La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

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Cinque paragrafi su “enigma” – di Marco Giovenale

Pubblicato da francescomarotta su maggio 31, 2007

Cinque paragrafi su enigma – di Marco Giovenale

enigma

1.

Lo status di paradosso della parola poetica può consistere nella sua capacità di esibire la propria necessità di esistenza (certe frasi nascono ‘compiute’) senza che di questa si conoscano in anticipo delle regole (di formazione), delle ragioni. Tende a risalire alla propria fonte, in una sorta di non miracolosa né ineffabile ma certo inafferrabile autofondazione. Non verificabile però sempre verificata, accertata.

È – anche – storia della materia conosciuta (materialismo): storia della percezione. In fondo ogni atto sensato di conoscenza, ogni produzione di senso particolare entro una conoscenza del mondo generale, lavora in questo modo. Quando il gesto conoscitivo diventa linguaggio a complessa formalizzazione, può avviarsi a costituire discorso poetico.

2.

Aldo Tagliaferri individua invece nella scrittura poetica un dualismo vero e proprio (p.es. materia/parola). Utili le sue note su Il labirinto di Cnosso:

«La Sfinge, l’altra figura di questa doppiezza e di questo trapasso, non ancora del tutto nata, emerge con il capo di fanciulla dalla matrice dell’essere, e conseguentemente ha volto umano e corpo teriomorfo. All’inverso, simmetricamente, il Minotauro ha corpo umano e testa di animale, perché viene forzato a rientrare nelle tenebre della caverna-utero e la sua nascita viene cancellata e ricacciata indietro verso l’indicibile. La cosa riesce solo per metà e solo il capo si reimmerge nella Grande Madre, parallelamente al fatto che il labirinto ne risulta in parte sotterraneo (…) e in parte scoperchiato verso l’alto, vero intreccio di luce e oscurità, esattamente come l’enigma» (1).

Paul Zumthor ricorda che all’origine delle lingue romanze sta un indovinello, dunque una sorta di gioco con l’oscurità: «È strano che la più antica composizione che ci è rimasta in lingua romanza sia un enigma, tracciato a margine di un libro di preghiere copiato a Verona verso l’800, e il cui oggetto è la scrittura stessa di chi lo annotò: metafora fondamentale, ormai da molto tempo tradizionale»: segue la citazione – appunto – dell’indovinello veronese: «boves se pareba / et alba pratalia araba / et albo versorio tenebat / et negro semen seminabat» (2).

Come il minotauro (e come la struttura stessa dell’enigma, che ha ragion d’essere proprio nell’«intreccio di luce e oscurità», di detto e non detto) anche il soggetto da indovinare qui agisce tra bianco e nero, «albo» e «negro». Il minotauro, l’enigma, lo scrivere (nero su bianco), e lo scrivere un enigma, sono attività legate, si rispondono.

La scrittura scrive sé attraverso l’enigma: che è dunque il centro del suo poter essere (anche storicamente: alla radice delle lingue romanze, ci dice Zumthor). Sono visibili le mani di Escher: una disegna l’altra. Anzi: non le vediamo semplicemente, siamo noi stessi coinvolti nel (fondati e insieme fondatori del) loro gesto, del loro paradosso.

Non esiste un esterno del linguaggio, su cui operare, o da usare. Il linguaggio non è uno strumento ma già la casa (umana) di tutti gli strumenti; è corpo-segno.

3.

Adorno, da Teoria estetica: «Esigendo la soluzione, l’opera rimanda al contenuto di verità. (…) una qualsiasi opera si volge per l’indigenza nascente del suo carattere di enigma, alla ragione interpretante. Dall’Amleto non si riuscirebbe a strizzare nessuna enunciazione; il suo contenuto di verità non è perciò minore» (3).

Ovviamente Adorno si riferisce al fatto che «Le opere, e completamente quelle di suprema dignità, attendono la loro interpretazione»; attendono cioè e in definitiva un interprete, un lettore. Ma è particolarmente interessante flettere i brani citati nel senso della condivisione larga di contesto che l’opera fortissimamente chiede al “fruitore”: a tutti i fruitori.

Al filosofo, allo studioso, l’opera porge «enigma» da indagare – o ricodificare in domanda ulteriore. Ma in generale (e credo coerentemente col suo statuto di oggetto “estetico” in senso ampio ossia non in riferimento diretto immediato al suo essere luogo d’arte) l’opera ponendosi come oggetto enigmatico disegna e apre o addirittura divarica l’orizzonte del possibile senso entro il quale un qualsiasi (non un particolare) osservatore si colloca come essere costituito di senso (portatore di/portato dal senso).

Il dato assolutamente vivo e vitale di un’opera d’arte sta allora nella sua mozione, incarnata in una tessitura di echi formali (da decifrare, anche, secondo i loro propri codici), verso l’esistenza e anche la semplice possibilità di esistenza di un contesto condiviso, di una sorta di piattaforma o sfondo di senso che rende immaginabili e contrattabili gesti e parole, interpretazioni in conflitto o in pace, e insomma tutta la macchina linguistica umana intesa come base significante, sociale, politica.

In questa accezione, la posizione di enigma è legata, come le due facce = l’unica faccia del nastro di Moebius, alla condivisione di contesto. Il contesto dei parlanti/ascoltatori. Degli occhi scriventi.

4.

Tanizaki: «V’è, nella stanza principale delle case giapponesi, una nicchia (il toko no ma) in cui, volta per volta, si usa esporre un quadro, o qualche fiore. Tali oggetti non mirano tanto a ravvivare l’ambiente, quanto ad aggiungere, al buio, una dimensione cava» (4).

L’intenzione di far echeggiare nel vuoto dell’ambiente un vuoto ulteriore è la stessa che sostiene il procedimento allegorico di quelle che si potrebbero chiamare allegorie cave. L’eco rimanda a un possibile contesto condiviso generale, ossia a un modo di incontro fra persone (e a un rigore nella parola, nel condividere senso) ampio: non necessariamente riferito a un significato, a una tassonomia rigida, a una tavola di chiarezze, decifrazione, elenco di corrispondenze.

L’esempio tratto dall’osservazione di Tanizaki è incisivo proprio perché – come è chiaramente annotato – non si ferma sul contenuto del gesto di esporre. Dice «un quadro» oppure «qualche fiore». Quasi dicesse (anche se non è così) «qualsiasi cosa».

Ossia: è l’addizione della «dimensione cava» al «buio», l’atto risolutivo. O al contrario, più che risolutivo, produttore di enigma. (Non fine a se stesso: ma curvato e diretto precisamente sulla più ampia generale condivisa facoltà di corrispondere, cifrare-decifrare, imbattersi nel senso-non-senso).

5.

Una postilla alla distinzione tra ineffabile e inafferrabile: non è una novità: niente è radicalmente estraneo a processi di semiosi. Ogni cosa, se è-per-noi, è in qualche modo significata. Chi percepisce ritraduce e semiotizza. Reagisce; sempre in qualche modo.

È effabile, il reale, per il fatto di essere. (Non per il fatto di essere reale). L’esperienza più rarefatta incompiuta e persa, può comunque essere semiotizzata come rarefatta e indicibile. In tanto, ossia in quanto detta indicibile, è detta.

Ben diverso – e più ampio indulgente duttile – è il campo, realissimo lui, dell’inafferrabile. È il vero campo di s/definizione della realtà percepita.

Note

(1) In Aldo Tagliaferri, L’invenzione della tradizione. Saggi sulla letteratura e sul mito, Spirali, Milano 1985: p.68.

(2) Paul Zumthor, Langue, texte, énigme (1975), tr. it. Il Melangolo, Genova 1991, p.35.

(3) Cit. anche in Pietro Montani, Arte e verità dall’antichità alla filosofia contemporanea, Laterza, Bari 2002, p.347.

(4)Junichiro Tanizaki, Libro d’ombra (1935), cap.8. Traduz. it. 1982; Ed. Bompiani, Milano 2002: p.42.

(tratto da: www.slow-forward.splinder.com – 23 gennaio 2006)

12 Risposte to “Cinque paragrafi su “enigma” – di Marco Giovenale”

  1. Il punto 5 è un capolavoro di voluttà, un’ascesi alla nicchia del lusso che solo di sé si giustifica e gode. Merce che non si concede alla volgarità di una vetrina. Aristocrazia senza tempo senza regno e senza vassalli, che vive divorandosi vomitandosi e ancora risuggendosi, pietra miliare di una strada che non esiste.

  2. fabry2007 detto

    curiosamente, una risposta a Berardinelli, che però si apre sul vuoto di una possibile e probabile assenza di strumenti, se parliamo di un pubblico, appunto, non aristocratico. altrimenti si ribadisce il sacro recinto con il conseguente isolamento.
    grazie a Marco e a Francesco.
    fabrizio

  3. lorenzo carlucci detto

    che significa la frase seguente?

    “La scrittura scrive sé attraverso l’enigma”

    saluti,
    lorenzo

  4. marco detto

    è nel paragrafo prima

  5. vicolo detto

    l’elastico dell’enigma sappia trovare credenti e miscredenti, fratelli di duello per la stessa sorte nonostante le unghie dei dati per vincenti

  6. Francesco Marotta detto

    Un saluto a tutti, in particolare agli intervenuti. Grazie a Marco per essere presente. Sono purtroppo senza computer, ma se mi riesce di “arrangiarmi” in qualche modo, cercherò di seguire e di intervenire.

    @ Lorenzo Carlucci

    Il riferimento a Escher, che trovo particolarmente adeguato a dare un’idea dell’assunto teorico in questione, può essere integrato, su un altro piano, dal jabesiano “tu sei colui che scrive, e che è scritto”.

    Ritengo, inoltre, che qualsiasi discussione non possa prescindere, pena la decontestualizzazione, dal tentativo di ridefinizione del “reale” che Marco cerca di porre in essere in questi “paragrafi”. Con esiti che mi sento di condividere pienamente.

    @ Mario Ardenti

    Il tuo “commento” è una sintesi “fulminante”.

    fm

  7. lorenzo carlucci detto

    grazie giovenale e francesco per la spiegazione. dunque in “la scrittura scrive sé” “la scrittura” significa “l’atto di scrivere”? o la frase va parafrasata come: “l’essenza della scrittura (come attività umana) è (simile a? identica a?) la natura dell’enigma”? e “enigma” è usato come sinonimo di “paradosso”?

    la “ridefinizione del reale” non l’ho del tutto compresa, se avete tempo di spiegarmela vi sarò grato. io mi sento di condividere questo passaggio:

    “Non esiste un esterno del linguaggio, su cui operare, o da usare. Il linguaggio non è uno strumento ma già la casa (umana) di tutti gli strumenti; è corpo-segno.”

    mi piacerebbe però conoscere meglio le conclusioni che giovenale trae da – anche limitatamente alla poesia – da questo assunto (che viene giù da peirce e wittgenstein probabilmente attraverso strade a me ignote).

    salut,
    lorenzo

  8. Francesco Marotta detto

    Copio qui, prima che mi taglino il “cavetto, e per quello che può valere (in ogni caso, può sempre servire anche solo ad allungare la lista dei commenti) una parte di un mio intervento, sullo stesso testo di Marco, risalente all’anno scorso su “Liberinversi”.

    (…)

    “Mi soffermo, anche per trovare un (mio) filo nella marea di suggestioni che il testo evoca, sulla seconda riflessione (forse il centro concettuale dell’intero saggio): la citazione di Tagliaferri sulla scrittura poetica come “sostanza” intrinsecamente dualistica che nell’enigma trova lo strumento per manifestarsi, in quanto linguaggio, corpo-segno. Trovo particolarmente stimolante il fatto che questa dualità sia ricondotta (dialetticamente?) al rapporto ineffabile/inafferrabile che è la natura emozionale-concettuale (se l’ossimoro regge) del “doppio” (sfinge e Minotauro: luce e ombra: chiarezza del dire e oscurità della pronuncia: cristallo-luce e palude: fenice e douve: il rogo fiammante e il freddo che è fiamma alla sua stessa notte).
    Se l’enigma è indissolubilmente legato all’atto del dire, come attestato dalla stessa radice etimologica del termine (l’ainìssesthai e già familiarmente contiguo, quasi parte di un àllos agorèuein a cui pure Marco fa riferimento), il grumo significante in cui la chiarezza (concettuale) e l’oscurità (dell’origine) si rovesciano l’una nell’altra è proprio il senso (uno dei sensi) della parola poetica: un “gioco” in cui il fondo su cui la parola si staglia (l’ineffabile) è percepibile come tale solo nella contraddizione in cui si risolve il suo essere: la “dicibilità”: che, appartenendosi al novero delle realtà percepite, risulta, per ciò stesso, “inafferrabile”.”

    fm

  9. vicolo detto

    L’enigma quale sfinge: quale faccia sarà la reale? entrambe e le innumerevoli

  10. vocativo detto

    Credo che l’importanza di queste riflessioni di Giovenale siano anche da ricercare nel rapporto che lui ricuce tra il mythos e il logos (tanto per stare alle polarizzazioni e ai dualismi), la capacità di far connettere parlato, pensato, immaginato, mondo, senza che vi sia un prima o un poi. Come dire che non vi è niente di unicamente razionale e niente di unicamente tellurico.
    L’enigma per darsi ha bisogno di entrambe le parti.

  11. Carla detto

    ‘Non esiste un esterno del linguaggio, su cui operare, o da usare. Il linguaggio non è uno strumento ma già la casa (umana) di tutti gli strumenti; è corpo-segno.’

    3.

    Bellissima questa!

  12. Domiziana detto

    è l’addizione della «dimensione cava» al «buio», l’atto risolutivo. O al contrario, più che risolutivo, produttore di enigma. (Non fine a se stesso: ma curvato e diretto precisamente sulla più ampia generale condivisa facoltà di corrispondere, cifrare-decifrare, imbattersi nel senso-non-senso).

    Questo è ciò che sto provando…

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