Il gatto
Posted by marinomagliani on April 9, 2007
Uscire dal salotto, e poi dalla casa, mi procura come al solito una piccola vertigine, che accolgo anche questa volta quale indizio della mia esistenza, al pari delle numerose esperienze sensibili che mi connotano: brividi, sussulti, tremori, fitte dolorose, accessi di panico, angosce e terrori di varia natura costituiscono la marca invalicabile di me stesso. Al di qua ci sono io, al di là il resto del mondo, ovvero ciò che non sussulta e non rabbrividisce in me, ciò che con infinita saggezza è ignaro di me. Che io non sia del tutto ignaro di ciò che mi ignora è la prova di quanto poco io sia saggio.
Un gatto attraversa la strada, corre per pochi metri sul muretto che costeggia il marciapiede e poi scivola attraverso le sbarre di una cancellata. Ora è immobile in un cortile illuminato soltanto da un quarto di luna, le orecchie appiattite sulla testa, gli occhi spalancati su di me o sul punto da cui è entrato. Forse teme che da lì possa venire l’assalto di una creatura mostruosa, ringhiante, ostile, decisa a sorprenderlo per affondare zanne enormi nei suoi fianchi.
Se io esisto grazie alle mie fitte e ai miei tremiti, è evidente che ciò che non si conduole e non trema con me non esiste, oppure esiste in forme e modi così diversi e lontani dai miei da impedirmi di riconoscerne l’esistenza. Posso intuire che un ente a me simile esista, o quanto meno creda di esistere come lo credo io, grazie a spasimi tutti suoi, ma che esistano oggetti affatto privi di nervi, umori, visceri, questo mi sembra francamente risibile.
Il gatto sembra più tranquillo. Ha alzato la zampa posteriore destra tenendo la sinistra ben salda sul terreno, e con un elegante avvitamento ha portato la testa nei pressi dell’inguine, sul quale passa e ripassa la lingua con piglio da metronomo. Ma basta un mio passo appena per risprofondarlo nell’abisso della paura, la testa di nuovo sollevata, gli occhi enormi.
I battiti del cuore, i rigurgiti dello stomaco, i dolori al ventre, la saliva e altre deiezioni sono tutto ciò che conosco di me, gli unici segnali che ricevo capaci di istruirmi sulla mia realtà più profonda. Ecco ciò che sono dentro, ecco l’epifania evidente e incontrovertibile della mia essenza più intima: muscoli, ossa, sangue, budella, urina e merda.
Conosci te stesso! Ho letto questa frase in tanti libri, l’ho sentita così di frequente che oramai ho dimenticato chi la formulò per primo. Chi pronuncia oggi queste tre parolette, le accompagna talora con un’espressione compresa, quasi accigliata, un indice alzato davanti al petto, un tono di voce grave o tutte queste cose insieme, quasi come se egli medesimo ci credesse sul serio, al punto da elevare la frasetta a motto filosofico del suo breve soggiorno sulla superficie terrestre. Ma quale filosofia può essere così ingenua da considerare davvero possibile un qualsivoglia barlume di conoscenza?
Arriverà. Un giorno arriverà, ne sono certo, la bestia che mi insegue da sempre e che ogni notte impregna di terrore il mio sonno vigile e leggero. Arriverà, ringhiante e ostile, e affonderà le sue zanne enormi nei miei fianchi. Potrebbe sbucare anche adesso da quella cancellata, confidando nella penombra del cortile per sorprendermi e sbranarmi prima che i miei nervi scattino verso la salvezza. Mi farà a pezzi per appropriarsi della mia intima essenza: masticherà lentamente i muscoli, frantumerà le ossa per cavarne il midollo, il mio sangue le lorderà il muso, e nemmeno l’odore di urina e merda le rovinerà il pasto.
Il gatto appoggia le zampe posteriori a terra e rannicchiandosi trasmette loro tutto il suo vigore. Un balzo, una corsa brevissima e le sue unghie già mordono la corteccia del tiglio. Poi al piccolo trotto tra le fronde, un salto oltre la ringhiera del balconcino, la finestra socchiusa si spalanca.
Le tenebre, le dolci tenebre del salotto di casa. Qui, immerso nei contorni labili di oggetti giganteschi, posso immaginare che il mio piccolo corpo si dilati per occupare tutta la stanza, tutta la casa, l’universo intero. Non ho più nulla da temere, perché se io sono l’universo allora nulla è al di fuori di me e la bestia non può ferirmi, la bestia nemmeno esiste. Spegni la luna, Dio, e lasciami dormire.












April 9, 2007 at 6:24 pm
Ha una sua perfezione, questa scrittura.
April 9, 2007 at 8:03 pm
Gran bella prosa.
April 9, 2007 at 8:15 pm
“Ma quale filosofia può essere così ingenua da considerare davvero possibile un qualsivoglia barlume di conoscenza?”
April 9, 2007 at 8:25 pm
Un brano che mi pare testimoniare l’ansia di fuga dall’umano, oggi così diffusa.
“Conosci te stesso”. Il motto delfico è stato interpretato in molti modi. Può essere vuota forma, cui tutti i secoli hanno conferito un senso che dipende dall’idea di umano vigente e di tempo in tempo mutevole. Ultimamente il te stesso è essenzialmente soggettivo-psicologistico. Nel tempo in cui il motto fu coniato, esso aveva certo una valenza religioso-metafisica.
“Ma quale filosofia può essere così ingenua da considerare davvero possibile un qualsivoglia barlume di conoscenza?” La frase contiene una contraddizione, perché equivale a dire che una forma di conoscenza che ritenesse possibile un barlume di conoscenza sarebbe ingenua. Mentre anche questa domanda, che è negazione della conoscenza, non può presentarsi che come barlume di conoscenza. Nessun discorso umano è totale non-conoscenza.
April 9, 2007 at 8:34 pm
Mi è piaciuto rileggerlo, come la prima volta (credo..sul blog di Tassinari.).
April 9, 2007 at 8:50 pm
nessun discorso umano porta conoscenza aggiuntiva, semmai mutata, mutevole, interpretabile, ecc. solo la poesia avvicina all’abisso e la filosofia graffia e ondeggia alla lavagna la nostra inutile visiera. per non parlare della fede che commette di tutto, tutto confidando in dondolo di culla e sempre possibile tonfo dalla culla.
la sera non porta consiglio, ma l’ennesima stanchezza di un trascorso sorso.
ciao, marina
April 9, 2007 at 11:50 pm
Gongolo! Quasi non ci credo che il mio gatto abbia davvero attraversato la strada per arrivare fin qui. Grazie a chi l’ha letto e commentato. Confesso che, in questa sonatina per gatto e passante, io sono tutto dalla parte del gatto, così conscio del fatto che la natura è perfettamente organizzata e attrezzata per farlo fuori. Grazie Marino, mi hai fatto un regalone!
April 10, 2007 at 7:05 am
Grazie ai lettori e grazie a te Luca.
Ho sempre letto volentieri le tue cose.
April 10, 2007 at 10:31 am
Stile felpato, scrittura sinuosa.
Con “gattitudine”.
April 10, 2007 at 11:52 am
@Marino:
“le tue cose” ha un “triste” rimando, ricorda tanto le mestruazioni impronunciabili di una donna e solo di una donna, ciao, Marino da Marina
April 10, 2007 at 12:41 pm
[...] è andato a finire qui. Grazie a Marino Magliani che l’ha raccolto, gli ha dato una ciotola di latte e un angolo di [...]
April 10, 2007 at 12:53 pm
A Marina, che ha ragione, un saluto, e
a Luca pure.
April 10, 2007 at 1:58 pm
Luca, grazie di questa avventura su “zampine di gatto”: tersa e tesa. E grazie a Marino per averla proposta.
April 10, 2007 at 11:54 pm
ha qualcosa in comune col “demone” di Mauro Baldrati. qui c’è una tenerezza nella violenza, una luna che forse si spegne, forse no.
fabrizio
April 11, 2007 at 1:05 pm
Forse non è del tutto improprio paragonare la scrittura alle mestruazioni, ovvero considerarla un flusso verbale che ciclicamente fuoriesce da un oscuro forame mentale :-)
Grazie a tutti i commentatori. Non rispondo puntualmente perché credo che l’umile scriba debba tacere quando si parla in pubblico dei papiri suoi. E poi sono timido!