La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica


Sapore di Male – 1

Posted by franzk on February 27, 2007

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di Barbara Delfino

“Ü gianchettuuuu de mainèèèè.”
L’ispettore Sciaccaluga chiuse la finestra che si affacciava sul mercato, lasciando fuori dell’ufficio le urla dei pescatori che attiravano le donne ai banchi. Chiuse la finestra sull’odore di pesce e sulla voglia di un’insalata tiepida di bianchetti, spruzzata di limone, prezzemolo e olio di Andora. Ma era ancora presto per pensare alla cena, mancavano molte ore prima di smontare dal turno, arrivare all’appartamento con vista sul Polcevera sporco di scorie dell’Ansaldo, fare una doccia, tirare fuori pentole e piatti e bicchiere e posate e sedersi da solo a tavola come faceva da oltre vent’anni, da quando s’era trasferito da Savona a Genova.

L’ispettore capo Cervaro sprofondò nella poltrona di Sciaccaluga, appoggiò i piedi sulla scrivania e si accese una sigaretta. La sua scarpa sinistra sfiorava le copie dei giornali sventagliati sul ripiano: Sciaccaluga sperò che Cervaro avesse fatto attenzione a dove camminava, quella mattina. La punta della scarpa si piegò verso il Secolo XIX e Cervaro iniziò a parlare.
“Sei un ragazzo sveglio e quindi sai già che ci faccio qui”.
«Lasciami indovinare. Soffri di cattiva circolazione e hai deciso che la mia scrivania era fantastica per riposarti le caviglie» pensò Sciaccaluga.
“L’inchiesta ufficiale è per i giornali. Il tizio s’è sparato, bum! Ciao amore ciao. A Sanremo son impazziti come delle formiche, in commissariato. Comunque, guagliò, ‘o capellone s’è sparato. La francesina non gliela dava, la canzone non aveva successo, lui s’è uscito pazzo di brutto e bum! Nu’ capellone in meno”. Cervaro prese un fazzoletto da una tasca, bagnò con la saliva un angolo e si mise a pulirsi la punta di una scarpa.
“L’inchiesta invece seria ce la becchiamo noi. A Sanremo più che multe per le fioriere rovesciate non sanno fare, la cosa grossa ce la becchiamo noi. Cioè, tu”.
“Io” ripetè Sciaccaluga.
“Sì, tu. Dài, guagliò, tu sì nu bravo uomo. Mica n’omminicchio. Di te mi fido”.
“E da dove vuoi che parta?”
Cervaro gettò la sigaretta a terra e abbassò le gambe: schiacciò il mozzicone con la scarpa bella lucida e gli disse “Sciaccalù, non devo insegnarti ‘o mestiere, io”. Si avviò alla porta, uscì.
Sciaccaluga sentiva il nervoso salirgli alle mani: Cervaro usava lui perché sapeva che era invisibile, che non si sarebbe bruciato con giornalisti o false piste. Una volta risolto il caso la ribalta sarebbe stata per i piani alti: il famosissimo cantautore avrebbe avuto il suo assassino in carcere, l’ ispettore capo Cervaro la sua poltrona di prestigio. Per lui, Sciaccaluga, nulla: spiò dalla finestra i banchi del mercato.
I bianchetti erano terminati, andati via come il pane.

Paolo Gini allo specchio si sistemava la giacca: non cadeva bene e una delle toppe sui gomiti faceva difetto. Assieme alla giacca vedeva Dalia, seduta sul letto, fissare imbambolata un tovagliolo da ristorante che le aveva dato per asciugarsi le lacrime. Sullo sfondo, Umberto sembrava un manichino e ripeteva la stessa frase da oltre un’ora.
“Hanno buttato segatura per pulire. Capisci, Paolo? Segatura. Se-ga-tu-ra”.
Paolo continuò.
Fece un  rutto silenzioso e si sentì salire dalla bocca dello stomaco l’inconfondibile sapore della pizza di Vincenzino A Bordighera, mal digerita.
“Se-ga-tu-ra”.
“Umberto, te lo dico per l’ultima volta. Non possono tenere la camera come mausoleo. Luigi non era Freud. E ora piantala di rompermi i coglioni, tira su dal letto Dalia e scendiamo giù da quel cazzo di questurino. Che io oggi volevo andare a Limone a sciare e invece guarda che cazzo di casino, che cazzo di casino”.
Umberto prese sotto le ascelle Dalia, che si lasciò sollevare come un sacchetto vuoto. Il tovagliolo cadde sulla moquette. Seguirono Paolo fuori della camera e quando passarono davanti alla porta di Luigi, chiusa e con attaccato un foglio di sigillo della Polizia di Stato Umberto disse solo: “Se-ga-tu-ra”.
Dalia iniziò a urlare istericamente e svenne.

Con un dito si fece risalire gli occhiali da sole lungo il naso. Paolo odiava i corpi armati; suo zio era stato nel X Mas ed era stato dato per disperso nei dintorni di Dongo. Sua zia Elsa era stata rapata a zero. Invece la famiglia materna pareva non si fosse limitata a rapare le collaborazioniste. Sua madre aveva ancora i polpacci grossi come racchette da tennis per tutti i chilometri corsi in bici a portare messaggi e cibo ai partigiani. Per Paolo sua madre e suo padre erano il miglior esempio di amore puro ed incondizionato. «Potrei scriverci una canzone» pensò.
Poi fissò attraverso le lenti scure il poliziotto di fronte a lui. Secco, la pelle olivastra, i capelli radi, il naso importante: tipico ligure. I vestiti gli cascavano addosso e Paolo si sistemò di riflesso il colletto della camicia.
“Ricapitoliamo. Leggo dal rapporto: stanotte lei era nella sua camera. Non ha testimoni. La signora Desmoinés, detta Dalia, era alla lounge dell’hotel assieme al signor Bindelli, detto Umberto. Barista e vari camerieri confermano la loro presenza al momento dello sparo, udito perfettamente in tutto lo stabile anche grazie all’ora particolarmente tarda. Lei però non è stato visto fino all’arrivo delle sirene della polizia e dell’ambulanza, allertati dalla concierge alle ore zero tre e minuti ventidue. C’era praticamente tutto l’hotel nei corridoi, eccetto lei”.
“Ho il sonno pesante”. Rapida occhiata di Paolo a controllare che i calzini non fossero afflosciati dentro le clark’s comprate a Londra dieci giorni prima.
“Signor Gini, c’erano circa centocinquanta persone che urlavano. Lei riusciva a dormire lo stesso?”
“Ispettore Pittaluga, ho il sonno pesante”.
“Sciaccaluga, prego”.
“Sì, Sciccaluga. Dicevo, dormo pesante”. «Burp» Paolo si coprì con la mano la bocca, a soffocare il rutto.
“Utilizza farmaci per il sonno?”
“No”.
“Fa uso di droghe?”
“No. Per l’amor di Dio, è fuori moda ormai”.
“Dormiva. Semplicemente, dormiva”.
“Esatto, ispettore Scioccaluga”.
“Sciaccaluga. Sappia che in questura ci danno le manette, non il senso dell’umorismo. Dove ha cenato ieri sera?”
“In una pizzeria a Bordighera, Vincenzino”.
“Controllerò. Per il momento si tenga a disposizione”.

“Signora Desmoinés, come si sente?”
“Male, ispettore, male”. Dalia era cadaverica: unico segno vitale, lacrime.
“Ieri sera lei ha cenato in compagnia del signor Bindella Umberto, è giusto?”
“Sì”.
“Dopo siete andati al bar dell’hotel. Non erano presenti né il signor Gini né il signor Tinca”.
“Sì”.
“Avete sentito il rimbombo dello sparo. Cosa ha fatto, lei signora?”
“Ho guardato Umberto. Non ho capito subito, cioè, avevo capito che era uno sparo, ma non riuscivo a capire perché e dove”.
“Quando ha compreso che era successo qualcosa al signor Tinca?”
“Io e Umberto siamo saliti al nostro piano e siamo andati a bussare alla camera di Luigi”.
“E il signor Gini?”
“Non so. La porta di Luigi è la prima uscendo dall’ascensore. Ho bussato a lui e ho aperto. Era a terra e poi non ricordo più niente”
“Ricorda cosa fece il signor Bindella?”
“No, non so, non ricordo, mi scusi”
“Grazie signora”.

“Signor Bindella, mi spiace per la situazione ma lei comprenderà che è il mio mestiere”.
“Ma sicuramente”.
“Può dirmi cosa ha fatto ieri sera?”
“Sono andato a cena con Dalia, al ristorante dell’albergo”.
“Soli?”
“Sì, è passato a salutarmi un amico e poi io e Dalia abbiamo cenato”.
“E il signor Tinca e il signor Gini?”
“Luigi era depresso per l’esclusione della sua canzone dal Festival. Ha detto che se ne sarebbe andato a letto a chiudere gli occhi su questo mondo che non merita di meritarmi”
“Ha detto proprio queste parole?”
“Sì”.
“E lei cosa ha fatto?”
“Niente, Luigi va lasciato, scusi, andava lasciato solo in momenti del genere. Sono andato con Dalia al ristorante, devo dirle cos’ho mangiato?”
“No, ho qui le deposizioni del mâitre e dei camerieri, non serve. E il signor Gini?”
“Non era con noi, non so”.
“Grazie signor Bindella, si tenga a disposizione”.

(Continua. Nella foto: una veduta panoramica di Sanremo.)

23 Responses to “Sapore di Male – 1”

  1. Vincenzino said

    grazie e forza juve.

  2. carla said

    Quando si parla di ispettori, e di cibo, e di vino…e i dialoghi sono così “generosi”, mi viene un gran desiderio di andare avanti nella lettura!
    Grazie Franz.

  3. carla said

    e poi c’è il dialetto…
    altro sapore, altra terra da scoprire!

  4. temo che in zona vesuviana storcerebbero il naso per la parlata peppiniesca…

    molte grazie, Carla

  5. guardafili said

    gia’ conoscevo questo fantastico pezzo di barbara.. Complimenti, grande vena narrativa, come si dice…
    luca
    paci

  6. lucaariano said

    Sempre bello leggere ed immaginarsi le inflessioni napoletane!A me sono carissime, mi riportano ad un altro tempo…Poi guando di scrive e si parla di cibo!Complimenti
    Un caro saluto

  7. cf05103025 said

    Ecco, io sono rimasto lì col gusto dei gianchetti, appena accennato, sulla punta della lingua, per cui:
    brava Barbara,
    però rimango un po’male per la figura un poco snobba che ci fa il Paolo Gini con le sue toppe.
    Sarà che aspetto il momento clou, che lui ci rilasci una sorpresa.
    MarioBianco

  8. spero non bisognerà aspettare quarant’anni per leggere il seguito.
    (oppure tra 37 potremmo trovarci qui per riesaminare questa prima parte)

  9. franzk said

    Ehi calma, people! Domani sera alla stessa ora (circa) la seconda puntatona, fino a un totale di cinque puntate, somministrate dal vostro Herr Doktor una al dia. Sciao.

  10. Tano J. Aragozzini said

    “senza fine” sì, come l’impunità. paoli ringrazia le toghe rosse.

  11. fabry2007 said

    sì, brava Barbara e bravo Franz.
    da napoletano, do il nulla osta dialettale.
    fabrizio

  12. milo said

    aspettare… da qualche tempo mi sembra di fare poco altro.

    vabbe’ va’, vado a cucinare che è meglio ;o)

    (bellissimo pezzo comunque. Anch’io avrei continuato a leggere fino alla fine. Grazie Barbara)

  13. lucaariano said

    Ah…ma esiste un seguito quindi? Bene, bene!Speriamo questa pizza si mangi però…;-P
    Un caro saluto

  14. carla said

    @Barbara:
    brindiamo alla vesuviana parlata peppiniesca?
    Brindiamo ai sapori del sud!
    cin cin…
    a domani

  15. Peppino O' Profeta said

    ci fate aspettare nu jorno intiero? che scuorno!

  16. @ tutti: un brindisi con sciampagna sia, sia, dunque, ma forse meglio un lachrima christi – o un pigato di quelli tosti.

    grazie

  17. Tu sai già quello che penso sul pezzo, Barbara: ottimo.
    E molto bravi qui a pubblicarlo in contemporanea a perchéSanRemoèsempreSanRemo.
    A presto.

  18. anfiosso said

    Una curiosità: come mai non hai usato i nomi veri? (Non che fosse secondo me meglio, ma così, per sapere).

  19. Molto ben scritto, con la riscoperta del dialetto, che rende davvero bene la storia.
    E non faccio uso né di farmaci né di droghe.
    E’ solo che Barbara mi ha pagato per dire bene di Sanremo, mica di lei. :-)

  20. Anfiosso: perché non m’è saltato in mente assolutamente di utilizzare i nomi veri, anzi, ci (come si vedrà alla fine il testo è mio ma il soggetto è in comune con un’altra persona) è saltato in mente. Durante questo esercizio di stile (non pretendo e non voglio pretenderne la perfezione per chiamarlo racconto lungo, sono ancora alle prime armi e lo so più che bene) è balenata l’immagine di orde di avvocati che muovevano azioni legali da quel di Boccadasse.

    Per il dialetto: all’inizio doveva esserci più ligure e anche piemontese, lingue mie. Ma la pigrizia ha ucciso la ricerca delle u coi puntini sopra.

  21. marino said

    gran bella liguritudine, ben dosata,
    complimenti.

  22. guardafili said

    barbara ha la capacita’, non comune di sapere usare la lingua con leggerezza. I suoi pezzi funzionano perche’ prima di tutto fanno (sor)ridere. Poi si scava un po’ in profondita’ e si vede che c’e’ un bel lavoro di lima, un gran tempismo.

  23. guardafili said

    scusate ero luca paci ;-)

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