Innesti inAltri: Marina Pizzi
Posted by paolofichera on April 1, 2007
Innesto in: Marina Pizzi
sorriso di ebetudine l’inizio del mondo
quando la giara-madre s’interrompe
ebetudine di separazione
frode di pozza pecca di espianto
fatto compiuto, morte in teca al seme.
INNESTO:
sorriso d’ebetudine vezzo liscio
inizio del mondo quando
la giara-madre ingrembo interrompe
ebetudine d’alba e separazione
“la mano è tagliata e scrive”
frode pozza pecca espianto
fatto e compiuto, la morte in teca
nel seme al liquido esposta impone















fk said
Complimenti a entrambi.
carla said
poesia alta,
quasi irraggiungibile,
densa di phatos e
affilata come una lama.
fabry2007 said
molto interessante questa tua operazione, Paolo. sicuramente ti hanno già fatto la domanda: puoi parlare di un eventuale rapporto tra l’idea di innesto e l’idea opposta, ad esempio di Sannelli, che la poesia consista soprattutto in un togliere?
grazie per questo dono e per i prossimi che attendiamo di ricevere.
un abbraccio anche a Marina.
fabrizio
Mario Ardenti said
riso beato quando
all’inizio del mondo
la giara si frantuma
e il pianto
rivola attorno
frode alla morte seme
dell’espianto.
cattedrale said
Negli Innesti su testi Altri ogni parola aggiunta è una sottrazione. Non un togliere ma uno spezzare per far fuoriuscire altro, già presente, esporlo e sottrarlo. Creare un luogo dove l’accumulo e la sottrazione siano la stessa presenza.
In genere quando innesto una poesia di un altro poeta non leggo prima (anche se succede) la sua poesia e poi la innesto. Ma prendo la poesia, senza averla letta e parto dal primo verso, un verso alla volta, senza leggere il resto e spesso le parole che fuoriescono sono le stesse che l’autore ha usato dopo. E allora capisco di essere sulla buona strada. Ma io in quel momento d’innesto non devo pensare, devo essere come un’alba demente. Ritornare alla fluidità. “La mano è tagliata e scrive”.
Innestare è l’unico mio modo per leggere un testo altrui. prenderlo, spezzarlo e vedere cosa c’è, c’era dentro a ciò che ha prodotto un certo verso. e nel fare ciò metterci dentro anche un po’ di me stesso, dei miei occhi. se osservo non posso non influire. sarebbe interessare poi innestare un poeta su un altro, una poesia su un’altra. una grande opera. una ramificazione di soli testi. un incontro totale tra chi scrive, ha scritto e chi legge e poi tra chi ha scritto il primo testo, i suoi occhi e il nuovo testo. È innestare la vita sulla forma e la forma nella vita. L’innesto potrebbe continuare fino ad arrivare a scrivere una poesia di una parola sola.
Paolo F.
Carla said
è molto, molto interessante tutto ciò, Paolo!
;-)
Marina Pizzi said
un po’ stregonesco e magnifico: piacerebbe tanto e più di tanto al foglio che c’è al figlio che non c’è: spezzi il sangue del verso altrui per comunione nella linfa tua: atto di amore davvero pauroso e degno di un’ostia umanissima, sisma di visione alla concessione miserrima che siamo. altro ed altro si potrebbe dire, potrei ma mi fermo per non essere tacciata di prendermi troppo sul serio dal clown down presente in noi tutti. con un caro saluto, Paolo
carla said
mi piace troppo quando scrivi così, Marina
c’è un trascinamento
la parola resa sacra
e porta fuori…
Marina Pizzi said
Carla, per quanto mi riguarda questo è il tuo commento migliore: non d’occasione né di palinsesto, né da moderatrice un po’ valletta.
ciao, Marina
fabry2007 said
“Innestare è l’unico mio modo per leggere un testo altrui. prenderlo, spezzarlo e vedere cosa c’è, c’era dentro a ciò che ha prodotto un certo verso”.
una lettura attiva o interattiva. potrebbe essere un’altra forma di scuola di poesia. l’idea di un ipertesto universale è affascinante. una scrittura-casa: una cattedrale, appunto.
grazie, Paolo.
fabrizio