La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

IN ITINERE - Daniele DE ANGELIS

Posted by francescomarotta on March 24, 2007

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IN ITINERE - Daniele DE ANGELIS

Nello sguardo dell’altro.

“solo nel riflesso vive il proprio volto
nello sguardo dell’altro si conosce”

Daniele De Angelis (Ascoli Piceno, 1981)

*

Se la parola poetica esprime, o tenta di farlo, la sostanza più profonda della cosa a cui dà nome ed esistenza, iscrivendola in un orizzonte di senso esposto alla radicale mobilità dell’occhio che ad essa si offre, questo pregevolissimo lavoro di esordio di Daniele De Angelis prefigura, a partire dal titolo stesso, insieme all’oggetto, la mappa minuziosa di un percorso di scrittura che è già, tanto sul piano teorico quanto nei risulti che qui si leggono, orientato in uno spazio di ricerca ben preciso e definito. Il diario, infatti, registra situazioni, voci, volti, luoghi di un mondo periferico, marginale, tutto chiuso nel cono d’ombra di un faro, attraversato nella quotidianità del dolore, degli affetti, della partecipazione e del distacco, e reso con cadenze narrative controllate, seguite a vista, con sicura mano, affinché non cedano mai, in nessun frangente, al sentimentalismo, alla rievocazione puramente memoriale o alla disposizione elegiaca della rappresentazione. Ma il quadro che ne emerge è solo la superficie della realtà osservata, perché ciò che la retina registra, e l’inchiostro annota, è affidato, con tutto il suo carico di bagliori e oscurità, allo sguardo dell’altro che ne abita le pagine: come una pupilla che aderisce alle pieghe della storia e le attraversa in silenzio, svelando quanto si nasconde sui volti, dietro l’apparenza di ciò che pure continuiamo a guardare senza mai afferrarne il sedimento, la radice intorno alla quale essi crescono, stretti, e costretti, alla deriva che li definisce e li disperde. Uno sguardo nomade, quindi, che apre squarci di senso insospettati nel fluire compatto delle vicende, crepe sottili, proiezioni, inquietudini. Ed è proprio in quegli attimi che la realtà, divorata dalla febbrile indifferenza che la consuma insieme ai giorni, si presta, naturalmente, a farsi metafora di una tensione sotterranea, inappagata – e, per questo, sempre pronta a esplodere – quasi che l’occhio che l’attraversa, proprio perché altro, cercasse il varco per nuove geografie, topografie di un mondo a misura di luce e di respiro. Il valore di un libro, di questo in modo particolare, è, forse, tutto nella disposizione che impone: leggere ancora, come se da ogni verso dovesse rivelarsi un qualcosa – inaspettato, perché già presente –, un inciampo, un rischio, fosse anche un suono, un soffio, un accento, una virgola fuori quadro: una parola che dica quanto i nostri passi sul foglio sono diventati sostanza stessa delle pagine che percorrono. E il tragitto dall’occhio al segno, che registra fenomenologicamente i dati, somiglia allora a un agire da poeta-esploratore, da visitatore e catalogatore di rovine, rivelandosi, ad ogni ulteriore tappa, come il percorso di un rito, traccia utopica di una tenace volontà di restituzione dell’umano all’umano. Questa poesia – ed è la cifra specifica, già ampiamente riconoscibile, che ne connota il dettato e la voce – ha la forza di restituire il senso più vero, elementare, di ciò che, inerte, vive sotto i nostri occhi, brilla sulla superficie dei volti come un grido taciuto e chiede solo di parlare la sua lingua, fuori da ogni consuetudine e norma: restituito, finalmente, alla sua libertà di essere ciò che era, e che, al nostro sguardo quotidiano, senza visione, si definisce come familiare scarto di una storia che ci appartiene nel profondo, proprio perché, ormai, più non ci appartiene in quelle vesti ammutolite.

Anche la forma, solo apparentemente dimessa, dei testi, rivela, a una lettura attenta, il lavoro da artigiano e cartografo dell’autore, la sedimentazione di strutture cristalline precise, nelle quali il verso si dà come volontà dichiarata di attraversamento dei modelli della tradizione, che viene riletta e utilizzata alla luce di una possibile lingua nativa, non contaminata, della quale i frammenti, gli inserti e i controcanti dialettali restituiscono, insieme ad una apprezzabile commistione
contrappuntistica dei versi, una sottesa, non dichiarata ma palpabile, proiezione utopica all’oltranza: come di chi conduce i propri passi fino al margine più remoto, dove l’ancóra visibile e l’inesplorato che si profila si confondono; e intanto tende lo sguardo, in attesa, in ascolto, al di là del balenare del segno, fin dove frange l’eco dell’ultima sillaba. Una scrittura, quindi, affatto più complessa di quello che appare, cólta in un modo mai esibito, sottotraccia, e, soprattutto, capace, attraverso innesti di varia natura, di evidenziare la padronanza combinatoria e stilistica di una voce in cerca di autonomia e di futuro: desiderio e respiro di un verso, di un volto, dove posare, dove farsi condivisione e dono. Perché “solo nel riflesso vive il proprio volto / nello sguardo dell’altro si conosce”.

(Questo testo è la mia prefazione all’opera prima di Daniele De Angelis, Diario di un altro, Ascoli Piceno, Otium Edizioni, 2007).

*

Testi tratti da Diario di un altro, op. cit.

ESTATE

*

Ancora fiato d’afa ed è già fine agosto.
Conficcati nell’auto, si va verso il mare serale
notturno di svaghi e passeggiate.
Dalla strada sconcerta all’improvviso, un greppo in fiamme
un bruciare d’ansia e un fumo che dice dell’estate
la tregua non data neppure alla notte; degl’alberi
lo sfigurare. Blu e bianche le sirene
un girare negli occhi, quei pompieri in cima e ai piedi
del crinale, invasi da cenere che sfida nell’asma
narici raggrinciate; e la campagna aggravia.
Ma è un tempo d’incerta misura
che s’arresta alla necessità e fa più nuda l’aria
e innamora il sangue e al colpo di reni il corpo spinge
in un abbraccio, in un sorriso furioso
che da lingua e dai denti, dalle labbra vuole
questa disperazione, sputare.

RITRATTO

I

Hai pisciato sul pavimento credendolo
un cesso, e quando arrivo sei a terra e Fabrizio
ti getta le braccia sotto le braccia e stringe,
ti mette in piedi, che ci scherzi, ci sorridi
e a malapena riconosci che c’è notte.

Mentre lo straccio si fa scuro torni sotto
le lenzuola - revattene a dermì - mi ridi,
come in un sonno senza fondo che fatica
il mattino, il risveglio; e sfondando il cuscino
posso solo dirti ancora, come preghiera

II

- Tié la faccia sdrecita - avrei voglia di dirti
ma resto zitto, mentre davanti allo specchio
ti faccio la barba. La pelle come sabbia
cambia forma al tocco delle lame, si piega
sprofonda, e ho paura a calcare, di farti male
ferirti; eppure fiducioso distendi il mento
o ti confondi, fissando, con il riflesso.

III

- I’ vade a stramazz’ - ci dice dopo pranzo
con la mano sulla guancia - puo’ me pertete
su? - per dire bar; con gli occhi cerca conferma,
un sì che arriva dopo la frutta, ogni giorno
a rincuorarlo che la siesta non stordisca
il pomeriggio tutto, e che la cinta serve
e si stringe ancora come al collo d’un sacco
nel ficcarci dentro, anche l’aria per domani.

Pure se il viaggio è un caldo che inforca i polmoni
e la gola, quello che marchia è la portiera
sbattuta con forza, il finestrino sbalzato
quasi in frantumi, e i saluti, che non t’abituano.

IV

Mi sono svegliato e il cielo era ancora bianco
un’alba ancora fredda, come le ciabatte
ai piedi del letto.

Un accento che il silenzio
non conosce, puntellava gli angoli in casa,
portandomi al buio, fino alla porta a vetri
per sostare, mentre traboccavi la tazza
di cereali latte caffé, e sframmicavi
dentro, biscotti -a fare una pappa, una malta.

Seduto, ti c’abbarbicavi con le labbra
al bordo sottile, e rinserravi le mani
prima del mattino, riprendendoti il tempo.

DIARIO DI PERIFERIA

*

-…l’ho visto steso lì,
con le braccia gettate, piegate attorno al water
come ad afferrare
una gamba, una boa…
…e quella maglietta e quei jeans
contro le mattonelle lucide, più chiare
dei capelli…e poi
quella vena ‘ngrossata
che sicuro l’hanno ammazzato, che lui al massimo
la spacciava…l’età di mio fratello ci aveva…-
e s’è fermata;
io, non ho risposto nulla.

Poi, al supermercato facevo la spesa
e dalle parole che ricordavo
tiravo fuori quella scena, come a comporre una foto,
fino a vedere una nuca bionda
senza faccia
(il volto
un particolare mancante).

*

Il rumore del motore
era un basso continuo e costante,
una monodica litania
che muoveva il bus in un respiro saturo
di guarnizioni rescallate e poltrone
dalle stoffe acriliche e strinate.

Nello sporgermi avanti
camuffavo lo sguardo nel paesaggio
sintetico del finestrino
(il verde chiaro e acceso dei bordi della valle,
il verde scuro come un’ombra, delle montagne,
il cielo, un celeste così liscio
da non possedere sfumature,
e al centro della pianura il rigo grigio delle fabbriche;
eccede soltanto la bava bianca
delle ciminiere a cancellare i crinali).

I passeggeri eravamo pochi;
davanti, sulla sinistra
vedevo le teste magre di due
nell’infittirsi di un discorso
smozzicato; e stavo attento a ogni rimasuglio
di -ende-, -shc-, -drav-
a ridisegnare una geografia
personale, dai confini indecisi,
coordinate falsate; un’antropologia
intuitiva, paesana.
I capelli di lei come disseccati
da sabbia o fiamma improvvisa
e dal profilo un dosso
piccolo e duro sul naso, le sopracciglia
a condensare un pensiero irrisolto,
un’ossessione caduta nell’occhio.

E’ una scossa e l’occhio inizia a vibrare
come distaccato dal volto,
la pupilla opaca è un pozzo micidiale,
molle catrame che il bus sprofonda.

Poi un’altra istantanea, e le teste stavano addossate
nel sonno, sottili, come carte da gioco.

SUL VOLTO

I

Tra la foto della prima comunione,
in quei colori già tardivi,
e il tuo volto tutto preso nelle guance
mentre sorridi da dietro al vetro,
non filtrano che pochi accidenti
pochi lievi spostamenti,
come crinali di colline conosciute, mutate
nelle masse e nei colori di nuove colture…

…quei tratti palesi e muti
che in superficie sono già il mio sguardo
e ogni altro; e servirebbe il tatto
a dire meglio, ma aperta la porta
prevediamo a vicenda,
nei saluti e nelle domande,
i movimenti smorzati e chiari delle bocche.

II

Faccia continuamente esposta, eppure,
in ogni istante che la si porta a zonzo,
paralizzata al sole feroce
o nel riflesso crudo del televisore,
poggiata sulle spalle a dissiparsi
più di tutto il resto, coperto;

eppure, sul solido cranio dura
una nudità incosciente e pura
nell’ammassare memorie
come scogli difformi, vera
non potendosi negare
neppure nell’assenza…

…e alle volte pieghi la testa in avanti
quando il sole tra i palazzi è radente, denso.

III

Arrivare a temere che il viso si spacchi
come frutto tra le mani,
mentre rigido trattiene una risata;
vedere i muscoli tesi
di guance palpebre e labbra, strappati
come tiranti di svolazzanti tendoni
ai tenaci picchetti sfuggiti, alla terra compatta;

faccia che s’apre a se stessa fino alle lacrime
a sventare ogni vergogna, così preziosa
in quel mostrarsi distratta e senza posa,
come un insensato gioco, un contrattempo
alle feroci imboscate del giorno.

IV

Solo nel riflesso vive il proprio volto,
nello sguardo dell’altro si conosce, lampante
il riso come il pianto, il tentennamento
negli angoli della bocca incostanti
e lo sbotto imprevisto che è urlo
o bestemmia…

…e come attori del muto siamo diretti
nel portare sul corpo tutto un discorso,
e dare le spalle
non incide, lascia solo una pausa
che è già stata travolta.

V

Davanti al lago gelato, il plaid
sopra la terra coperta di muschio,
bagnata, dalla neve da poco sciolta,
restiamo sdraiati nel crepitio del ghiaccio
che nel vino rosso al caldo si spacca
(il bicchiere di plastica tra le mani)
e pensiamo che a tornarci
anche solo domani, si troverebbero
del bianco, il prato e le rocce
denudati…

…ad incontrarsi smemorati
tra cinquant’anni o poco meno,
quale valore assegneremo
al saper scovare le tracce
degli scomposti anni, registrazioni
e segni, dalle facce ricevuti
come inaspettati amori?

…un uccello che non sappiamo
forse un corvo, vola uno scabro
semicerchio, sopra al ghiaccio del lago.

13 Responses to “IN ITINERE - Daniele DE ANGELIS”

  1. Marina Pizzi Says:

    “…e come attori del muto siamo diretti
    nel portare sul corpo tutto un discorso,
    e dare le spalle
    non incide, lascia solo una pausa
    che è già stata travolta.” : è la pausa che ci fa e ci disfa. questa la giostra strana senza oltre orizzonte o con fratel spiraglio in terra di guerra.

    m

  2. carla Says:

    Poesia che si snoda delicatamente in un vissuto attento alle esigenze dell’altro…

    “quale valore assegneremo
    al saper scovare le tracce
    degli scomposti anni, registrazioni
    e segni, dalle facce ricevuti
    come inaspettati amori?”

  3. fabry2007 Says:

    “Se la parola poetica esprime, o tenta di farlo, la sostanza più profonda della cosa a cui dà nome ed esistenza, iscrivendola in un orizzonte di senso esposto alla radicale mobilità dell’occhio che ad essa si offre [...]“.

    un altro incontro tra poesia e critica che apre sapientemente alla lettura, con esemplare aderenza. ne risulta lo stile di De Angelis, sobriamente teso a dire il mondo, con lacerazioni sottili e silenziose che incidono, evitando gli opposti scogli della retorica e della sciatteria.

  4. elena f. Says:

    una parola che dica quanto i nostri passi sul foglio sono diventati sostanza stessa delle pagine che percorrono.

    Un accento che il silenzio
    non conosce, puntellava gli angoli in casa,
    portandomi al buio, fino alla porta a vetri
    per sostare,

    passi sul foglio nel buio in cerca di quel puntello attraverso le parole in cui il quotidiano diventa lo straordinario dell’esistenza

    Seduto, ti c’abbarbicavi con le labbra
    al bordo sottile, e rinserravi le mani
    prima del mattino, riprendendoti il tempo.

    grazie francesco

    saluto tutti

    elena f

  5. Francesca Matteoni Says:

    L’uso della lingua, del dialetto, di certe immagini quasi fotografate, fa di questi versi una registrazione senza retorica (penso ad esempio alle poesie di Ritratto, in cui deve essere stato difficile mantenere l’equilibrio tra il dire e il sentire) dove l’io si mette quasi in disparte, lavoro non da poco secondo me (lo dico anche perché soffro d’ego smisurato…!).

  6. Francesco Marotta Says:

    Grazie per i vostri commenti, tutti pertinenti e capaci di evidenziare gli aspetti salienti della proposta poetica di Daniele.

    Francesca parla, giustamente, di “equilibrio tra il dire e il sentire” e di “lavoro non da poco” nella tessitura complessiva dell’opera. Non posso che essere perfettamente d’accordo, come già scrivevo, evidenziando questo aspetto, nella prefazione. Sono testi che, ad ogni successiva lettura, svelano aspetti insospettati dell’operare del poeta e della “lezione” di scrittura adottata. E il dato, oltretutto, acquista ancora maggior valore se si guarda, banalissimamente, alla carta di identità di De angelis. Misura, equilibrio e, soprattutto, umilissima e silenziosa consapevolezza degli strumenti posseduti. Enormi, secondo me.

    fm

    p.s.

    A proposito di “immagini quasi fotografate”.
    Il libro contiene delle stupende foto in bianco e nero di Fabrizio De Angelis: splendide poesie anch’esse, da leggere insieme ai testi di questa piccola preziosa plaquette.

  7. davidenota Says:

    E’ un libro che ho letto e che consiglio con tutto il cuore. Complimenti a Daniele e a questo suo delicato lavoro di cristalli su catrame, e un plauso a Francesco Marotta, che ha individuato e riconosciuto con vero fiuto d’arte questa importante opera prima. Davide

  8. daniele Says:

    mi scuso per il ritardo con cui intervengo alla discussione.
    non posso far altro che ringraziarvi tutti per l’attenzione che avete dimostrato nel leggere le mie poesie.
    soprattutto volgio ringraziare francesco che mi ha dato la possibilità di pubblicare in un blog vivo e stimolante come questo.
    lo ringrazio anche per la selezione dei testi che ha compiuto. è riuscito ad estrapolare dalla silloge la parte più vitale, quella che devo approfondire da qui in poi se volgio trovare la mia voce. in questo francesco, e l’introduzione ne è una dimostrazione, è abilissimo, nel riuscire a farmi capire, anche in modo indiretto, cosa devo coltivare e cosa posso tralasciare.

    un grazie di cuore a tutti

    daniele

  9. Gianluca Pulsoni Says:

    La raccolta di Daniele “è” un libro, può pure non piacere ma esso si presenta, si “espone” come una opera: organico, soprattutto con le immagini “quasi” fotografate di Fabrizio de Fabiis: che sono di una specie di realismo “magico”… quasi ai limiti dell’astratto. Ma con figure e forme reali.
    Volutamente creato e scelto nell’impaginazione dallo stesso Daniele, nell’ordine e nella disposizione delle foto… credo sia un libro “scolpito”: nitido e organico al suo io. La parola e il verso sono pregnanti e sostanziano un mondo, con le sue immagini, dove il fiato è l’ “animus” delle cose, le parole eco dei silenzi, gli sguardi una forma d’amore.

    E ancora…

    Mi piace l’idea di considerare l’arco di questa silloge come una sorta di variazione tematica del concetto di “margine”: tra io e natura (le sezioni, “le due giornate”); tra io e sé (la parte centrale,”ritratto” e “sul volto”) e tra singolo e comunità (la sezione “diario di periferia”). Variazioni che muovono questo concetto verso lo “staccato” metrico, descrittivo, prosastico dei versi: producendo invisibili e percettibili faglie.

    Il dettato, elaborato e rielaborato con molte varianti, può anche rispondere al modello dell’io caro a G. Benn: quello di in io “geografico e stratigrafico”, che si nasconde inoltre.

    La foto a pagina 42, tra Van Gogh e una stampa orientale ottocentesca, di Fabrizio de Fabiis è l’esempio fulgido di come la finzione catalizzi molti effetti del reale: e si mostra, così, come una specie di correlativo oggettivo, come in linea generale tutte lo sono tutte le immagini di questa raccolta.

    Gianluca Pulsoni

  10. Gianluca Pulsoni Says:

    - Il dettato, elaborato e rielaborato con molte varianti, può anche rispondere al modello dell’io caro a G. Benn: quello di un io “geografico e stratigrafico”, che si nasconde inoltre -

    Leggo così, anche, questo libro per l’intento “progettuale”, di costruzione di uno sguardo panoramico, seppur frastagliato e irto di ramificazioni, che il poeta-personaggio-sguardo vuole creare di fronte e attorno a sé, fatto di tratti e di EVIDENZE chiare (cfr. sotto questo punto di vista, a mio avviso, l’articolo di Daniele contenuto su LA GRU no. 0, dal titolo proprio LA GRU… uno scritto significativo, anche, per la sua poetica e politica d’autore).

    Il titolo DIARIO DI UN ALTRO credo sia la giusta formula che espone l’interpretazione più feconda del libro: “diario” come forma privata d’introspezione e liberazione di sé… ma “di un altro”: uno qualunque, una cosa qualunque, un personaggio… o il proprio io “postumo”. O l’ “Altro”, visto attraverso questo straniamento. E il che è anche una formula che esprime bene il fare poetico (dal punto di vista dello scrittore-scrivente, egli scrive sempre un “diario di un altro”) che nasconde e salva, o incidenta, l’io. Ma è anche, a mio avviso, uno modo di dire che lega l’intimità dell’io, ancora insicuro e non formato (il diario si scrive come memoriale futuro, oppure per “difendersi” e “guarire” dalle ferite) con l’esposizione crudele e dolce, anomica e pubblica, al “modo” delle espressioni e al “mondo” delle contraddizioni.

    Saluti

    Gianluca

    Gianluca

  11. Francesco Marotta Says:

    Doverosa citazione anche per il terzo autore di fotografie del libro, Gianluca Tappatà, al quale si deve la splendida immagine in copertina.

    fm

  12. lucaariano Says:

    Prosegui su un ottima strada Francesco. Mi piace questa tua mappatura. Apprezzo De Angelis che presto mi procurerò!
    Un caro saluto

  13. Francesco Marotta Says:

    *

    LA GRU
    [Daniele De Angelis]

    Dalla finestra lo sguardo è spezzato. Si scontra su parallelepipedi. Segmenti lunghi che s’intersecano. Altri sono rette verso il cielo, strette e tozze ma più alte. Sono condomini e grattacieli di un quartiere periferico, nato negli anni ’60, che continua a crescere e mutare. In qualche parte, come propaggini troppo lontane dal cuore, muore, incancrenito. Rimangono lì i suoi resti, aspettando una nuova lottizzazione e altre case o centri commerciali.
    Non ha centro. Le aree verdi sembrano pelle lasciata in vista. I bambini ci giocano, le altalene e gli scivoli. Il recinto della ringhiera per tenerli lontani dalle macchine, dalla strada ad alta viabilità. La quinta formata dai palazzi dove abitano, da dove le madri li vedono e li chiamano. I nomi delle strade e degli slarghi sono di città, fiori e piante. Nessun personaggio onorabile o evento catalizzante. La storia v’è tenuta fuori.
    Le passeggiate dei vecchi lungo la pedonale e la pista ciclabile, come piccoli serpenti a perdersi nelle strettoie delle case. Camminare in un percorso lineare. Niente giri per la piazza o nel centro storico, dove le vie s’abbracciano e legano. Questo quartiere si può vedere solo a zone, a parti, per frammenti. Dove ti trovi e non oltre.
    Per vedere ogni sua proliferazione, vecchia o nuova, bisognerebbe salire su una di quelle gru, aste sottili e vuote, fili di ferro, già al lavoro su toppe di terra o ai margini, in zone meticcie tra campagna e città. Da una di queste gru si osserverebbero chiazze di colore e forma diversi; dipende dal gusto degl’ingegneri, dal piano regolatore. Ogni chiazza con la sua vita specifica, micro diversificazioni della macchia più grande.
    Una periferia staccata dalla città vecchia e ripudiata dalle colline, perché sono altre vite. Vita diversa, questa del quartiere periferico, che trova la sua unità nelle idee di chi c’è nato e vive ma si muove slegato, frazionato, succube dell’orizzonte franto che da sempre vede dalle finestre del proprio appartamento.
    E’ quindi nello sguardo comprensivo, complesso e congiunto (somma di parti) che risiede l’unità; nel riuscire a farle comunicare, parlare, esprimersi. Da quest’occhio attento, aggregante, può formarsi un pensiero che vuole tornare a confrontarsi con la storia; quella storia dalla quale è stato allontanato e da cui si è volontariamente escluso, per troppo tempo.

    *

    Ecco il testo di Daniele De Angelis a cui faceva riferimento Gianluca Pulsoni. Un ulteriore elemento per meglio inquadrare testi, libro e poetica.

    fm

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