La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.

INNESTI

Pubblicato da Sebastiano Aglieco su maggio 8, 2007

Paolo Fichera, INNESTI – quaderni di cantarena 2007

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Nella sua precisa nota finale, Luigi Metropoli parla del poeta come di un “geologo, ma anche un agronomo (…) Si sporca le mani e s’ infetta il cuore (…) Il poeta innesta la sua opera dentro un’altra opera, un’altra creazione”.
 Basterebbe questo commento per capire queste poesie, unitamente alla ri-creazione che ne fa Francesco Marotta in una lettura personalissima, attraverso le parole di un’altra poesia, la sua, altrettanto suggestiva. Come in un incontro: “C’è sempre un’orma superstite, una vela scampata all’uragano. Un frammento di voce senza rotta, irriducibile al richiamo di ogni porto. E’ un grido. Un astro che brucia, inascoltato, oltre l’orizzonte”, (p. 9-10).
 E’ esattamente l’impressione ricevuta da queste poesie, in cui, nell’andare a capo, il verso non trova un compimento, si frange contro la barriera del senso, dell’innesto, appunto. Col suono di un balbettìo; come lo schianto delle onde contro la battigia.
  Costruiti entro i confini di una sperimentazione di linguaggio, questi testi si nutrono tuttavia della materia calda del desiderio della vita; del seme che genera e trasforma: madri, bambini, spose, flutti di seme, come i batuffoli bianchi dei pioppi in questo sontuoso aprile. Una profusione di vita che sempre conosce il dolore dell’interruzione, dello spreco, dell’andare a vuoto prima di ricominciare nuovamente. Una vita feroce, segno di un universo in lotta tra il principio dell’attestazione, dell’io sono, e quello del frammento, dell’incompiuto, dell’aborto.
Siamo nell’ambito di una riflessione sulla lingua. Qui la ricerca di una sintassi è ricerca di senso del destino e delle nascite, che è lo stesso di ogni letteratura, la quale non può sottrarsi alla sua biologia; lingua come forma, una delle tante forme, forse la più alta, della biologia della specie.

la sintassi è data: sentenza
profetizza ogni fine, mantello
del rancore diviso in vesti di gioia
poi morte, ogni organo si fa sintassi
a il passo degli uomini, voce per
comandi farsi ordini! Lucra la tua
ora sintassi è fine perché data
metavita, non poesia
(p. 37)

Questo essere sintassi, forma, ci dice anche che la parola è provvisoria e in evoluzione, come un organismo. Si protegge autoproclamandosi, dichiarando l’eredità: “ho ereditato ciò che dai/l’ho nominato in nome pasto”, (p. 50); e nello stesso tempo si sottrae, ritornando alla caducità dell’umano; alla possibilità dell’errore e della prova.
Ce lo dicono i testi più belli in cui le immagini sembrano evocare il desiderio di un’innocenza, di un tornare a capo. Questo tornare a capo è una forma per mettersi in contatto con un Ente, un Creatore, e quindi col proprio creatore.
  La parola, dunque, mentre si scrive, si flette, cerca il motivo della propria stessa origine mostrando contemporaneamente il sogno dei suoi aborti, dei suoi tentativi falliti. Il dolore sarebbe dunque la scarica elettrica che serve a segnalare l’errore e in questo senso tutto il vivere, ma anche la stessa scrittura, che è una forma del vivere, sarebbero gli accumuli, gli scarti di un atto creativo mancato in cui noi immaginiamo l’opera finita, la pacificazione con noi stessi e col mondo.

pace sconfitta, la sbarra separa l’ombra
dal cielo luce è dolore, strazia Dio
un risorto un miraggio (p. 49)
  Così la madre che partorisce un figlio, richiama la memoria del padre, il suo potere di fare ordine; i bambini rincorrono una palla; la poesia cerca di sottrarsi alla sua sostanza di sogno e segno, scoprendo che è fatta della stessa pelle dell’albero “la carta è vita,/ unica, soave”, (p. 19)
  A tutela di questa poesia, credo ci sia il grande sogno e la grande follia del trapasso in altra specie, in altra forma. Dalla creatura di Mary Shelley, fino all’ultimo libro di Vincenzo Bonaviri, “L’incredibile storia di un teschio”. Ma c’è anche, forse, il trapasso della forma della parola, da graffito a segno mediatico – paradossalmente segno indistinto, impalpabile, forse inesistente, fin dal momento in cui lo battiamo sulla tastiera.
  La parola vive il sogno di una sopravvivenza in altra specie e la poesia, come sempre, si assume il rischio dell’attestazione, della grande ferita del fallimento. Il verso, “Il padre muore nella poesia”, può essere interpretato nel senso del rischio, ma anche della necessità di una maturazione, del mettersi in cammino da soli alla ricerca del Dio che muove le parole, la vita.

Sebastiano Aglieco

8 Risposte to “INNESTI”

  1. Marina Pizzi detto

    la poesia di Paolo ha coma e fede: stranamente “gentile” pur nella durezza del respiro.

    grazie ad entrambi

  2. vocativo detto

    la genitorialità in questa silloge ha molte forme e modi di manifestarsi. Mi sembra che la lettura di Sebastiano metta in luce questo aspetto.

    “Una profusione di vita che sempre conosce il dolore dell’interruzione”.

    Quando la poesia è di alto valore (è questo il caso) i suoi intrecci con la vita la rendono un organismo vivente. Credo che Paolo sia d’accordo con ciò.

  3. enricodelea detto

    splendide riflessioni – sia da parte tua, che di FM in versi – è l’idea del trascendere che, nell’esperienza del conoscere e dell’agire, di cui la poesia è principe, mi affascina, rendendomi schiavo di un’imprescindibile libertà…

  4. Marina Pizzi detto

    enrico, proprio poco fa, credimi, pensavo alla beltà della trascendeza intesa in tutte le accezioni. forse, però, per tornare alla tua riflessione, occorrerebbe un diventare schiavi – nemmeno in metafora – di niente di nulla e di nessuno.

  5. Marina Pizzi detto

    ritrascrivo il pensierino senza refusi di digitazione:

    enrico, proprio poco fa, credimi, pensavo alla beltà della trascendenza intesa in tutte le accezioni. forse, però, per tornare alla tua riflessione, occorrerebbe non diventare schiavi – nemmeno in metafora – di niente di nulla e di nessuno.

  6. enrico de lea detto

    “infatti, Io è un altro”, in quel senso scripsi…

    ciao, e.d.l.

  7. carla detto

    non nego che m’inqueta la poesia, per la secchezza, se così si può definire, della parola….o forse è solo il senso crudo del reale che sprigiona in questa sua sintassi
    che mi paralizza.

  8. cattedrale detto

    ciao Carla, mi scrivi la tua mail.
    grazie
    oppure scrivimela a paolo.fichera@tele2.it
    ciao
    paolo fichera

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