La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.

Chiara DAINO / LA MERCA

Pubblicato da adrianopadua su marzo 2, 2007

LA MERCA di Chiara Daino, Fara, 2006

Se è vero che le parole continuano ad operare, anche nell’epoca del rumore mediatico e dell’esubero informativo-informatico, e se la letteratura ha ancora la capacità di modificare la visione del mondo che racconta, dopo aver letto La Merca, primo romanzo di Chiara Daino, bisognerebbe provare un sano senso di colpa. Perché La Merca non è soltanto un romanzo che racconta una storia coinvolgente con una lingua nuova, piena di ritmo, musicalità, e a tratti tendente alla prosa poetica, senza mai abbandonare la dimensione narrativa o cedere allo slang generazionale.

 La Merca è anche, soprattutto, un romanzo su anoressia e bulimia, sui disturbi del comportamento alimentare (d.c.a.) e la vita (e la morte, spesso tragicamente prematura) delle persone che ne soffrono. E il senso di colpa bisogna provarlo perché su quest’argomento è facile per molti accettare una verità preconfezionata e comoda, e perché la società in cui viviamo e che abbiamo costruito preferisce ignorare o affrontare con ipocrisia questo problema che nasce ed è generato al suo interno, nelle sue più profonde dinamiche.

Uno degli obiettivi principali di chi ha scritto La Merca, del quale non è possibile non tenere conto, è quello di scardinare il meccanismo della vulgata che l’informazione popolare e i mezzi di comunicazione di massa hanno proposto nella descrizione di questo fenomeno, legandolo principalmente al mondo della moda (errore che anche la classe politica spesso commette). Una versione che non regge se si considera la storia di questa malattia, che ha colpito intellettuali e artisti come Kafka o Anne Sexton, diffusa tra sante e mistiche cristiane. Nel passato di Jenny., la protagonista del romanzo, (non a caso donna, come oltre il 95% degli affetti da anoressia e bulimia) c’è un rapporto conflittuale e privo di comunicazione con i genitori, una famiglia disgregata con assenza di punti di riferimento, una relazione sempre più complessa con il sesso maschile, segnata da amori, delusioni, ma anche da brutali violenze subite, sia fisiche che psicologiche. E nel suo presente ci sono sempre loro, gli amati o odiati uomini, tanti, che ne desiderano il corpo, che la cercano ossessivamente, che la abbandonano, che la tradiscono e vengono traditi. E c’è una clinica nel presente di Jenny, dove isolano dal mondo e sottopongono a torture psicologiche. Dalla descrizione di questo posto è facile capire il dannoso cinismo e l’insufficienza di un certo tipo di approccio medico nei confronti di anoressia e bulimia. Emerge anche tutta l’inadeguatezza umana che a volte contraddistingue chi dovrebbe curare questo male, e invece ne alimenta l’esistenza. Ed è evidente anche il legame forte che si crea tra le persone che vi si trovano dentro e condividono lo stesso problema. Solo tra loro possono capirsi veramente, sembra dirci La Merca. Anche la scienza dunque, in questo caso, percorre di frequente vicoli ciechi ed è specchio della società nella quale progredisce (progredisce, nonostante tutto, prima ancora c’era l’elettroshock come cura, apprendiamo dal romanzo).

Il merito maggiore di Chiara Daino, nel narrare questa realtà tragica e complicata, è quello di non abbandonarsi mai a pietismi o moralismi di sorta, ma di affrontarla a muso duro, con costante lucidità e molta tagliente ironia, con disincanto, e con l’obiettivo fisso sulla materia principale del romanzo. Non sfugge al lettore un dato troppo spesso taciuto quando si parla di d.c.a., a causa di un ricorrente e falso moralismo, ovvero la devastazione che avviene nella sfera sessuale di queste persone, un tormento che va dall’astinenza totale al masochismo erogeno. Viene alla luce prepotentemente una società nella quale il corpo femminile è troppo spesso mistificato, mercificato, sia nel mondo dello spettacolo che in quello del lavoro, ma anche tra le mura domestiche e nei rapporti quotidiani. L’anoressia e la bulimia (che spessissimo si alternano nello stesso soggetto) sono il prezzo che alcune ragazze pagano per questa deviazione che ci coinvolge tutti, ragazze che vedono stravolta la propria vita e il rapporto con questo corpo troppo spesso trattato come genere di consumo o come “cosa”, oggetto.

Jenny vive nel mondo reale, fuma migliaia di sigarette, beve cuba libre a fontanelle, ma il suo pensiero ha una velocità diversa, e diverso è il suo rapporto con la vita e con la morte, con il corpo e con la mente, e la sua storia passata non le dà tregua fino a quando “la rottura degli argini di una diga improvvisata” la farà morire. Niente lieto fine qui. Nel mondo de La Merca non ci troviamo tra gli adolescenti innamorati di Moccia (anche se nella testa di Jenny c’è di tutto, a venticinque anni, da Tiziano Ferro a Vasco Rossi, da Novalis a Garcia Lorca). Siamo tre metri sotto terra, non sopra il cielo, dove vanno a finire i corpi consumati delle vittime di questa strage vicina e silenziosa. E la lingua usata per sviscerare questa realtà è intrisa di rime, assonanze, torsioni, forzature, neologismi, contaminazioni, e fa de La Merca un esperimento letterario di valore, che non cede alla comodità del linguaggio semplice e piano, una scelta fatta propria da troppi nostrani narratori. La Merca è una storia che andava raccontata, è un pugno nello stomaco, forte e diretto, ma è anche poesia, come questa:

Rimetto la mia vita
in mani esperte
Mi rimetto in gioco
rimetterò alla perfezione
la maschera di sempre

continuo a rimettere
in ginocchio la mia vita
continuo a rimettere nel bagno
assassino e confessore
gli sbagli di un’eterna….

Fame del cuore

Amare Jenny non vuol dire desiderarla ma comprenderne ed accoglierne, profondamente, il dolore. E vuol dire fare qualcosa perché tutto questo dolore non si ripeta e non si alimenti. Chiara Daino ha fatto qualcosa: ha scritto La Merca, e ha scritto con la dovuta rabbia, per operare sulla realtà, con decisione e con stile. Noi possiamo cominciare leggendo.

A.P.

29 Risposte to “Chiara DAINO / LA MERCA”

  1. Merlin detto

    Ho appena scritto anch’io cose molto simili per una recensione del libro su “Atelier” (e peraltro ho spedito una e-mail a Chiara, che magari passando di qui avrà voglia di leggersi in anteprima la bozza della mia noticina critica e dirmi qualcosa). Condivido in effetti tutto e intervengo proprio per sottolineare un bel libro: se dalla piccola editoria bisogna giocoforza selezionare poche cose per dare loro ancor più risalto, parlandone accanto alle opere più visibili con le quali è doveroso il confronto (apro qui una parentesi: non è che Gian Ruggero corre il rischio, con la sua rubrica, non di ascoltare, ma di sbagliare nei dosaggi accreditando tutti? Lo pongo come problema non suo, che compie opera meritevole, ma come problema funazionale nel contesto) – se dalla piccola editoria bisogna selezionare solo le cose migliori, dicevo, ci troviamo con La Merca proprio ad uno di quei libri di cui è bello dire.
    Marco Merlin

  2. Francesco Marotta detto

    E’ la recensione, esemplare, di un libro bellissimo e devastante, dove ogni accento di denuncia si trasforma in un grido, poesia ferita e sanguinante che urla in ogni fibra del corpo e dell’anima. Un libro scritto in una lingua nuova, eppure antica, dove i codici consuenti vengono scardinati seguendo il filo di una sotterranea, linfatica, umorale intuizione: solo scavando a fondo tra le pieghe delle parole, negli angoli in cui la consuetudine priva di senso e di vita si fa norma del suo stesso vuoto, solo rovesciando alla luce gli angoli dolenti, in ombra, che la comunicazione quotidiana, reificata, rimuove e cancella dal suo verbo, è ancora possibile far parlare la piaga che abita tante esistenze nel profondo. La lingua del dolore non ha sintassi: Chiara ne crea una, ridando alle cose il loro vero volto; alle parole il loro vero nome: l’impronunciabile.

    Grazie ad entrambi.

    fm

  3. lucaariano detto

    Mi procurerò questo libro, lo conoscevo solo di nome; non ho ancora avuto occasione. Tornando alla tua questione Marco: io penso che i grandi libri e grandi poeti si accreditino poi col tempo! Non siamo nè io, nè te, nè Gian Ruggero depositari di tutto ciò. Quanti poeti – ma anche scrittori – sono stati esaltati magari negli anni ’30 o ’50 (tanto per fare un esempio) da molta critica e poi non hanno resistito al tempo e sono scomparsi? Per cui in questo maremagnum non è nemmeno facile orientarsi…Certo legittimo esprimere le proprie preferenze!
    Un caro saluto

  4. Chiara Daino detto

    Oggi siete riusciti a commuovermi…
    A far respirare “il Senso”, vero e profondo.
    E non solo il mio. Il bisogno di ascolto ha trovato porto nelle vostre letture

    @ Adriano:
    Ho particolarmente apprezzato (e ne saranno contenti anche gli specialisti e i medici con cui collaboro) l’accento posto sulle “devastazioni” a tutto tondo…
    L’aver citato anche D.C.A è sunto di quel verso franto (nel mio caso, data la mia particolare concezione animica/animale della poesia – parlo di”versi”)che mi segna.
    Grazie per essere contro e vicino al mio “mulino”

    @ Marco:
    compleanno anticipato – via posta, grazie alla tua recensione (ti ho appena risposto via mail). La Merca ha faticato, ha evitato la censura (“lo pubblichiamo ma devi effettuare dei tagli, limare, depurare, et cetera, et altera…”) grazie a chi ha creduto, nel messaggio e nell’emittente (e un pensiero di crisalide vola a Massimo). Alessandro Ramberti (in altre sedi) è stato definito un editore coraggioso e nella piccola editoria si è reso possibile il grande sentire.

    @Francesco:
    «La lingua del dolore non ha sintassi» – e le sue parole sono sempre pupille e palpiti.
    Tricarico in “Io sono Francesco” canta:« il padre è solo un uomo e gli uomini son tanti, scegli il migliore, seguilo e impara». E non a caso. E non è un caso, Francesco, che lei (per me e non solo) sia. Maestro.
    «Una rosa deve ardere».

    Alla trasmissione il bivio hanno letto alcune lettere «vorrei che il mio grido fosse ascoltato, anche se non saranno le mie parole a gridare», per cui: un grazie a più voci.

    Chiara

  5. Chiara Daino detto

    @Luca Ariano:
    E’sempre il tempo il migliore dei maestri, peccato che uccida i suoi allievi – e il tempo dato agli autori e alle opere (per affermarsi o meno) è un tempo largo.
    Agire e capire il nostro tempo: è questa l’urgenza/emergenza.

  6. Del libro di Chiara ho amato soprattutto (al di là dell’uso piuttosto sorprendente che fa del linguaggio, e che pure è il tratto davvero caratterizzante tutta l’opera) la schiettezza, lo scoprire le carte in tavola, il chiamare le cose col loro (nuovo) nome. La prova dello specchio. Superata.

  7. lucaariano detto

    Sì, hai ragione Chiara, però il mio dubbio spesso è con che occhi oggi giudichiamo? Non c’è il rischio essendo contemporanei di prendere, non dico degli abbagli, ma di filtrare e valutare male? Quante volte il passato (mi riferisco al Novecento ma non solo) la critica ha valutato negativamente autori che poi sono venuti fuori alla lunga!Penso a Guido Morselli ma anche allo stesso Caproni che all’inizio fu “bollato” da una certa critica come tardo ermetico. Tutto qui; poi, sono anche io uomo del mio tempo, ed esprimo le mie valutazioni e pareri, solo cerco di andare cauto. Troppo spesso ho visto una certa “arroganza critica” anche in malafede. In generale naturalmente intendo!
    Un caro saluto

  8. Chiara Daino detto

    @Cristina:
    «La verità è resistente. Non scoppia come una bolla di sapone appena la tocchi. No, anche se la prendi a calci tutto il giorno, la sera sarà tonda e piena». [Oliver Wendell Holmes]
    Lo specchio che riflette: il REale è nudo.
    Un grazie che sia.

    @ Luca:
    Io provengo da un mondo “in presa diretta”: quando canti o reciti – la reazione del pubblico è immediata (la vedi, la senti, la avverti).
    La Critica non sarà mai unanime, non lo è mai stata: si spacca. E’normale, naturale. Umano. Così come: sbagliare.
    Io credo dipenda dalla gusto e dal sentire soggettivo del singolo critico che si oggettivizza.
    Frank Zappa ha detto: «Buona parte del giornalismo rock è gente che non sa scrivere, che intervista gente, che non sa parlare, per gente che non sa leggere». Eppure ha continuato a suonare e i giornalisti a scrivere (bene o male).
    La critica serve, è motivo di studio e confronto. E sai quale credo sia la VERA critica? Quella costruttiva ( e io l’apprezzo, credimi).
    L’essenziale è non sfociare nell’attacco personale, nelle rivendicazioni, nelle frustrazioni. Non credi?
    La letteratura, la pittura, la musica segono cicli e ricicli.
    Come le donne: si arriverà mai a decidere quali “misure” sono quelle canoniche? Si può universalizzare la bellezza? Direi di no…
    Se a te piace una donna, ti piace per tot motivi, ad un altro può spaventare, un altro ancora la può odiare perché non può averla…
    Ma per questo è meno donna? Più donna di altre?

    Per i libri è lo stesso. Forse è un ragionamento semplice (troppo semplice) – ma è sempre una storia d’amore.

    Con qualcuno la vivi, con altri no.
    Con alcuni libri sì, con altri no.

  9. lucaariano detto

    Si Chiara, siamo sulla stessa lunghezza d’onda, abbiamo detto la stessa cosa con parole diverse. Proprio così!
    Un caro saluto

  10. Chiara Daino detto

    @Luca:
    ottimo! E se abbiamo detto la stessa cosa (pur con parole differenti) implica che sono riuscita spiegarmi. E oggi si sfiora il prodigio!;-)Grazie,
    un saluto anche a te, a tutti.

  11. lucaariano detto

    Bene Chiara, mi fa piacere!Abbiamo un po’ divagato – forse -, la cosa più importante che presto leggerò la tua opera. Piccola parentesi: hai ragione su Fara. Piccolo editore coraggioso. Come ho detto e scritto spesso, penso che in questo momento storico – in ambito letterario – le proposte migliori vengano dalla piccola editoria. Non lo dico certo perchè ho pubblicato con piccoli editori, ma se guardo la mia biblioteca negli ultimi anni i libri che ho ammirato di più provengono proprio da lì. Escludo i classici naturalmente!
    Un caro saluto

  12. Chiara Daino detto

    @Luca:
    ça va sans dire – attendo i tuoi pareri.
    E, sempre tra parentesi, davvero Fara è stato il mio “Faro”. Tra le solite porte sbattute in faccia “a priori” perché non ho “un nome” (in realtà ne ho quattro, ma non era il caso di polemizzare sul dettaglio…), una si è aperta.
    Knock Knock Knockin’…

    Felice tutto

  13. fabry2007 detto

    un altro libro per la biblioteca. gli scaffali del dolore sono tagliati dalla luce obliqua della nostra struggente voglia di vivere.
    brava Chiara.
    fabrizio

  14. elena f. detto

    @ chiara

    già so che amerò il tuo libro, lo amo per il solo fatto che lo hai scritto.
    lo leggerò con il dolore di chi conosce
    aprirà antiche ferite mai sanate,perchè non si guarisce da un’isaziabile fame di cuore, perchè il cuore è carne viva che non cicatrizza mai, che non può non deve, perchè quella ferita è l’unica cosa che abbiamo di più nostro, più vero, che può essere abisso in cui precipitare o fonte da cui trarre ancora vita
    e siamo sempre sull’orlo fra bere o affogare.
    perchè chi ama può amare solo passando per quel varco di sangue

    grazie di cuore

    elena f

  15. Chiara Daino detto

    @Fabrizio:
    La voglia di vivere è vita, contro ogni dolore. Ti abbraccio e ti ringrazio, come sempre.
    Sei sempre di una dolcezza disarmante.

    @Elena:
    Tu che sai, sai il sangue e il coraggio. Il non detto e il pianto. L’essere in bilico.
    Le cicatrici sempre aperte bruciano: marchiano. Il cuore marchiato va sempre supportato, con forza.
    E per quella fame che non si sazia mai, l’unico cibo è nutrirsi a vicenda. Con cibo che è Bios.
    Ti stringo nel cerchio di comprensione e rinnovo la mia gratitudine: sei sempre stata “in ascolto” (e non solo in questo post).
    Sei cura – e si cammina insieme. Guarire è solo continuare a camminare, ognuno con i suoi segni – e non si è più soli.

    A te Elena, a te.
    Che sia sempre più felice e più facile

    Con affetto
    Chiara

  16. elena f. detto

    @chiara

    nutrirsi a vicenda di vita
    zoè che passa di ferita in ferita come l’anima che esala dalle labbra quando pronunciamo parole impastate di carne…

    tutto il bene con affetto
    elena f

  17. Chiara Daino detto

    @Elena:
    …e questo è lo scavo: tutto quel che è “dentro” di noi per rimettere “in piedi”. Il conato migliore: la forza che (ci) forma.

    Sei qui ed è Luce dopo tanto silente buio – imposto.
    Volo a prove e vi porto tutti con me.

    Siete.

  18. Bravo Adriano, hai sintetizzato senza enfasi, come piace a me.
    Chiara, il tuo è un romanzo coraggioso, doloroso e colorato; un debutto senza compromessi, in questo nostro mondo letterario troppo spesso dalle piaghe piallate.
    Il mio augurio è di continuare così.

  19. Direi intanto grazie a Chiara e ad Adriano.

    Cara Chiara il nostro corpo è il giudice spietato della vita, manifesta in modo più o meno drammatico tutto quello che non riusciamo a dire, che neghiamo a noi stessi, i traumi che non riusciamo a superare, la rabbia, la “colpa” che non continuo a capire perchè è spesso connaturata all’essere donna.

    Così spietato che fa paura (anche agli editori?), in ogni sua esposizione.

    Forse, per certi versi, aveva ragione la medicina medievale e moderna che descriveva le “passioni della mente” come realtà fisiche, indivisibili dal sangue.

    Spero di leggere prestissimo il tuo libro. Con un abbraccio.

  20. alessandro ghignoli detto

    una semiotica del dolore (?)

  21. alessandro ghignoli detto

    una semiotica del dolore (?)

    un abbraccio

  22. elena f. detto

    @francesca

    il corpo non è giudice spietato ma vittima della nostra stessa ferita e spesso resta l’unico urlo espresso ed esprimibile, l’unico grido dietro i nostri sorrisi e occhi sgranati di cerbiatto a chiedere un po’ d’amore, è lui che si racconta e ci racconta il disamore che, qualcuno chissà chi, ci instillato,un disamore per noi stesse che è veleno lento e mortale…ma la nostra sofferenza attraverso il corpo è un grido di vita e non di morte, è vita che chiede di essere vissuta, amata, piaga aperta che chiede di essere lenita con gocce di olio profumato, a volte ne basta una sola, una sola parola, uno sguardo che ci mostri come si può amare una ferità così orribile che ci ha sfregiate in modo indelebile e che ci ha rese inguardabili a noi stesse. come è possibile amare chi porta visibili nel corpo i segni del non amore?
    eppure, un amore così esiste è la vita che grida a dirci che esiste

    un abbraccio

    elena f.

  23. redmaltese detto

    bella recensione. ora apprezzo ancora di più quello che ho già letto, della Merca.
    complimenti al padua e alla chiara.
    red

  24. A. Padua detto

    Grazie a tutti per la lettura. La Merca è un romanzo che mi ha colpito in modo particolare, dalla forza inconsueta. Il merito è ovviamente tutto di Chiara, ma anch’io voglio ringraziare Massimo Sannelli perchè ha avuto il coraggio di scommettere per primo su questo romanzo, e per questo motivo il suo contributo è stato molto importante. è stato bello trovare e leggere i vostri appassionati commenti e apprendere che anche uno studioso come merlin è rimasto favorevolmente impressionato.

    saluti a tutti

    ap

  25. Chiara Daino detto

    @Franz:
    Grazie e che la via sia sempre (e per tutti)costellata da “mete fisse”, nel cielo di un velo caduto, al di fuori di ogni campana di vetro.

    @Francesca:
    Credo che il corpo più che essere soggetto – giudice, sia oggetto – rivelatore. Il nostro io (e il suo contenuto) prende forma nella carne (contenitore); agisce ed è agito. Lo spirito e la materia sono suscettibili alla molteplicità degli stimoli.
    Quando le nostre dicotomie (anima/corpo, pensiero/azione teoria/pratica, etc…) entrano in conflitto: la psicosomatica lo rivela.
    Il senso di “colpa” inoltre, credo sia spesso connaturato all’essere donna per il ruolo procreativo e il senso di responsabilità (oltre che di gioia) connesso.

    @Antonella:
    sarò felice di poter presto avere anche un tuo riscontro. Grazie

    @Alessandro Ghignoli:
    Tutto traccia ed è “traccia”. I segni del corpo ( e nello specifico: dell’anoressia/bulimia) sono segnali di un disagio radicato, profondo e (spesso) taciuto. Si tratta di messaggi non-verbali che si manifestano per essere “decodificati”. In questo senso, ritengo si possa parlare di “semiotica del dolore” – e prima che il segno si fissi in marchio si dovrebbe “operare”, con tutte le arti e tutte le tecniche.

    @Elena:
    concordo – la corda tesa è interna prima che vocale, è sentita prima che espressa. La gestualità/la fisicità ci racconta e ci ricorda(tra rughe-cicatrici), ci/si riflette… Il dolore trova sempre il suo canale comunicativo , così come la gioia e l’intera gamma emozionale.
    L’importante è sempre con-dividere per imparare nuove lingue e linguaggi, per capire l’altro. Comunicare e crescere, in continua traduzione – comunione.

    @Redmaltese:
    ti ringrazio Roberto per aver letto/ascoltato.

    @Adriano:
    la voce si perde se non c’è eco a riportarla, per cui – grazie per essere stato ritorno costruttivo. E che i muri contro cui sbattiamo siano “usati” per amplificare i messaggi che tutti noi mettiamo in circolo.

    Un abbraccio rotondo a tutti: è rigenerato sia verde sia incipit.
    Siete

    e com-muovete.

    Chiara

  26. Chiara Daino detto

    @Antonella:
    un abbraccio che ti racconti tutto il mio grazie!;-)

  27. Visto che il libro è giunto anche al sottoscritto, volevo recensirlo, ma già vedo che vi siete dati da fare egregiamente. Ottima prova, Chiara, e bravo Ramberti a editartelo.

    @ Merlin. Caro Marco mi sono ripromesso di scrivere almeno due parole riguardo i libri che gli autori con gentilezza m’inviano, senza alcuna discriminazione e ben sapendo che molto del materiale che mi giunge non è all’altezza, ma infine è giusto parlarne, anche in funzione di questo spazio e del come tale spazio, merito di chi in effetti letterariamente ci ‘coglie’, può divenire possibilità di confronto per chi meno ci ‘coglie’ (per buttarla alla meridionale). Ovvio che se ciò può creare confusione (…cosa che non penso, perché, infine, cerco di riportarle come stanno…) sono pronto a sfoltire… del resto, se noti, nei commenti al mio post-rubrica, si sono fatti vivi solo coloro elogiati, benché abbia spedito mail a tutti gl’inseriti… e questo è molto indicativo: i poeti (veri) o chi pensa solo di esserlo è ‘razza’ permalosissima, nonché sempre in attesa del consenso. Constatato ciò – ;-) ma già lo sapevamo – non è detto che presto in effetti sfoltisca, vista, anche, la mole di roba che mi sta arrivando.

  28. Chiara Daino detto

    Grazie a te Antonella,

    se fosse nelle mie possibilità donerei tutto il mio senza chiedere altro che un confronto – uno scambio emotivo/sensitivo.
    Vivere solo di letteratura e teatro non è stata una scelta facile, ma era giunto per me il momento: dedicarmi ( e provare a mantenermi) con le mie ragioni d’essere.
    Sono felice che il mio messaggio, il mio marchio sia giunto nelle tue mani e ti abbia toccato.
    So che ne avrai cura – perché sei speciale.
    Che il mio rotondo abbraccio ti comunichi.
    Oltre e dentro il testo.
    Sempre.
    Con affetto,
    Chiara

  29. Chiara Daino detto

    A te e ancora,
    credere è la bellezza del verde.

    Un tutto più facile e sempre più felice.

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