La Parola e il Silenzio (da una pagina di Guardini)
Posted by filippodavoli on February 22, 2007
Romano Guardini è un caposaldo a cui sempre più far riferimento. Ne ripropongo – per il mio esordio in “La poesia e lo spirito” – un passaggio per me fondamentale, tratto da “Linguaggio, Poesia, Interpretazione” (Morcelliana, 1971):
Si deve anzitutto osservare che vi è un linguaggio religioso vero e uno falso. Tale linguaggio è vero se, chi parla, lo fa sulla base della propria esperienza, oppure se parla in modo da rendersi compartecipe dell’esperienza di un altro; è falso se chi parla manipola parole religiose per fini sociali, estetici o politici, se – avvalendosi di esse – esprime o suscita sensazioni pseudoreligiose… Orbene, vi è un linguaggio legittimo, che esprime esperienze non primarie, ma serve all’analisi di tali esperienze e dei loro contenuti, e si tratta del linguaggio scientifico. Anche per questo linguaggio, però, vale il principio secondo cui esso, per essere autentico, presuppone l’esperienza. E allora anche una parte del linguaggio della scienza delle religioni si rivela fondamentalmente non genuina, nonostante ogni conoscenza specifica, in quanto manca di tale premessa. Per questa ragione esso avrà sempre la tendenza a stemperare l’elemento religioso in elementi di altra natura, ideologica, psicologica o sociologica.
(Prima riflessione, che svolgo a voce alta ma rivolgo anzitutto a me stesso: richiama il lungo dibattito interno che vivo da mesi e mesi a riguardo del dire e dello stare in ascolto. “L’esperienza” che cita Guardini mi riporta immediatamente alla teologia dei Padri, marcata a sangue dall’esperienza personale e comunitaria: non un viatico dall’intelletto alla vita – o, peggio ancora, dall’intelletto a sé stesso -, semmai il contrario - in un andare che dopo torna alla vita, alla sapienza che può illuminarne il senso, d’accordo. E’ quel “canto di ritorno” che tante volte ho citato e sentito come un’esigenza; anche, è una Parola che basta a sé stessa, che non necessita di rimandi ulteriori; in questa luce, è una Parola “potente”).
E’ proprio dell’essenza di ogni forma di linguaggio l’essere rapportata al silenzio. Solo dal confluire di queste due componenti risulta il fenomeno nella sua interezza. Esse si determinano reciprocamente, poiché solo chi sa tacere può veramente parlare nello stesso modo che l’autentico silenzio è possibile solamente a chi sa parlare. Il vero silenzio non significa una mera entità negativa, tale da rimanere inespressa, ma un comportamento attivo, una commozione fervida della vita interiore, commozione nella quale tale silenzio diviene padrone di sé stesso. Solo da questa commossa serenità proviene alla parola quella forza silenziosa che la rende compiuta.
(Guardini incede senza fermarsi; non solo mira il centro del bersaglio, ma fa fuoco e lo centra. Lo attraversa, lo scava. Come tante volte ho considerato, il “tacere” di Guardini non è “una mera entità negativa”, ossia un atto volontaristico di chiusura all’ascolto. Semmai l’esatto opposto. Qui, il “tacere” è piuttosto uno “stare in silenzio”, un “mettersi all’ascolto” non solo “mediante” il silenzio, ma addirittura e proprio “nel” silenzio, dentro di esso. Per questo, mi dico, necessita di esperienza, di incontro, di un precedente contatto Altro che apra – sia in grado di aprire – all’ascolto).
Il silenzio, inoltre, è un manifestarsi di quell’immagine percepita dai sensi che si rivela allo sguardo interiore. Solo in tale manifestarsi se ne può esperimentare la potenza di significato, e solo da questa esperienza la parola trae tutta la sua energia di espressione. Priva di questo rapporto col silenzio, la parola diviene vaniloquio; senza questo rapporto con la parola, il silenzio diviene mutismo. Questi due elementi – insieme – formano un tutto, ed è un fatto che induce a riflettere la circostanza che per questo tutto non esista alcun concetto. In esso esiste l’uomo.
(Mi torna un saggio di Heidegger che si intitola “Poeticamente abita l’uomo”. Corrisponde, nelle sue risultanze, alla riflessione di Guardini: “poeticamente”, ossia nel “tutto” per il quale non esiste un concetto ma solo un’unione inscindibile tra silenzio e parola).
Quanto si è detto assume una particolare validità in relazione alla parola religiosa, in quanto il silenzio – se prescindiamo da fenomeni straordinari – costituisce la prima premessa di ogni esperienza religiosa. Una simile esperienza non si realizza ove manchi un volgersi verso l’intimo; e a tale riguardo il concetto di ‘interiorità’ non si riferisce solo alla sfera psicologica in contrapposizione a quella materiale, ma anche a quella sfera che dà testimonianza di sé attraverso tutti i dati di fatto del mondo empirico, cioè all’interiorità dell’essere. Il volgersi a questa interiorità è però possibile solo nel silenzio, così come, solo nel silenzio, l’uomo è in grado di predisporsi all’intenzione con cui la sfera religiosa si rivolge a lui. Il fatto che nel vaniloquio e nel convulso fragore del nostro tempo il silenzio si vada perdendo è una delle cause per cui l’esperienza religiosa si offusca e, proprio per questo, il linguaggio religioso perde autenticità e contenuto. Si percepiscce da esso, se, anziché dal silenzio e dal confronto interiore, genera parole dalle parole.

















elena f. said
un linguaggio vero parte dall’esperienza.
dunque la parola diventa potente nel momento in cui è incarnata in un vissuto non necessariamente attivo in senso pratico ma in uno più strettamente legato allo spirito, al silenzio a quel percorso agostiniano che è il “redire in se ipsum”, un viaggio che si fa ascolto e accoglienza, attesa e gratitudine. la parola nasce dalle profondità di Dio, in quell’abisso di silenzio che desta meraviglia e terrore, e che dopo, solo dopo spinge ad un dire poetico, che si fa nel suo dirsi parola. come se la parola nata dal silenzio fosse in qualche modo analoga all’incarnarsi del logos di Dio. dalle profondità silenziose assume forma e forma umana, per dire un’esperienza un vissuto, per dire il vero.
grazie per il bel testo
elena f
filippodavoli said
E’ quanto mai opportuno il richiamo a Sant’Agostino. Ma anche – forse involontariamente – al bel libro di Michel Henry su “Il corpo e la carne”: una parola incarnata in un vissuto non necessariamente attivo in senso pratico quanto in uno più strettamente legato allo spirito. In altre parole, direi “non tanto nella cronaca quanto nella storia”. Anche io ringrazio te per le risonanze.
vbinaghi said
A Guardini io devo quasi tutto quello che ho imparato, disintossicandomi dalle bolse ideologie che ho assunto all’università. E’ un autore che oserei definire essenziale. Proprio nel senso che non si può non conoscere.
E’ per il XX secolo e forse per i prossimi quello che Agostino è stato per il primo medioevo.
Filosofo, teologo, e più di entrambi, perchè mentre i primi due sguardi sottopongono l’esperienza cristiana a categorie (troppo generica la prima, troppo interna al dato rivelato la seconda), la Weltanschaaung cattolica di Guardini (così si chiamava la cattedra che fu istituita apposta per lui, in Germania) si rimette a raccontare il mondo intero alla luce del Verbo.
E questo mondo, come per Agostino, è non solo la natura e la condizione umana, ma anche il mondo storico. Su questi tre pilastri, mi permetto di segnalare a chi volesse accostarsi a Guardini, tre libri che considero centrali fra i molti.
L’opposizione polare
Mondo e persona
La fine dell’epoca moderna
fabry2007 said
un gran debutto, Filippo.
se da una parte occorre liberare quella parola dalle scorie psico-sociologiche, per farla risuonare e agire nella sua purezza vitale, dall’altra se ne notano le implicanze in una consuetudine sociale che ha creato un’industria dell’evasione dal silenzio nemico, come scrivo nell’ultimo articolo su L’Attenzione. la paura del silenzio dice molto sul grado di alienazione cui si può giungere, passo dopo passo.
grazie.
fabrizio
Antonio Fiori said
Tema centratissimo. Mi pare anche di ricordare un’attenzione particolare al silenzio da parte di Edmond Jabès…
Antonio
gian ruggero manzoni said
Guardini, un grande spesso… molto spesso dimenticato.