Maria Zambrano (a cura di Elena F. Ricciardi)
Posted by fabrizio centofanti on May 24, 2007
POEMA E SISTEMA
( di Maria Zambrano )
Il risultato che la Filosofia ha ottenuto sino ad ora è stato di una generosità estrema, ma anche il segno più evidente della condizione della sua inaccessibilità. La Filosofia ha infatti reso visibili tutte le cose, rimanendo essa stessa quasi invisibile. Siamo così giunti a un momento in cui la stessa domanda che il pensiero rivolgeva a tutte le cose si presenta ora rivolta alla sua esistenza: al pensiero viene chiesto di rivelarsi, di scoprire la propria condizione e di giustificarla.
La Ragione Vitale, Storica o Vivente, è quella che ha avanzato questa esigenza di giustificazione. A quanto pare, la vita, tra tutte le cose la meno “cosa”, non si accontenta di continuare a giustificarsi e pretende spiegazioni e ragioni. Chiedere ragioni significa sempre darne, chiedere che si accettino le ragioni proprie. Da Dilthey a Ortega y Gasset si è affermata l’esigenza della vita con una velocità tale da azzerare la distanza che intercorre tra un pensatore e l’altro, lasciando intravedere un’attitudine ed un impulso comuni.
L’inversione dell’esigenza di giustificazione, di rendere e chiedere ragioni, mette in risalto una miriade di problemi; rende visibili inoltre certi aspetti della Filosofia finora nascosti. Sempre quando si chiede a qualcuno di giustificarsi , in realtà si esige da lui e gli si dà l’occasione di mostrare il proprio essere e il suo significato ultimo; ogni richiesta è infatti avidità, amore, “che non si cura se non in presenza e in figura”.
Si rende così visibile il problema dell’espressione filosofica, dei suoi modi e delle sue forme originali. Deve essere dunque analizzata la questione dei generi letterari propri del pensiero filosofico, la ricchezza formale assunta da tale sapere, che va dal Dialogo al Sistema, dal Trattato breve alle prolisse Ricerche. Ognuna di queste forme ha il suo “tempo” il suo ritmo, e già questo dovrebbe essere sufficiente, dato che il ritmo è uno dei fenomeni più profondi e decisivi della vita, specialmente della creazione umana, la cui prima scoperta segreta agli albori della storia è per l’appunto quella del ritmo. La prima cosa che avvertiamo leggendo il Discorso sul metodo e le Meditazioni cartesiane è che è mutato il ritmo; il ritmo del pensiero e quello più intimo e ineffabile che potremmo chiamare il ritmo del cuore, il cui suono rivelatore viene portato allo scoperto dalle crisi, ma che normalmente non viene percepito: è uno sfondo costante da cui si distacca la voce dell’intelligibile.
Ma, oltre ai ritmi, esistono delle forme così chiaramente distinte che stentiamo a credere che non siano state ancora colte come segni indelebili e rivelatori di ciascuna Filosofia come di ogni epoca. Il Rinascimento – ad esempio – fa irruzione con i suoi Trattati e Dialoghi, soppiantando le Summe scolastiche. Ma al di là delle differenze tra pensare e ciò che viene pensato , queste nuove forme non parlano forse di un’anima nuova, non avvisano che ora è un altro l’uomo che pensa? Anche se Giordano Bruno avesse formulato gli stessi pensieri di uno Scoto o di un Occam – ci sia concessa un’ipotesi del genere -, l’averlo fatto in una forma così differente ci darebbe ugualmente uno stile di pensiero e un significato irriducibili.oltre all’urgenza dello studio dei generi filosofici c’è inoltre la considerazione della Filosofia come espressione. La vita, esigendo dalla Filosofia che si giustifichi di fronte ad essa, le chiede di rivelare la propria origine, le radici del filosofare che, come tutte le radici, sprofondano nella vita. Giustificarsi non vuol dir altro che mostrare le origini, mettere a confronto l’essere che si è sviluppato con la necessità originaria che lo ha fatto nascere; mettere a confronto l’immagine dell’essere fatto, “storico”, con l’immagine originaria , quella specie di innocenza che rimane – ombra bianca – dopo ogni realizzazione storica. Quest’immagine originaria della filosofia ne lascia intravedere un’altra persino più pura: la necessità ancora indifferenziata che l’uomo ha di esprimersi creando, rendendo la sua espressione creazione oggettiva.
Presi dal coltivare distinzioni e differenze, abbiamo dimenticato l’unità che risiede nel fondo di ogni uomo che crea attraverso la parola: la poiesis , espressione e creazione al medesimo tempo, unità sacra dalla quale nasceranno, per rivelazioni successive, separandosi alla nascita – la nascita è sempre una separazione-, la Poesia nelle sue differenti tipologie, e la Filosofia.
La Poesia si è separata rapidamente dalla Filosofia. Che velocità vertiginosa nello spazio intercorso tra il venerabile poema di Parmenide e l’antipoetica prosa di Aristotele! Ma la Filosofia , pur sempre figlia della Poesia, riuscì a creare nei suoi momenti di maturità, nella piena padronanza di se stessa , una forma in cui ricompare l’antica unità, sebbene irriconoscibile a prima vista.
Il Sistema, la forma chiusa del sistema, è legato al poema molto più di quanto i poeti rancorosi e i filosofi sprezzanti han voluto dar ad intendere. Tale è stata la distanza tra poeti e filosofi, tale la volontà di discordia, che non sono state neppure evidenziate le differenze. Infatti le differenze hanno luogo solo in virtù di una previa comunanza. La poesia, risentita di fronte all’obiettività della Filosofia, e questa inebriata di assoluto, non entrano nemmeno nel merito di una simile discussione; discutere con i poeti come fece Platone, seppure con grande crudeltà, vuol dire riconoscerli.
Risulta molto strano che il sistema, la forma filosofica per eccellenza, che con il suo prestigio assoluto fa ancora fatica ad accettare come filosofia il pensiero che scorre per altri alvei – Nietzsche, Dilthey e soprattutto Ortega y Gasset -, ci appaia ora come il luogo in cui la poesia rivive unita alla Fiolosofia, in un’unità tanto intima e autentica da risultare invisibile. Alla fine di una lunga evoluzione, il respiro poetico di Parmenide rinacque nella trasparenza adamantina dell’Etica di Spinoza; l’ispirazione profetica di Empedocle si rivelò in molte appassionate, “ispirate” pagine dell’Idealismo tedesco. Il Sistema è stato la forma pura della Filosofia nella cultura occidentale moderna; ma è anche poesia. Tale unione risulta ancor più significativa e convincente in opere come l’Etica di Spinoza esente da ogni sospetto di compiacimento letterario; scritta “more geometrico”, è una rigorosa architettura di ragioni in cui ciascuna è in virtù della necessità, “ordo e conexio idearum…”. Eppure, una volta terminata la lettura , l’immagine del poema compiuto, nella sua purezza adamantina, si presenta immediatamente all’animo; le ragioni matematiche sono scivolate nella nostra mente senza violenza, poeticamente, anche musicalmente. Il pensiero, quanto più è puro, tanto più possiede la sua misura, la sua musica.
Forse era la sopraffatta tradizione del pitagorismo la detentrice di questo sapere del ritmo del pensiero, nelle sue forme viventi ed efficaci. Come tante altre tradizioni del sapere oscurate dall’aristotelismo imperante, non si estinse del tutto. Continuò la sua vita eterodossa sotto forma di sapere segreto, per iniziati, al confine o addirittura dentro la teosofia. Ma da questi inestinguibili ecco che sgorga l’ispirazione che sembra infiltrarsi o rivivere nelle forme più ortodosse del sapere trionfante. Non è necessario insistere su quanto lungo e delicato sarebbe dovuto essere uno studio che rendesse manifesta l’unità della poesia con la filosofia in forma di sistema, e ancor più se si fosse trattato di scoprire connessioni storiche e le affinità con antiche e dimenticate forme di sapere.
C’è qualcosa però che ci si manifesta a prima vista: cioè che l’unione di Poesia e Filosofia, considerate entrambe nei loro esempi più puri, risalta sulle altre creazioni della parola, c’è fra loro un’unità intima, essenziale e viva, unità che è identità, una specie di identità tra la persona vivente e la sua creazione. Il filosofo e il poeta si identificano con la loro opera più di qualsiasi altro autore, più di chiunque altro sembrano avere soddisfatto il desiderio di dare alla diversità delle ore vissute, alla molteplicità della vita reale, un equivalente unitario; hanno realizzato una trasformazione o una metamorfosi in cui l’anima assimili l’intelletto – nella poesia – sia che l’intelligenza accolga dentro di sé l’anima. Entrambe sono la fusione di disparità antagoniste, entrambe oasi di pace in cui i desideri più segreti si placano e la vita trova il suo specchio fedele.
Al di là della Poesia e della Filosofia c’è poi l’unità ultima della Religione. All’interno del Sistema appare, accanto alla poesia, l’espressione religiosa, anche se in modo diverso: Religione, Poesia e Filosofia devono essere abbracciate di nuovo da uno sguardo unitario in cui siano scomparsi i rancori cresciuti con il proliferare dell’ortica; solo di fronte a uno sguardo di questo tipo la Filosofia potrà giustificarsi. E non è di fronte alla Vita che la Filosofia deve giustificarsi . Madre prolifica e infinitamente generosa la vita non ha bisogno di giustificare ciò che lei stessa ha creato e sa già essere figlio del suo desiderio e della sua necessità. La Filosofia nacque dalla necessità che la vita umana (perché non ogni vita?) ha di trasparenza e di visibilità. Se la vita aspira a farsi terrena, chiede ugualmente di rendersi intelligibile e non ha altra dimora se non la trasparenza; è intimità che aspira a farsi visibile; solitudine che vuole essere comunità nella luce. La Filosofia nata da questa aspirazione alla trasparenza non può eluderla di fronte a se stessa e poiché è giunta alla maturità, la sua esistenza si è resa visibile, ha preso corpo e realtà di fronte ad essa. E ripete oggi la sua prima domanda di fronte alle cose: vuole vedersi.
Vedere se stessa. Ma la Filosofia non smentisce la condizione della vita umana, che nel vedere se stessa si vede sempre in altro, con altro. Filosofia, Poesia e Religione hanno bisogno di chiarirsi mutuamente, ricevere ciascuna la luce dell’altra, riconoscere i propri dubbi, rivelare all’uomo mezzo asfissiato dalla loro discordia la propria legittimità permanente e viva; la propria unità originaria.
(tratto da M.Zambrano, “Verso un sapere dell’anima”, Raffaello Cortina editore, 1996)

















Fabio Brotto said
Il passo della Zambrano è ricco di suggestioni. Ma questo tipo di suggestioni ha bisogno della notte, del romanticismo e di una disposizione alla passionalità. “La Filosofia nacque dalla necessità che la vita umana (perché non ogni vita?) ha di trasparenza e di visibilità. Se la vita aspira a farsi terrena, chiede ugualmente di rendersi intelligibile e non ha altra dimora se non la trasparenza; è intimità che aspira a farsi visibile; solitudine che vuole essere comunità nella luce”.Come è problematico tutto ciò! Ogni vita ha bisogno di trasparenza e visibilità… Il mio cane vive nella trasparenza…
Di fronte a brani come questo, che da un lato mi prendono, e in cui mi rifletto, mi sovviene il detto di Kolakowski in “Orrore metafisico”: un filosofo moderno che non abbia mai provato l’esperienza di sentirsi un ciarlatano è uno spirito talmente misero che il suo lavoro non merita di essere letto”. E ne soffro.
elena f. said
credo che questo brano vada letto alla luce del filo conduttore di tutto il pensiero di questa donna straordinaria: il pensare in altra luce. ella stessa racconta di come decise di continuare il suo percorso filosofico un giorno in cui vide trapelare un raggio di luce da sotto un tendone nero nell’aula universitaria, quella luce dall’ombra fu per lei l’inafferrabile che si dona come rivelazione , quella luce che si rivela come “decifrare il sentire originale”, perchè per lei pensare significa proprio tornare ad ascoltare la voce del cuore.
saluto tutti
elena f
gian ruggero manzoni said
E’ uno scritto stupendo a prescindere da tutto e dal suo contrario. Ce ne fossero di Zambrato !!!|
gian ruggero manzoni said
Zambrano… mi scusi Fabry ma è partita un t al posto di una n. Cmq ribadisco… ce ne fossero nell’oggi…