Alessandro MELIS
Posted by Giovanni Nuscis on March 23, 2007
Gli specchi
La riflessione impone
attenta disciplina:
nello sguardo
lucido e minerale
l’operazione non è, come si crede,
la moltiplicazione.
Oltre la superficie,
lo specchio ama dividere
il mondo in due metà,
come una mela, o come
me, col mio sguardo manicheo:
il dentro e il fuori, il dritto ed il rovescio.
Nient’altro che un’esatta matematica:
lo specchio mi riappaia
col mio doppio
e mi rimette in sesto
sul binario.
(maggio 2005)
Divide et impera
Ma in ogni sistematica si cela
il germe del dominio:
le categorie, le connessioni
che usiamo per pensare,
sono il segno
della bandiera piantata sul reale.
Divido ciò che vedo, lo raccolgo
in coppie di contrari
perché è nel due, nel pari
il germe fecondo del creare.
Ma poi tutto si mischia, di nuovo,
perché è l’uno
indiviso
il segno del principio,
e ogni scissione è artificiale,
come il taglio di Alessandro
a Gordio, o l’autopsia del medico
che sforbicia i cadaveri
con l’allegra illusione di capire.
(maggio 2005)
Sul ponte alle Grazie
E tutto ciò che vedo
sono solo linee d’onda
sopra l’acqua
dell’Arno, sfiorata dai germani,
onde sul velo verde,
nel lento fibrillare della luce
appannata e quasi estiva.
Si concentra l’esistenza
in un quieto galleggiare
di lievi forze,
opposte
a questo ritmo di corrente.
Qualche centimetro quadrato
qui, sotto queste suole,
è l’unica improbabile certezza.
(Firenze, 2003)
Malditesta
Un lieve ma tenace malditesta.
mi sfoca i sensi,
e il mondo si dilata
come dietro una traslucida membrana.
Oltre gli occhi chiusi
l’esterno è solo un labile barbaglio.
Mi aggrumo nel mio centro
finché sono
soltanto questo battito.
Un piccione mi risveglia
con ebete gorgoglio.
Ed osservo con invidia di bambino
la rassegnata noncuranza del trifoglio.
(Arezzo, 2003)
Ombre
Talvolta la scrittura è bianco sterile,
pagina cieca, nebbia
di anidride siccitosa:
scrivere è il segno
oscuro sullo specchio,
simmetrico regno da psichiatri,
nera geometria da calcolare,
chiave che scardina le menti
crittate dei pazienti.
Io uso le parole
per indagarmi, e districare
a ritroso il labirinto,
per uscire dalle carni
e poi guardarmi,
lontano.
La grafia è l’ombra lunga che proietto
sulla pagina vuota
quando cammino, è sera, e il sole è basso.
(2005)
Bunjee-Jumping
(dal Ponte Europa)
In fondo non è altro
che un surrogato povero del volo:
ping-pong di carne,
uomo-pallina
nel vuoto che s’incurva sotto il ponte.
Ma il raggio verticale,
la corda che si tende
in lenta ipnosi oscillatoria,
mi riconduce indietro
fino all’istante minimo e centripeto
dove la volontà si aggruma.
Nel gesto, l’esplosione
è un violento fiorire di universo,
perché è un big-bang, il salto
nel precipizio immobile del nulla.
(agosto 2004)
Nella Selva Nera
La nebbia è bianca,
densa e seminale
sospesa
lungo pareti curve,
in questo immenso utero di foglie.
Nell’infittirsi buio delle linfe
si compie, ancora,
la chimica esatta e primordiale
delle antiche materie vegetali:
il reagente
è l’ossigeno bianco del pensiero.
Ed è improvvisa
la strenua fotosintesi del mito.
(agosto 2004)
Sotto un albero
(su una pagina di Gregorio Palamas)
La ragione è di carne
brano di fibre complicate:
bistecca
in cui s’innerva
il reticolo fitto del pensiero.
L’illuminazione,
lo specchio bianco dello spirito,
sarà come un distacco vegetale:
minuta differenza
fra nervi e nervature.
(agosto 2004)
Beth
(febbraio 2005 – settembre 2006)
[…]
ore 19.52
L’intuizione è una polvere
pallida di zolfo,
che graffiata sulle cose, le riveste
di luce. Sui punti luminosi
tengo fermo il compasso,
incrocio gli archi,
e trovo nuovi punti:
come quando, sul mare
in frantumi
si annaspa e si pretende
di trovare una rotta,
la mia casa è il sestante,
il computo geometrico che prova
a dire dove sono.
[…]
ore 20.01
Nel corridoio corre il meridiano,
l’asse di simmetria, la colonna
dei passi, incatenati come vertebre,
la via dell’ovunque,
il nodo, dove tutto trascorre
e niente può sostare.
[…]
ore 20.39
Eseguo l’esercizio
della cottura: mischio
sapori, con la lucidità del giocoliere
che lancia in aria i birilli, e li riprende,
è certo di riuscire, e teme il rischio.
Perché nella pozione
batte una nota esatta, adatta
all’improvvisazione, a un jazz del gusto:
modulo verso il pepe,
e il ritmo sale.
[…]
ore 21.37
Poi resta di ogni pasto la crosta,
il cibo secco, il muschio
sui piatti, la materia
abbrunita sui fornelli,
la goccia rossa al fondo del bicchiere,
la bottiglia vuota.
Dopo la festa restano macerie,
il conto da pagare, l’abrasione
sulla pelle delle cose.
Resta da indossare il camice
bianco, resta l’acqua
ossigenata o il detersivo.
Io sono l’onda, il terremoto, la terra
che nutrendosi distrugge,
e insieme il medico che cura gli sfollati.
La mia casa è un teatro di guerra:
sono io che combatto
me con me stesso.
[…]
ore 23.13
Senti? Respira, immobile, la casa:
senti la polvere posarsi
e riposarsi, senti il legno
che si tende e dilata.
Senti nel silenzio questo antico
capitolo di oggetti
che discute, impercettibile,
la verità del buio.
[…]
Vengo a patti con le cose. Si riflette a lungo, prima di stabilire il trattato della nostra convivenza, della nostra confidenza. Il materiale più ritroso non resiste, decide di farsi buttar via. Sopravvive la consistenza minerale, il grumo salino. La memoria come collezione di mineralogia. Cristalli. Sabbie. Biglie, piccole sfere da rotolare in mano, di tanto in tanto. Gioco, urto successivo, come nel tavolo da biliardo, ipotesi per trattati di fisica emozionale.
Perciò dei fiori conservo solo i rami. O le spine, o le trine sottili delle foglie. Venature, come del marmo. Perché la casa lentamente muti in grotta, architettura di sali, governata da un lento precipizio di acque verticali.
[…]
ore 2.15
Vado per sogni e il corpo resta vuoto,
cenotafio di carne:
l’io s’infeltrisce, buco nero, centro
di gravità del sonno.
E mentre perdura la vacanza
notturna, senza me io sono solo
la pietra che divento, la radice
quadrata del mio sogno.
[…]
ore 2.57
Vado a vedere
la lenta tessitura dello sguardo,
là dove l’occhio ridisegna l’occhio
e il tappeto del sogno
coincide col telaio.
Vedo da vicino l’impostura:
la fibra si confonde con la mano
il nodo con la spola,
io sono il sarto
e sono la figura.
Lezione di anatomia
(applausi. buio. nel teatro anatomico solo un occhio di bue sul mio corpo. sfumature verdi. eccomi ridotto a spettacolo barocco, estasi della piega. trabocco dal corpo, anche il crescere dei capelli è morte, anche le unghie. sono polpa polvere plotone d’esecuzione d’un martirio ampiamente previsto per tutti. che il tendine smetta di tirare, normale. pausa. non riesco a pensare. e se fosse uno strappo della ragione, questo rumore che mi insiste sull’osso temporale? fulmini e grandine. da dentro. lecca i vetri una lingua di luna)
(legno, ovunque. grazia neoclassica e finezza di paramenti. dalla sponda dei liquami so che ogni edificio è catafalco. l’architettura è arte funeraria. rinserra corpi, al chiuso. a chiave. coi chiodi. e se chiudendo la bara il becchino sbagliasse? un chiodo sulla carne del costato. cristologia postuma. posso bestemmiare, da qui, dalla morte verde? o si commette peccato? anche dopo? ultime scariche elettriche. fulmini. mi terrorizza il black-out. non ho candela. ma il cervello è di cera.)
(comincia l’apprendistato del nulla. imparo in fretta. loro non capiscono. hanno altro da imparare. lezione d’anatomia. morte per emorragia e domani ancora rabbia, amore e malinconia. o sancta mater materia, ora pro nobis. il latino, dal lato nordovest. è vento tenue. come di mare. ma è mare di cenere. bruciato da fiamme di occhio cieco. ho sulla retina una patina di vetro. vedo poco. il medico in camice nero. dal bisturi gocciola un sangue blu che non è mio.)
(incomincia dalla pancia. zic. zac. ho pelle tenera come un cielo. e sotto, la peste che mi ha ucciso. mansueta, ha finito. non saprò che colore ha la morte. ma è di ferro, credo. lamentosa. filamentosa. ampia e spaziosa, una casa. che lentamente crolla. il medico barcolla. ho nausea del fetore che mi corrode le vene. sviene. l’orrore vendica l’orrore. ma è colpa veniale. rinviene.)
(penombra sotterranea, e corpora mortua putrescunt. corrompo, in parti minime. copritemi il volto, la parte più oscena di un corpo morto. ma il medico punta agli occhi. mi cerca l’idea. forse risolve la crittografia, l’enigma. l’autopsia come un’etimologia. le origini, partendo dalla fine. il macellaio mi spacca le ossa. ginnastica mentale post mortem. gli schizzo in faccia una rima immonda. bisturi sui ricordi. La Nike a Samotracia, la Gioconda. Era il novantasette, o giù di lì. è chiuso il Louvre di martedi.)
(ora basta, ricucite. la lezione è finita. applausi e congratulazioni. ho qualche cellula in disordine. forse è arte contemporanea. miniatura. precede la degna sepoltura. mi si conduce al rogo. il crematorio. ha fiamme livide. come fruste. ultimi colpi. favola senza morale. e poi polvere e fuoco. artificiale.)
(febbraio 2007)
ALESSANDRO MELIS
Biobibliografia
Alessandro Melis (Sassari 1978), laureando in archeologia romana, vive ad Oristano. Lavora nell’associazione pARTIcORali, che si prefigge la promozione dell’arte e della letteratura attraverso l’organizzazione di eventi culturali.
Selezionato in alcuni premi letterari (tra cui “Diego Valeri” 2005, Piove di Sacco (PD), 1° classificato sez lirica inedita; “Versi con mani di pomice” 2005, Jesi (AN), 1° classificato sez. silloge inedita, presidente della giuria Davide Rondoni; “Il Club dei poeti” 2005, Melegnano (MI), 2° classificato sezione narrativa), è presente nelle relative antologie.
Attualmente è allievo attore nella compagnia del Teatro Instabile – Teatro Stabile d’Innovazione di Paulilatino (OR).

















Antonio Fiori said
“io uso le parole/per uscire dalle carni…e poi guardarmi/lontano.” Poesia geometrica, controllata, di ampio respiro metapoetico, eppure spontanea, semplice e garbata. Parla a tutti il giovane Alessandro, poeta già maturo e affascinante voce recitante (che mi fulminò, lo scorso settembre, nella gramsciana terra di Ghilarza).
Tra tutti gli ottimi testi scelti da Giovanni per presentarlo, trovo “Nella Selva Nera” un piccolo, semplice, levigato capolavoro.
Antonio
fabry2007 said
“Perciò dei fiori conservo solo i rami. O le spine, o le trine sottili delle foglie. Venature, come del marmo. Perché la casa lentamente muti in grotta, architettura di sali, governata da un lento precipizio di acque verticali”.
secondo me la misura migliore è in questi versi lunghi che cercano il ritmo da dare al mondo, in un tentativo tenace di leggerlo con gli occhi pazienti del morto, che dal tavolo anatomico getta uno sguardo disperatamente pacificato sulle aporie sconclusionate di una civiltà.
fabrizio
Alessandro Melis said
Grazie a Gianni. Per il tempo che spende, con incondizionata generosità, a indagare la bellezza della parola. E per la filigrana dell’occhio: per il miracolo che a volte si nasconde in un’immagine, mi ha fatto sentire improvvisamente compreso.
Grazie ad Antonio. Perchè le parole che mi dedica, tutte le volte che ci incontriamo, in carne o in byte, sono acqua ossigenata sulle sbucciature delle insicurezze. Forse perchè, in questa Babele, cerchiamo lo stesso Aleph.
Alessandro
alesmeli@tiscali.it
Alessandro Melis said
Caro Fabrizio, grazie di avermi dedicato un po’ del tuo tempo.
Anche io negli ultimi tempi trovo più soddisfazione nella misura lunga, che meglio si adatta alle convulsioni del vedere, disordinate. Ma c’è un respiro alterno, nello scrivere, parallelo ad una personale oscillazione interna: costruzione di un’immagine ordinata (?) del (mio) mondo, decostruzione tramite aporia, violenta.
Sono pur sempre un nostalgico euclideo.
A presto,
Alessandro
carla said
Belle poesie, complimenti ad Alessandro, l’imagine in alto raffigurata ha dei colori splendidi.
La poesia che preferisco:
L’intuizione è una polvere
pallida di zolfo,
che graffiata sulle cose, le riveste
di luce. Sui punti luminosi
tengo fermo il compasso,
incrocio gli archi,
e trovo nuovi punti:
Saluto Gianni
fabry2007 said
concordo sul diverso respiro, Alessandro. poi c’è chi preferisce il fondo e chi i 100 metri.
grazie anche a Giovanni.
fabrizio
Gian Ruggero Manzoni said
Bravo Giovanni e bravo Melis.
Giovanni Nuscis said
Dire il bene che penso di Alessandro è inutile: non sarebbe qui, se no. Basti la sua poesia a parlare per lui e per me; poesia, quella che qui si propone “geometrica, controllata”, come giustamente osserva Antonio, dove pensiero severo, giocoso o arguto si alterna e/o convive attraverso una parola esatta – che ricorda Magrelli e Bacchini (in qualche passaggio come questo: “Nell’infittirsi buio delle linfe/si compie, ancora,/la chimica esatta e primordiale/delle antiche materie vegetali:/il reagente”) – in versi che mai esondano e dalla musica ed il ritmo discreti, avvolgenti.
Grazie, ed un abbraccio ad Antonio, a Fabrizio, a Carla e ad Antonella.
Il mio augurio di ogni bene ad Alessandro.
Giovanni
Giovanni Nuscis said
Ringrazio e saluto anche Gian Ruggero.
Giovanni
Francesca Matteoni said
questi testi dove tutto si trasforma fanno pensare ai luoghi dove si ostina la vita quando non ci siamo più.
leggo meglio domani perché richiedono attenzione.
‘notte!
lucaariano said
Complimenti ad entrambi!Non conoscevo Alessandro, mio quasi coetaneo!Piacevole scoperta.
Un caro saluto
Antonio Fiori said
Riflettevo su risapute cose: le plaquette di poesia, anche quelle ‘buone’, tirano 300 copie, ne vendono si e no 100, e le 4 o 5 presentazioni che il poeta o l’editore riescono a organizzare, attirano una media di 8,5 (otto virgola cinque) persone a sera. Insomma la raccolta di poesie, anche aggiungendo una ‘tornata’ su qualche rivista, ha una platea, nei casi più fortunati, di 150 lettori veri. Su blog così aperti e ben frequentati come il vostro/nostro invece, l’inedito e meritevole Alessandro (tra l’altro senza spendere una lira) è stato forse già letto da un numero superiore di lettori (è secondo nei TopPosts) e ha finora raccolto 7 attestazioni scritte di stima. L’invito è per una riflessione più ampia, in altro post, sviluppando cose già dibattute in merito.
Un caro saluto ancora ad Alessandro e a tutti
Antonio
lucaariano said
Sì Antonio, a dire il vero questa cosa che hai scritto ultimamente l’ho pensata anche io. Se poi si calcola che la maggior parte dei poeti si autoproduce….in internet invece non costa nulla ed è forse più diretto, più immediato. Vero anche che molti poeti non leggono i poeti. Per questo anche si vende poco. Invece on-line anche per sbaglio magari uno lo legge. Non vorrei però che questo “uccidesse” del tutto il cartaceo, le plaquette e le raccoltine. Spero serva a migliorare il tutto!
Un caro saluto
Antonio Fiori said
Si certo Luca. Si spera anzi che questa maggiore e migliore visibilità su internet induca ad acquistare di più, aiutati da approfondimenti, segnalazioni e selezioni di autori nuovi e non nuovi.
E dato che ci siamo ti/vi riferisco dell’affermazione-provocazione fatta ieri l’altro da Giancarlo Majorino: “Sfruttate i poeti finché son vivi”. Vuol dire solo che siamo un po’ intristiti e stanche delle continue scoperte e valorizzazioni post mortem? Sta rivolgendosi in realtà ai poeti perché siano pronti ad essere interrogati e magari più autocritici con la loro opera? E’un attacco ai mass media che non vogliono o non sanno proporre la poesia? Si rivolge ai lettori distratti per invitarli a interrogare i poeti e la poesia? O è tutto questo insieme?
Antonio
lucaariano said
Antonio io penso che la frase di Majorino l’hai già spiegata tu benissimo. Direi tutto questo insieme. Oggi, putroppo, la poesia è un sottogenere, conta meno di nulla se non per pochi intimi. I poeti, ma peggio ancora le loro poesie, sono pochissimo considerate se non sconosciute. Quante pagine suoi quotidiani vengono dedicate alla poesia se non sporadiche recensioni sempre nell’ottica del “mercato delle vacche”? Nei mass-media (e mi riferisco alla televisione) esiste la poesia? Ecco internet dove sì, c’è il rischio che tutto si perda nel maremagnum, però c’è anche la possibilità di una certa visibilità, di dibattere temi che altrove sarebbe impossibile. In questi anni ho assistito/partecipato a dibattiti che su riviste cartacee non esistono o sono flebili flebili. Per tante ragioni ovvio. L’unico mio dubbio è che l’etere poi sparisce: quanto rimarrà? Lo stesso potrebbe dirsi per il cartaceo ma almeno finchè esisteranno le biblioteche, gli archivi e le librerie antiquarie…
Un caro saluto
Alessandro Melis said
Giovanni, Antonio, e tutti voi che avete lasciato qui un po’ del vostro tempo e delle vostre parole, grazie.
Ho lasciato il computer ieri mattina, già sentendomi strano e straniato nel leggermi su questa pagina, e ora, tornando, ho trovato tutti questi messaggi. Oltre a un bel dialogo sul futuro di questa nostra strana maniera di giocare.
Che dire, a parte ringraziare tutti, e tra tutti Giovanni che mi ospita (e che mi fa diventare rosso, quando scrive certe cose)?
Giovanni nomina Magrelli.
Che in ciò che scrivo traspaia ciò che amo è una gioia, intima, grande. Da Magrelli ho cercato di imparare uno sguardo millimetrico, che interroghi ogni oggetto come se osservasse l’universo. La vista esatta, quella che si affila col buio e con la miopia.
E grazie a Magrelli Valerio/Voliera ho scorto che ogni cosa può diventare altra cosa, in una trasfigurazione che ha del sacro senza avere nulla di divino (parola sempre troppo impegnativa, spesso disonesta). Nel gioco della lingua le somiglianze tra le cose sono spesso inattese e sorprendenti. Coem quella tra la decomposizione e l’anagramma. Che siano atomi o lettere, tutto si mischia e cambia forma, proprio come nei “luoghi dove si ostina la vita quando non ci siamo più.” (grazie, Francesca, per averlo intravisto già nella prima lettura).
Un abbraccio a tutti,
Alessandro
LucaMingioni said
Un buona notizia, vedere su questo blog i versi di Alessandro Melis..
Merito di Giovanni Nuscis, infaticabile e generoso amante della poesia, quella che respira e vive, che richiama il profondo, che sa trasmettere ed incidere..
E non mi sorprende che abbia voluto dare spazio e voce anche ad Alessandro, che già conoscevo e apprezzavo..
Mi unisco ai positivi commenti fin qui espressi, provando ad aggiungerne.
L’Alessandro Melis-persona è difficilmente scindibile dall’Alessandro Melis-poeta, per cui, creo la sintesi: forza espressiva, immagini nette, dure e spiazzanti, a volte, un’aritmetica timidezza, necessità di definire e di definirsi unita al fascino dello sfumato e del non lasciarsi rinchiudere. Tutto questo esposto con esemplari umiltà, generosità, limpidezza.
E’ di autenticità che la poesia ha bisogno, e Alessandro a me trasmette questo: autenticità.
Un saluto a tutti.
Luca Mingioni
Alessandro Melis said
Grazie, Luca.
Difficile, sempre, rispondere ad un’analisi di ciò che si è scritto, di ciò che si è (stati).
Bello, sempre, percepirsi compresi, almeno un po’.
Mi piace, in particolare, (e mi piace perchè mi “definisce” bene) la formula “necessità di definire e di definirsi unita al fascino dello sfumato e del non lasciarsi rinchiudere.” Ritrazione e apertura che ben si addicono al diverso respiro dei miei giorni. E alle alternanze (geometriche, ovviamente…!) delle mie timidezze.
Sull’autenticità. Il tentativo ossessivo di “aderire” in parole a ciò che (intra)vedo è la fatica maggiore del mio scrivere. Mi affascina l’esattezza, accompagnata dalla sua impossibilità. Forse l’autenticità che hai scorto è quella di questo sforzo. Di questo quotidiano scontro, scorno, scoramento.
Grazie ancora Luca.
A presto,
A.