A gennaio volo
Posted by alessandragaletta on April 16, 2007
A mezzanotte del 28 luglio Walter percorreva una strada di campagna dotata di un numero di curve sufficiente a tenerlo sveglio, con i finestrini della Fiesta tristemente incastrati a metà e Vasco Rossi che cantava a squarciagola il meglio delle sue canzoni.
Raggiungeva i suoi, al mare, a Lavinio.
Aveva ventisette anni ed era felice.
A tratti anticipava una strofa del brano che girava, a tratti parlava da solo. Non proprio da solo in effetti. Chiacchierava con Vasco, con sua madre, con la sua ragazza e con quanti aveva avuto a che fare in quei ventisette anni.
Così hai capito caro Vasco? A gennaio volo!
Non è meglio che segui la carriera militare e il brevetto lo prendi con loro? Ti rendi conto che ci giocheremo la liquidazione di tuo padre e quei pochi spiccioli che ha lasciato tua nonna per mantenerti lì, in quella scuola d’America?
Hai visto Grande Madre? Hai visto che hai fatto bene a credere in me, hai visto che mi hanno assunto?
Sull’asfalto pieno di buche compariva suo padre disteso sul letto sotto le pale di un ventilatore che cigolavano esasperate.
Alzati papà, alzati! Scaccia la depressione solo per stasera! Facciamoci una birretta, tu e io, sul terrazzino.
Si chiama loggia, non terrazzino. E non hai ancora ricevuto la lettera d’assunzione, è solo una voce quella su cui ti basi, non devi dar retta alle voci, alle voci danno retta i matti.
Vasco: sai che cosa ci faccio con il primo stipendio? Metà lo restituisco alla Grande Madre, metà ci pago l’anticipo per una audi erre otto. Devo pur farmi un regalino, no? Sono stato bravo, no? Già mi sento i polpastrelli che accarezzano quel volante.
Spinse il piede sull’acceleratore: quelle curve le conosceva come quelle della sua gloriosa pista che s’andava impolverando in un angolo del soppalco.
Non prendeva mai la Pontina. La Pontina era la strada della morte e inoltre detestava il traffico, le facce volgari di quelli che raggiungevano il litorale sulle loro macchine scassate e puzzolenti o peggio ancora con le carrozzerie tirate a lucido come una vetrina e l’aria satura di mela verde.
Ma poi le mele verdi avevano un odore più forte di quelle rosse?
Non mi parlare di matrimonio adesso, Antonella. Prima restituisco la liquidazione ai miei e pago le rate della macchina. Dopo ci riflettiamo. Magari potremo cominciare con una convivenza, che ne dici?
Una luna appuntita squarciò una nuvolaglia estesa e densa.
Vasco: le nuvole! Porterò centocinquanta persone tra le nuvole, e le ragazze in divisa con i collant color carne. Tu la conosci la mia passione per le ragazze in collant color carne? E per quelle in tailleur sui tacchi, tacchi di dieci centimetri non di più, e le cosce nude sotto le gonne?. E se hanno pure le unghie dipinte con lo smalto rosa? Io ci potrei impazzire per una combinazione del genere. Perché sono un semplice, Vasco, che si eccita per i dettagli poco appariscenti.
Accelerò ancora, il motore mandava una vibrazione cupa, la luna sparì di nuovo portando con sé le ultime di stelle.
Ma che m’importa se non c’è il sole? Domani dormo fino all’una e dopo li porto a mangiare la pasta con le vongole ad Anzio. Ci porto anche Annarita con il fidanzato. Paga Walter, paga il pilota! Il Pilota della compagnia di bandiera! Tuo nipote offre la cena a tutti, capito nonna?
Un boato simile a un tuono lo fece rallentare.
I fari illuminarono una vecchia in vestaglia chiara, i capelli bianchi sollevati come una criniera di un cavallo in corsa, i piedi in un paio di scarpe da ginnastica sformate, le braccia alzate a segnalare qualcosa.
Accidenti sembra mia nonna!
Accostò a destra senza spegnere il motore.
Che c’è signora? Perché è qui a quest’ora? Le è successo qualcosa?
La vecchia appoggiò le mani sul cofano e respirò affannata.
Walter valutò le colline che c’erano ai lati, qualcuno poteva essere nascosto tra i rovi e saltare fuori all’improvviso.
La vecchia aveva l’espressione un po’ smarrita.
Walter guardò lo specchietto retrovisore e scrutò la strada dietro di lui, ma la notte non lasciava trapelare nulla.
La vecchia smise di ansimare, s’avvicinò al finestrino con passo veloce, in contrasto con l’età che dimostrava.
Si portò le mani sulle guance, che erano cadenti e con linee profonde che s’intersecavano con altre più sottili.
Quando la sua testa entrò nell’abitacolo Walter ingranò la prima.
I suoi occhi parevano d’acqua, e avevano lo stessa espressione di quelli di sua nonna. Anche i capelli, radi, sottili e scomposti, le ricordavano lei quella mattina all’alba quando l’aveva trovata alla porta d’ingresso, morta di paura perché era la prima volta che rientrava a quell’ora.
Stai bene? Vuoi un passaggio?
Walter vai piano con la macchina! Walter correvi troppo! Quante volte ti ho detto di non correre così?
La vecchia si ritrasse un poco e introdusse una mano all’interno, aveva delle dita tozze con le unghie cortissime, gli afferrò una spalla e disse: Walter adesso resti qui!
Il motore della Fiesta era un polmone, ma quando doveva compiere il suo dovere ubbidiva sempre. In trenta secondi fu sulla strada, ingranò la seconda e subito la terza, e fissò dallo specchietto retrovisore la figura della vecchia che scompariva.
E’ una trappola questa: qualcuno conosce le mie abitudini e sapeva che sarei passato di qui e mi voleva rapinare, rapire, ammazzare. L’hanno mascherata da mia nonna per impressionarmi, deve esserci qualcuno che mi vuole male: ma chi può essere?
Rallentò, mentre una pioggia leggera cominciava a cadere.
Ma che cosa dici Walter? Ma chi ti credi di essere il figlio di Berlusconi? Quella era una vecchia svanita fuggita da chissà dove. Io laggiù non ci torno, però. Farò così: chiamerò la polizia, gli dirò che ho incontrato una vecchia sulla strada, una vecchia pazza. Che coordinate gli fornisco per rintracciarla? Ah sì, è vicino a quell’ incrocio a cui hanno tolto i semafori. Frugò con la mano destra nello zainetto che stava sul sedile a fianco, mentre con l’altra teneva il volante, continuando a guardare davanti e a seguire le curve, mentre si calmava.
Quanto sono imbecille, proprio un gran pilota coraggioso.
La mano non trovava il telefono.
Ti compri un aggeggio minuscolo, così non ti pesa, lo scegli con una forma elegante, poi non riesci a premere i tasti perché sono troppo piccoli e inoltre lo perdi continuamente perché mica te lo metti in tasca, e intanto ci hai speso una discreta sommetta. Sono proprio uno scemo. Uno scemo che ha aspirazioni da snob, ma che nasconde un’anima coatta. Ci sono immerso fino al collo nella volgarità, ma ne uscirò fuori perché volerò in alto io!
Rallentò ancora, non superava i cinquanta chilometri orari adesso, guardò sul sedile, infine vide il cellulare per terra.
Stava per chinarsi a raccoglierlo quando gli apparve un ammasso fumante di vetri, lamiere e, sull’asfalto, davanti a quella montagna di metallo contorto, una scarpa. Una scarpa di tela con i lacci. Una scarpa di tela chiara.
Inchiodò appena in tempo per non piombargli contro. Compose il 113 e scese.
Le macchine erano tre, incastrate una dentro l’altra in un modo che quando avrebbe tentato di descriverlo in seguito, avrebbe detto: non si può descrivere.
Il fumo, la puzza di olio e di benzina, e quel silenzio. Dei corpi tra i rottami, immobili. E il sangue! E i fari che continuavano a essere accesi! Aveva cominciato a piovere forte, ma se ne accorse dopo, quando avrebbe parlato con gli agenti, che i capelli era fradici, la maglietta incollata addosso.
Mi sentite? La sua voce si disperse tra il buio e il fumo. Mi sentite? Gridò ancora.
Qualcosa si mosse nel mucchio e udì un gemito.
Corse alla Fiesta e accese i lampeggianti, prese la torcia dal cruscotto e s’avvicinò a caccia del lamento.
La ragazza era incastrata tra lo sportello e il sedile anteriore dell’auto, la faccia sporca di nero, di sangue, gli occhi spalancati, due occhi enormi stupefatti.
S’attaccò a quella che era una maniglia e tirò forte, scorticandosi le dita, fino a che lo sportello si staccò di netto. Posò la mano sul viso della ragazza e chiese: come ti senti?
Lei sgusciò da sotto il sedile e venne fuori a carponi a rallentatore, lamentandosi, infine s’accovacciò sulla strada, sembrava minuscola, impolverata e minuscola, lui la prese per un braccio e le disse: distenditi, lei lo guardò come se fosse un alieno, e si distese sull’asfalto, aveva i capelli impiastricciati di sangue.
Un paio di lacrime le spiccarono dagli occhi.
Walter le posò l’indice e il pollice sul polso e cercò di contare i battiti che erano irregolari e lontani.
Hai avuto un piccolo incidente, ma è andato tutto bene, cara. Come ti chiami, mi dici come ti chiami?
Sofia, rispose lei con una voce leggerissima.
Sofia stanno arrivando i medici, ti rimetteranno in piedi e domani sarai a bruciarti al sole. Non sei ferita in modo grave Sofia, hai un ginocchio un po’ ammaccato, qualche graffio, non ti si è nemmeno rovinato lo smalto sulle unghie. Bello lo smalto rosa. Dove vai al mare Sofia?
La ragazza mosse le labbra come un pesce, sollevò e abbassò le palpebre due o tre volte e infine le lasciò ricadere giù.
Walter con la mano sinistra continuò a tenerle il palmo, con la destra le riprese il polso: non c’era, accidenti! Non c’era!
Quanto ci mettono?! In ginocchio, rivolse il viso verso il cielo, le gocce lo bagnarono, fece un respiro profondo e si concentrò nella rianimazione. Chiudi il naso, butta l’aria dentro, non ti dimenticare di tappare il naso, aspira. Le sirene. Arrivano! Non devi pensare, continua Walter. Devi fare solo questo. Si scostò soltanto quando gli uomini vestiti di bianco e arancione s’avvicinarono con i loro attrezzi.
Il cielo cominciava a schiarirsi quando si staccò dal vetro della sala di rianimazione del policlinico di Pomezia. Sofia era in coma farmacologico, ma ce l’aveva fatta, gli altri due ragazzi che erano con lei erano morti invece.
Il poliziotto disse: lo sai che la coppia stava in una spider rossa, ti pareva una spider quella roba? Si capiva solo il colore della carrozzeria! La seconda era una polo, e lo sanno tutti che le polo fanno schifo. Ma la terza era una mini, una macchina solida, che si è distorta come fosse fatta di cera. Pensa che impatto. Però ti dico che sono stati uccisi dagli airbag, e se avessero avuto le cinture allacciate sarebbero ancora qui. Come t’assicuro che erano pieni d’alcol. L’unica frenata che abbiamo rilevato è stata la tua. I genitori della ragazza dovrebbero innalzarti un monumento al centro di quell’incrocio! Lo prendi un caffè? Te lo offro io, è del distributore, ma non è male. E’ migliore di quello che fa mia moglie. Io se avessi i soldi sai che macchina mi farei? La Audi erre 8, la conosci?
Delle macchine non m’importa, rispose Walter.
Ci andarono a pranzo, a mangiare gli spaghetti con le vongole. Sua madre seduta al suo fianco, impettita come una regina, il padre dietro, schiacciato tra sua sorella e il fidanzato che non smettevano di far domande sui vantaggi che avrebbe avuto a lavorare in una compagnia aerea.
Suo padre, che era rimasto impassibile quando lo aveva abbracciato e gli aveva comunicato dell’assunzione, che non aveva ancora ricevuto la lettera ma che era praticamente una certezza, parve uscire dall’indifferenza quando descrisse le fasi della respirazione a bocca a bocca per tenere in vita la ragazza.
Hai studiato anche pronto soccorso in quel posto dove stavi in America?
Era da un sacco di tempo che non domandava suo padre.
E la sua risposta: sì, abbiamo fatto anche delle lezioni di pronto soccorso, gli sembrò subito troppo sbrigativa e allora s’affannò a spiegare le lezioni pratiche e quelle teoriche, fino a quando notò, attraverso lo specchietto retrovisore, che aveva ripreso lo sguardo assente di sempre.
La vecchia se l’era dimenticata. Non ne aveva parlato né alla polizia, né agli altri a cui aveva raccontato dell’incidente.
Si stava addormentando sul divano quando Annalisa cominciò a premere i canali della tivù, sbuffando, e alla fine gettò il telecomando con stizza. Fu in quel momento che la vide, la riconobbe e ricordò quello che era accaduto.
La sua foto al centro dello schermo.
Ben pettinata, con uno sguardo altero quasi da nobildonna, le labbra sottili, piegate in un sorriso appena accennato. Gli occhi erano scuri non trasparenti e non assomigliava a sua nonna, per nulla. Avevano solo in comune l’età, l’età in cui sua nonna era morta, e la malattia.
Vanna Aldobrandini, malata di Alzheimer, è scomparsa dalla casa di cura di Ardea da due giorni. Non è in grado di dire il suo nome, ma ha una medaglietta al collo con un numero di telefono. Un’altra indicazione che può essere importante per individuarla, disse la tipa bionda con un grosso neo sotto il labbro inferiore, è che quando incontra un uomo lo chiama Walter.
Walter era il fratello gemello, morto in un incidente d’auto quaranta anni fa.

















elena f. said
sai che cosa ci faccio con il primo stipendio? Metà lo restituisco alla Grande Madre, metà ci pago l’anticipo per una audi erre otto. Devo pur farmi un regalino, no? Sono stato bravo, no? Già mi sento i polpastrelli che accarezzano quel volante….
Io se avessi i soldi sai che macchina mi farei? La Audi erre 8, la conosci?
Delle macchine non m’importa, rispose Walter.
sembra strano ma abbiamo bisogno di un impatto duro con la vita per renderci conto che l’unica cosa che vale davvero è levarsi al di sopra della volgarità
bel pezzo!
grazie alessandra
saluto tutti
elena f
Barbara said
Un racconto veramente molto bello, anche come struttura, ehm..non sono un’esperta, ma mi sembra riuscito pure in quella, oltre al personaggio.
Complimenti davvero !
alessandragaletta said
Grazie a voi per le vostre parole e per aver letto una storia che, per la lunghezza, mal si adatta alla rete. La prossima volta cercherò di contenermi;-)
Rina said
“Bello lo smalto rosa”. Carinissimo.
Bello sarebbe se questa dolcezza la trovassimo spesso, nei rapporti quotidiani, tra gente che sta bene, apparentemente in forma. Non aspettiamo di rivolgere un complimento a qualcuno in situazioni estreme.
Corriamo tutti, e non ci accorgiamo che ognuno di noi ha continuamente bisogno di calore, il carburante che ci fa andare avanti.
Avvincente questo racconto. Si legge tutto d’un fiato.
Complimenti all’autrice
milo said
mi è piaciuto molto, Alessandra, grazie davvero.
Alessandra Galetta April 2007 said
[...] grande esperto di cinema, a cui ho raccontato questa storia quando l’ho accompagnato a scuola questa mattina, mi ha dato un responso positivo. Ci tenevo [...]