Lo strappo sulla schiena (di Elena F. Ricciardi)
Posted by fabrizio centofanti on March 13, 2007
La gente passa frettolosa fra il tapis roulant e la porta automatica. I carrelli pieni, i bambini col palloncino accartocciato in forme varie, appena usciti da una qualunque festicciola chiassosa nel chiassosissimo centro delle meraviglie. Coppiette teneramente allacciate, vecchi mano nella mano come un tempo lungo gli argini sotto la luna, famiglie in gita fra vetrine vuote di luci.
Lui è lì. Seduto su quel mozzicone di cemento staccato chissà da dove dalle bande notturne che si aggirano nei garage deserti del centro commerciale e poi buttato insieme alla rabbia del nulla al lato dell’ingresso. Pare messo apposta per il barbone abituale, un trono di pietra per un uomo di cera.
Sta lì da sempre. O meglio, da quando sono arrivata nel quartiere, lui è lì. Seduto, immobile. Non chiede nulla, non ha un cartello con su scritto in caratteri incerti: ho fame, non alza lo sguardo.
Non ti chiede se vuoi aiuto per la spesa, nella speranza di ricevere l’euro nascosto nel marchingegno del carrello . Non chiede nulla. Immobile, lo sguardo fisso a terra, a volte un mozzicone, raccattato chissà dove fra le dita ingiallite della mano sinistra, riempie i suoi respiri;
a volte un cartone di vino da pochi centesimi gli sta al fianco, unico amico dell’oblio, insieme ad un gatto color latte, stranamente lucido e pulito, come pure il cane, un enorme bestia nera che dorme pacifico sui cartoni accanto al gatto sveglio e vigile.
Mi inquieta quella figura così austera . Il cappotto che indossa estate e inverno sembra un manufatto di sartoria cui il tempo abbia aggiunto la polvere della storia. Cammello con risvolto punta di lancia e occhielli. Ha uno strappo sulla schiena come se un fendente avesse reciso a metà la storia di quest’uomo e il segno fosse rimasto sopra il vestito a memento per i passanti che pure non vedono.
Per mesi gli sono passata accanto quasi fuggendo da quel non sguardo, da quel non chiedere mai niente, da quello stare semplicemente lì, presenza assenza che inquieta di silenzi lo spazio inevitabile. Non c’è altro ingresso, non puoi evitare quella vista, e lo vorresti. Gli passi accanto quasi trattenendo il fiato: la paura che ti fermi, che chieda, che punti lo sguardo accusatorio e liquido negli occhi, è pari solo alla speranza che prima o poi ti fermi, che chieda magari insistendo, pregando, per poterti difendere con una scusa qualunque: oggi no, non ho spiccioli , siete troppi e non posso salvare il mondo intero, io. O peggio, posando quegli spiccioli con la fretta di chi ha altro da fare .
Ma no . Lui è lì. Seduto sul suo mozzicone di cemento muto.
Quel giorno non fu diverso. La stessa storia aveva riempito i brevi istanti del passaggio eppure, una volta superata la sfinge umana e guadagnato l’ingresso del supermercato, la mente in subbuglio voleva farla finita. Non ne poteva più di quel peso sul cuore. Imbracciato il solito cestino iniziai a riempirlo di barattoli di latta con l’apertura a strappo. Fagioli, tonno, carne in scatola, succhi di frutta, latte uht, e poi biscotti, pane, marmellata, stecche di cioccolato; sembravo in preda al terrore per una nuova guerra. Cosa pensassi non era chiaro, i gesti erano quelli della rabbia, in cerca di pace.
Riempite le buste, dimenticato il latte per la colazione di mio figlio, pagato il conto , come volando in tre balzi ero giù dal tapis roulant. Non avrei detto nulla. Avrei poggiato quelle buste colme accanto all’uomo e poi sarei fuggita senza una parola, come sempre. Così volevo colmare quel silenzio che mi accusava . Sarei stata libera, finalmente: quello strappo sul cappotto non avrebbe più pesato sul cuore.
Mi accostai di soppiatto, posai le buste accanto al piedistallo di quella statua perfettamente immobile. Il gatto mi lanciò uno sguardo verde, quasi a interrogarmi; anche il cane fu grato, senza sollevarsi da terra, scodinzolando allegro . Fuggii come una ladra, pensando che almeno per qualche giorno avrebbe mangiato.
La giornata trascorse come sempre, ma con un briciolo di fierezza in più. Avevo il cuore in pace. Quella notte ci fu bufera . Sognai un cappotto lacero, sotto la pioggia battente . Fu un sussulto a tirarmi fuori dalle coperte. Uno strano freddo scorreva nelle ossa. Pensai alle buste piene e al cappotto vuoto. Dove dormiva quell’uomo, adesso, con la pioggia? Dove vanno a dormire i barboni quando piove?
Il giorno seguente corsi al solito posto con una busta di abiti dismessi e una vecchia coperta . Dare da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi. Ero fiera di me, stavo facendo ciò che nessuno aveva ancora fatto per quel rifiuto della storia.
Quando giunsi, l’uomo seduto, il gatto, il cane e le buste, erano lì dove li avevo lasciati.
Abbandonai, non so perché , gli abiti in macchina e feci, con faticosa indifferenza, il solito tratto verso la porta scorrevole. Gli occhi bassi, il silenzio, lo scodinzolare dell’immobile cane nero, gli occhi verdi del gatto, tutto mi era ormai alle spalle.
Una voce roca, come lava che salisse improvvisa da un vulcano spento da millenni, lenta, impastata di quei silenzi infiniti e dei passaggi dell’indifferenza, fluiva quasi sangue raggrumato e si posava ai miei piedi come un’offerta votiva.
Mi fermai, ma rimasi di spalle. Era presto e non c’era il solito via vai. Il garage ricadde nel silenzio.
“Era bella come bello è ciò che ami , era bella come la vita.”
Lo sguardo adesso puntava verso l’unico margine di cielo che entrava da un lucernaio dai vetri frantumati. Non avevo mai visto quel barlume lì sotto.
“Non ho mai capito l’amore. M’innamorai lo stesso, senza capire. Capire non era importante
Allora insegnavo in un liceo. La incontrai ad una conferenza.”
Le frasi spezzate, brevi, condensavano i respiri fumosi in storie infinite, non dette, i margini delle parole sembravano esplodere ad ogni attacco di voce. La compostezza stessa di quell’uomo curvo e fiero sprigionava come raggi luminosi da quella ferita sulla schiena.
“Ci sposammo in breve, in breve nacque mia figlia. Margherita .”
Tacque come se quel nome fosse un nodo stretto nello stomaco, una ferita non rimarginata .
“Non ricordo la felicità ma so che fummo felici. Io fui felice.”
Tacque di nuovo.
Era come se la storia fosse in quei silenzi, in quelle pause, nelle crepe che si aprivano fra una parola e l’altra. Era dentro il respiro esalato, quando la colonna d’aria rimaneva intonsa, intera, senza rifrangersi nei mille colori delle corde toccate dal diaframma.
“ Non so cosa avvenne poi. Lei non era cattiva, non avrei sposato una donna malvagia. Rimase buona come quando me ne innamorai, ma non riuscì più ad esserlo per me. Forse non lo ero stato abbastanza con lei.”
Non capivo le parole, mi pareva il racconto delirante di un infinito dolore senza senso, mi ero voltata per vedere se non stessi sognando, per guardare quell’essere che diventava un uomo dentro il dire stento e non era cambiato nulla, il gatto, il cane, le buste e il busto curvo che suonava il suo racconto immobile.
“Non poteva più neppure guardarmi. Mi disse ‘vattene!’ Tenendo in braccio mia figlia che piangeva”.
La storia continuava ad essere un altrove presente, come le lacrime di quella bimba sconosciuta.
“Non so come fu. Non è importante capire. Forse la vita concede un anticipo di felicità , te la fa conoscere, perché te la possa ricordare nelle sere in cui non avrai altro con cui scaldarti.”
Si sfregò le mani livide come davanti ad un camino acceso. Non avevo mai pensato alla felicità come ad una memoria che riscaldi.
“Non so come sono arrivato fin qui. Il divorzio. Gli alimenti. I soldi per la bambina che non bastano mai. Due case e un solo stipendio con il mutuo da pagare, non fu possibile”.
Sembrava così logico. La memoria di un amore finito che continua a scavare nella vita i solchi della solitudine .
“Andavo a scuola dopo aver dormito sotto il ponte di Castel sant’Angelo, insegnavo lì vicino. Nessuno si è mai accorto di nulla. Solo mia figlia l’ultima volta che la vidi mi regalò la sua sciarpetta rossa, ‘per tenerti caldo’, disse”.
Tacque . Una nuvola grigia stava passando in quel momento sul lucernaio che si oscurò per ritornare subito gonfio di luce.
L’uomo mosse una mano e la posò sull’enorme testa nera del cane, che lo ringraziò con uno sguardo languido, quasi sorridendo.
Il suo sguardo si perse poi sul pavimento.
Il via vai, intorno, era quello di sempre.
Mi scossi e mi parve passato un tempo infinito.Osservai lo strappo sulla schiena e vidi un tronco spezzato da un fulmine, un albero piagato, imponente, non abbattuto, su cui nessuna resina si era posata a lenire il dolore. Forse avrebbe voluto farsi tana, rifugio, abbraccio.
Attraverso quel buco aperto dalla storia fluiva verso di me una memoria, un tempo, una vita.
Mi ricordai della felicità.
“Grazie”, gli dissi.
Fece un cenno con la testa come a scrollarsi di dosso le parole.
Poi si accasciò di nuovo,mentre un’esile fumo saliva dal mozzicone quasi spento.
La gente passava frettolosa fra il tapis roulant e la porta.
La mattina, a volte, mi alzo con un senso di disagio. Come se la vita, nella notte, volesse dirmi qualcosa che mi sfugge.

















Antonio Fiori said
Non ha importanza sapere se la storia è racconto o esperienza vera (che poi, si sa, spesso la letteratura sa essere più vera, lasciare più tracce, della realtà). Queste nuove forme di emarginazione possono nascere in poche settimane, senza quasi accorgersene, travolgendo equilibri faticosamente raggiunti. Sono le nuove povertà economiche e sociali (e le strutture pubbliche dovranno attrezzarsi, fare la loro parte) ma resta la centralità dell’uomo, l’orgoglio del ragionare, la dignità tenuta stretta perchè non si dilegui. E questi incontri ci cambiano, sono una sfida alla nostra quotidianità e alla nostra fretta.
Antonio
marcos said
allora penso voglia dirci ‘vattene’ perché il sogno sia più forte e vivo della cosa sognata, che una volta reale perde di attrazione, di significato, o anche indifferenza (umana o divina non credo faccia ormai tanta differenza, certo non per tutti), del resto anche per lui, quel bene, o quel che lui credeva fosse bene per lui o per entrambi ‘non riuscì più ad esserlo’
Roberto Rossi Testa said
A volte il moto con cui ci strappiamo dalla vicinanza con certe situazioni non è davvero indifferenza, ma al contrario il terrore o la consapevolezza che ci riguardino troppo. Allora saperci fermare e tornare sui nostri passi e considerarle diventa anche il modo di curare noi stessi nell’altro.
Questo può sembrare un discorso egoista o comunque egocentrico ma non lo è, proprio perché il fine a cui tende è il superamento della dualità e la (ri)conquista dell’unità.
Chiara Daino said
Il problema non è solo chiedere aiuto – ma anche saperlo dare nella forma richiesta, in quella forma muta, nella crepa dei silenzi (che sottendono).
La Vita è sempre “incontro di pupille” e gli sguardi che più temiamo, credo siano quelli che – spogli di tutto – ci vedono dentro.
Nudi.
Il quid è nello strappo che non è taglio – e spesso mancano i punti da unire per suturare, per ricucire lembi che non combaciano.
elena f. said
@fabry
come sempre trovare le parole adeguate per ringraziarti è un’impresa ardua,posso dire solo
grazie di cuore.
@antonio, marcos, roberto
vi ringrazio per la lettura attenta e le riflessioni seguite che condivido, l’emarginazione è una realtà complessa perchè riguarda non una categoria ma i singoli uomini e donne che si trovano per i motivi più diversi a viverla.
@Chiara,
come sempre leggi la realtà col tuo grande cuore di Donna e
sai che aiuto significa com-prensione, cioè leggere negli occhi e nel cuore dell’altro, perchè non sia uno scaricarsi la coscienza ma una conoscenza che va da persona a persona, perchè solo negli occhi dell’altro possiamo conoscere davvero chi siamo.
lo strappo è una ferita che sconnette la vita, una stigmate che resta, uno spartiacque, un punto di non ritorno, non è importante ricucire, ma raccogliere il flusso di quella storia nel cuore,per ridare umanità e dignità all’uomanità lacerata perchè il vero aiuto non sono tanto le buste piene(peraltro utili) ma guardare negli occhi la sofferenza e condividerla, fosse anche solo per un’istante
ti abbraccio col cuore
saluto tutti
elena f
Giovanni Nuscis said
“Non so come fu. Non è importante capire. Forse la vita concede un anticipo di felicità , te la fa conoscere, perché te la possa ricordare nelle sere in cui non avrai altro con cui scaldarti.”
Non so come sono arrivato fin qui. Il divorzio. Gli alimenti. I soldi per la bambina che non bastano mai. Due case e un solo stipendio con il mutuo da pagare, non fu possibile”.
“Andavo a scuola dopo aver dormito sotto il ponte di Castel sant’Angelo, insegnavo lì vicino. Nessuno si è mai accorto di nulla. Solo mia figlia l’ultima volta che la vidi mi regalò la sua sciarpetta rossa, ‘per tenerti caldo’, disse”.
La crisi matrimoniale, prima, quella economica (per inadeguatezza dello stipendio e delle spese), possono ormai distruggere chiunque, o quasi: compreso un insegnante, costretto a dormire sotto un ponte. L’indifferenza, sembra dirci l’autrice, è in fondo disamore anche verso se stessi, per come si è legati gli uni agli altri. Tenderci una mano può ricordare, allora, la specularità dei destini, un monito sotteso.
Un caro saluto
Giovanni
elena f. said
@giovanni
sì, è lo sguardo limpido del bambino che troppo spesso ci manca, in fondo la figlia è l’unica a rendersi conto che il padre “ha freddo”
e la felicità, qui è detto, è una memoria che “riscalda”.
ti ringrazio e ringrazio tutti, anche i lettori silenziosi, che hanno avuto e avranno la pazienza di fermarsi un po’ su questo scritto
saluto tutti
elena f.