Leopardi: Gran parte degli scrittori non legge
Posted by giorgiomorale on May 25, 2007
Pensieri su letteratura e poetica dallo Zibaldone
N. N. legge di rado libri moderni; perchè, dice, io veggo che gli antichi a fare un libro mettevano dieci, venti, trent’anni; e i moderni, un mese o due. Ma per leggere, tanto tempo ci vuole a quel libro ch’è opera di trent’anni, quanto a quello ch’è opera di trenta giorni. E la vita, da altra parte, è cortissima alla quantità di libri che si trovano. Onde ec. (17 Gennaio 1829).
(Molti libri oggi, anche dei bene accolti, durano meno del tempo che è bisognato a raccorne i materiali, a disporli e comporli, a scriverli. Se poi si volesse aver cura della perfezion dello stile, allora certamente la durata della vita loro non avrebbe neppur proporzione alcuna con quella della lor produzione; allora sarebbero più che mai simili agli effimeri, che vivono allo stato di larve e di ninfe per ispazio di un anno, alcuni di due anni, altri di tre, sempre affaticandosi per arrivare a quello d’insetti alati, nel quale non durano più di due, di tre, o di quattro giorni, secondo le specie; e alcune non più di una sola notte, tanto che mai non veggono il sole; altri non più di una, di due o di tre ore). (2 Aprile 1827).
Se un buon libro non fa fortuna, il vero mezzo è dire che l’ha fatta; parlarne come di un libro famoso, noto all’Italia ec. Queste cose diventano vere a forza di affermarle. Molti che l’affermino e lo ripetano, lo rendono vero senz’alcun dubbio. Se, per qualunque ragione, questo mezzo non si può usare, il miglior partito è di tacere, dissimulare, e aspettare se il tempo facesse qualche cosa… (Firenze, 10 Agosto 1828; San Lorenzo).
Ormai si può dire con verità, massime in Italia, che sono più di numero gli scrittori che i lettori (giacché gran parte degli scrittori non legge, o legge men che non iscrive). Quindi ancora si vegga che gloria si possa oggi sperare in letteratura. In Italia si può dir che chi legge, non legge che per iscrivere: quindi non pensa che a se ec. (Pisa, 5 Febbraio 1828).
Oggi più che mai bisogna che gli uomini si contentino della stima de’ contemporanei, o per dirla meglio, de’ conoscenti; e i libri, della vita di pochi anni al più. (Oggi veramente ciascuno scrive solo pe’ suoi conoscenti).
Il mezzo più efficace di ottener fama è quello di far credere al mondo di esser già famoso. (Bologna, 21 Novembre 1825). Analogo e confermativo di questo detto è quello di Labruyère, che più facile è far passare un’opera mediocre in grazia di una reputazione dell’autore già ottenuta e stabilita, che l’ottenere o stabilire una reputazione con un’opera eccellente.
Chi vuole o dee fare un mestiere al mondo, se vuole trarne alcun frutto, non può scegliere se non quello dell’impostore, in qualunque genere. La letteratura è stata sempre il più sterile di tutti i mestieri. Il vero letterato (se non mescola alla verità l’impostura) non guadagna mai nulla. Eppur l’impostore arriva a render fecondo anche questo campo fruttifero, e uno de’ maggior miracoli dell’impostura si è di render fruttuosa la letteratura. L’impostura è una condizione necessaria per tutti i mestieri o veri o falsi. Se le lettere e la dottrina frutta mai nulla, ciò è all’impostore, e in virtù non della verità (quando anche vi sia mescolata) ma dell’impostura. (25 Settembre 1821).
Gl’illetterati che leggono qualche celebrato autore, non ne provano diletto, non solo perché mancano delle qualità necessarie a gustar quel piacere ch’essi possono dare, ma anche perché si aspettano un piacere impossibile, una bellezza, un’altezza di perfezione di cui le cose umane sono incapaci. Non trovando questo, disprezzano l’autore, si ridono della sua fama, e lo considerano come un uomo ordinario, persuadendosi di aver fatto essi questa scoperta per la prima volta. Così accadeva a me nella prima giovinezza leggendo Virgilio, Omero ec. (25 Settembre 1821).
Della lettura di un pezzo di vera contemporanea poesia, in versi o prosa (ma più efficace impressione è quella de’ versi), si può, e forse meglio, (anche in questi sì prosaici tempi) dir quello che di un sorriso diceva lo Sterne; che essa aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita; e ci accresce la vitalità. Ma rarissimi sono oggi i pezzi di questa sorta. (1 Febbraio 1829).
Molti presenti italiani che ripongono tutto il pregio della poesia, anzi tutta la poesia nello stile, e disprezzano affatto, anzi neppur concepiscono, la novità de’ pensieri, delle immagini, de’ sentimenti, tuttavia per riguardo del loro stile si credono poeti, e poeti perfetti e classici: questi tali sarebbero forse ben sorpresi se loro si dicesse, non solamente che chi non è buono alle immagini, ai sentimenti, ai pensieri non è poeta, il che lo negherebbero schiettamente o implicitamente; ma che chiunque non sa immaginare, pensare, sentire, inventare, non può né possedere un buono stile poetico, né tenerne l’arte, né eseguirlo, né giudicarlo nelle opere proprie né nelle altrui; che l’arte e la facoltà e l’uso dell’immaginazione e dell’invenzione è tanto indispensabile allo stile poetico, quanto e forse ancor più ch’al ritrovamento, alla scelta e alla disposizione della materia, alle sentenze e a tutte l’altre parti della poesia ec. Onde non possa mai esser poeta per lo stile chi non è poeta per tutto il resto, né possa mai aver uno stile veramente poetico, chi non ha facoltà, o avendo facoltà non ha abitudine di sentimento di pensiero di fantasia, d’invenzione, insomma d’originalità nello scrivere. (9 Settembre 1823).
Per molto che uno abbia letto, è ben difficile che al concepire un pensiero, lo creda suo, essendo d’altri; lo attribuisca all’intelletto, all’immaginazione propria, non appartenendo che alla memoria. Tali concezioni sono accompagnate da certa sensazione che distingue le originali dalle altre; e quel pensiero che porta seco la sensazione, per così dire, dell’originalità, verisimilissimamente non sarà mai stato concepito ugualmente da qualcun altro, e sarà proprio e nuovo; dico, non quanto alla sostanza, ma quanto alla forma, che è tutto quel che si può pretendere. Giacchè è noto che la novità della più parte de’ pensieri degli autori più originali e pensatori, consiste nella forma. (10 Maggio 1828).
Il talento non essendo nella massima parte che opera dell’assuefazione, è certo che coloro che ammirano in altrui questo o quel talento, abilità, opera ec. ammirano e si stupiscono di quello, di cui essi stessi in diverse circostanze, sarebbero stati appresso a poco capacissimi. (30 Ottobre 1821).
Se l’uomo sia nato per pensare o per operare, e se sia vero che il miglior uso della vita, come dicono alcuni, sia l’attendere alla filosofia ed alle lettere (quasi che queste potessero avere altro oggetto e materia che le cose e la vita umana e il regolamento della medesima, e quasi che il mezzo fosse da preferirsi al fine), osservatelo anche da questo. Nessun uomo fu né sarà mai grande nella filosofia o nelle lettere, il quale non fosse nato per operare più e più gran cose degli altri, non avesse in se maggior vita e maggior bisogno di vita che non ne hanno gli uomini ordinarii, e per natura ed inclinazione sua primitiva, non fosse più disposto all’azione e all’energia dell’esistenza, che gli altri non sogliono essere… (30 Maggio 1822).
Qualunque stile moderno ha proprietà, forza, semplicità, nobiltà, ha sempre sapore di antico, e non par moderno, e forse anche perciò si riprende, e volgarmente non piace. Viceversa qualunque stile antico ha ec., tiene del moderno. Che vuol dir questo? Qual è dunque la natura de’ moderni? quale degli antichi? (25 Ottobre 1821).
E’ proprio, appunto per queste ragioni, de’ mediocri o infimi drammatici il sopraccaricare d’intreccio le loro opere, l’abbondare di episodi ec. Il contrario è proprio de’ sommi. E la ragione è anche che questi trovano sempre come tener vivo l’interesse dello spettatore (anche in una azione di poca importanza) colla naturalezza dei discorsi, la vivezza, l’energia, collo sviluppo continuo delle passioni, o col ridicolo ec. Quelli non sono mai contenti neppur dopo che hanno trovato o immaginato un caso complicatissimo, stranissimo, curiosissimo. Esauriscono in un batter d’occhio tutto ciò che il soggetto offre loro. Cioè non sapendone cavare il partito che possono e devono, il soggetto non basta loro che per poche scene. Fatte o disposte queste; dopo di esse o nelle scene di mezzo si trovano colle mani vote (per ridondante di passione, di ridicolo ec. che il soggetto possa essere), e non trovano altra via di tener vivo l’interesse e la curiosità, che quella di andare a cercar nuovi episodi, nuove fila, nuovi soggetti insomma, per esaurirli poi essi pure in un momento. Non possono insomma trovarsi un solo istante senza qualche cosa da raccontare, qualche filo da aggiungere alla tela, qualche soggetto ancor fresco, altrimenti non hanno nulla da dire. E quanti autori sono di questo genere? quanti drammi? novecentonovantanove per mille. (4 Gennaio 1822).
Il poeta non imita la natura: ben è vero che la natura parla dentro di lui e per la sua bocca. I’ mi son un che quando Natura parla, ec. vera definiz. del poeta. Così il poeta non è imitatore se non di se stesso…
Non solo, come ho spiegato altrove si fa male quello che si fa con troppa cura, ma se la cura è veramente estrema, non si può assolutamente fare, e per giungere a fare bisogna rimettere alquanto della cura e della intenzione di farlo. (24 Agosto 1821).
Ottimamente il Paciaudi come riferisce e loda l’Alfieri nella sua propria vita, chiamava la prosa la nutrice del verso, giacchè uno che per far versi si nutrisse solamente di versi sarebbe come chi si cibasse di solo grasso per ingrassare, quando il grasso degli animali è la cosa meno atta a formare il nostro, e le cose più atte sono appunto le carni succose ma magre, e la sostanza cavata dalle parti più secche, quale si può considerare la prosa rispetto al verso.
La prosa, per esser veramente bella (conforme era quella degli antichi) e conservare quella morbidezza e pastosità composta anche fra le altre cose di nobiltà e dignità, che comparisce in tutte le prose antiche e in quasi nessuna moderna, bisogna che abbia sempre qualche cosa del poetico…
Della vita e condizione d’Omero ogni cosa è nascosta. E pure in questa universale ignoranza, una tradizione antichissima ed universale si mantiene, e tutti, che tutto ignorano intorno a lui, questo solo n’affermano ed hanno per certo, che fosse povero e misero. Così la fama non ha voluto che si dubiti, né che resti nel puro termine di congettura che il primo e il sommo de’ poeti incontrasse la sorte comune di quelli che lo seguirono. Ed ha confermato coll’esempio dell’archegòs di questa infelice famiglia, che qualunque è d’animo veramente e fortemente poetico (intendo ogni uomo di viva immaginazione e vivo sentimento, scriva o no, in prosa o in verso) nasce infallibilmente destinato all’infelicità. (4 Luglio 1822).

















Rina said
Della lettura di un pezzo di vera contemporanea poesia, in versi o prosa (ma più efficace impressione è quella de’ versi), si può, e forse meglio, (anche in questi sì prosaici tempi) dir quello che di un sorriso diceva lo Sterne; che essa aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita; e ci accresce la vitalità. Ma rarissimi sono oggi i pezzi di questa sorta. (1 Febbraio 1829).
Forse è questo il metro di misura di un valutare e un riconoscere obiettivo.
Conoscevo questi pensieri, ma ne ho ritrovato la freschezza. Grazie.
Giovanni Nuscis said
“Ormai si può dire con verità, massime in Italia, che sono più di numero gli scrittori che i lettori (giacché gran parte degli scrittori non legge, o legge men che non iscrive). Quindi ancora si vegga che gloria si possa oggi sperare in letteratura.”
Ecco la prova provata della “solita solfa”:-)
Grazie, Giorgio, per l’ottima scelta.
Giovanni
Giorgio said
Grazie a voi, Rina e Giovanni. E che dire di questo pensiero: “Molti libri oggi, anche dei bene accolti, durano meno del tempo che è bisognato a raccorne i materiali”?
Ho letto altre volte lo “Zibaldone” per cercarvi la poetica dell’indefinito, o la teoria del piacere, o altre idee leopardiane, ma è la prima volta che mi colpiscono questi pensieri sulla (va bene chiamarla così?) industria culturale. Certi pensieri non pensavo potessero essere scritti quasi 200 anni fa.
Fabio Brotto said
Qui c’è materia di riflessione infinita.
Sul primo e sull’ultimo:
Primo.”E la vita, da altra parte, è cortissima alla quantità di libri che si trovano”.Il numero dei libri, che già lo scrittore dell’Ecclesiaste trovava soverchiante e non calcolabile, è al tempo nostro una grandezza impaurente. Per quanto tempo si dedichi alla lettura, si leggerà una particola minima dei libri che sono pubblicati oggi, solo su un argomento anche secondario. Angoscioso problema della scelta… Hai letto questo? Hai letto quello? No, e come avrei potuto? Leopardi giovanissimo lesse con furia per anni libri su libri, e fu sempre cosciente dell’ambivalenza di questa sua scelta.
Perché (ultimo)”qualunque è d’animo veramente e fortemente poetico (intendo ogni uomo di viva immaginazione e vivo sentimento, scriva o no, in prosa o in verso) nasce infallibilmente destinato all’infelicità”, ovvero la poesia non salva nessuno, e contribuisce all’infelicità di molti, come il numero dei suicidi tra i poeti (anche in ciò così diversi dai filosofi)infallibilmente dimostra.
Grazie a Giorgio Morale per questa silloge così opportuna.
Giovanni Nuscis said
Non che ci sia di che stupirsi, considerata la grandezza Leopardi, di queste sue riflessioni. Eppure si resta ammirati di come abbia colto aspetti così veri e fondandi della condizione dell’artista (il destino di infinitesimalità che nessuno, in fondo, esclude, per la grandezza illimite del mondo e della conoscenza, pur avendo (o ritenendo di avere) “in se maggior vita e maggior bisogno di vita che non ne hanno gli uomini ordinari”) nella società e nell’industria culturale, pur senza un sistema mediatico come quello attuale. Ma egli, mi sembra, coglie perfettamente anche alcuni tratti essenziali dello “spirito italico” quando dice: “Il mezzo più efficace di ottener fama è quello di far credere al mondo di esser già famoso.” O quando dice che “Chi vuole o dee fare un mestiere al mondo, se vuole trarne alcun frutto, non può scegliere se non quello dell’impostore, in qualunque genere.” Sembra anticipare, qui, il Felix Krull manniano e, più da vicino, certi leader politici, non a caso, più amati dagli italiani.
Ha ragione Fabio, anche in questo estratto “c’è materia di riflessione infinita.”
Buon fine settimana
Giovanni
Carla said
mi immergerò anche in queste riflessioni….
grazie per tutto questo cibo.
massimo said
tutto questo è valido per il mondo letterario in genere, per il mondo – o in particolare per l’Italia? credo che L. si riferisse prima di tutto all’Italia. e forse non si può fare estetica delle nostre cose senza una buona antropologia di questo Paese e della sua storia linguistica (ancora Manzoni, sei generazioni fa, notava che su una stazione ci poteva essere scritto: uscita, sortita, egresso). la lingua non è uno strumento mediocre e convenzionale, ma un fatto di coscienza, di cultura nel vero senso (il più alto). e mi accorgo ora che vITALItA’ contiene il nome dell’Italia… un abbraccio forte,
massimo
elena f said
Della lettura di un pezzo di vera contemporanea poesia, in versi o prosa (ma più efficace impressione è quella de’ versi), si può, e forse meglio, (anche in questi sì prosaici tempi) dir quello che di un sorriso diceva lo Sterne; che essa aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita; e ci accresce la vitalità. Ma rarissimi sono oggi i pezzi di questa sorta. (1 Febbraio 1829).
fra tutte queste densissime riflessioni, sottolineo questa che mi pare essenziale. vitale alla poesia è dare vita. è una riflessione tanto più grave quanto più lieve è l’immagine del filo della vita.
grazie
saluto tutti
elena f
Giorgio said
Fabio, Giovanni, Carla, Massimo ed Elena, grazie dei vostri contributi.
Fabio, d’accordissimo sull’inesauribilità delle questioni poste da Leopardi.
Sulla questione se la poesia salva la vita: Leopardi dice che “qualunque è d’animo veramente poetico (intendo ogni uomo di viva immaginazione e vivo sentimento, scriva o no, in prosa o in verso)” ((e quindi il discorso non è limitato a chi scrive poesia)) “nasce infallibilmente destinato all’infelicità”, però dice anche che la poesia “aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita; e ci accresce la vitalità”. Le due cose mi pare che si alimentino a vicenda.
Giovanni, Massimo, a me pare che tutto questo che dice Leopardi sia “valido per il mondo letterario in genere, per il mondo – e in particolare per l’Italia”. E’ proprio questo che mi stupisce. Capace di parlare della condizione umana, come poeta e come filosofo, ma anche di centrare il bersaglio nel concreto di una situazione che si sarebbe data dopo 200 anni, e che nessuno al suo tempo, né in Italia né fuori, vedeva.
Mi piacerebbe che ci fosse, oggi, uno sguardo così acuto – e soprattutto mi piacerebbe che si fosse capaci di riconoscerlo.
fabry2007 said
lo Zibaldone dovrebbe essere tradotto in tutte le lingue del mondo. l’industria culturale continuerebbe a girare come sempre, ma con un vago (aggettivo massimamente leopardiano) senso di colpa.
grazie, Giorgio.
fabrizio
luminamenti said
Come emerge da questo esempio, Il Leopardi si configura come il filosofo più radicale nella comprensione dell’avvenire nefasto nella modernità. Emanuele Severino ha dedicato al libro ben due volumi.
luminamenti said
Pardon. Dedicato al Leopardi due volumi
Giorgio said
Grazie, Fabrizio e Luminamenti.
A proposito dell’auspicio di Fabrizio, ricordo l’appello per la traduzione dello “Zibaldone” in inglese lanciato da Franco D’Intino e Antonio Moresco su http://www.ilprimoamore.com e di cui ho già dato notizia anche su lapoesiaelospirito.
Appena riuscirò, proporrò altre sorprese leopardiane.