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Su Peter Hammill, il poeta del rock

Pubblicato da franzk su marzo 24, 2007

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di Franz Krauspenhaar

Questa è la succinta storia (una inframuscolo) di un autorinnegato del rock. Di un uomo che ha inventato il “progressive” britannico, ne è stato una delle icone per una brevissima stagione e poi si è subito buttato a fare altro, anticipando il punk e la new wave e sperimentando la sua musica da camera con album anticommerciali usciti quasi a cadenza annuale fino a oggi. Come si dice, un artista di culto.

Peter Hammill nasce 58 anni fa a Ealing. Temperamento umbratile, fonda nel 67 il gruppo dei Van der Graaf Generator dopo aver scritto già per suo conto una novantina di canzoni fino a quel momento ovviamente inedite. I VdGG sono sicuramente stati il miglior gruppo di progressive rock britannico. Se nello stesso periodo i Genesis di Peter Gabriel assurgevano a fama mondiale mischiando glam e richiami medievaleggianti con arrangiamenti raffinati, i VdGG di Hammill (voce e autore di tutti i pezzi del gruppo) cantano l’ossessione intima, la disperazione dell’uomo moderno troppo piccolo scaraventato in un mondo troppo grande. Dotato di una vocalità eccezionale capace di spaziare su almeno 3 ottave, il canto rarefatto e spesso glaciale di Hammill diventa spesso grido disperato, urlo spaziale, gorgheggio horror, espressione di una Weltschmerz che a volte sfocia nella Todeslust – ma proveniente da marchio registrato rigorosamente Made in England. Da un punto di vista musicale il gruppo offre all’ascoltatore di buona volontà una congerie di suoni spesso distorti, un jazz-rock martoriato da progressioni allucinate e pause psicotiche percorse dal canto da lupo ovviamente solitario del cantante e leader, con la batteria lucida e precisa di Guy Evans , il sax carognesco di David Jackson e l’organo elettrico e galattico di Hugh Banton. Gli arrangiamenti sono quasi sbracati, niente leccature genesisiane o orchestrazioni sopra le righe (ovviamente del pentagramma) tipiche degli Yes.
Il capolavoro è “Pawn Hearts”, del 71, composto di 4 “sinfonie brevi” di cui A Plague of Lighthouse Keepers è forse la migliore composizione in assoluto dei VdGG: rumori di navi in partenza (o in arrivo?) cacofonie, jazz-rock martoriante, voce stentorea da penitente che sfocia in urlo graffiante, pause da “oratorio”, rifiatare melodico, inserti nel cabaret, atmosfera d’insieme cupa e allucinata, sofferenza, angoscia, tipica sensazione d’annegamento, miraggi… Ottimo come ansiolitico per gli ottimi e abbondanti fan di Britney Spears, insomma.
Parallelamente PH manda avanti, anche qui senza compromessi, una difficile carriera solista. Nel 76 è in Canada come supporter dei Genesis, mentre ha da non molto ricostituito i VdGG dopo uno scioglimento durato 4 anni. Con il gruppo realizza altri tre dischi fino al 78, il migliore dei quali è senz’altro “The Quiet Zone /The Pleasure Dome”, nel quale il sound te spacca (come il groove del Piotta…) senza mezzi termini, diventando più secco, e le suites diventano canzoni prolungate di massimo 7 minuti che in qualche modo anticipano la new wave. (Ottimo a questo proposito il rock energetico di The Sphinx in the Face). Dopo un bell’album dal vivo secco e cattivo (“Vital”), registrato al celebre Marquee di Londra, il gruppo si scoglie definitivamente nel 78 anche a causa dello scarso numero di copie vendute.
Il capolavoro solista del periodo 70 è forse “In Camera”, (1974) disco effettivamente realizzato nella casa del musicista; il clima del disco è di follia pura, un pandemonio di rock duro, grezzo, disperazione e gran finale con Gog/Magog, composizione rock originalissima che poi sfocia in svariati minuti di rumori ossessivi ma allo stesso modo musicali che si ripercuotono con ossessività fino all’esasperazione dell’ascoltatore…
Hammill è un musicista estremamente versatile. La sua vastissima ed eterogenea produzione solista comprende anche molte ballads intimiste, vere e proprie canzoni da “crooner” per voce e piano solo come nello splendido “As Close as This” del 1986, e struggenti pezzi sentimentali come in “Over”, 1976, disco dolcemente straziante. Melodico e struggente a volte, ringhiante fino al “fuck you” altre volte. Ammiratore incondizionato di Jimi Hendrix. Protopunk (come in un altro disco fondamentale, “Nadir’s Big Chance”, 1975) e qualche tempo dopo simil-disco. Ma niente paraculaggini copiaincolla alla David Bowie: questo qui è un musicista agli antipodi dei poseurs, anche se non gli è mai dispiaciuto, talvolta, gigioneggiare; ma con una certa ironia. Niente stadi in cui esibirsi; a Milano però lo ospitò il Conservatorio. Altro gran disco è a mio parere “A Black Box” del 1980, pezzi elettronici tra Brian Eno e il Peter Gabriel di quei tempi (col quale PH collaborerà alle backing vocals nella superhit Shock The Monkeys) comprendente la suite di 20 minuti Flight, che forse è il pezzo che meglio di molti altri riassume tutta la versatile arte del cantante compositore polistrumentista: uso massiccio dell’elettronica, cori sovraincisi rigorosamente da se stesso, rock duro, sballamenti enfatici, momenti di ironica follia, lunghi attimi di “down”, episodi da opera alla Purcell. Tra gli strumenti che Hammill solitamente suona c’è anche la chitarra acustica, per dare non di rado una venatura folk al suo pot-pourri sonoro di eccentrico gentiluomo di campagna inglese.
Tipo schivo e ormai padre di famiglia di mezza età, borghese gentiluomo di vasta cultura, PH sfoga ancora il probabile dolore causatogli da un’educazione gesuitica in versi che, quando non si richiamano alla magia nera, alla fantascienza, al mito, all’horror di derivazione Edgar Allan Poe (memorabile la sua rock-opera “The Fall of House of Usher”, 1990) trattano di amori disperati e incidenti stradali, trasvolate aviolinee da panico, visioni da camera oscura e da camera da letto da motel e ritratti (bellissimo quello dell’attore shakesperiano in After the show- “dove vanno gli attori dopo lo spettacolo?” si chiede il Nostro con leggera inquietudine- pezzo di trent’anni fa che sembra scritto quasi l’altro ieri). Un portatore sano (?) d’ansia, uno non proprio per tutti i gusti. Anzi. Uno che in un certo senso ti mette alla prova. E anche un “allegrone”, si potrebbe ironicamente commentare da queste poche righe. Ma anche un autoironico, un romantico, un fuori di testa a prescindere. Semisconosciuto in patria ma apprezzato da una dura e pura schiera di fan in alcuni paesi europei, in Australia, in Giappone, in USA. Uscito dall’industria alla fine degli anni 70, produttore e discografico indipendente di se stesso con l’etichetta “Fie!”. Uno dei primi a produrre la sua musica praticamente in casa propria, in analogico, molto prima che l’autoproduzione casalinga – grazie all’elettronica- diventasse prassi consolidata. Nonostante un infarto da fumatore accanito occorsogli nel dicembre 2004 a registrazione appena conclusa del suo 49mo album, “Incoherence”, una lunga, severissima suite di più di 40 minuti sul tema del linguaggio, Hammill continua imperterrito a comporre e – come ormai da quasi trent’anni – ad autoprodurre con non sempre brillantissimi risultati ma in ogni caso con grande impegno la sua musica per nulla catalogabile e sempre personalissima. Senza compromessi, come fin dall’inizio. Un’eterna promessa. O una promessa eterna.

(Già pubblicato in una versione modificata in Kinglear e in Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG)

10 Risposte to “Su Peter Hammill, il poeta del rock”

  1. lucaariano detto

    Adoro il Prog! Che gran bel post. Che musica quella di quegli anni!Complimenti per l’omaggio ad un “mito”.
    Un caro saluto

  2. emanuelekraushaar detto

    Grande PH ed FK grande

  3. vbinaghi detto

    Eh si, Franz, i Van Der graaf sono tra i miei preferiti da sempre.
    Lancio qui un appello: qualcuno ha in CD “Chameleon in the shadows of the night” di Peter Hammill (e mi fa una copia, magari), mitica prova solista tra le prime del nostro?

  4. fk detto

    Beh Luca, PH ha fatto il “prog” ( che poi a mio parere quello dei Van der Graaf era un dark progressive, ecco) ma ben presto se ne è staccato. E’ un musicista che sfugge alle etichette.

    Valterone, quel CD l’ho io. Ghe pensi mi.

    Emanuele è uno dei maggiori esperti di PH in Italia.

  5. emanuelekraushaar detto

    Dai Franz… non esagerare. Diciamo che ho consumato alcuni dischi dei VDGG. Questo sì. Dark progressive, poi semplicemente PH, d’accordissimo con te. Come molti grandi sfugge alle classificazioni e come molti grandi ripete all’ossessione alcuni toni, alcuni concetti, alcune atmosfere.

  6. DA: OVER (1976)

    Alice (letting go)

    Quando dicevi che mi amavi
    Non avevo ragioni per dubitarne
    così ho continuato la mia vita con tale egoismo
    e non ci ho mai davvero pensato.
    Oh devo lasciar perdere?
    Oh ho avuto la mia chance e l’ho persa
    perché ti ho amato così tanto in tutti questi anni
    e da qualche parte in me stesso, tra l’orgoglio e la paura
    non sono riuscito a trovare un modo per mostrarlo.

    Lo so che non ti dà alcuna gioia
    darmi questo dolore
    ma tu sei innamorata di lui ora, mia vecchia amica -
    so tutto, non c’è bisogno di spiegare
    ma perché devo dirti arrivederci
    quando ti amo ancora, e so solo sentire che sto morendo?
    Ancora, ogni parola che dico sembra venir fuori sbagliata
    e nessuna di loro può negare il fatto che te ne sei andata
    e che io resto qui, a piangere.

    Cosa c’è di buono nelle canzoni, alla fine?
    Sono solo esercizi in solitudine.
    Avrei dovuto essere pronto per questo giorno -
    ho sempre pregato che tu non te ne andassi,
    ma immagino di aver sempre saputo che sarebbe successo.

    Penso che ora tu gli stia dicendo
    “Lo so che un giorno mi lascerai”
    proprio come dicevi a me, e io l’avrei negato,
    ma tu non mi avresti creduto.
    Ooh ti devo lasciar perdere
    ooh non credo di riuscirci -
    sarai sempre la guardiana della mia anima,
    ed io avrò sempre una parte di te che mi appartiene,
    come è stupido che non lo abbia mai dimostrato.

    Oh lo so che non lascerò perdere
    oh perché non voglio esserti solo amico.
    Abbiamo passato sette anni insieme a modo nostro,
    Non posso credere che la storia finisca così ora…

    Ovunque tu sia, lo credi davvero Alice?

    Qui l’originale:
    http://www.sofasound.com/phcds/overllyrics.htm#4

    scusate per la traduzione di fretta.

    Franz che ti devo dire? Non mi piace farti i complimenti che meriti!

  7. fk detto

    Dài falli all’autore, i complimenti. Grazie, però.:-) E non hai sentito la canzone…
    Ciao!

  8. vbinaghi detto

    Refugees (Hammill)

    North was somewhere years ago and cold:
    Ice locked the people’s hearts and made them old.
    South was birth to pleasant lands, but dry:
    I walked the waters’ depths and played my mind.
    East was dawn, coming alive in the golden sun:
    the winds came, gently, several heads became one
    in the summertime, though august people sneered;
    we were at peace, and we cheered.

    We walked alone, sometimes hand in hand,
    between the thin lines marking sea and sand;
    smiling very peacefully,
    we began to notice that we could be free,
    and we moved together to the West.

    West is where all days will someday end;
    where the colours turn from grey to gold,
    and you can be with the friends.
    And light flakes the golden clouds above all;
    West is Mike and Susie,
    West is where I love.

    There we shall spend our final days of our lives;
    tell the same old stories: yeah well, at least we tried.
    Into the West, smiles on our faces, we’ll go;
    oh, yes, and our apologies to those
    who’ll never really know the way.

    We’re refugees, walking away from the life
    that we’ve known and loved;
    nothing to do or say, nowhere to stay; now we are alone.
    We’re refugees, carrying all we own
    in brown bags, tied up with string;
    nothing to think, it doesn’t mean a thing,
    but we’ll be happy on our own.
    West is Mike and Susie;
    West is where I love,
    West is refugees’ home.

  9. carla detto

    Hey….
    ma quì si canta!
    ;-)

  10. E’ vero Franz. Li farò ad Hammill quando lo incontro (…). A te solo quando ti deciderai, una buona volta, a postare un pezzo, uno qualsiasi, di quel libro straordinario che è LE COSE COME STANNO. L’unica pecca è che l’autore sei tu.

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