro nella odierna cronaca, “l’umana pena,/l’orda quotidiana.” il sogno macchiato o confuso con il rosso della vernice. risorgeranno?
sarà l’ansia, sarà la luce, ma a volte, e soprattutto quando scatta l’ora della sveglia, non si riesce proprio a evitare di sentire quel “qualcuno che chiama ancora/dal ponte cancellato,/una voce,/che” Signora!
p.s. perdona la banalità di questo commento, avevo già letto queste poesie, ma oggi si deve essere accesa un’altra lampadina.
davide racca said
Agostinianamente, queste poesie sembrano chiedersi: “Quid amo cum te amo?”
e il “Quid” non è riferito a Dio, ma all’uomo.
carla said
Sempre intenso il tuo sentire, Fabrizio,
incide la carne.
un abbraccio
carla
franz krauspenhaar said
Mi ha da poco telefonato Fabrizio; che oggi non riesce a collegarsi a internet. Ringrazia tantissimo Francesco e tutti quanti i lettori e commentatori.
Giorgio said
Belle queste poesie e bello questo modo di leggerle.
Francesco, stai costruendo la più bella antologia della poesia contemporanea.
GiusCo said
A proposito di telefoni, ce l’avete skype?? giuscor è il mio identificativo, Birmingham, UK. Magari comincio a pagare qualche debito… :-D
gian ruggero manzoni said
Un ulteriore ‘colpo gobbo’ di Marotta (ovviamente nel senso buono del termine…). Francesco ti stai aggiudicando, a mio modesto parere, “la palma del più attento del mese di La poesia e lo spirito”… concorso che da marzo andrei ad indirre. Che ne dite?
fabry2007 said
volevo ringraziare Francesco per ogni punto che mi avevo colpito al cuore del suo testo critico-poetico, ma mi rendo conto che è impossibile. però voglio dirti, Francesco, che ho trascritto questi gioielli tra i gioielli su fogli che terrò sempre con me. sentirsi capiti fino a questo punto è un’esperienza non traducibile in parole.
ringrazio anche Roberto, Valter, Sebastiano, Gianni, Franz, Elena, Luca, Paola, Antonella, Antonio, Marco, Davide, Carla, Giorgio, Giuseppe e Gian Ruggero. non mi dilungo in particolari perché risulterei noioso. e poi l’io deve essere superato, lasciare il posto a qualcosa di più grande, che diventi di tutti. altrimenti tutto è vano, hevel hevelin’, come diceva Qoelet.
un abbraccio ad ognuno di voi.
fabrizio
Fabio Franzin said
quasi una risposta alla tua bellissima “saudade”, caro Fabrizio, e mille mille complimenti per la profonda sacralità dei tuoi versi.
Con affetto, Fabio F. :
Hanno parole che sanno d’erba
bagnata i morti, quando nel sonno
ci vengono a trovare; gli escono
dalle mani aperte, a fiotti
oppure goccia dopo goccia
mentre ci guardano fissi
coi loro occhi d’avorio
e il loro mormorio è come
un vento che faccia sbattere
le imposte contro il silenzio
ci dicono cose che ormai
non ci interessano più;
ce le ripetono, sottovoce,
come se stessero confidandoci,
finalmente, uno dei tanti
segreti che si sono portati
via; raro sia qualcosa
che apra un varco, che soddisfi
una mai sopita curiosità.
Le parole bussano fra le quinte
porpora del sogno sibilando
fra le sbarre arrugginite dei cancelli
aprono brecce d’aria gelida
fra i viali deserti del parco
poi, carponi, come talpe
i morti scavano cunicoli
nel prato, corridoi che si snodano
obliqui dentro le colline.
Sentiamo le palpebre spesse
come bucce quando ci svegliamo.
Dentro la testa un azzurro ronzio.
Le nostre mani sono asciutte.
Le parole sono con noi
e in noi si scavano
il loro nido di fuoco.
Francesca M. said
“Imparare ad allevare l’alba come un figlio”. Con la stessa cura, la stessa passione sapientemente razionata (non come la piena del fiume, ma come il getto dell’acqua da una fenditura nelle pietre), la pazienza.
Ci trovo questo nelle poesie di Fabrizio e nel dialogo che Francesco ne ha tratto (che è la più bella forma di lettura, un dialogare vivo, fare propria la scrittura di un altro): la pazienza.
Forse perché è ciò che nella vita vera mi frega (!) sempre, la riconosco se la incontro. Prima dell’imperativo “vivi”, ci dovrebbero essere sempre “ascolta” e poi “attendi”.
Chiara Daino said
«Amare qualcuno significa vedere un miracolo invisibile agli altri». [François Mauriac]
Nell’occhio: il suono di Fabrizio e Francesco, nel vedersi e far vedere. L’oltre, il dentro – pupille a farsi strada,frasi ri-tratte fra polvere e stelle.
«guardare solo: coglierne lo strazio»
«come l’occhio del triangolo
quando la perfezione dell’essere felici
è il più assoluto nulla»
«il tempo è lo specchio
del guardarsi dentro»
…
«Nelle pupille, il sangue di chi ha vegliato, nel chiostro di un ricordo, il fuoco di una domanda senza eco»
«il sigillo che ricolma lo sguardo di certezze»
«essere voce che racconta il giorno alla pupilla cieca delle pietre»
«ciglio ferito dei miei occhi»
Occhi e sguardi – come antenne – per ricevere e trasmettere: un segnale che si “Informa”, un contatto di verso.
Grazie ad entrambi!
P.s. «e la magrezza
ti segnò la corsa: un canto,
per schivare la paura» – qui, Fabrizio, hai condensato più realtà in un solo cammeo – salgemma e ferita.
cristinababino said
Questo post di Francesco ha tutta la forza e la grandezza del dono. Cris
carla said
io vorrei aggiungere una cosina, per Francesco e Fabrizio…
Siete meravigliosi perchè ci donate le emozioni, e le emozioni sono preziose come la vita stessa!
Buona domenica
carla
fabry2007 said
bellissima poesia, Fabio. del resto sai bene cosa pensi, delle tue.
la pazienza, Francesca: hai colto il nocciolo, che sta dentro, in mezzo al terremoto.
e lo sguardo: grazie, Chiara. credo negli occhi aperti, nonostante tutto (nonostante tutto il male).
sì, Cristina, un dono.
grazie a te, Carla.
fabrizio
lorenz said
la poesia mi è piaciuta.
belli anche i commenti.
vedo che dall’ultima volta che son passato di qui i collaboratori sono molti di più.
bene che non ci sia divisione tra credenti e noncredenti di fronte all’arte… ma dovrebbe essere anche di fronte alla vita tutta.
Enrico said
Difficili parole, direi pesanti. Tutto mi tocca, ma sento in particolare:
l’ansia è una finestra che tradisce,
un’abitudine, come stare all’erta
in una notte allegra, quando il caldo delle mani
sorride di livida indolenza.
arriva all’improvviso,…………..
ritorna l’ansia, il patto di finire, l’insufficienza
quasi mai conclusa dei cinque sensi.
dal buio sale il limite del gorgo:
scende dal mare senza percepire scaltri consensi.
la notte affolla l’alto dormitorio dei sogni flebili,
le muove incontro l’esile memoria della sterpaglia,
l’umana pena,………….
Come superare l’ansia, la nostra insufficienza, l’umana pena ?
Forse come dice Francesco:
Non si consuma l’olio, se arde nella coppa delle mani la luce fraterna degli sguardi.
Ma quando guardiamo fraternamente un altro ?
Lorenz: bene che non ci sia divisione tra credenti e noncredenti di fronte all’arte… ma dovrebbe essere anche di fronte alla vita tutta.
E invece viviamo sempre in mezzo a incomprensioni, a polemiche, a mancanza di ascolto, anche fra persone che dichiarano ideali comuni. E’ questo il dolore principale della vita.
fabry2007 said
grazie a Lorenzo ed Enrico. la divisione nasce dalla superficialità, dall’impossibilità di capirsi. oggi c’è un’industria che funziona per chiuderci ognuno nei suoi pensieri inconsistenti. dobbiamo uscire dalla sindrome dell’inutilità, dell’inganno istituzionalizzato. riconoscere che pippo baudo e la hunziker sono il massimo che questa società può darci, a certe condizioni.
fabrizio