Antigone. Un monologo.
Posted by massimosannelli on February 19, 2007
A voi uomini piace
solo una donna morta.
Le due ali che avrà
una larva cresciuta
nel bozzolo di seta
vi spaventano ancora.
Se un’anima si alza
da questo sonno, spiace.
*
Perché eri così biondo?
Tu sei passato sempre
come un ago tra i lembi,
che non li sporca. E so:
quando hai sfiorato appena
nei sacrifici il vaso,
per ricevere il sangue
della bestia sgozzata,
tenuta per le corna
dalla forza dell’uomo –
mi hai toccato di nuovo
con le mani la pelle
per cogliere una rosa,
e non hai mai tagliato
un ramo dell’adelfa:
l’ape non rischia nulla
per un fiore che intossica –
mangia per lavorare.
*
A te piaceva solo
spiare da lontano
il mio seno, nient’altro.
Volevi essere visto
come lo è un riflesso
pallido, senza fuoco
ma umido, un riflesso
smorto che sembra acqua.
*
e mi aspettavi… Io ti offrivo
soltanto la mia nuca,
come il primo segreto
che una donna concede.
Una volta ho sentito
il tuo sguardo al suo centro:
un coltello sottile,
un coltellino d’oro
dalla nuca alla schiena.
Mi sentii brutta, brutta!
E caddi a terra, gridavi
«stai male?… come stai?
Dimmi…», e non fuggivo.
*
Antigone è pietosa
sempre, sopra la tomba
di suo fratello, che
muore per vendicarmi
di te, pallido capo
che io adoro, fratello
promesso a me, mio unico
marito, perché anch’io
fossi compiuta donna
e una nave sul mare
in pieno vento, in mare…
*
La figlia non usata
resta viva tra i morti,
col corpo che conosce
solo il coltello d’oro
dello sguardo alla nuca.
I morti non proteggono
chi non ha una difesa
e vive ancora.
Sola,
sono la vostra erba
vile e ancora un’allodola,
una colomba acerba
e un niente, l’immatura,
la troppo o troppo poco
vergine, che non muore
come suo padre, cieca:
e voi – che cosa fate?
(massimo sannelli - febbraio 2007)
nota
Questo monologo di Antigone tra i morti si basa sul Delirio primo che le attribuisce María Zambrano (All’ombra del dio sconosciuto. Antigone, Eloisa, Diotima, a c. di Elena Laurenzi, Pratiche, Parma 1997). La versificazione in settenari è dedicata in primo luogo all’occhio: l’esecutore o l’esecutrice del testo dovrebbe imporre un ritmo molto più realistico, approfittando degli enjambements.
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February 19, 2007 at 2:18 pm
“A voi uomini piace
solo una donna morta.
Le due ali che avrà
una larva cresciuta
nel bozzolo di seta
vi spaventano ancora.
Se un’anima si alza
da questo sonno, spiace.”
Bellissimo testo, complimenti!
Giovanni
February 19, 2007 at 2:59 pm
«l’ape non rischia nulla
per un fiore che intossica –
mangia per lavorare».
Sono passi di cedro,
grazie
February 19, 2007 at 3:16 pm
-mi hai toccato di nuovo
con le mani la pelle
per cogliere una rosa,
e non hai mai tagliato
un ramo dell’adelfa -
In questi versi la forza dell’impatto fisico e visivo insieme.
Grande!
February 19, 2007 at 4:33 pm
massimo riesci sempre a dare musicalità alle parole. tu non scrivi, componi. grazie di cuore per la bellezza che ci regali.
in sincera amicizia
luca
February 19, 2007 at 5:25 pm
caro Massimo, sento una vicinanza (tematica e d’intenzione) con la poesia di Ida Travi, sbaglio?
February 19, 2007 at 6:06 pm
Grazie Massimo per questi versi potenti e delicata musica che s’imprime a fuoco…Dall’incipit *se un’anima si alza da questo sonno spiace* quasi un memento, fino all’ultimo grido
Sola,
sono la vostra erba
vile e ancora un’allodola,
una colomba acerba
e un niente, l’immatura,
la troppo o troppo poco
vergine, che non muore
come suo padre, cieca
Poi sai quanto ami Zambrano anima di sconfinati deliri…
rita
February 19, 2007 at 6:24 pm
Molto bello, intenso.
E l’incedere musicale è perfettamente coerente.
February 19, 2007 at 6:32 pm
cari, grazie… vi devo raccontare come è nato questo monologo (e sarà anche la risposta alla tua domanda, Stefano). sabato pomeriggio sfogliavo per la prima volta “All’ombra del dio sconosciuto” di María: avevo letto altri suoi libri, ma non questo. María mi fa sempre un effetto strano: mi avvolge, la sento vicina, ma la sua lettura ha per me qualcosa di faticoso, se ci penso. è come se non volesse essere letta con l’attenzione ma con l’intuito: la sola attenzione si disperde (non è l’effetto normale di María, è solo la mia sensazione). ho letto il delirio primo che è attribuito ad Antigone: che a Zambrano interessa non tanto come simbolo di resistenza e di pietà, quanto come la persona che non è del tutto libera perché non ha del tutto amato e non è stata del tutto amata. mentre leggevo, è scattato il meccanismo che conosciamo (è una delle gioie della vita): scrivi, scrivine, scrivi, scrivine. il monologo è nato così, in pochissime ore. e si è formato (fermato) in questa serie di settenati, che possono essere letti in modo stilnovistico (da un lato); dall’altro: aspettano una voce umana, umanissima - che darà il suono (e forse ne farà scempio) alle isometrie. questo è uno scheletro ancora arido, che aspetta lo spirito di una voce (anche maschile, mi è venuto da dire nella Nota finale - Dio solo sa perché)… non c’è nulla di razionale in questo racconto: eppure è una “favola bella” che mi consola da tre giorni. vi abbraccio con tutto il cuore
massimo
February 19, 2007 at 7:10 pm
Per assaporare pienamente Zambrano è bene accantonare il razionale in un primo momento, ed entrare quasi in simbiosi con le sue parole, avvertirne anche la complessità dei significati per approssimazione, avvicinandosi cautamente. Esercitare una specie di spoliazione interiore, tentare “il percettibile” altrimenti si rende più faticosa. Per il tuo monologo penso a una volce calda, ma ferma…maschile sì…benissimo! Un abbraccio grande
February 19, 2007 at 8:04 pm
La figlia non usata
resta viva tra i morti,
(queste parole lievi e giuste, sul corpo, alla fine…)
a capo chino, grazie
February 20, 2007 at 12:04 am
non so perchè caro massimo, forse per la presenza mitologica di antigone, o perchè è testo teatrale, ci assocerei come sottofondo musicale il delirio di “brucia troia” di v. capossela.
sarà il delirio dei corpi,lesi e strappati alla vita, la teatralità della morte….
molto apprezzata.
a proposito di voci, che ne dici di quella del carrino?
red
February 20, 2007 at 12:18 am
Amore irresistbile
Amore che fai preda
delle umane fortune,
che vegli sulle gote
delle tenere vergini
notturno; tu che vaghi
oltremare che visiti
le case dei pastori
nessuno può salvarsi
da te: sia pure un dio
o un uomo pochi
giorni durevole: tu porti
lo scompiglio alla mente
di chiunque possiedi
anche l’animo giusto
tu sai rendere ingiusto
e condurlo a rovina:
crudele hai sollevato
questo assalto di voci
fra uomini legati
dal sangue.Ma trionfa
il chiarore degli occhi
della bramata vergine,
la bellezza ch’è simile
alle leggi supreme
per sua potenza. E’ questo
il trastullo invincibile
di Afrodite divina
ora mi sento io stesso trascinato
lontano dalle leggi.Non riesco
a frenare le lacrime.La vedo
Antigone, avviarsi ad altro talamo
al freddo letto che tutti addormenta
(sofocle- antigone,terzo stasimo)
grazie massimo
per la bellezza senza tempo.
elena f.
February 20, 2007 at 12:47 pm
Mi ha sempre affascinata la mitologia. In Albania si studiava fin dalla quinta elementare, che lì era prima media (per suddivisione diversa degli anni scolastici: 4 + 4). Sofocle quindi lo conosco nelle viscere e il mito di Antigone l’ho letto già allora.
Non mi è capitato mai di leggere il Delirio primo di Maria Zambrano ma avrò cura di andarlo a cercare. Non so quindi quanto questo tuo scritto possa essere un “frammento staccato” dal pezzo di Zambrano, ma è affascinante come la forza di questa figura, di questi tratti sembra rimandare non tanto ad una donna quanto ad un uomo, anche se una serie di immagini come il “bozzolo di seta”, l’ “allodola”, l’ “ape” rimandano più ad un canto femminile che maschile. Se si pensa anche alle rappresentazioni pittoriche di Antigone si nota questa prorompente figura e forza in questa che più di una donna è un “donnone”: sto parlando delle rappresentazioni più moderne di questa figura. Nei libri di mitologia le figure erano più stilizzate anche se a mio parere molto belle.
L’iter dei versi è molto ben curato e intimo. I versi:
“… fratello
promesso a me, mio unico
marito, perché anch’io
fossi compiuta donna
e una nave sul mare
in pieno vento, in mare…”
sono un capolavoro.
Sembra ci si immerga del tutto in questo pianto-monologo dove il “personaggio-interprete” fa cadere tutte le sue armi e si lascia andare totalmente alla pietà e al dolore stesso di essa.
In certi tratti comunque l’ho trovato anche molto sensuale che sembra forse difficile per un brano simile, ma è un tratto che ho sempre molto amato in poesia e qui lo noto.
Ammirevoli questi versi davvero.
I miei complimenti!
Anila Resuli
February 20, 2007 at 2:07 pm
Massimo, la grazia ti bacia…
February 20, 2007 at 3:13 pm
Mi associo all’ultimo commento di Davide…Molto musicale e molto forte, arriva puntuale come un treno (non quelli italiani naturalmente!
Un caro saluto
February 20, 2007 at 3:31 pm
bellissimo massimo.
Un equilibrio nuovo tra la narrazione e le immagini che appaiono come scavalcando un ostacolo. Grazie.
February 20, 2007 at 4:58 pm
care e cari, tutti… è stata una giornata faticosa, ora non riesco a rispondere altro che un grande GRAZIE, con affetto. è una “sera serena”, come scrive Giuliano Mesa
massimo
February 21, 2007 at 6:09 am
Anche se a Genova e poi a Camaldoli non ci siamo incontrati, io ti vedo in questi versi. Sei luminoso.
February 21, 2007 at 7:35 pm
Caro Massimo, e tutti,
leggo sempre in ritardo questi gioielli che lasci (perchè sembrano la pietra trasparente ottenuta per dilavamento, con acqua e setaccio) e ogni volta confermo un pensiero semplice semplice: che il mio vero ritardo sta alla chiusura del cerchio (grazie per renderla mai definitiva) di una umanità che non esagero a definire immensa, o immersa, fa lo stesso. Tutti i tuoi lavori, fossero solo i post del blog di cui hai cura, portano il filo sottile di un discorso. Una Philologia continua che parte e approda a “semplici” indagini sul reale e la coscienza in primo luogo. Come al solito sto complicando… insomma mi sembra che la tua sia “fedeltà a una fedeltà” - come direbbe Forest, la ricerca di un numero perfetto al di là della virgola, al di là delle limitazioni, antropologiche, sociali, intellettuali tracciate sempre con un certo gesto di innata rivolta.
Ho difficoltà a dire se prendono al petto più le parole tra le righe o quelle delle “righe” stesse.
Quei morti intorno, che sono i morti di sempre, non sono forse i corpi così evidenti di questo tempo rovinato, in cui si ha difficoltà a riconoscere un vivo quando lo incontri, antropologicamente proprio…? non sono la stessa materia di cui ti sei occupato a lungo, clausola del testamento Friulano? Te lo chiedo e non te lo chiedo affatto.
Buon lavoro,
Paolo S.
February 22, 2007 at 8:14 pm
caro Paolo, è difficile rispondere alle tue impressioni. prima di tutto, te ne ringrazio. l’”enorme presenza dei morti”, come la chiama Montale nella Ballata scritta in una clinica, è ossessionante. e i morti uccidono i vivi (anche Pino Pelosi, in Io angelo nero, racconta di essersi sentito perseguitato dal fantasma di Pier Paolo), almeno quanto i vivi uccidono i morti stravolgendone la memoria o oscurandola. Antigone era imprevista, dunque ha la stessa natura, come monologo, del colpo di fulmine, dell’elemosina data e ricevuta con il cuore, dell’abbraccio. vivo, letteralmente, di queste cose: la cui assenza è, letteralmente, per me e credo per la maggior parte dei viventi, morte. ti abbraccio, grazie a te e a tutti
massimo
February 23, 2007 at 11:15 am
…mi viene ancora da chiamare in causa l’antropologia… Signore!
“…ha la stessa natura, come monologo, del colpo di fulmine, dell’elemosina data e ricevuta con il cuore, dell’abbraccio.”
delirante, giusto.
grazie ancora,
paolo.
February 23, 2007 at 12:50 pm
Se la donna è morta, non dà battaglia e non si crea conflitto, quindi deve restare sempre nel bozzolo, nella forma primitiva. Se matura dà frutto. Dando frutto, regna ed esercita qualcosa. L’uomo le guarda la nuca perché la donna non sappia di essere guardata: se fosse guardata in viso, lei saprebbe di esistere per l’altro. Lei SA di esistere, ma è sempre l’altro a permetterle di riconoscersi e di esistere come donna: quindi non donna, quindi non sposa e non madre. Non essendo viva e non muovendosi, non è un pericolo per l’uomo (l’ape non rischia nulla). Non avviene nulla. Antigone non compie azioni. Forse i morti non la proteggono perché non ha * bisogno * di essere protetta. Non è né debole né forte: è nessuno, è niente. Nessuno può portarle via nulla, perché non c’è niente da possedere: e chi non possiede non è posseduto, chi vuole essere guardato si fa guardare. E se fosse Antigone a non voler essere presa? Se fosse superba? Quando dice che il suo corpo conosce solo il coltello d’oro dello sguardo, forse parla con tono di vittoria.
March 26, 2007 at 10:39 pm
caro massimo, scusa se scrivo dopo tanto (cambio pc, connessione et impicci vari), ma ci tenevo a dirti che la tua antigone è bellissima: quei settinari la rendono cristallina e giuncata, si sente già che il testo è posseduto da un corpo recitante, e si coglie un’anima genuflessa e tremenda che non esita a chiamare due volte consecutive il dolore “un coltello sottile, un coltellino d’oro”… spero tanto che trovi performer all’altezza, uomo o donna che sia, fammi sapere. un abbraccio caro