Intervista ad Alessandra Galetta
Posted by marinomagliani on April 7, 2007
di Marino Magliani
Alessandra Galetta vive a Wassenaar, un paese vicino al mare, in Olanda. Ha scritto un bel libro di racconti: Vedrai vedrai ((http://www.untitlededitori.com/copia-catalogo), altri suoi racconti sono apparsi su FaM, Maltese Narrazioni, Sacripante e Nazione Indiana. Ha un blog: Diario di un’emigrante quasi di lusso (http://alessandragaletta.com)
La scrittura di Alessandra è molto sorvegliata, con personaggi vivi, spesso non descritti fisicamente e spesso ai margini, legati insieme da trame talvolta geniali, e dimostra una grande conoscenza dei tormenti umani.
Ho avuto il piacere di presentare la sua raccolta assieme a Il pasto grigio di Demetrio Paolin, ( altro titolo felice dell’Untitled Ed. , ) alla libreria Bonardi di Amsterdam.
Ringrazio Alessandra che ha risposto a qualche mia domanda.
Il tuo primo libro è nato perché una piccola casa editrice ha letto quello che scrivevi giorno per giorno sul tuo blog e ti ha invitato a scrivere a partire proprio da quell’approccio narrativo e da quello stile immediato. Questo ti è sembrato un vincolo o un’occasione di maggiore libertà?
Il fatto che qualcuno credesse nella mia scrittura ha avuto un effetto senz’altro positivo. Poi è capitato che ho scritto dei racconti molto diversi da quelli che si aspettavano da me, con personaggi che non hanno nulla in comune con le persone che incontro tutti giorni.
C’è poi da dire che io sono una persona poco ambiziosa e un po’ pigra e quando la Untitled.Ed. mi fece la sua proposta avevo parecchie storie non terminate o buttate giù di getto e dunque sciatte, con incongruenze nella trama. Il fatto che ci fosse un impegno da rispettare mi ha costretto a lavorare sul serio.
Probabilmente la pigrizia del non finire, del non rivedere, del non sforzarmi di raggiungere la perfezione (dal mio punto vista) era determinata dal timore (inconsapevole) di un eventuale rifiuto. Un meccanismo un po’ simile a quello di Penelope e la sua tela.
Volevo chiederti quale rapporto hai con la scrittura e anche di parlami di questo blog di emigrante quasi di lusso, che é diventato in qualche modo un posto cult.
Immaginare dei personaggi e il modo di come incastrarli insieme, riflettere su quello che diranno o non diranno mi diverte tantissimo. Io non soffro quando scrivo, tutt’altro. Quando sottopongo un racconto a qualcuno invece, amico o sconosciuto che sia, be’ lì il mio stato d’animo cambia. Comincio ad agitarmi perché mentre aspetto il suo parere rivedo le pagine che ho scritto con occhi che non sono i miei. E riesco a individuarne le debolezze e le sciatterie. Per questa ragione scrivere in rete mi ha aiutato, e mi aiuta, a migliorare. Perché solo quando un testo diventa pubblico (anche soltanto per poche persone) riesco a guardarlo con uno spirito più critico. La gente della rete è stata, senza saperlo, il mio editor. Questo non significa che sia convinta che sul mio blog abbia fatto “letteratura”, però che mi sia stato utile per migliorare la forma, ecco, questo sì.
Quanto al blog: mi sono trasferita da poco su uno spazio personale dove scrivo non più con un nick, ma con il mio nome e cognome. Ho iniziato con uno pseudonimo quattro anni fa perché la rete mi pareva un buco nero. Adesso, invece, la vedo come uno spazio dove conosco un po’ di persone e non c’è più un motivo di non usare il mio nome.
Nel mio blog- diario racconto la mia vita olandese che non è stata molto facile soprattutto all’inizio: trasferirsi dal centro della capitale a un piccolo comune del Nord Europa è stato molto duro. Però di scrivere resoconti sulla nostalgia non mi andava, a meno che non mi accadessero episodi eclatanti, così mi sforzavo di individuare qualcosa di comico o un incontro piacevole. Fino a che mi sono accorta, rileggendomi, che la mia vita qui non era poi così terribile.
Non abiti in Italia da molto tempo, e tu stessa hai dichiarato di mantenere il contatto con la realtà italiana soprattutto attraverso la letteratura e il mondo del web. Ma il tuo libro è intriso di dialoghi che non possono dirsi né letterari né totalmente realistici, e racconta di situazioni di degrado, di gente che vive ai margini della metropoli. Come hai potuto calarti in quei linguaggi e in quegli ambienti, così fortemente locali, guardandoli da così lontano? Li hai semplicemente “ricordati” (se ne hai avuto esperienza) o la tua lontananza dall’Italia ti ha avvantaggiato in questa elaborazione?
Oltre alla letteratura e alla rete, guardo la tivù, anche quella che viene definita spazzatura. In questi programmi c’è sempre un dettaglio che scappa al copione da recitare, un modo di muoversi, di guardare a cui se vivi nel tuo paese non fai caso, ma se abiti in un altro luogo non puoi fare a meno di notare. C’è un racconto che ho scritto per Maltese Narrazioni: Il Ventiquattresimo uovo, dove ci sono due personaggi che vivono in una periferia: una madre e un figlio. Per il personaggio della madre mi sono ispirata a una partecipante di un reality show, per il figlio, un bambino di quasi undici anni, ho preso spunto dal mio, aumentandogli il buon senso però. I bambini che crescono in situazioni degradate hanno due possibili vie: diventano degli eroi invisibili (e ne ho conosciuti alcuni così) oppure scendono ancora in più basso dei loro genitori.
Poi volevo spiegare con un esempio la realtà italiana che mi arriva attraverso la rete. A dicembre, sui blog, tutti scrivevano dei Babbi Natale appesi nei luoghi più improbabili o di gente con questa maschera addosso. Sono arrivata in Italia e li ho visti. Pupazzi e persone con barbe e vestiti rossi. Li guardavo con un’attenzione che se fossi vissuta lì non avrei avuto. Volevo verificare se erano come li raccontavano, se c’era qualcosa di diverso.
Comunque quando sono a Roma ( circa tre mesi l’anno) ho conservato certe abitudini come prendere il treno che porta al mare di Ostia, treno che viene preso, da anni, solo da emigrati o da persone che non possono permettersi neanche un motorino usato.
Per scrivere c’è una cosa che conta tantissimo: è lo spirito d’osservazione. Bisogna essere investigatori di sguardi, di gesti, di paesaggi, di quello che non viene detto, intercettare frasi speciali che compaiono in un discorso qualunque di gente qualunque. L’assenza dalla mia città, dal mio Paese, mi ha amplificato i sensi, inoltre ricordo molto di più di quanto mi accadeva prima. Però non ci si può imporre questa osservazione coscientemente, cioè per quanto mi riguarda se dovessi obbligarmi a osservare per poi riportare sulla carta, troverei la faccenda deprimente o noiosa.
So anche che le tue storie di italiana che vive in Olanda interessano gli olandesi e che un tuo racconto sarà tradotto in un’antologia curata dalla Libreria Bonardi, al momento stai scrivendo qualcosa?
A settembre del 2006 ho terminato un romanzo. Parla di tre donne che s’incontrano in una stanza d’ospedale, ma la malattia è solo un pretesto. Quello che m’interessava era immaginare quello che può accadere tra persone che si trovano obbligate a convivere in uno spazio ristretto. Come è capitato a me con le donne della comunità italiana.
Al momento sto scrivendo una storia che avrebbe dovuto essere un racconto e che poi invece si è allungata. Ci sono quattro personaggi principali: un ghanaése, un romeno, un’ ecuadoregna e un italiano. Sembra l’inizio di una barzelletta invece è una storia seria.
Un brano del “mio lavoro in corso” è apparso qualche giorno fa su Nazione Indiana con il titolo di Afia.

















Al De Santis said
La ragazza ha talento e personalità. Il suo pezzo su Nazione Indiana l’ho trovato davvero bello.
AD MAIORA
marino said
Parole giuste, Al, io apprezzo da un po’.
Carla said
interessante la trama del romanzo che parla di tre donne che si incontrano in una stanza d’ospedale…
posso conoscerne il titolo?
un saluto a Marino!
ciao e Buona Pasqua!
:-)
Alessandra said
Al De Santis: grazie per le tue parole, spero di meritarle.
Carla: Tre in una stanza.
E grazie a Marino per l’intervista.
E naturalmente buona pasqua a tutti :-)
fabry2007 said
credo che Alessandra abbia molto da dire e che lo dica nella maniera giusta. possiamo ritrovarci in molti in queste sue dichiarazioni, che riconducono a una scrittura autentica, tutto il contrario dei format trasversali della cosiddetta creatività contemporanea. speriamo di avere presto qualche tuo testo qui da noi, Alessandra. e grazie all’amico Marino, of course.
fabrizio
Marina Pizzi said
“format trasversali”: cosa sono, padre?