DE AMORE. Parte II – di Massimo Sannelli
Posted by francescomarotta on June 5, 2007
DE AMORE

Parte II
1
Gesù è nato. Ti sei chiesto se ti impediscono di essere felice. Intanto la gioia è diventata grande, in un certo senso. Pensa: alla cooperazione di queste prove, che sono contemporanee, e tutto lo è; allora hai sentito che la voce si dilatava, e una cosa ancora più grande: non hai bisogno né di frenesia né di disperazione: sono troppo visibili, deformano troppo i tratti; quindi non sei più disperato, e lo eri; tu non vivi più per te, da anni. L’hai mai fatto? A te basterà il calore compatto, come una carne su un’altra. E non finirai di adorarlo. Dunque ami e sei amato, come mai prima.
2
C’è soddisfazione anche per i graffi, imposti; l’ignoranza è superata, ancora. Ad un bacio risponde un altro bacio, significando: bere. Significando: bere da una tazza [che si distinguerà presto come simbolo: attingere e annotare]; mentre rinunci alla tua sapienza. Davvero: rinunci alla tua sapienza. E intendi che piove una stabilità diversa e celeste. Sono ugualmente celestiali gli occhi di Amelia Rosselli, che rinuncia alla vita.
3
Lunghezze simili tendono agli stessi scopi, simili. A pagina uguale effetto uguale, amore chiama amore e la dignità altra dignità, e a tua madre confidi che sei solo, in un certo senso. Il bambino di vent’anni prima è ancora a scuola, non gli giova, non gioca, ha la nausea. In un altro momento, già maturo, non sei solo, non giochi. Perdi i primi capelli. Tu sei davvero molto amato, nel cuore di una sposa vera, tua compagna. La tua severità è nominata male e capìta poco: è solo un modo di vivere. Allora: non riconoscerai come padre il padre (la madre sì); ti identifichi con la libertà, tutta domestica e i viaggi fuori, perché leggi e insegni. Morire non è male, figuratamente e nel vero (ma se ti raccogliessero dalla strada, se accadesse di cadervi, vedi già ora, in altri, come il decoro è offeso: nessuno interviene, si fa un gruppo di osservatori cauti, e uno muore sull’asfalto e non si alza). Non doppi sensi, né provocazioni.
4
Con la voce straordinaria si spazia da una forma all’altra, significando con questo: il mondo è complicato. No. Anche. E significando con questo: non vedete?, non sapete? Nasce chi ha reso madre la madre. Ti è proprio un suo dialetto, per qualche tempo: il sardo o il toscano o il ligure (e la cantilena del genovese è la più ostinata, dopo; nel sardo: voglio ubbidirti, ha detto; nel toscano parla lui, a volte, e poi si trattiene, corregge il tiro; la voce è corretta). In campo c’è sempre la generazione: viene da sangue e seme, amante e amata, amato e amante. La voce non è più normale. Ora sta venendo il tuo Signore e nascendo. Viene, isolando un tempo – un poco, non molto, per forza di sospiri – da moltissimi anni. La storia – vita di cinque anni pieni – si deformerà in frasi e frammenti: è Caterina, Chiara, Margherita, Hélène. Identiche senza mescolanza, tutte. L’una non è l’altra, e non ne escludi nessuna: la loro lingua volge verso palchi e sedie, semplicissime scene e ingenue, per l’occhio. Allenato, sa che cosa deve vedere: non esiste più altro.
5
Non hai mai potuto rispondere, a volte rispondi che io sono uno scrittore. E rispondi sempre così, dopo maggio. Non rispondi mai. Non sei mai ferito due volte. Dopo maggio viene un giugno troppo caldo. L’anemia ti colpisce con il caldo, quasi il corpo non reggesse. Quasi il corpo non reggesse! Non regge, e la mano è senza nerbo. Lavori sempre molto, come sempre: da un mese non fai più turni di notte. Hai sempre sonno, ma non dormi. In un minuto passi dalla baldanza al crollo. Cadi dove ti trovi. Non capisci mai quando, perché, come, e quanto a lungo. E come si contrasta, se non con vitamine, forse, o il ferro… Un vero angelo ti porta medicine, per te. È gentile, è estate. In un minuto la baldanza è sostituita da una debolezza che non sopporti. Anche in un corpo di adolescente il bianco della pelle potrebbe significare: il poco sole, quasi malattia; ma il bianco veste le membra nude e le colora. Ma il bianco sposa queste membra.
6
Non è poco risolvere la sete con l’arsura, il freddo immergendosi in altro freddo, la fame non mangiando. La fame aumenta per forza di digiuno, il freddo consuma l’ultimo caldo alle mani; eppure ti salvi ancora. C’è chi sta peggio. Se Medusa viene, fa di smalto: me nel guardare, te nel guardare chi guarda Medusa, che crede di creare. Quando la voce è bella tu contrasti chi ti contrasta, un re contro un re – in questa opposizione un re muore, il più debole. Vedi: ti sei opposto ad un insegnamento programmato, perché figlio di poveri… Vuoi di più. E di più: in te la cultura ha sublimato sicuramente la solitudine. Con meraviglia, ora ti senti pane di altri, tutto in tutto, e un furore è più tuo, scrivere ti basta e non ti basta, vuoi un’oralità più elevata, leggi e scrivi, leggi e scrivi, trovi lei, sublimi ancora.
7
dice: Sono fuori posto. Si insulterà, tra poco: sono debole. Pensa anche: non sarò mai amato. Non ha ancora compiuto trent’anni. Manca molto alla data. Per pudore non narra nulla in senso normale, e la sua prosa resta ad un altro livello. Questi paragrafi sono romanzi irrealizzabili, nelle sue mani. Poi passano dieci anni veri. Chiudendosi l’anno tra poche ore, penserà che in questo anno ha scoperto di poter fare altro; che ha scritto molto, molto amato, e molto è stato amato; e che ha amato se stesso, per amore dell’amore di lei; in questo anno ha anche lavorato ferocemente, ma più spesso con letizia. In un minuto, dopo mezzanotte, salutata la famiglia, rientrerà sul file per modificare, già nell’altro anno: scrivendo una linea, ripeterà a se stesso il lancio lungo, la mano che o trattiene o rilancia la palla, lo scontro con l’avversario, in un gioco che crediamo infantile e non intellettuale.
8
Un estremo tra gli estremi punta al risultato. Però è migliore dello stomaco vuoto e dell’occhio: il pianto è passato prima, e Hai pianto veramente?, chiede, e con le lacrime vere? Sì, le risponde. Sì, non lo nega, e dice solo il vero. E il falso non gli basta, se regna il vero. Parla in questo modo ogni giorno, con lei, sua sposa.
(Novembre-dicembre 2005; gennaio 2006. Pubblicato in www.poetiche.splinder.com il 20 luglio 2006)
***
Testi tratti da Il mese Giugno, ora in Philologia Pauli, Santarcangelo di Romagna, Fara Editore, 2006.
2
vedi altro che amore? ci sono
molte opere, il centro al suo
buon amico, l’utile sposa
il primo. che si intravede parte,
della pelle colorata, tra le bande
del legno, verde; e perciò il vento
cala e muore.
l’isolata è una parte. il primo
bianco emerge contraddetto;
senza schiuma non si vede;
catenate cause, fissamente
dall’origine, senza sapere.
il bianco si vedrà
contraddetto, senza fretta,
l’isolata come parte
e zona, amorosa
al suo: questo tondo
o lungo, e largo, fare
bene, sulla carta,
uno smalto
4
è forse una sera che taglia
i due tempi, o il tardo
pomeriggio, nel lavoro: la dentatura
o la lingua, che leccava, leccava. Muore
il piacere, con diligenza la cenere
fisica è meno corrotta, vergine;
al risveglio si trema.
10
l’ossido vince il piatto. L’uso di una
macchina è felice: è arrivato il fiume,
acqua veloce come tutte le nostre
cose. anche i dolci erano il cuore
in un centro, in un panno,
che la mano fa. eri già nato,
in un anno guasto, che l’aria
straccia la base lucida e rompe
l’oggetto antico.
11
va verso la corteccia; verso
quella va la mano gestuale. i
diversi oggetti sono il circo,
che il tavolo fa, la macchina
fa, la cornice e i libri. Tutti
fanno: apposta è alla
velocità l’azione, e all’azione
il suo corso veloce.
si mettono anche, come
lo scudo è, la coppia
di avambracci i gomiti in
loro e le punte dure – difendendo
il viso, due occhi dall’aria
o da un bambino.
16
ultimamente sulle piastrelle, le righe
in forma solida, sono; il calcare nei
groppi asciutti, filamenti di sporco,
l’esperienza. Ad un tratto le lacrime,
al pensiero dei figli, vorresti:
correranno i bambini su questa
graniglia.
si umilia angelica in rincorse
e urla, il giusto all’ingiusto,
il falso al suo contrario.
Dovrebbe la memoria
invertire il volgare in colonne
serie, impazzire.
20
proprio la corsa corre, fluisce
il flusso, bello, l’ora: l’anello che disposa.
deve l’occhio vedere,
impedite le mani: per i trenta
con tre anni, quasi, intanto che
la corsa corre, il salto salta,
il salto corre, la corsa tende
e vive.

















Alessandro Ansuini said
se camus avesse preso lsd svrebbe scritto così.
A
nick said
Anche se lo prendesse Ratzinger, scriverebbe così. Ma che vuol dire! Che uno che assume LSd diventa autossessionato e si scrive addosso in questo modo, facendo il “poeta” e perdendo totalmente di visto il criterio di autogiudizio? Mi si perdoni, ma queste poesie sono frammentate e sconclusionate a dir poco. Se poi bisogna tirare in ballo l’LSD per dare un senso a questa sequenza di cose a caso, è un altro conto.
Oltretutto, questa promozione sfocia nel cattivo gusto, anche da parte del costante e appassionato Marotta, che pare abbia preso su di sé questa missione celeste, ovvero questa mitomania.
fabry2007 said
“il mondo è complicato”.
non solo un tentativo di conoscenza, ma anche di adesione interiore, col risultato di abbattere gli schemi consueti. una sfida al labirinto che comporta il rischio di perdersi, ma anche la possibilità di uscirne rinnovati: come in ogni vera opera d’arte.
Roberto Rossi Testa said
Leggo cose complicate nel post, e cose tristi nel commento 2.
La condizione dell’uomo non è semplice, e abbiamo finito da un pezzo di pensare che tutto sia stato fatto usando solo riga squadra e compasso. L’artista forse non è più, magari non è mai stato, il nascosto legislatore del mondo; ma rimane colui che accetta su di sé il peso della responsabilità e del rischio; anche se non deve ostentarli, come la ballerina e come il digiunatore evangelico. Ciò che si avverte benissimo anche senza ostentazione è la serietà della ricerca. E la serietà esige rispetto.
Un caro saluto,
Roberto
nick said
Mi pare che il post, o se si vuole la sequenza di poesie, sia, senza speranza, un inno ad una forma personale di disprezzo per il mondo, con un uomo che si dichiara poeta, e che si dice e fa di sé l’ unica simbolica vittima immolata a quello stesso mondo che biasima. Nichilismo puro al limite del suicidio simbolico del poeta e del senso della poesia, che appare data in pasto alla mera autoreferenzialità. Siamo nel puro simbolismo narcisista. Ho visto altri esempi di questo tipo in giro per il web in questi giorni in altri siti di poesia e li ho criticati, ma sono stato radiato e cancellato. Chi parla e dice la propria opinione è sottoposto a censura.
francescomarotta said
Chiedo scusa se intervengo solo adesso, ma sono giorni frenetici per me, impegnato come sono a cercare “sostanze” da usare per i prossimi post.
Al n.2 e 5
Qualcuno ti ha censurato, per caso? Cos’è che trattiene dal firmare i tuoi interventi, piuttosto? Forse la paura di non essere poi accolto in una nuova “promozione”? E mi spieghi cosa starei promuovendo?
Pubblicare in rete un testo che “si” ritiene importante, è per te una forma di pubblicità? Potresti essere più chiaro, cercando magari di non nasconderti? Il tuo giudizio sulla poesia di Sannelli l’hai dato: inutile dirti che è solo “tuo”, e che, probabilmente, stai parlando di cose che non hai mai letto. Vedi come è strano il mondo: per me i suoi scritti sono quanto di più “chiaro” mi sia capitato di leggere negli ultimi anni…
fm
massimosannelli said
caro Nick, qui non sarai censurato, e a me interessa leggerti. non lo dico per un buonismo alla buona, ma sinceramente. che ci sia poca speranza, lì – forse è vero. ma parlavo a titolo personale (mi riferisco al de amore, non alle poesie, che hanno un altro discorso/percorso); per una serie di motivi, che a me sembrano seri, sono portato a scrivere così. ho deciso di abbandonarmi a questo percorso, del tutto. e certamente non è un percorso raccomandabile: non ho amore, non ho figli, ecc. – mi sono affidato alla poesia. il soggetto è diventato molti soggetti, QUI (non in altre scritture, che sono più pacate, come l’Antigone pubblicata qui a febbraio). tu leggi la sequenza da un punto di vista filosofico; ma per me è una ricerca estetica, in primo luogo. non ti sto dicendo, però: autonomia dell’estetico (è una cosa che porta alla violenza, è un paravento). solo una cosa: io non mi dichiaro poeta. mai fatto in vita mia. anche a scuola, ai miei piccoli, quando insegnavo, dicevo: non chiamatemi poeta. quanto alla promozione: sono in un internet point, ora, e quando uscirò nessuno mi chiederà l’autografo – è l’esempio che faccio sempre quando mi dicono le cose che dici tu. Francesco è un uomo adulto e serio, io tento di esserlo – e non siamo d’accordo, tanto è vero che non sapevo che avrebbe ripubblicato questo de amore in questo sito. più che di promozione, si tratta di conoscenza. massimo sannelli è un nome, non conta nulla – contano i testi – e tu giustamente li critichi. il tuo secondo commento è un pungolo, anche per me. vorrei sentirti ancora: se puoi, con il tuo nome autentico, per favore. la conoscenza, se è espressa in modo civile e serio, non è censurata.
nick said
Spiego: non ha senso il mio nome perché in poesia non sono e né mi considero un nome Il mio nick nasconde il nome Luigi. Ed è un nick-name…
Leggo e consulto vari siti di poesia ed esprimo giudizi.
Sono stato censurato su un sito in particolare per avere molto criticato la poesia di un signore che compare spesso su quel sito.
Sono di professione coinvolto nella sociologia e mi aspetto che la gente parli del mondo e non di se stesso.
La tua poesia, Massimo, non mi comunica abbastanza: è criptica e ostile.
È prevedibile. Una volta che leggo il contenuto e la forma del primo verso mi aspetto il finale.
Mi scuso, ma è così. Se poi devo elogiarti perché il signor Marotta crede di essere l’apologo della tua depressione evidente, ok.
Mi pare che Marotta si compiaccia a creare miti, per la sua propria fama, e non perché qui ci sia un autentico poeta da osannare. Nella tua poesia non c’è affatto chiarezza. Ma solo discorsi ad ellissi che si piegano su se stessi, molto difficili da seguire.
E’ per il signor Marotta una sua piccola forma di potere. A me questa strategia di promozione appare evidente da sociologo quale io modestamente sono.
Ma non so se agli altri suscita lo stesso effetto.
Vedo che Sannelli appare sempre postato da Marotta. Non potrebbe Sannelli autopostarsi?
Mi pare sia una sua forma di autostima e autopregio in questa promozione (sempre a proposito di Marotta il postatore).
E’ come quando un maestro elementare vuole necessariamente scovare un genio nella sua umile classe di bambini.
Troppa enfasi colta al conseguimento del premio da conferirsi alla scuola e al maestro, piuttosto che al bambino.
Adesso anche qui, come nel sito XXXX, sarò censurato ed espulso. Poi farete anche voi la policy di espulsione come nell’altro.
lorenzo carlucci said
ciao nick, per motivi “sociologici” ho curiosità di sapere chi era l’altro che avevi criticato e dove. se non ti va di dirlo qui potresti dirmelo in privato, se ti va: carlucci5@unisi.it
ciao,
lorenzo carlucci
p.s. quanto alla chiarezza di sannelli vorrei dire una cosa en passant. c’è, mi sembra, un evidente desiderio di chiarezza, che non è però la chiarezza della leggibilità ma la chiarezza o chiarità o claritate che fa tremare (l’aria o le mani o la voce). mi sembra evidente che sannelli cerca questo tipo di chiarezza, che è anche la chiarezza dell’enluminure, l’esercizio di tener ferma la mano che trema, etc. questo è il desiderio che si vede, mi pare, lo scopo. del risultato, si può certo discutere. c’è uno spremere, un convogliare un rivolo. certo a qualcuno – a te, mi pare – può sembrare pure spremersi un brufolo allo specchio. ma il desiderio lo riconosci o vedi invece un desiderio negativo di oscurità anche nelle premesse?
p.p.s. negli anni sto capendo una cosa, chissà se è vera. che i “modelli” d’artista non valgono un soldo bucato, che le scelte vitali solitudine/società/riproduzione/vita/suicidio etc. sono determinate da fattori irriducibili del carattere e che la grande arte è possibile in tutte le condizioni umane.
Domenico Lombardini said
Io credo che Sannelli da una parte tende, scusatemi il termine, asintoticamente alla chiarezza sopra definita da Carlucci, e dall’altra rivendica anche il fatto che non tutto può essere evidentemente chiaro. da qui lo stile e tutto il resto
fabry2007 said
Massimo suscita spesso reazioni forti, è una sua particolarità. la ragione, probabilmente, è che scava senza riserve in ciò che si trova dentro, con coraggio. la sua scrittura è intrisa di ciò che vive, piccoli e grandi fatti che incidono la sua carne, fragile, come quella di tutti. la stima di Marotta per Sannelli la condivido appieno. so che Sannelli può essere apprezzato solo accettando di scendere nel tunnel cui l’esperienza dà quotidianamente forma dentro di lui. e Francesco lo fa con amore, e, forse, fatica.
fabrizio
Giorgio said
Mi piace la prosa dei poeti, in essa la parola è acuminata e ha la stessa forza che nella poesia, e tutto ciò che scrivono, racconto, dialogo, pensiero, ha una sintassi non lineare capace di dilatare il discorso. Anche questa di Massimo.
Grazie a Francesco per questo post, come per le altre sue proposte di lettura, che per me risultano sempre materiale interessante.
Alessandro Ansuini said
caro nick, la mia era una metafora/paradosso a sottolineare che io in sannelli leggo la profondità filosofica di camus ma senza tutte quegli steccati tipici della prosa. di qui, il mio usare la parola lsd in associaizone a uno stile franmmentario e visionario.
poi un gran consiglio, che ho capito che queste poesie qui, proprio quelle qui sopra, tu non le hai lette. il gran consiglio è, leggile, prima di dire che questa è una scrittura prevedibile.
Puoi dire che è nichilista, che non ci capisci nulla, che parla di suicidio ma, per favore, non offendere la tua e la nostra intelligenza con la parola “prevedibile”, che con questo testo proprio non c’entra nulla. ma guarda te chi l’avrebbe detto che un giorno avrei difeso i testi di sannelli….
A
Francesco Marotta said
Vedi, egregio signor “nick-name” Luigi, persona oltretutto “coinvolta” (sic!) nella sociologia: ho riflettuto a lungo se risponderti o meno, perché ci sarebbe veramente da ridere, e tanto (e ti assicuro che ne avrei proprio bisogno, in questo momento), su quello che hai scritto, se il tuo dettato non fosse il sintomo più evidente di una “sofferenza” che, probabilmente, ti trascini da chissà quanto tempo, e che, anche solo intuita, mi procura unicamente una sincera, umanissima pietà nei tuoi confronti. Non credevo che la sociologia fosse, o potesse essere, un “problema”; lo scopro solo adesso, leggendo le tue farneticazioni; e il saperlo mi fa capire abbastanza, ben oltre la pura immaginazione del dato, quali possano essere, nell’ordine, gli altri “problemi” in cui sei “coinvolto” (forse sarebbe meglio dire “avvolto”) e, soprattutto, per quale motivo tu possa essere stato censurato dalla “policy di espulsione” (sic!) in qualche altro spazio della rete. Sorvolo sui primi, per puro spirito di pena e compassione (che non mi esime, anzi, mi obbliga, a consigliarti di farti “vedere” da qualcuno veramente bravo); il secondo, invece, è facilmente deducibile dal numero di porcherie gratuite e assolutamente fuori luogo che riversi su una persona che nemmeno lontanamente conosci e che, ai tuoi occhi, ha la colpa, inemendabile, di aver raccolto dalla rete uno scritto di Sannelli e di averlo pubblicato in questo sito. Tanto basta perché ti vada in fibrillazione tutto il contenuto del “lavandino” (è un eufemismo) otturato dal quale una persona “sociologicamente coinvolta” (sic!), come te, trae gli strumenti e i termini di una “civile” comunicazione o esposizione del proprio “pensiero” (sic!).
Perché vedi, caro il mio “sociologo coinvolto”, fino a quando tu scrivi: “La tua poesia, …, non mi comunica abbastanza: è criptica e ostile”; oppure: “È prevedibile. Una volta che leggo il contenuto e la forma del primo verso mi aspetto il finale.” ; o, ancora: “Nella tua poesia non c’è affatto chiarezza. Ma solo discorsi ad ellissi che si piegano su se stessi, molto difficili da seguire.” – ebbene, fino a quel punto, tu stai solo esprimendo un “tuo” legittimo “giudizio” (facciamolo pure passare per tale), criticabile quanto si vuole, ma che rimane confinato, come è giusto che sia, all’ambito di una serie di testi che non ti sono piaciuti: vada, non sono d’accordo, ma la cosa finisce lì. Ma quando, invece, in spregio di ogni verità o conoscenza, tu te ne esci con “perle” come questa: “…il signor Marotta crede di essere l’apologo[sic!] della tua depressione evidente”; oppure quest’altra: “Mi pare che Marotta si compiaccia a creare miti, per la sua propria fama, e non perché qui ci sia un autentico poeta da osannare”; o, più oltre: “E’ per il signor Marotta una sua piccola forma di potere…”, sorvolando su altre produzioni del “lavandino” di cui sopra – ebbene, in questo caso tu stai offendendo, e non in modo lieve (si chiama “diffamazione”, signor “nick-name”, te l’ha mai detto nessuno?), delle persone di cui non sai niente, da perfetto mentecatto del web quale sei, e vile quel tanto che basta per lanciare insinuazioni e residui scatologici ben protetto da un anonimato che fa ancora più pena di tutto il resto. E il guaio, secondo me, è che non te ne accorgi nemmeno. E la “cosa”, se possibile, è ancora più penosa. O ridicola. Che, nel tuo caso, fa lo stesso.
“Ridicolo”, come questo passaggio: “Vedo che Sannelli appare sempre postato da Marotta”! Mai pubblicato, finora, un solo rigo o una sola nota sui testi di Sannelli. Il “De Amore”, che è prima di tutto una “dichiarazione di poetica”, segue a ruota una serie di altri testi del genere, tra ricostruzione critica e teoria (Giampiero Marano sulla “poesia problema”; Luigi Metropoli su Zanzotto; Marco Giovenale sulla “poesia enigma”), già pubblicati (in genere trascrivendoli da siti di qualità della rete, giustamente molto seguìti), ed altri ancora, provenienti da ambiti creativi diversi, già programmati: e il tutto per dare la possibilità, a chi non li avesse ancora letti, di avvicinare contributi “significativi” e farsi un’idea di quanto si muove in questo settore della ricerca poetica. Peccato che non mi fossi accorto (o forse lo sapevo bene, era questo il fine: incoffessabile anche a me stesso!) che stavo “usando” questi lavori, e i rispettivi autori, per accrescere il mio “potere” (sic!) e la mia “fama” (!!!). Chi sa mai se Lorenzo Carlucci e l’altra decina di poeti di cui ho pubblicato dei testi si sono mai accorti di essere ignari strumenti di questa subdola strategia. Meno male che è arrivato qualcuno ad aprirgli gli occhi. L’intelligenza e la verità ti saranno sempre grate, o umile e modesto “nick-name” coinvolto (sic!) nella sociologia!
Eppure, con tutto il rispetto per Sannelli, Carlucci e le altre mie “vittime”, questo signore è davvero troppo “coinvolto” (sociologicamente, s’intende) per accorgersi che la mia “fama”, imperitura, è legata al lancio, avvenuto su queste pagine, di tre giovanissimi autori, assolutamente “sconosciuti”, di cui ho arbitrariamente utilizzato i testi al solo fine di accrescere il mio “potere”: René Char, Yves Bonnefoy e Paul Celan. Qualcuno avverta anche la giovane e ingenua Ingeborg Bachmann: sta per cadere nella mia rete!
p.s.
La “cosa” finisce qui, egregio signor “Luigi”. Entra in questo sito quando e come vuoi, e scrivi pure tutto quello che ti passa per “dove vuoi tu”: ma sui testi: perché è di quelli che qui parliamo. Di ogni insinuazione o insulto diretto alle persone, è responsabile unicamente chi li scrive: e se ne assume il carico, in tutti i sensi. A iniziare dai dieci euro, da depositare al banco dell’internet point, che mi costa questa amabile conversazione con un siffatto interlocutore.
fm
nick said
Mi confondevo con un altro Marotta, evidentemente e me ne scuso. Ripeto non sono del settore e molti nomi e cognomi che intravedo qua e là nel web credo siano unici invece sono multipli, vedi Pizzo, vedi Francesco, vedi Luigi, vedi Massimo, vedi Manzoni.
Comunque ripeto la poesia di Sannelli è troppo chiusa ed è per me poco comunicativa e si affligge per se stessa (in prosa e in versi). La realtà la ignora, anzi direi che la trapassa e a me piacciono i poeti realisti che parlano della gente. Ho letto eccome tutta la sequenza di poesie e anche i brani in prosa che adesso mi si dice siano una dichiarazione di poetica (e non me ne ero mica accorto!)
Vorrei sapere cosa si intende con tutti questi (sic!) Nick
nick said
Caro Lorenzo Carlucci, ti risponderò in privato come mi consigli. Ma mica ne ho criticato uno, di poeta, altrove? Hai voglia quanti te ne ho criticati fino ad oggi!!! Mi’hanno solo una volta censurato però, e perfino quasi quasi deportato. N’altro pò mi mettevo paura.
Ciao Nick, Nick. (Luigi)
nick said
“Caro il mio” Marotta, ci sono delle espressioni tipiche di noi individui che involontariamente ci tradiscono. Che ci vuoi fare.
Luigi
massimosannelli said
intervengo ultimo… della poesia posso dire solo: è quella che è, nasce così, e non ne sono né il critico né il giudice, ma nemmeno il difensore. habent sua fata libelli. Nick: non so chi tu sia. però noto che prima attacchi Marotta, poi ti scusi perché hai confuso Marotta con un altro (Margiotta?), poi dici di non essere nell’ambiente, ecc. Io so solo che questa è poesia, bene o male: può essere bella o squallida, e hai il diritto di detestarla. dico solo che queste sono cose umane, prima ancora che umanistiche (non sono un difensore della Cultura-torre d’avorio, ecc.): e che le cose umane meritano un atteggiamento umano. in pratica hai criticato senza sapere bene che cosa e chi fosse sotto i tuoi occhi. ma ho sentito anche molta rabbia e dolore (a volte mi pare di sentirli in certi ritmi dell’italiano scritto – mi sembra di riuscirci, a volte). ecco, vorrei che il mio lavoro non creasse rabbia, come la crea, a volte. ma vorrei anche chiarire una cosa: la rabbia degli altri non mi crea frustrazione. umanamente,però, me ne dispiace.
m
franzk said
Questo insieme di testi di Sannelli è semplicemente stupendo! Ma quale criptico? Dov’è l’ostilità del testo?
“Sono di professione coinvolto nella sociologia e mi aspetto che la gente parli del mondo e non di se stesso.”
Nick qui si svela: siccome lui è coinvolto nella sociologia lui si aspetta che la gente parli del mondo; lui si aspetta, capite? Bisogna parlare come si aspetta lui!
Ascolta Nick: io personalmente mi aspetto che tu la pianti di rompere; siccome sono una persona molto tollerante, mi aspetto che tu non accolga subito il mio appello; mi aspetto che tu mi trovi anche antipatico. Ma poi, mi aspetto che tu capisca l’antifona. Me lo aspetto davvero, sai? Perchè potrei “sociologicamente” incazzarmi.
fabry2007 said
Ottimo, Franz. Riporto, per maggiore chiarezza, il commento che l’anonimo è riuscito a cancellare:
“anche la geografia a volte ci tradisce, caro Nick: il tuo IP proviene dalla zona di Avellino – Salerno, dove abbiamo vecchie conoscenze”.
vocativo said
devo dire che l’IP è delle mie zone e Nick dice di chiamarsi anche come me… perbacco! Se di cognome fa anche Metropoli direi che sono vittima di una scissione psico-fisica… e di tanti altri seri problemi…
gian ruggero manzoni said
Caro Nick salernitano o avellinese scrivi: “Ripeto non sono del settore e molti nomi e cognomi che intravedo qua e là nel web credo siano unici invece sono multipli, vedi Pizzo, vedi Francesco, vedi Luigi, vedi Massimo, vedi Manzoni”… Pizzo e Manzoni sono due cognomi più che onorati e unici (giusto c’è un Franco Manzoni, di Milano, che scrive anche lui poesia, ma non frequenta il web… meglio dire non frequenta i blog) perciò quando leggi Manzoni Gian Ruggero è sempre Manzoni Gian Ruggero, cioè io, visto che la faccia ce l’ho messa e ce la metto sempre, con tanto di cognome e nome, appunto, non come te che ti chiami Luigi o Marcello o Antonio (guarda caso sempre al maschile) a seconda di come la vuoi giocare-raccontare dall’anonimato. Per non essere del settore ci sguazzi bene in web e in particolare nei blog-siti di letteratura… visto il come leggi i nostri nomi-cognomi fraintendendoli a tuo uso e consumo. Perciò amico/a falla corta che arriviamo sempre a sapere, prima o poi, chi si nasconde nell’ombra e spara a vanvera, come sempre fai tu… a buon intenditor… e ci siamo già capiti.
Mi fa piacere che Ansuini abbia difeso Sannelli… ero rimasto un po’ basito anch’io dal tuo commento 1, Alex.
Pasquale Giannino said
Signori miei sono sbalordito: perdere tutto ‘sto tempo con chi lancia strali così negligenti e privi di qualsivoglia cognizione di causa, per di più nascondendosi dietro la maschera dell’anonimato (come se non bastassero i filtri “fisiologici” che il mezzo ci pone – personalmente il mio interlocutore preferisco fissarlo negli occhi…). Preciso che sono assolutamente contrario a cancellare i commenti, credo nel web come ultimo baluardo del libero pensiero. Però anch’io sono un “sociologo” e queste reazioni mi hanno offerto parecchi spunti… Sui testi di Massimo ribadisco il parere espresso nel post precedente.
Un caro saluto.
Pasquale
fabry2007 said
lascia fare, Pasquale, sappiamo con chi abbiamo a che fare. altro che sociologi.
Luigi-Voc, tranquillo, sei al di sopra di ogni sospetto:-)
Alessandro Ansuini said
Perché Gianruggero? Il mio era un complimento. Cioè, se io ti dico che mi sembri camus in lsd nella mia mente distorta ti ho fatto un gran complimento. e ci tenevo perché, come ho scritto nella prima puntata, quando lessi sannelli per la prima volta non ci vidi nulla di interessante, dal mio punto di vista. aspetta cosa lessi. ehm. le madrigali, sì.e rano delle breve poesie che non mi dicevano proprio nulla. ma poi ecco, scorro queste righe e devo fermarmi perché mi urlano nella testa. ppi sono dell’idea, mia, personale, che un poeta vada guardato in faccia, per capire qualcosa. ribadisco che questo è un mio sentire, dove parola e persona devono combaciare, per attirare la mia attenzione. non è una verità quella sto dicendo, solo un mio modo di approcciarmi all’arte.
gian ruggero manzoni said
Caro Alessandro con me sfondi una porta aperta come ben sai: prima leggo l’opera poi voglio conoscere chi l’ha scritta (se possibile)… troppi i bluff in circolazione… troppe, nell’oggi, le possibilità di costruire un poesia per poi non essere quel che in essa si è scritto – forse colpa della scuola dell’obbligo? :-) – cmq ti assicuro che Sannelli è quel che scrive. Si può essere più o meno d’accordo col tipo di scrittura, ma l’uomo la rappresenta degnamente, in modo che, a guisa, si può essere più o meno in sintonia con Massimo… e, da quel che so, alcuni non lo sono perché Massimo “sembra che posi da letterato”, ma non posa, lui è così, è un letterato e fin troppo colto, quindi, come lo era per la poesia di Emilio Villa, così bisogna avvicinarsi alla sua. Che poi il leggerlo ti fa pensare a un Camus in acido… beh… non mi sarebbe dispiaciuto imbattermi in un Camus strafatto :-) Ti abbraccio… da come l’avevi posta sembrava che fosse una sorta di presa in giro… ma ora ho inteso… in effetti anche quando leggo te, Alex, a volte mi sembra di viaggiare con a fianco Keith Richards che giusto ieri sera ho visto in “Pirati dei Caraibi” nel ruolo del padre di Johnny Depp… sembra una sorta di mummia raggrinzita il vecchio e ancora fattissimo Keith… però sempre presenza imponente (mia figlia di 11 anni, che era con me al cinema, mi ha chiesto chi fosse e le ho dovuto spiegare in 30 secondi quella che è stata la cultura underground targata anni ‘60 e ‘70…).
gian ruggero manzoni said
ti faccia… ovviamente.
Alessandro Ansuini said
L’ho conosciuto sannelli, e proprio questo mi ha cambiato la percezione di lui. poi sono seguiti dei testi che mi hanno mosso qualcosa dentro, come questo, come l’intervista uscita su microcritica. trovo che ci sia una vena filosofeggiante/introspettiva a me molto vicina, piena di cortocircuiti.
E non è uno che fa la posa, nel senso più assoluto.
Ora basta complimenti però.
Mi sa che ti tocca scrivere “Keith Richard spiegato a mia figlia” Gian Ruggero, che adesso va di moda :-)
(e con questo ho tolo ogni possibilità che tu lo faccia, eheheh)
A
elio-c said
Le risposte di Francesco mi sono sembrate perfettamente adeguate agli “affondi” personali (piuttosto goffi) da lui subiti, non mi pare necessario aggiungere nulla al riguardo. Forse però si dovrebbe evitare di dare l’impressione che esprimere perplessità su di una certa opera debba “di per sé” costituire un segno di insensibilità o ignoranza. Un grugnito di insoddisfazione non è in fondo né meglio né peggio di un mugolio di piacere, bisognerebbe esigere l’articolazione di ragioni tanto da un lato quanto dall’altro. Voglio provare a recuperare qualche punto.
Sulla promozione: essa è chiaramente inscindibile dal gioco in quanto qualsiasi autore si pone invariabilmente alla ricerca dell’attenzione altrui. Semmai si potrà riflettere sul tipo di relazione che egli offre al proprio pubblico (o alle sue differenti cerchie o stratificazioni) ovvero su ciò che egli vorrebbe infine farne, di una simile attenzione.
Anche il “patrocinio” da parte di un altro autore fa parte di quelle “transazioni” dell’autorevolezza del tutto necessarie alla dinamica del campo: non si vede altrimenti come il “meglio” di una produzione individualmente soverchiante potrebbe mai riuscire, gradualmente, ad emergere. Francesco sostenendo Massimo mette in qualche modo in gioco la sua stessa reputazione, un nick anonimo non mette in gioco nulla; tuttavia potrebbe ugualmente riuscire a dire qualcosa di utile.
Che i testi di Massimo siano complessi e seri, l’esito di un lungo ed intenso cammino, è del tutto evidente. Il rispetto nei loro confronti mi pare scontato. Tuttavia nel momento in cui mi accorgo che le mie disposizioni (arbitrarie e fatali, come quelle di chiunque altro) mi impediscono di attingervi con larghezza (personalmente sperimento soltanto qualche vampata di senso – nelle apparenze di un’estrema finezza sentimentale – entro però un contesto di sgomento cognitivo) cosa dovrei fare?
Esprimermi o stare zitto? Ricercare pubblicamente oppure privatamente le ragioni di questo effetto “parziale”?
La risposta non mi sembra affatto scontata: vi è la ritrosia a ferire in qualsiasi modo delle sensibilità che appaiono così delicate, ma ad essa si contrappone la considerazione che tante più menzogne parziali (come le mezze verità enfatizzate dall’affetto) vanno ad impilarsi una sopra l’altra, tanto più dolorosa sarà l’inevitabile caduta. E d’altronde, siccome nessuno ha la verità in tasca, si potrebbe davvero finire per operare il male credendo di perseguire il bene, e viceversa.
Nel caso di Massimo, non potrei esprimere un giudizio propriamente “poetico”, cioè in senso specialistico, per una semplice questione di competenza: non ho idea di quanto piccolo/medio/grande egli possa essere “(inter-so)oggettivamente” considerato in rapporto a diversi contesti (mondo/occidente/italia/provincia – angoli della blogosfera). Lascio con sollievo queste valutazioni agli “addetti ai lavori”.
Ma è possibile ragionare anche ad un altro livello, diciamo così, più “universale”?
La risposta mi sembra essenziale. Se i percorsi (auto-)disciplinari sono inevitabilmente destinati a divergere (perché con le divergenti pratiche disseminiamo il nostro corpo di “meccanismi a molla” sempre più specifici) allora l’unica risposta sensata sarebbe: “tu non provi ciò che dovresti perché non sei abbastanza simile a me”– sottinteso: “però dovresti cercare di diventarlo, quindi cerca di muoverti nella mia (nostra) direzione: studia queste mie (nostre) cose QUANTO OCCORRE e lascia perdere quelle in cui ti sei perso fino ad ora”. Gli esempi di questa “retorica” sono talmente ovvi ed onnipresenti da confondersi quasi con lo sfondo di questi contesti. Occorre prima di tutto vuotare di senso, di autonomia, la realtà altrui per instillare il bisogno (quasi una sorta di nostalgia amorosa) della nostra pretesa completezza. Questo si opera a diversi gradi di brutalità ed abilità, ma la pertinenza della chiave interpretativa “mimetica” mi sembra impressionante, e di assai difficile “trattamento”: ne va immediatamente di mezzo l’immagine fanciullesca della cultura come “tutta buona”, sempre di segno positivo, che fa velo ad un cozzare di “memi egoisti”, ammettiamolo!, tutt’altro che innocente.
Se dovessi cercare di spiegarmi (e in questa parte sarò ancora più maldestro) l’origine del mio “sgomento cognitivo” direi questo: non contesto le giustapposizioni improvvise e spesso incongrue che continuamente sperimento nel fluire di “immagini” evocate dalla lettura. Si tratta di un procedimento artisticamente noto. Ciò che mi preoccupa è piuttosto l’eccessiva continuità che avverto fra le poesie ed i testi (più o meno) critici di questo autore. Entro la cornice del quadro, entro il contesto dell’installazione, o della pagina dichiaratamente poetica o fantastica, siamo perfettamente assuefatti ad accettare TUTTO, e – per vie complesse e talvolta un po’ perverse – goderne, con la stessa credulità innocente dell’Io minore che vive i nostri sogni. Forse è l’impressione di un possibile debordare da questo recinto, “sacro” e neutralizzante, ovvero il riversarsi dell’arte nella vita, dei fantasmi del sogno entro il compatto campo visivo della veglia, della selvaggia effusività dell’ebbrezza sulle civilizzate cautele della lucidità, a mettere in allarme ed a spingere magari a qualche gesto inconsulto o inconsapevole di difesa. Insomma la pazzia artistica intriga (e persino muove ad invidia) ma quella reale sgomenta, profondamente. Ecco dunque che certe scommesse esistenziali, come quella, insistita, relativa all’immortalità da acquisire attraverso l’opera, o le ossessionanti riflessioni sull’abisso ontologico che dividerebbe i “grandi” (i suoi 4 poeti in un secolo) da tutti gli altri (ridotti a vere, patetiche larve) ed altre figure che si indovinano nel cumulo mnemonico che pian piano uno accumula leggendo questo autore (specie in mancanza della fondamentale “correzione” operata dalla conoscenza personale) possono apparire spropositate e quasi fatalmente tragiche. “Si paragona davvero a Cristo?” mi è venuto talvolta da pensare. Rispondendomi: “spero di no, spero che queste espressioni facciano parte del vasto ambito di convenzioni di un contesto, quello poetico, che conosco troppo poco”. Spero davvero che lo scoprire di essere soltanto un “uomo”, né “über-” né “unter-”, non debba rappresentare uno shock insostenibile, perché a questo congiurerà sempre l’ubiqua realtà dei fatti.
Alessandro Ansuini said
Ciao elio, trovo questo tuo commento davvero interessante e vorrei chiederti due cose che non mi sono chiare, due conclusioni a cui salti con velocità: la prima è inerente la volontà implicita di un autore o un gruppo d’autori nell’affermare che se le cose che vengono proposte non sono capite essi (o lui) invitano (implicitamente) i lettori sulla propria strada. più esattamente dici queste parole:
“Se i percorsi (auto-)disciplinari sono inevitabilmente destinati a divergere (perché con le divergenti pratiche disseminiamo il nostro corpo di “meccanismi a molla” sempre più specifici) allora l’unica risposta sensata sarebbe: “tu non provi ciò che dovresti perché non sei abbastanza simile a me”– sottinteso: “però dovresti cercare di diventarlo, quindi cerca di muoverti nella mia (nostra) direzione: studia queste mie (nostre) cose QUANTO OCCORRE e lascia perdere quelle in cui ti sei perso fino ad ora”.
L’altra è il passo in cui ti domandi: ma l’autore si sente cristo?
ora, senza dilungarmi, mi viene da pensare che questi due ragionamenti, assolutamente sensati, non è che sono viziati da un vizio di forma all’origine? ossia che sei tu che ti poni in questo modo di fronte agli scritti?
Ti dico questo perché io, da lettore, il più delle volte non capisco affatto cosa dica una poesia, ma non cerco quello, in una poesia, il capire. (ora non è importante cosa cerco io in una poesia) Ecco, ragionando su di me, mi sono messo a pensare che tu invece parti da un presupposto totalmente diverso.
Provo a spiegarmi meglio. quando io leggo una poesia l’autore E’ GESU’, oppure è un cavallo, o una pianta, o qualsiasi in cosa in cui sprofondi per parlarmi, in cui si rincarni. ma so bene che, da umano, ne verrà catapultato subito fuori – appena finita la poesia, e resterà questa sua carne nuova, LA POESIA, che con l’autore, una volta che se n’è separata, ha poco a che fare, attendendo i prossimi occhi che appogiandocisi sopra se ne impadroniranno. Faccio presente, come al solito, che sto parlando esclusivamente per me, che non ho nessuna verità. ma la tua analisi, acuta, mi ha davvero incuriosito.
A
elio-c said
Ciao A. Io credo che sia essenziale distinguere due lati (per quanto indubitabilmente di una stessa medaglia!). Da un parte quello dell’incontro personale, “esistenziale”, della nostra “anima” con l’opera, ovvero la relazione più o meno raffinata e vitale che riusciamo a stabilire con essa. Dall’altra tutto ciò che da questa esperienza si riversa sul piano sociale. Da una parte può trattarsi principalmente di “sentire” – anche ineffabilmente, ma dall’altra diventa essenziale “capire” in maniera intersoggettivabile, altrimenti è violenza simbolica, più o meno camuffata. E non credo neppure che questo secondo sforzo vada necessariamente a detrimento del primo, anche se il mio rapporto “esistenziale” con la poesia è chiaramente sottosviluppato rispetto al tuo, avendo io esercitato maggiormente altri ambiti. Ma non lo ritengo sbagliato alla radice: nella tua bella descrizione io mi ci ritrovo.
Luisa said
Ma smetteleta di delirare in questo vostro spazio di isteria.
Sembrate la confraternita dei frati con l’alzaimer con a capo la cotrofigura di Alessandro Manzoni e il cugino di Pollenatrocchia di Franz Coppola. Ma vergogna, uomini ultra-cinquantenni!!!! Andate a lavurà.
Luisa Albertini
Reginalda said
Quanto amore in questo post…
sono daccordo con Luisa.
se amore è
che sia!!!
elio-c said
Spero che a cazziarci non sia stata una “figura importante della cultura comasca”, altrimenti siamo fritti :-)
Santino Rocchetti said
sfogatevi in balera. come roberto g.rossi, mio amico milanese. lui va in balera due volte a settimana da 15 anni e rimorchia pure. saranno tardone, ma insomma, stai a guardare per il sottile e sei fregato. il rossi comunque una volta al “budrega” di saluzzo ha rubato la donna al michele, quello di “se mi vuoi lasciare, dimmi almeno perchè”. ciao da santino.
elio-c said
Grazie del consiglio, Santino. Comunque, quale ulteriore contributo, provo a riportare alcuni brevi brani che si richiamano a vicenda: penso che l’effetto possa essere migliore omettendo i nomi dei rispettivi autori, anche se qualcuno di certo li indovinerà.
Questa vanità dello stile si dilata in un’altra più patetica vanità, quella della perfezione. Non c’è scrittore metrico, per quanto casuale e nullo sia, che non abbia cesellato (il verbo suole apparire nella sua conversazione) il suo sonetto perfetto, monumento minuscolo che custodisce la sua possibile immortalità, e che le novità e annichilazioni del tempo dovranno rispettare. Si tratta di un sonetto senza luoghi comuni, di solito, ma che nell’insieme è un unico luogo comune: cioè, un residuo, un’inutilità. Questo sofisma della perdurazione (Sir Thomas Browne: Urn burial) è stato formulato e raccomandato da Flaubert, in questa sentenza: “La correzione (nel senso più elevato della parola) agisce sul pensiero come agirono le acque dello Stige sul corpo di Achille: lo rende invulnerabile e indistruttibile”. Il giudizio è perentorio, ma non mi sono finora imbattuto in nessuna esperienza che lo confermi. [..] La pagina “perfetta”, la pagina in cui nessuna parola può essere alterata senza danno, è la più precaria di tutte. I mutamenti del linguaggio cancellano i sensi secondari e le sfumature; la pagina “perfetta” è quella appunto che poggia su tali delicati valori, quella che più facilmente si sciupa.”
===
L’eventuale bruttezza retorica e i grandi testi convivono e si armonizzano: ma è soprattutto la diffusione seminale e la presenza del corpo a renderli le parti di un’opera contestabile e fondamentale. Perché il corpo sia garante e compagno dei testi è necessario un surplus carismatico e differenziante, autopredestinato a qualcosa che oscillerà sempre tra l’infamia e la santificazione: ciò che è accaduto per Pasolini, né più né meno. Ciò che non può accadere per altri corpi, ai quali manca la stessa tensione.
===
Insomma, mai indubbiamente è stato chiesto tanto allo spettatore, cui ormai si prescrive di riprodurre l’operazione originaria con la quale l’artista ha prodotto questo nuovo feticcio (con la totale complicità del campo intellettuale). Ma mai, indubbiamente, gli è stato restituito tanto in cambio: l’esibizionismo ingenuo del “consumo vistoso”, che cerca la distinzione nello sfoggio senza mezzi termini di un lusso mal controllato, non è niente di fronte alla capacità senza eguali dello sguardo puro; quasi una potenza creatrice, che separa dall’ordinario con una differenza radicale, giacché si presenta come iscritta nelle “persone”. E basta leggere Ortega y Gasset per rendersi conto della convalida che l’ideologia carismatica del dono trova in quest’arte “impopolare per essenza, anzi, antipopolare” che secondo lui è l’arte moderna, ed in quel “curioso effetto sociologico” che essa produce dividendo il pubblico in due “caste” “antagoniste”, “quelli che capiscono e quella che non la capiscono”. “Ciò implica” – afferma Ortega – il fatto che gli uni posseggano un organo di comprensione con ciò stesso negato agli altri; che si tratti di due diverse versioni del genere umano. La nuova arte non è affatto per tutti, come lo era l’arte romantica, ma è destinata ad una minoranza particolarmente dotata”. Ed egli imputa all’ “umiliazione” ed all’ “oscuro senso di inferiorità” ispirato da quest’ “arte di privilegio, di nobiltà di nervi, di aristocrazia istintiva” l’irritazione che essa suscita tra la massa “indegna dei sacramenti artistici”: “Per un secolo e mezzo il ‘popolo’, la massa, ha preteso di costituire l’intera società. La musica di Stravinsky o il dramma di Pirandello hanno il potere sociologico di obbligarlo a percepirsi per quello che è, “come semplice popolo”, semplice ingrediente tra altri della struttura sociale, materiale inerte del processo storico, fattore secondario del cosmo spirituale. D’altra parte, la giovane arte fa anche sì che i “migliori” si conoscano e si riconoscano nel grigiore della moltitudine ed imparino la propria missione, che è quella di essere in pochi e di dover combattere contro la moltitudine.”
elio-c said
E adesso, vi attendo a posizionarvi su questa griglia, amici miei. Coraggio!
Carla said
io quì c’ho la pioda!
;-)
elio-c said
argh! ecchevordì, mia dolce Carla?
elio-c said
[Certo che se i miei amici non si confronteranno seriamente con questa griglia (anche chiedendo tutto il tempo e le spiegazioni che vogliono) dovrò considerarli un branco di fottuti ipocriti, dei tartufi interessati soltanto a propagare l'abuso notorio, curandosi soltanto di rigirarlo a proprio vantaggio.]
Carla said
tra una stirata e l’altra,
mo va la vè,
che la pioda è meglio!
e gli amisci
e lassale annà!
;-)))
Sciao!
Carla said
We…
la griglia scotta!
mazza ho!
fabry2007 said
non sia mai. è un po’ che giri intorno al corpo, Elio: d’altra parte sei un pittore. ma l’aristocrazia dell’arte non è negata proprio nell’arte popolare, la più corporea di tutte? le sacre rappresentazioni si identificavano col popolo, che partecipava quasi attivamente, come in “Isso, issa e o malamente”, di napoletana memoria.
ciao
fabrizio
elio-c said
Grazie Fabrizio (e grazie anche a Carla) per avere risposto alla mia paradossale (in quanto autolesionistica) “minaccia”. Era un tentativo per forzare un ingaggio che mi sembra mancare. Ma se esso non può avvenire (e non pretendo certo di dominarne le ragioni) è meglio saperlo subito e con chiarezza. Ciao
Stefania said
Caro Elio, c’è Nick (Luigi) che vorrebbe risponderti da un posto non ben identificato tra Salerno e Avellino (in effetti sta a Roma, e va be!), ma è stato bloccato dai gestori del sito e non può farlo. M’ha chiesto di fartelo sapere e di dirti che la griglia delle citazioni è stimolante se non addirittura geniale.
E manda anche a dire a Massimo di avere qualcosa a che ridire sulla trovata nel verso “la mano gestuale”. Ritiene che Massimo qui (e in molti altri punti della sequenza dove accavalla amore amicizia bianco verde e varie altre parole strausate che mai dovrebbero stare insieme nella stessa stanza, a meno che non si crei un contesto ironico) non si sia sforzato abbastanza: Che trova questo verso ridondante per un poeta, ma aggiunge che non si deve offendere. Dice che bisogna dire le cose come stanno ogni tanto e non solo tessere l’un l’altro lodi senza senso.
Nick ha mosso critiche del genere a un altro poeta, tale F.D.G. ed il suo commento è stato prontamente cancellato dal sito XXX perchè il gestore non ha tollerato questa ingerenza. Povero Nick!
Per procura,
Stefania
Carla said
povero Nik, …..
ma che se menano?
uff, mizzega, è dura !
non c’è altro da fare stasera?
Elio,
sei caro.
fabry2007 said
il nick è inequivocabilmente della zona di Avellino-Salerno. è entrato nella gestione del sito e ha cancellato un commento. serve altro?
veronica said
serve che ti fai curare. sei paranoico.
veronica said
se è entrato nella gestione del sito, allora è inequivocabilmente un tuo collaboratore: non ci arrivi?
fabry2007 said
no, “Veronica”, mi occupo (anche) dei paranoici.
ci vuole molta pazienza con loro.
Gian Ruggero Manzoni said
Stranamente dopo che ho scritto sopra che gli ‘anonimi’, nei commenti di questo post, si firmavano tutti al maschile per rompere le balle, ora, per continuare a rampere le balle, si firmano tutti al femminile :-) altro che che paranoia, qui siamo nella schizofrenia elevata al cubo.
Un grazie a ‘Luisa’ per avermi attribuito il comando di questa confraternita monacale… altra casualità? No, perché ovunque io sia, primo a poi arriva sempre il solito anonimo rompi balle che mi attribuisce il comando della brigata. Che sia nel vero un leader nato? Grazie, Luisa, il mio ego ti ringrazia. Sai come lusingarmi… e non scherzo ;-)
Gian Ruggero Manzoni said
… il che che è voluto, il rampere no…
massimo s. said
caro Elio, ieri ho avuto grossi problemi – i soliti – e sono stato in silenzio (informatico, e non solo). dunque: la griglia. ho riconosciuto il secondo frammento, perché lo scrissi io intorno a Patrizia Bianchi. e lo sottoscrivo ancora. quanto alla perfezione, che si lega al tema del brutto. non bello, vacuo, fatuo (e so che per te PB non è, per esempio, un’artista vera). non so se sto nella griglia, dicendo queste cose (e se non capisco ils senso generale, spiegami, per favore). dunque, la cultura italiana si basa – non è un mistero – sulla cooptazione. e io ho cercato di coopare molti, persino troppi. non sempre “amici” o “amiche”, ma anche persone con un carattere aspro, uno stile completamente diverso dal mio, ecc. cioè non ho aiutato persone che potevano “portare acqua al mio mulino” o farmi compagnia. ho pensato: non è possibile che esista la ‘fortuna’ di incontrare “la persona giusta” e la sfortuna di non incontrarla. decisione: aiutare tutti, senza distinzioni… da Daino a Lombardini… e immaginare – ecco – griglie critiche ad hoc. meglio tanti che pochi, meglio dentro che fuori: soprattuto in anni in cui un’esclusione del minuscolo mondo delle lettere comporta depressioni e autodistruzioni. e allora: io non sono nessuno (e non mi paragono a Cristo – è Cristo che si è paragonato a noi, fino a morirne), ma faccio queste cose… a parte questo: grazie delle provocazioni intelligenti di sempre, sono preziose
massimo
fk said
Bravo Massimo, fai molto, davvero. Stare con chi è diverso da te, e pure aiutarlo: una cosa rara.
elio-c said
Grazie a te, caro Massimo. Io cerco di utilizzare quanto meglio posso il mio punto di vista “esterno”, relativamente distanziato (attraverso l’assenza pressoché assoluta dei corpi) dalla pressione di carismi e di affetti. Ad esso manca quindi qualcosa di essenziale e da ciò deriveranno delle palesi distorsioni, ma anche delle sfasature che potrebbero restituire qualche vantaggio su di un piano maggiormente “astratto” (fra le diverse dimensioni sulle quali si può astrarre). Forse è proprio il tentativo di prescindere dalla “persona vivente” a creare le maggiori differenze: p.es., non mi sognerei mai di negare a PB la qualifica (ontologica) di “artista”: la critica riguardava soltanto alcune sue opere visibili ed il conferimento “carismatico” che da te sembravano ricevere. Si trattava quindi di un caso teoricamente interessante: senza mettere in dubbio l’appropriatezza dell’atto dal tuo punto di vista (p.d.v. arricchito dalla conoscenza diretta delle qualità umane dell’autore) rimane il fatto che da Duchamp in poi l’insindacabilità di simili conferimenti è diventata il puntello teorico dell’arbitrarietà di chi detiene (per svariati meriti o abilità sociali) il dominio effettivo. Spero che la mia azione non venga troppo affrettatamente classificata: quando (altro esempio) riscontro in GAMMM un uso esasperato di questo stesso “meccanismo” (o “cappello teorico”) ad apparente imitazione di quanto avviene nei centri reali del potere artistico (i megacuratori dei vari MOMA, Guggenheim, Saatchi etc) non è per assimilarvi a loro con posa moralistica ma semplicemente perché suppongo che a voi si possano richiedere (senza pretendere) delle spiegazioni, mentre a loro evidentemente no. Comunque ripeto: non sono i casi particolari ad essere interessanti, bensì il principio che in essi pare evidenziarsi. In quel frangente riguardante PB forse si trattava di un semplice moto del cuore, ed allora ci avrò fatto la mia debita figura, oppure c’èra qualcosa di più interessante da capire: sempre però correlato ai dilemmi culturali più grandi ed appassionanti, non a qualcosa da “smascherare” o da “ridurre” a vili ragioni.
Questo mondo di Internet, nel quale non trovi quasi spettatore che non sia a sua volta autore, mi sembra reclamare stringenti requisiti di equità: non basta un’apertura ecumenica e caritatevole, occorre che il criterio di giudizio (ineliminabile) sia imparziale o almeno “impugnabile”, oppure venga messo accortamente fra le parentesi dell’ineffabilità affettiva (quella distinzione tra i due piani che auspicavo con A.). Penso che molta dell’animosità e distruttività che infesta questi contesti sia legata a questa cronica carenza, verso la quale l’ingentilimento dei modi rappresenta soltanto una prima e parziale risposta, che rischia di avvitarsi in un tran tran inconcludente, nel semplice accumulo invece che nel fermento evolutivo (che esige morti quanto nascite, oblio quanto memoria). Penso che occorrebbe “incidere” non tanto le pelli delle persone (che voglio invece immaginare intangibili ed ontologicamente distinte dalle loro opere) quanto meccanismi ed automatismi di campo probabilmente obsoleti.
massimo s. said
caro Elio, hai scritto: “Questo mondo di Internet, nel quale non trovi quasi spettatore che non sia a sua volta autore, mi sembra reclamare stringenti requisiti di equità” (cioè, se capisco bene, di giustizia – accanto all’estetica: giustizia estetica). ieri sera leggevo su un “Espresso” delle ultime settimane un articolo di Michele Serra: una goliardata, severa, contro i bloggers, visti come un gruppo di chiacchieroni invisibili arroganti, ecc. Chi legge Serra non è necessariamente un collega di Serra. Chi legge i blog è spesso un blogger (ma non sempre). per inciso: sono stanco di leggere articoli che stigmatizzano questo nostro lavoro in rete, come se fosse un lavoro di serie B. come se tutto fosse uguale – e non lo è.
il problema è retorico, secondo me: questa piattaforma è SCRITTURA o ORALITA’? se è scrittura, è legata ad una grazia umanistica, ad una buona educazione, ecc.; se è oralità, è come una piazza su cui – finché i “cittadini sono riuniti pacificamente e senza armi” (Costituzione) – non si deve intervenire, perché quel “riunirsi” è la democrazia stessa alla ‘base’. il tuo discorso, se capisco bene, dice: servono maestri/critici che fondino delle differenze culturali. ma perché ci siano maestri, è necessario che la nostra piazza (dico tutte le piazze on line, non solo lpels) assuma uno statuto di scuola. Ora: che tipo di scuola? una scuola NUOVA, nella quale nessuno ne sa così poco da non poter insegnare qualcosa e nessuno ne sa abbastanza da non dover imparare qualcos’altro. è solo l’inizio: il posto nuovo creerà comportamenti nuovi. la “netiquette” è il primo passo, poi verrà una civiltà precisa… perché è chiaro: i popoli si stanno muovendo, le lingue si stanno contaminando, i mezzi – e le retoriche collegate ai mezzi – cambiano… è bello che da un delirante DE AMORE si arrivi a questo antivedere il futuro…