Una confessione
Posted by davidenota on February 28, 2007
Sono stato cresciuto da una famiglia comunista e non credente. Non sono mai stato battezzato se non ai valori della solidarietà civile e della laica fratellanza.
Ma anche, in qualche modo, alla gioia dell’amore gratuito, non giustificato. Quel che si dice la parabola del buon samaritano.
Poi per vie traverse educato all’arte, alla lettura, alla scrittura.
A tredici anni uscii dal trauma di una scuola media di periferia frequentata per lo più da ultras di estrema destra, trasformandomi in ultras di estrema sinistra.
La mia famiglia s’avviava verso la catastrofe definitiva.
Mi trovavo spesso e volentieri solo in casa. Nel giro di un anno divenni quel che si dice un ragazzo difficile. I miei voti, un tempo ottimi, crollarono inesorabilmente verso l’insufficienza grave.
Negai la morale paterna educandomi ad una forma di intransigenza anarco-insurrezionalista, travolto da furori astratti che assecondai in un tentativo frustrato di rivolta totale: contro la ragione, contro l’educazione, contro la bellezza.
Lessi per la prima volta un libro di poesia: Arthur Rimbaud.
Tentai la fuga di casa due volte, la seconda delle quali fui preso dalla polizia e riconsegnato alla famiglia. Tentai di farmi male. Non ci riuscii, o più probabilmente non volli riuscirci.
Scrissi il mio primo racconto.
Fu un anno di cieca disperazione, di disprezzo nei confronti dell’istituzione scolastica e della famiglia. Avevo preso a fequentare un centro sociale colmo di falsi amici. Vedevo nel caos una necessità morale, come nell’Eliogabalo di Artaud. Una serie infinita di sospensioni. Alla fine bruciammo il registro di classe.
Fummo bocciati in sette, per condotta.
Forse gli unici sette ad aver letto un libro in tutta la classe.
La notte assaltammo la scuola. Ne uscii con tre denunce: vandalismo, invasione di suolo pubblico e oltraggio a pubblico ufficiale.
Lo schiaffo di mio padre. Un processo al tribunale minorile di Ancona.
Le mie prime poesie.
*
Volevo in realtà confidarvi un’altra cosa. Ma questo preambolo era forse necessario.
Lessi molto negli anni seguenti.
Placai nella scrittura quella desolante irrequietezza. Che pure rimaneva, a lampi.
A squarci di malessere.
Lessi gli scapigliati; poi i crepuscolari. Pascoli. Mi innamorai della rima, della tradizione.
Pasolini.
Un giorno fu “Il vangelo secondo Matteo”; e le lacrime. Perché? Perché le lacrime?
Ne uscii turbato.
Era la prima volta che avevo a che fare con qualcosa di così (grande).
Ricordo che era un sabato pomeriggio; ne uscii devastato.
Letteralmente mi travolse. Ed io mi feci travolgere.
La sera con gli amici ne parlai: di Cristo. Dei templi del presente. Dei nuovi scribi, dei nuovi farisei.
Seguì un aprile folle e luminoso. Dopo Rimbaud e i poeti, i santi cristiani: le mie nuove stelle rosa. Sant’Agostino: amore assoluto e terza navigazione. San Francesco. Andavo al fiume a leggere: poesia e santi.
Ero cristiano? Chissà. Sicuramente non cattolico. Credente in Dio? Forse solo per fiducia nell’uomo Cristo.
Lo avrei seguito? Lo avrei voluto seguire senz’altro.
Avrei creduto a tutte le sue parole? Non so…
Al liceo vi era un parroco che settimanalmente teneva la sua lezione di religione tra lo scherno e l’indifferenza degli studenti (cattolici praticanti).
Io invece avevo legato molto con lui sin dai tempi dell’anticlericalismo militante.
L’anno delle sospensioni e della bocciatura fu l’unico, tra i docenti, a proteggermi; e infine, quando tutto andava verso l’irrimediabilità della sanzione punitiva, si dimise dal consiglio di Istituto.
Andai a trovarlo.
Parlammo di Gesù, dei vangeli. Dei nuovi templi, cattolici. Dei nuovi farisei, cattolici anche loro.
Ne riparlammo.
Mi prestò dei libri da leggere. Li lessi. Ne parlammo nuovamente.
Concludemmo che non si è cristiani senza credere al miracolo della resurrezione.
Senza abbandonarsi ciecamente a questa verità incredibile. Credere: anche non credendo.
Kierkegaard: “Credere significa stare sull’orlo dell’abisso oscuro e udire una Voce che grida: Gettati! Ti prenderò fra le mie braccia!”.
Ed io non potevo.
Il cuore mi esplodeva dentro ed io non sapevo (farlo, crederlo).
Per la prima volta pregai, come un cretino. Una ferita dentro cui immergere le dita. Mi pentii di quella richiesta insensata e blasfema. Chiesi scusa.
Stavo parlando da solo? Lo facevo forse da sempre (le piante, John Lennon; poi i poeti. Adesso i santi).
Tuttavia stavo pregando, parlando (con me stesso; o forse con qualcun altro).
*
Accesi la tv. Al tg si parlava (si cianciava) di suor …: santificata. Aveva predetto, in un diario… cosa? Ma già: c’era il gran premio, e poi le tette; i ballerini. Niente.
E pure mi colpì, ci ripensai. E chiesi in giro, ma nessuno seppe (rispondermi).
Pensai di nuovo a San Tommaso, anche. Alle sue dita immerse. Alla sua incredulità. Alla mia.
Poi un viaggio a Roma con Francesco, il mio migliore amico.
Una mostra di Caravaggio: eccezionale.
Poi una lunga passeggiata, qualche visita.
E Piazza San Pietro: il colonnato del Bernini, per la prima volta. Si avanzava: era questa la sensazione. Avanzammo.
La Basilica. E poi la libreria del Vaticano.
Alla mente (al cuore: erano passati pochi giorni in fondo) quel diario, quella suora: beata o santa?
E di che epoca? Di quale nazionalità?
Non ricordavo niente.
Comunque entrammo, alla ventura.
Alla ricerca di nuovi libri: agiografie, biografie, diari; encicliche.
Beata o santa… Come chiedere? Che chiedere?
Frugai ovunque. Senza punti di riferimento.
Senza trovare nulla che potesse coincidere con il ricordo di un’impressione.
E dovevamo uscire, fare ritorno.
Ed io ero triste, perché ero convinto (di trovarla), anche senza punti di riferimento.
E invece no.
*
Francesco era già fuori. Io feci per seguirlo.
Un piede: il destro: sospeso. E fui nel limbo.
La soglia.
E poi una luce, e un batticuore ingombrante: e poi l’assenza.
Che non risposi, a volontà più mia. Ne fui privato.
E mi girai.
Francesco mi chiedeva cosa avessi, avevo gli occhi stralunati; ed io risposi: un attimo Francesco, scusami un attimo.
Sospeso tra l’interno e il fuori, senza volerlo.
Quell’atto, involontario.
Quel che segue accadde in un frammento, un lampo. Senza tempo, eterno. Archetipico.
Di fronte a me, a una distanza insostenibile, una parete.
Una scaffalatura colma di libri.
Era il fondo della libreria, su cui si accalcavano tomi e fascicoli in una sorta di caldo e coloroso disordine.
D’intorno era il tutto sfocato, ed io immobile all’interno. I rumori ovattati come quando bimbo o feto provi al morto dentro al liquido amniotico di una piscina grande.
Ed il mio sguardo fisso, travolto.
C’era un libro, tra centinaia di altri libri.
Non inserito nell’ordine convenzionale della scaffalatura: posato, perpendicolare. Fuori posto.
Assieme ad altre decine di altri libri perpendicolari e fuori posto.
Volgeva a me le pagine, ponendo il dorso titolato contro lo stucco della parete.
Accadde tutto in un frammento. Un lampo. Che stavamo uscendo. Che poi uno stato di trans mi girò.
Ed il mio sguardo era quel libro.
Ed io avanzai. Tra il sole e il sangue, che premeva il cuore.
E poi fu un fuoco, ed uno strano pianto, che trattenni.
Avevo in mano il diario di suor Faustina Kowalska.
Nata il 25 agosto del 1905 a Glogowiec, in Polonia.
Morta nel 1938, a trentatre anni, a Cracovia.
Beatificata nel 1993.
Santificata nel 2000.
Non so di preciso cosa accadde; perché poi mi risvegliai, ed ero in autobus.
Ed era un fuoco quel sole d’aprile.
Una ferita in cui immergevo le dita.

















gianfranco said
Che dire ! Adoro questo ragazzo ancora molto giovane, ma che -unico, quasi, fra i molti giovani- dimostra una maturità da uomo del tutto fatto, pur non sottraendosi agli impulsi e ai tumulti dell’età verde. Davide, che Iddio benedica te e la tua intelligenza; che preservi nel tempo questo tuo parlare moderno e nel contempo classico: come se nelle tue considerazioni si celassero gli uomini che hanno molto visto e vissuto.
Un abbraccio da Gianfranco
davidenota said
Grazie caro Gianfranco, ma davvero non credo di meritare queste tue bellissime parole… Un abbraccio anche a te, buone giornate, Davide
Matteo Poletti said
Cavolo Davide, davvero una confessione molto intensa e profonda.
Per certi versi mi ci ritrovo anch’io, perché anch’io ho un modo tutto mio di rapportarmi alla religione, o meglio, a Dio.
Io credo che la cosa più importante non sia tanto l’apparato di riti e cerimonie che fa da contorno alla religione, ma il sentimento religioso vero e proprio, ciò che ci spinge a rivolgerci a qualcuno, magari anche sentendoci idioti o stupidi, per lenire quella sensazione di impotenza che a volte ci prende quando ci troviamo di fronte a problemi o situazioni che richiedono il confronto con qualcosa di superiore…
E’ stato bello leggerti
Matteo
gian ruggero manzoni said
Condivdio i commenti di Gianfranco e Matteo. Sempre piacevole leggerti e sempre piacevole saperti uomo onesto e sincero.
lucaariano said
Ben venuto nel blog Davide!Mi associo ai complimenti di Gianfranco, Matteo e Gian Ruggero; la conosci già la mia stima morale, umana e letteraria nei tuoi confronti!
Un caro saluto
alessandro ghignoli said
grazie. (proprio oggi avevo bisogno di qualcosa di vero)
un abbraccio
fabry2007 said
un’esperienza di quelle che rimangono a costituire le fondamenta. l’inizio del cammino è spesso strano, straordinario. in questi giorni sono stato impegnato con il testo sulla trasfigurazione. niente è sicuro. il monte, la luce, il giorno, la notte, il significato delle persone, dei gesti, delle parole. eppure tutto è una conferma. un lampo, come dici, che illuminerà per sempre la tenebra che ci avvolge.
ciao, Davide.
fabrizio
Roberto Rossi Testa said
Caro Davide,
il problema non è quello di ricevere dei segni (in realtà ne riceviamo tutti) ma di accoglierli e custodirli devotamente, di non pretenderne sempre di nuovi, di non dubitarne e di non svalutarli se ad essi non seguono realizzazioni concrete.
Cercare bisogna, ma trovare non dipende da noi; pare che tu sappia fare tesoro di ciò che ti viene donato, e questa sarà la tua fortuna.
Un augurio e un saluto,
Roberto