Vaccaro legge Alborghetti
Posted by fabrizio centofanti on February 17, 2007
Dall’ombra a barlumi di luce – Viaggi verso L’opposta riva di Fabiano Alborghetti
di Adam Vaccaro
Dall’ombra a barlumi di luce, questo il senso del viaggio, dei viaggi, che questo libro (LietoColle Libri, Como 2006) intreccia e racconta. Il tentativo e il quadro non possono essere più onesti e ambiziosi. La partenza non può che essere dal buio.
E qui la partenza non è solo una metafora ma riguarda partenze reali, “dei Clandestini”, del “popolo in ombra anche se pienamente visibile” (dice lo stesso autore in una nota all’inizio del libro), quale quello costituito dagli “esclusi, i fuggitivi, i sans papier” specifica Giampiero Neri nella sintetica presentazione, in cui ricorda la genesi affatto consueta del testo, nato da circa tre anni di frequentazioni con vari gruppi di questo popolo, nel corso dei quali Alborghetti ha condiviso “con loro i dolori (e io aggiungerei gli odori, ndr) e le asprezze della loro grama vita.”
Ciò rovescia come un calzino il fare e il farsi della poesia. C’è qui, di fatto, prima la cosa e poi la parola che cerca di nominarla e darle un nome. Siamo all’origine della poesia, condizione che si rigenera ogni volta che essa è posta fuori da ogni stanza precostituita, nuda e senza dimora, sulla strada. Strada come metafora di ignoto o non ancora noto, ma certo anche come uscita da tanta poesia odierna, iperletteraria e appagata di sé, ombelicale e narcisistica, ruotante intorno a un Soggetto Scrivente dall’Io ipertrofico, che fa della propria esperienza solitaria e minimale monumenti destinati a una circolazione autoreferenziale.
Certo qui la strada è di frequente reale, tra cieli estranei e spesso nemici, acque e baracche, massacri, fetori e vuoti tutt’altro che metafisici, chiede parole che non ci sono (ancora) e non si sa ancora come inventare per provare a ridare senso. Il dolore, lo smarrimento, il sangue, diventano bocche e chiodi, referenti e co-autori, quanto più entrano nella carne e si fanno alimento di spirito e parole fino a un attimo prima sconosciute. Qui è insomma la misura reale della pressione delle cose a ridurre l’Io e a imporgli umiltà; non è frutto, in questo caso, di una volontà che rischia di diventare maschera di una ipertrofia che esce dalla porta e rientra dalla finestra. Chi inventa invece chiuso nella torre (d’avorio o di anonimi condomini) del proprio Io letterario non può saperlo, sperimenta la propria onnipotenza e sdolora pure (ma senza pagare qualche dogana), deducendo che il referente è ininfluente sotto i suoi piedi di Dio o il cielo della propria stanza.
Quella di Alborghetti è un esempio di rinnovati sensi di poesia civile? Credo lo sia nella misura in cui non può sentirsi onnipotente né sognare di salvare alcunché ma solo di ritrovare energie per procedere dentro il circuito vitale. Nel quale non ci sono doni gratuiti ma tutto nasce da prezzi pagati col corpo, messo qui in gioco da chi scrive nella ricerca di parole adiacenti al confine del dolore ancora più acuto dell’Altro. Parole che, per questo, non hanno bisogno di sovraccarichi ideologici o retorica declamatoria mentre oscillano nel buio della carne che non conta e fanno propria la fatica, l’insuperata soglia di capire, il dolore della trama scura, che (ci) assilla con una domanda sibilante tra le righe di ogni verso: dove siamo?
È la domanda implicita di questi testi che inanellano terzine e piccoli quadri di vite apparenti (tanto che fanno parlare l’autore di “una Spoon River dei vivi”), che si chiudono, in effetti aprendo, con un ultimo verso staccato che spesso accentua tale senso con puntini di sospensione. Vediamone qualche esempio: “sulla carta il singolare niente spianava con l’ordine, il lezzo…“(p.18); “per non sapere cosa fare…”(p.20); ”L’intero suolo è casa diceva e dal fuoco il fango risplendeva…(p.25), anche sulla domanda: dove siamo?; “per avere le parole: dammi altro che il denaro dammi un senso…(p.61), cioè, dove siamo?; “che il numero non conta religione se a terra il sangue insieme…(p.90); “ognuno per sé, con un credo un agnello o un sacrificio…” (p.93); “dico: così alternati tra costanza e sottrazione…”(p.99), ma infine, dove, dove siamo?
E la domanda suggerita non riguarda solo l’altro, gli altri, i negletti, le ombre “pienamente visibili”, riguarda tutti, anche noi, i più favoriti dalla giostra infernale su cui giriamo, sapendo sempre meno dare una risposta. Tutto questo mi pare espresso bene in un intervento di Alborghetti sul N. 2 di Trickster, rivista del master di studi interculturali dell’Università di Padova: “Lo scrivere altro e con un’altra lingua, aveva modificato il peso dell’appartenenza, dell’identità mia e dei Clandestini, tutto era trasformato, tutto era divenuto difficile. Soprattutto, non sapevo da che parte iniziare per restituire quel vissuto con l’aderenza richiesta e il giusto distacco. Che lingua adottare? Che lingua era ancora possibile se la mia stessa lingua avevo traslato, se la loro lingua, il loro parlare era l’antipoetico per eccellenza?“
Eppure, la costruzione del testo mentre si misura con ogni sorta di perdite, da cui derivano slittamenti e salti (tematici, logici, sintattici) da un piano all’altro, da un verso all’altro, attua un percorso che come dicevamo all’inizio va dal buio a lampi di luce: “una operazione sempre/ a svelare palese/ / la pace apparente”(p.96), “ben oltre la stanza/ ad un esempio di affetto che amiamo, inclinato/ / sul sapore…e quando finito, trattenerlo.”(p.60). Senza illusioni, perciò, ma nella luce fragile di momenti di condivisione (che è se coinvolge il corpo, i sensi, i sentimenti), toccando lo strato profondo umano, comune.

















Marco Saya said
Ciao Adam,
ottimo testo.
Sicuramente la poesia ha oggi il dovere morale e civile di interrogarsi sul “dove siamo?”
Angiungerei che il fare poetico dovrebbe divenire il farsi “collettivo” di una maggioranza non più silenziosa di clandestini.
“Che lingua adottare? Semplicemente il SENTIRE questa “clandestinità”.
Avremo il tempo per approfondire tutto ciò.
Un caro saluto
Marco
carla said
Alborghetti ne “L’opposta riva” da voce a un popolo, scopre una piaga, quella di un’umanità rifiutata ma reale, che si allarga ogni giorno che passa, e che soffre per la sua emarginazione, perchè non trova un’identità, un luogo che sia vero Luogo, Casa.
Di Alborghetti ho sempre amato la sensibile capacità di calarsi nell’altrui ascolto, nell’altrui dimensione, e nei suoi versi lunghi- e avvolgenti – risuona la ricerca di una dignità che è, e deve essere, diritto di ogni uomo.
Lo saluto con affetto e saluto anche Adam per la bella presentazione.
carla
fabry2007 said
il laboratorio di Fabiano è di quelli che mi convincono di più. ma non per una semplice e alla fine banale equazione tra poesia e vita (sappiamo bene quanti trabocchetti e illusioni e inganni contenga), ma perché risponde all’istanza etimologica del poiein. al poeta a corto di ispirazione, Bertrand Russel consigliava di fare il giro del mondo, di gettarsi nelle avventure meno garantite, di sperimentare, provare, rischiare. ma anche questo può essere artificioso. in Alborghetti c’è qualcosa di più: una sincerità che riesce ad approdare, sia pure nella fatica del verso, all’opposta riva.
fabrizio
gian ruggero manzoni said
Mi unisco a Fabry. Sempre proposte interessanti.
lucaariano said
Mi associo. Ottima analisi per un lavoro davvero interessante!
Un caro saluto