Livia Candiani: “una devozione leggera e costante”
Posted by giorgiomorale on May 8, 2007
“Tutti abbiamo una porta, non sappiamo cosa c’è dietro”
(Livia Candiani, La porta, la Biblioteca di Vivarium 2006)
Da La Porta
La porta.
Era.
Di ferro.
Certe volte di ghiaccio.
Perfino
di umano
costato,
allora il suono
del bussare
si faceva sordo
impossibile da ascoltare.
*
Molti corridoi.
Conducono alla porta.
Circondano la porta.
Molti corridoi
davanti alla porta.
Dietro alla porta.
Invisibili.
*
Dorme.
La parola.
La bambina
la prende.
Sulla lingua.
Come un fiocco
di neve.
Un alfabeto.
Gelido.
Si scioglie.
Questa è una lunga poesia, una poesia di 76 pagine. La cosa che più conta sono i punti. Sono punti che ne fanno una partitura musicale e anche ricalcano l’andatura di una sofferenza che spezza. Spezzano. E sottolineano gli a-capo dei versi. Un verso non garantisce mai il successivo, per questo quando leggo poesie a voce alta, faccio sempre ‘sentire’ gli a-capo. Qui li scrivo. Come quando un ramo si spezza sotto un temporale…
… C’è un’infanzia minacciata, c’è il tentativo di salvarsi senza pronunciare parole, orientandosi coi nomi dei fiori, costruendo creature di neve, lasciandosi guidare da animali disegnati. Perché la poesia è un sostegno leggerissimo, quasi impalpabile e salva la vita…
C’è l’assoluta solitudine dell’infanzia quando viene travolta e quando il dolore che resta viene considerato illegittimo. Allora, è un dolore illecito che dura tutta la vita. Allora, vuole essere ascoltato. Sempre. E lasciali dire gli altri che credono che l’infanzia passi, che bisogna pensare ad altro e costruire il domani o peggio ‘stare nel presente ’.
Il presente dell’infanzia è poter giocare con tutto, è una gioia a misura del dolore, una gioia smisurata che fa crepare d’invidia gli adulti di professione.
E’ nel tenebroso buio che si intravedono lumini da seguire, è nell’assumersi il proprio destino che si impara a danzare, leggeri.
(Livia Candiani, da La porta, la Biblioteca di Vivarium 2006)
Da Io con vestito leggero
ancora due ore da affrontare
dichiarano gli alberi
prima dell’appuntamento con te
che sei la primavera
e sei mortale
(da La Signora, in Io con vestito leggero, Campanotto 2005)
*
Nelle ossa leggere
sta scritto il vuoto
nella voce immatura
la vita non raggiunta
non per morte prematura
né per pigrizia o vigliaccheria
ma per devozione al nulla
della poesia.
*
Quante quante quante
persone non sono te
vago per strada
come fossi una campana
e risuono dalle automobili
all’assenza di soffitto
che chiamano cielo
tutto ha un’ eco
c’è molto spazio
vuoto in me
da quando sei passato
come una cometa senza annunci
sopra la vista di me.
i miei antenati insieme al pianoforte
hanno lasciato in Russia
la misura del cuore.
(da Io con vestito leggero, in Io con vestito leggero, Campanotto 2005)
*
Strano mettere la data
alle lettere come fossero
valide solo per oggi come
rassicurandosi di non poterle
rileggere domani. strano sapere
che tutto varia indefinitamente
strano mettere il luogo da
cui vengono scritte e non
quello da cui partono
non: dal cuore per un attimo
dall’anima prevedibilmente
per sempre, dal corpo
per una notte che lo riduca
in cenere.
*
Sbaglierei sempre lettera
e all’amico scriverei
da amante e all’amante
scriverei da sola a solo
sbaglierei sempre proporzioni
tra la fronte e la distanza
dal cuore, scriverei
senza registro come i merli
dopo il temporale. come
se le emozioni si facessero
tacito pane venduto in fila
dal panettiere, come
bisbigliare dentro una lettera
incollare e poi spedire
sussurri. sì, molto meglio stare
in silenzio davanti
al foglio bianco, bianco
come carta asciugante
per sproporzionate macchie.
(da Lettere mai scritte, in Io con vestito leggero, Campanotto 2005)
“Per devozione al nulla/della poesia”
“in Lettere mai scritte ci sono i versi: “Mi chiedono come ti chiami/ tu a cui scrivo le lettere/ che non scrivo/ ha mai avuto un interlocutore/ la poesia ha mai avuto/un destinatario la lettera?”… non si sa mai per chi si scrive, non ho mai creduto a chi dice di scrivere per se stesso, ma certo nemmeno alla funzione “sociale” e… socievole della poesia. La poesia è selvatica, forse si scrive quel che si vorrebbe leggere, forse si riflette e certo c’è un punto… in cui soggetto e oggetto non sono più separati…
… e bisogna essere il proprio interlocutore sconosciuto, dirsi “l’inatteso”. La poesia deve spostare un po’ più in là l’orizzonte del conosciuto… Forse l’interlocutore o il dettatore, non il dittatore, ma quello che detta, è il silenzio.
… Se la poesia è solo soggettività diventa cronaca anziché storia e anche egocentrismo, d’altra parte se non c’è la forza del sentimento… la poesia diventa un gioco di parole o un’enigmistica. Brodskij dice una cosa che mi piace: “A differenza della prosa, la poesia non esprime tanto un’emozione, quanto l’assorbe linguisticamente.” Ecco, assorbire col sentimento il mondo, più che esprimerlo. E salvarne il dolore e la gioia, testimoniarli.
… per me non è mai esistito solo il regno umano, è fondamentale… entrare in contatto con altri regni, come quello animale, vegetale, minerale, e quello dei morti… Quando mi sento chiusa in una visione ristretta, scopro sempre che sto dimenticando gli altri regni e torno ad aprirmi il più presto possibile e le risposte si precipitano, non aspettavano altro che la mia disponibilità.
… Il mio linguaggio è abbastanza povero e questo mi aiuta, mi costringe a creare. Una poesia è fatta anche moltissimo di “a capo” e riflettere e lavorare sugli abissi dei versi mi è più congeniale che riflettere sulla lingua, è uno strumento, cerco di non controllarlo e di non farmi controllare. Qualche volta lavoro molto a lungo anche su una singola parola o su una virgola o un punto, ma sono le volte in cui non ho un ascolto pulito, di solito lavoro sul prima della poesia, sull’ascolto, sul vuoto che la precede e la precipita. Dedico tempo al silenzio, alla sospensione della mente discorsiva… Cerco di dire e di ascoltare l’essenziale.
(Per devozione al nulla/della poesia, Conversazione con Livia Candiani a cura di Giorgio Morale, Il primo amore, 8, 5, 2006)
Dall’inedito Bevendo il tè con i morti
Verso sera
i morti siedono sui fili della luce
come gocce di pioggia
che è già caduta.
*
I morti sull’albero del giardino
guardano il mio tentativo di vivere
e premurosi chiedono al pino
con mille aghi di pungermi
l’anima le mani la faccia
per interrompere i mille gorghi
di un “Arrivederci” “Come sta?”
“A domani!”.
*
Io e i morti
taciamo insieme
sparito
l’incolmabile abisso
tra due viventi.
*
Per quali morti
la notte canta
il pavimento di legno:
per i passi leggeri
di chi circondata dai suoi gatti
abitava la noia della casa
o di chi all’insaputa di se stesso
beveva dal bicchiere
la vita mancata
o di chi con una campana
chiamava a raccolta gli uccelli
come la coscienza triste richiama
pezzi sperduti della giovinezza?
Per tutti i delicati morti
che senza indirizzo
ora passeggiano in cerca
dell’incompiuta musica umana.
Dall’inedito Madre eretica
I capelli dei morti
accarezza piano
che già l’erba li chiama
forte. Guardali negli occhi
che sono già un po’ vetro
e un po’ mollica di pane,
le mani in un attimo candele
senza candelabro,
nella bocca ci sta
tutto il silenzio del mondo
e assenza di montagne.
*
La voce dei morti
è quell’aria
che intorno a loro
si fa pace, quelle pieghe
di ordinario silenzio
moltiplicato fino a zittirci,
in punta di silenzio
cammina chi resta e piega
vestiti e carte come
fossero sipari e sbircia
l’attimo abbagliante
la coda di scintille
che indossano i morti.
*
Era amato anche
il tuo corpo morto
con i calzini a scacchi
e la maglia troppo grande
da vecchina monello
niente di solenne
te ne stavi lì
scappata via
nel sacro.
*
Che festa
sentire la giostra della morte
all’altezza del cuore
che festa
girarmi di scatto e vedere
che apposta ti fai
pianta e fringuello
invisibile disfi
la valle profonda
cucita alle mie spalle
e ti equilibri su passi
imprestati
dai chiodi nel legno
tutti così
voi morti
un accenno
di danza soffiata e poi
via rotolando in noi
dall’abisso di silenzio.
“E’ da sgridare questa schiva, grande poetessa che si è dedicata a cinquant’anni passati (ne dimostra di meno) a cominciare a pubblicare almeno una parte delle sue poesie… Io la sentii leggere a una rassegna… Leggeva con una voce strana, quasi straniera, che colpiva. Una voce infantile ma seria, debole ma forte. Peccato non partecipi quasi mai a letture pubbliche, fa parte di quei poeti che almeno una volta vanno ascoltati, i loro versi vanno letti avendo quell’eco nelle orecchie”.
(Vivian Lamarque, Introduzione a Io con vestito leggero, Campanotto 2005)
“La sua è una poesia semplice intensa, ricca di significati. Di fronte a tanta poesia scritta con la testa o con tanta malizia letteraria, questa della Candiani è naturale, suscita pensieri ed emozioni, rivela un autentico rapporto con le cose. Si sente che questo libro nasce dall’esperienza di una vita, che ha del resto pochi precedenti pubblici”.
(Franco Loi, Il Sole 24 ore, 9 ottobre 2005)
“Il poema di Chandra Livia Candiani… è anche la rappresentazione dell’individuo adulto che è sopravvissuto a simili tormenti. Il bambino continuerà a esistere dentro di lui: nel buio della paura, dell’oppressione, della minaccia.
Ma è anche la rappresentazione della precarietà del nostro essere terrestri, del nostro essere in questo mondo. E’ la rappresentazione del tragico: ‘la verità dell’origine’ che per Edipo è ‘la verità della propria origine’. La vita espone non protegge. Precarietà e salvezza, vita e morte si confondono davanti alla Porta”.
(Mia Wuehl, Postfazione a La porta, la Biblioteca di Vivarium 2006)
Chandra Livia Candiani è nata a Milano nel 1952. Sue poesie sono in: Antologia della poesia femminista italiana, Savelli 1978; Poesia degli anni settanta, Feltrinelli 1979; La pratica del desiderio, Sascia 1986; Sette poeti del premio Montale, Crocetti 2002. Pubblicazioni: Fiabe vegetali, Aelia Laelia 1984; Una poesia, Il pulcino elefante 1996; Ritratto, Il pulcino elefante 1998; Sonatina per gatto, Il pulcino elefante 2004; Sogni del fiume, la Biblioteca di Vivarium 2001; Io con vestito leggero, Campanotto 2005; La nave di nebbia, la Biblioteca di Vivarium 2005; La porta, la Biblioteca di Vivarium 2006.

















vocativo said
“La vita non raggiunta/ [...]/ per devozione al nulla/ della poesia” è un tema caro ai poeti, spesso rinnovato, aggiornato, massacrato, tuttavia fa sempre male leggerlo. Ecco, la poesia non solo salva, ma punisce e fa male (e qui causa ed effetto si perdono nella notte dei tempi, dove si trovano, forse, intrecciati senza un prima).
Marco Saya said
“Molti corridoi.
Conducono alla porta.
Circondano la porta.
Molti corridoi
davanti alla porta.
Dietro alla porta.
Invisibili.”
Un labirinto di gabbie…, molto belle queste poesie.
teresa zuccaro said
“io con vestito leggero” è stato uno dei miei libri preferiti del 2006. Ho amato soprattutto la sezione “lettere mai scritte”.
Come lei stessa dice, Livia Candiani scrive una poesia fatta di poche parole, ma sono quelle necessarie, messe nell’ordine giusto,
comunicano la forza, la bellezza, la grazia delle cose imprenscindibili. E non sono per niente ingenue. Un mio amico, proprio in quella sezione, ci ha visto qualcosa di Derrida (”Carte postali”, ehm… ammetto di non saperne molto in merito)
livia candiani said
Sì la poesia non solo salva, anche massacra, ma invecchiando penso che la vita a cui mi ha sottratto è la vita che alla fine non conta, quella che passa tutta intera, senza tracce, e che testimoniare salva le tracce anche quelle che passano anche quelle che non contano. Un amico monaco mi raccontava che passando davanti al bar gli amici di un tempo seduti a bere al tavolino non lo salutavano più ma quando avevano bisogno di vomitare l’anima è lui che chiamavano. Una poesia pronto soccorso forse è vita mancata ma anche significato salvato, chissà…
E le parole vorrei che fossero sempre meno, scavate nella pietra, scrostate via, da dove non lo so, ma è un lavoro di miniera la poesia, miniera leggera… esisterà?
I labirinti…i nodi del cuore, la poesia è il filo che annoda e snoda che segna percorsi nel labirinto…
Grazie di leggere.
Francesca Matteoni said
“hanno lasciato in Russia la misura del cuore”, magari non c’entra nulla, ma mi ha riportato alla mente un bel libro di un poeta francese, Philippe Jacottet, LA PAROLA RUSSIA. La poesia, la parola scritta che sottrae vita, ma scopre e raggiunge terre lontane.
Molto bella questa proposta ed i versi sui morti come passeri sugli alberi (sui fili della luce): le uniche presenze ad esserci davvero compagne non distratte.
Mi procurerò i libri di Livia Candiani che non conoscevo.
Un grazie a Giorgio e Livia ed un saluto a Teresa.
Giorgio said
Luigi, Marco, Teresa e Francesca, grazie a voi della lettura e dei commenti. E naturalmente un grande grazie a Livia della sua poesia.
mariapia said
cara Livia,
che gioia trovarti qui!!
Chi ti ha invitato ha avuto un a bellissima idea, e anche tu.
Ti ricordi?
dico solo questo..
Io ti rileggo, io che ti conosco dagli inizi dell’80, e ti ho vista mutare, tornare cambiare e non cambiare.
nei tuoi versi c’è tutto quanto è salvato e può anche senza salvare , fare come lo fosse.
ti bacio.
maria Pia Q.
P.S Credo alle coincidenze, non sarà per caso che usciamo, in modi diversi,e a distanza di poche ore, in questo accogliente e bello spazio, vero?
marcosimonelli said
Ho trovato quelle del tè coi morti molto suggestive e confesso che mi piacerebbe leggere tutta la serie.
enricodelea said
Per quali morti
la notte canta
il pavimento di legno…
Confesso, non conoscevo l’autrice di queste splendide poesie – davvero grande – rileggerò con attenzione/devozione i soprastanti versi – auguri.
Giorgio said
Ringrazio Maria Pia, Marco ed Enrico, alle cui parole mi associo, come a quelle dei commenti precedenti, anch’io con quell’atteggiamento di attenzione/devozione che la poesia richiede.
Giovanni Monasteri said
Molto, molto toccante questa voce al di qua della porta, che si nega ad ogni possibilità di ascolto eppure è così semplice e affabile.
Le lettere, sì, scadono subito dopo averle spedite. Sono “valide solo per oggi”… Se vengono spedite.
Giovanni Nuscis said
“Dorme.
La parola.
La bambina
la prende.
Sulla lingua.
Come un fiocco
di neve.
Un alfabeto.
Gelido.
Si scioglie.”
Mi piace molto questa srittura sobria, essenziale incentrata sulla parola piuttosto che sul verso, lungo, ineccepibile.
Grazie, Giorgio, per questa proposta
Giovanni
livia candiani said
Sì Mariapia certo che mi ricordo chissà dove siamo finite tutte e due..
grazie Giorgio di tutta la cura che hai per la mia poesia e per la poesia
Bevendo il tè con i morti e Madre eretica usciranno entro il 2007 in unico libro
Avete mai letto il romanzo di Giorgio Morale Paulu Piulu edito da Manni? Ve lo consiglio.
Giorgio said
Grazie a Giovanni Monasteri e a Giovanni Nuscis, come a tutti quelli che sono intervenuti, per le loro parole davvero attente.
Ne approfitto per ricordare, a chi fosse a Milano o nei dintorni, che il prossimo mercoledì 16 maggio alle ore 18 il libro di Livia Candiani “La porta” sarà presentato alla libreria Feltrinelli di via Manzoni 12 a Milano.
Francesco Balsamo said
provo, vorrei scrivere a Livia, cerco un suo indirizzo, una casella postale o una scatola, anche una buca nel prato andrebbe bene se fossi sicuro che lei vi si aggirasse intorno di tanto in tanto, io e lei ci conosciamo, abbiamo avuto la stessa medaglietta ad assisi in occasione del premio montale, vicini abbiamo mangiato alloro fritto. Livia, ci sei? come posso contattarti? Sono Francesco, trovo il tuo libro in rete, mi piacerebbe leggerlo, ma ancor prima parlarti. magari qui, fra persone che ti sono amiche, potrò avere tuoi contatti. grazie. Francesco
Giorgio said
Ciao, Francesco, ti scriverò per darti qualche recapito di Livia.