Antologia dei poeti de La Gru
Posted by fabrizio centofanti on February 19, 2007
da “Scorie contemporanee – Antologia dei poeti de La Gru”, 2007.
DANIELE DE ANGELIS (1981)
Neon
Su una sedia a rotelle s’è messo a dormire;
il braccio puntato con forza alla barella
gli regge la testa (senz’ombra il pavimento).
La porta scorrevole di legno chiaro, enorme
quadrato, dispone a compulsare targhe
alle braccia conserte sul petto, al passeggio
decerebrato, come muscione sul vino.
Ha l’ago nel braccio quand’esce, di una flebo
trasparente, e la nausea che l’ammutolisce
(il vomito sul panno assorbente, teso
sotto al mento, gettato nel secchio tra garze
macchiate di sangue, lacci e flaconi vuoti).
Lo straccio della donna delle pulizie
scia percorsi, come bava di lumache;
- che ci ha? sta meglio ora? ‘na volta ce l’ho ‘vuto
pur’io, poi nu dottore m’ha segnato ‘na cura… -
infiniti acciacchi presi e sofferti in anni
e anni di lavoro, solo per simpatia
con malati sempre nuovi, a questa stessa ora.
Il contagocce spinge a essere pazienti;
risalgono parole, e poi, frasi peste.
Un rosso slavato sul volto, sangue stinto
rimescola un sorriso tirato nel freddo
dell’alba, che fa piegare le spalle, incurvare
la schiena, come fossero nude, senza giacca;
e si spezza il dettato
nient’altro che il fiato.
LORIS FERRI (1978)
[vita che te ne vai passeggiando…]
vita che te ne vai passeggiando
fra queste mucchia di case e ombre,
fra cespi di lamiere e sogni infranti
oh! come un tenero bacio vi siete venduta
il verginale spirito di ciottoli…
largo, all’indegna cagna del progresso!
non è per voi, l’aria fresca del fossato
né vi commuove pisciare sulle erbe
sono vuote come bettole giornaliere
le vostre promesse da becchino!
noi, seguiremo il giorno arso di spine
o la geografia muta della sconfitta
ed ora nel lucore preservale traboccano
i liquori dei compagni, i pochi
ancora spiriti rimasti a contemplare
alla deriva il tempo, che insegna
a morirne condannati, poiché nulla
dietro a sé lascia se non il nulla…
la scienza non vi appartiene, vita!
hanno corde inaudite la musica e il tonfo…
SIMONE LAGO (1983)
Un piano per il sabato sera
E allora prepariamoci tu ed io
per questa sera giù alle fabbriche
fra le selve di lamiera
dove si balla sincopati col piglio
dei cani rabbiosi
***
Dilatando lo sguardo in bianco e nero
considera il posto nel suo fascino underground;
mentre passi le rovine tieni a cuore
il nostro volto resistente e poco incline
a farsi imbastardire dallo sfascio
del cemento e dell’acciaio;
potremmo allora reputare se lo vuoi
questa sera e la chimica del ballo
il nostro oltraggio alla voglia di morire
***
C’è un dj che se ne frega delle mani
da che sesso dipendiamo, scorda
gli stacchi, osserva i nostri denti
e fa di tutto per farci innervosire;
poi si scusa, dice che è un programma
per testare il montare della rabbia
***
Questo posto non dista molto dagli scambi
che smistano i treni alla stazione (ecco
-qualche voce- il segno del disagio
la voglia di partire). Non fosse altro
invece il desiderio di uno spazio
geometrico e ordinato cui infilare un passo
sicuro e a tempo indeterminato.
***
Ed è pur vero mia cara che alla morte
si fa seguire l’ironia,
per sopportare -se non altro- il logorio dei sentimenti.
Perciò balliamo al cospetto dei ruderi
e c’impasticchiamo urlando a la santé:
i distretti industriali ci hanno avuti sani e forti,
allevati a brodi plasmon e pilloline zigulì.
E allora andiamo -tu ed io- questa sera
a esorcizzare la loro morte col nostro malcostume
EMILIANO MICHELINI (1977)
[Si sentono le voci, anche adesso…]
Si sentono le voci, anche adesso
che la ragazza ha detto:
“morirei per le stelle
e non per questa lamiera d’amore
che inchioda la mia adolescenza”
la vergine schiantata richiama il gatto
gli urla dietro,
non deve salire le scale sconosciute,
qui nessuno ha giurato l’eterno
e non sorge mai il sole
le finestre sono sempre chiuse
di notte qualcuno si sveglia, inventa le gare
porta a spasso il cane.
Rinasce novembre, piove a dirotto,
per lei che dopo le sere
sogna qualcos’altro, una nuova droga
un sogno senza fughe,
qualcosa di assoluto, un pomeriggio di sole.
Strabuzza gli occhi, cambia il corso delle cose
nel silenzio del suo letto,
divora la luna con gli spasmi
contrae il ventre e una vena
registra gli avvenimenti, le cose.
DAVIDE NOTA (1981)
Lampi
Se pure ti avessi incontrata, vita
sarei rimasto immobile, incapace
a piangere come di fronte a un morto.
Sotto un fiotto di luce se ne stava
col suo camice bianco di angelo
o di dottoressa.
Balliamo dai ‘sta sera
sono allegro come un bambino, ehi
mi riconosci? TUZ TUZ
Noi tutti sui divani a far l’amore
con noi stessi, a premere le mani
sui sessi solitari…
Salutiamoci così, senza lacrime né baci.
Basti una stretta di mano a dirsi addio,
una pacca sulle spalle, da padre antico…
*
Con ali di cemento armato tornerà
il domani a coglierci, di nuovo
impreparati a una seconda vita…
*
Non rispose.
Morimmo sotto braccio, in overdose
nel gabinetto di una discoteca marina.
I nostri corpi tra due fuochi, fuori
la tragedia mattutina, sopra di noi
il bianco neon della cabina…
Così ci salutammo, nello specchio
per ridere di noi nella rovina
come pazzi abbarbicati al secchio
dell’immondizia.
(Il cliente selezionato non è al momento…)
Si parlerà domani di eroina
o di problematiche legate al vuoto
del mondo giovanile.
Così muto riuscii a prenderti, selvaggia
maestà delle Puglie: ti chiamo
selvaggia maestà de li mari: li scogli
o l’oblio, il creato e nisciuna: che ridere
amore mio che ridere l’infinito che si scaglia
oltre il parcheggio abusivo.
STEFANO SANCHINI (1976)
[Generata dal fuoco erosa dal vento…]
Generata dal fuoco erosa dal vento
purificata nell’acqua, la pietra
dal cuore duro che non inganna
insanguinata da mille battaglie
allo stesso modo indifferente al pianto
del pastore, alla preghiera del santo
ascoltò i gemiti d’amore
le vendette, e l’uomo che solo
e da solo scelse la morte
generazioni le passarono accanto
e lei rimase lì, dove già era, prima
delle stagioni, di cui mai ebbe timore
più impassibile di qualunque asceta
più solitaria di ogni eremita
al di là del bene e del male la pietra
fu il primo utensile, che al primate
fece più familiare il mondo,
arma, che da preda predatore lo rese
dalle tempeste e dal gelo dell’Appennino
trovò in lei riparo il contadino
e le parole di lui, si rifugiarono in lei
e poi si fecero fuoco
quando decise di ribellarsi
all’ingiustizie e l’infamia dei re
così parlano a me la pietre
quando a questi ruderi torno
qui conosco ciò che non sono
lascio il vino la chitarra e il canto
a te pietra che vita non hai
ma Dio solo ti è pari nell’anima…
MATTEO ZATTONI (1980)
Come fare a cambiare il mondo
Taglia, ahi! com’è affilata la forbice
dei prezzi di questi tempi
sono più povere le famiglie di medio reddito
sono più sole nelle ristrettezze
economiche, e il capo branco teme
il giorno delle bollette
ha ripreso a dire il Padre Nostro
abbiamo profanato tutto, il mondo è il luogo
dell’assurdo, ci si libera
sempre a metà, senza stimolo
come dopo una lussazione, la spalla
può uscire da sé durante la notte…
Settantenne denuncia il suo prete
per una vita di sensi di colpa
per una vita stravolta
come fare a cambiare il mondo
se non riusciamo neanche più a cambiare
canale o la sorte?
















