La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica



Innesti tra Nicola Ponzio e Paolo Fichera

Posted by paolofichera on June 12, 2007

Ogni parola aggiunta è una sottrazione.
Gli innesti in sequenza di due poesie originarie per generare un’unica poesia. Gli innesti delle due poesie originarie sono innestati tra di loro realizzando una nuova poesia che è nuovamente innestata per generare la poesia definitiva. Gli autori lavorano in sequenza. Uno sulla poesia dell’altro: dalla poesia originaria dell’uno l’innesto dell’altro. Ottenuti i due innesti un autore li innesta uno con l’altro. Tale poesia viene infine innestata dall’altro autore arrivando così alla poesia ultima.

**
Nominata la vita si rinsaldano.
Alberi allora nel reattore,
frammenti
prolifici, – polvere, notte
diffondere, lemmi

granitici al chiarore del diorama.

INNESTO:

Nominata con nome la vita
si rinsaldano in anni
Alberi franti nel reattore,
il suono è un calco
frammenti
prolifici, e polvere
a diffondere notte

e lemmi

granitici al chiarore
graffi
nel fondo del diorama.


**
il tracciato avvampa,
si fa fuoco, orco, oro.
Arriveranno con ciotole di sete
in albe di sera, nell’età della resa.
Un fiume di scaglie, sciamani e croci
berremo un seme scoperto, liquido
che scortica il trapasso da manto
a fiera, il lupo della lingua arroventato
marchierà i nomi
li farà steli,
versi di avventi

INNESTO:

Il tracciato si accende,
si fa verso, inganno, oro.
Nell’età della resa, con ciotole
e albe, sciamando il dolore
sull’acqua che scortica il manto
dei nomi, – il lupo
dei nomi marchiandone il senso.

**
Nominata con nome
il tracciato si accende, la vita
e verso inganno oro
si rinsaldano
nell’età della resa
sciamando il dolore
sull’acqua
– il suono d’alberi franti
nel reattore un calco –
frammenti e polvere
che scorticano il manto
dei nomi, a diffondere notte

e lemmi granitici
al chiarore nel lupo dei nomi
che marchia il senso
al fondo del diorama.

**
Nominata la vita
degli anni il tracciato si accende.
Si fa verso, inganno
oro.
Nell’età della resa, sciamando
il dolore sull’acqua – il tracciato
si accende.
Alberi franti nel reattore, frammenti
prolifici, polvere
albe…
E si scortica il lupo
dei nomi marchiandone il senso
La notte nel bagliore
del diorama.

5 Responses to “Innesti tra Nicola Ponzio e Paolo Fichera”

  1. vocativo said

    L’innesto oltre ad essere continua metafora del generare, finisce per essere la più vera realizzazione dell’incontro poetico, dell’apertura: una dialettica dell’io verso l’altro, una co-identità.

    Interessante vedere come l’innesto di Nicola alla poesia tratta da La strada della cenere di Paolo giochi concretamente in sottrazione. Quel tracciato che “si fa verso” è un’intuizione formidabile!

    E poi, un’altra volta, l’incontro di Paolo con Nicola era inevitabile.
    Un saluto ad entrambi e buon lavoro

  2. nicola ponzio said

    Grazie Luigi, per dirti la verità tutto è nato in maniera molto spontanea. All’inizio la cosa un po’ mi ha spaventato, perchè rischiosa, pericolosa, ma forse qui risiede il fascino di questo esperimento, che a questo punto spero continui.

  3. prova interessante davvero, bisognerebbe replicare e decuplicare,

    di seguito un breve articolo che spero possa interessare,

    Operation « rewrite » e morbida macchina da scrivere.

    La scomposizione dei testi, il loro sbriciolamento, la loro frammentazione, la loro riduzione a una polvere di parole (dust words), corrisponde a una rappresentazione del rapporto che si stabilisce fra l’uomo e la lingua, un rapporto insostenibile.

    « La morbida macchina da scrivere »

    La scrittura non ha inizio per Burroughs paraddossalmente che da una riscrittura: è l’operation rewrite. Lo scrittore non crea le proprie parole, egli lavora una materia prima costituita dal linguaggio scritto. Ma, al contrario dei letterati cinesi, egli non considera il lavoro dello scrittore una rilettura e una reinterpretazione interminabili dei classici, quanto piuttosto un saccheggio della biblioteca di Babele.

    Quel che si scrive sulla « morbida macchina da scrivere » non è altro che una mitologia della scrittura, che corrode il senso, lo approssima al suo punto di non ritorno, fabbrica una fantasmascopia e produce un intreccio inestricabile di racconti sotterranei.
    Attraverso la generalizzazione del plagio, la spersonalizzazione dello scrittore, la realizzazione concreta della profezia di Lautréamont (« la poesia sarà fatta da tutti…»), Burroughs non si limita ad intaccare i fondamenti stessi della proprietà lerrararia. Egli si vota alla distruzione della nozione di identità.
    Il Verbo, che è il male assoluto, ciò attraverso cui niente può sfuggire all’è dell’identità: Burroughs postula un rovesciamento della logica implicita in ogni ontologia. Attraverso l’essere, l’uomo è prigioniero della lingua. Definitivamente separato dal « teatro biologico », egli è contaminato dal virus del linguaggio.
    Per sfuggire all’intossicazione prodotta dalle parole, al quadro di controllo che, « imponendo delle linee associative », rafforza questa « possessione », lo scrittore deve rompere il cerchio magico, spezzare le tavole della legge associativa, confondere le piste discorsive per uscire dall’ « algebra del bisogno » e abolire la dipendenza assoluta dalla funzione asservitrice della comunicazione linguistica.
    Lo scrittore è un ricercatore in un laboratorio, un chirurgo chino sul corpo inorganico della pagina, un biologo il cui campo di osservazione è egli stesso. L’autoanalisi, che non può attuarsi senza una metodologia fredda ( « Uno scrittore non può descrivere se non una cosa che i suoi sensi percepiscono nel momento in cui scrive… Io non sono altro che un registratore… Nella misura in cui riesco a effettuare una registrazione diretta di certi aspetti del processo psichico, posso svolgere un minimo ruolo »), si riduce per forza di cose in una ricerca sulle regioni sconosciute dimoranti nell’inconscio: « Scrivendo, agisco a guisa di un cartografo, di un esploratore delle zone psichiche…» (The Third Mind).
    La scrittura, nelle sue brutali anamorfosi, concretizza uno stato di sovversione. Lo scrittore diventa un archeologo di una lingua a venire, di conseguenza né morta né viva, ma mobile, senza un codice prestabilito, il cui simbolico non si fissa mai, in transizione perpetua, corrompendosi e distruggendosi essa stessa.
    Burroughs è l’archeologo di un rovesciamento scritturale: « Io cerco di decifrare le parle…Esse sono sempre piú indistinte, si disperdono in un assurdo rompicapo » (Il pasto nudo).
    Questa decifrazione, che paradossalmente è un garbuglio semiotico e un’impietosa alterazione dell’organizzazione della significazione, s’inscrive in una volontà di « resistenza » nei confronti di una « invasione » del cervello da parte dei suoi parassiti verbali.

    Per lo scrittore lo scopo primario della scrittura è quello di « svelare, denunciare e bloccare tutte le criminali Nova », egli « mette in atto una resistenza totale contro una tale cospirazione » che si traduce nella definizione di un ampio programma di studio ( La rivoluzione elettronica ) che include l’intera gamma di risorse tecnologiche e in modo particolare quelle che adempiono una funzione di indottrinamento e di assoggettamento.
    In definitiva quello che deve essere studiato e demistificato è tanto il medium quanto il messaggio, poiché « ogni estensione tecnologica esteriorizzata (…) produce un effetto di ambientazione collettiva…»: a questo punto l’antidoto sarà una riprogrammazione dell’ambientazione nervosa dell’uomo.
    In questa ottica , la « rivoluzione elettronica » è una strategia che ci costringe ad affrontare il problema parossismico della creazione dell’umanità da parte del Verbo. Dopo la cacciata dal G.O.D. essa resta ostaggio del Verbo dal momento che « l’immagine e la parola sono gli strumenti del controllo ».
    La suprema ambizione dello scrittore sarà ormai quella di appropriarsi del potere magico della coercizione tecnologica: « Per uscire da questa impasse sarebbe auspicabile che sperimentassimo dei metodi di comunicazione alternativa ».

    Se la finalità di ogni scrittura è quindi quella di sfuggire alla tirannia delle parole e di spezzare « le catene simboliche dei libri di stato », l’insegnamento di Burroughs mira all’inassumibile o all’inaccessibile della scrittura: il silenzio. Egli in effetti constata che « l’uomo moderno ha perduto l’opzione del silenzio. Tenta di arrestare la parole non vocale. Tentate di ottenere dieci secondi di silenzio interiore. Vi imbatterete in un organismo resistente che vi costringe a parlare ». Egli afferma che il silenzio è « la piú desiderabile delle condizioni ». Lo scrittore autentico è quello che giunge a definire un universo di segni che perviene a un’assoluta non discorsività: « In un certo senso un particolare uso delle parole e delle immagini può condurre al silenzio ».
    La negazione della « relazione automatica con la parola » che ha luogo nella civiltà occidentale fa passare la scrittura nel campo pittorico e favorisce la partenogenesi di « geroglifici del silenzio » di cui William S. Burroughs ha ricercato le flagranti manifestazione nella lingua dei folli, nel discorso schizofrenico, nell’accesso delirante dinanzi alla morte ( il cui piú notevole esempio è fornito da Le ultime parole di Dutch Schultz ), nelle fasi oniriche, nelle allucinazioni, eccetera.
    « ‘’E ora ascoltate’’, le parole sfumavano. Grugnivano, gemevano, guaivano, come se fossero messe in questione e costrette a rivelare il proprio significato recondito ».
    Cancellando le parole, sconnettendo il circuito sintattico, apprendendo a respirare in silenzio, come i pesci, scoprendo la necessità imperativa di una « scrittura del silenzio », William S. Burroughs giunge ad abbandonare la geometria piana della fiction a favore di una geometria dello spazio e giunge nel contempo a « far passare della prosa attraverso le sfere, dei cubi e degli esagoni », polverizzandoli, affinchè l’uomo, questo « animale che annoda il tempo », possa alfine comprendere di essere entrato nell’era aspaziale.

    Introduzione a ‘’La scrittura creativa’’, William S. Burroughs, a cura di Gérard-Georges Lemaire, Sugarco edizioni, 1994.

  4. alessandro ghignoli said

    potrebbe durare all’infinito. scrittura (e lingua) in movimento.

    un abbraccio

  5. cattedrale said

    Nominata.
    il tracciato si accende
    verso oro
    l’età della resa, sciamando
    sull’acqua il tracciato
    si accende.
    Reattore.
    frammenti prolifici, polvere
    d’albe…
    scortica il lupo
    marchiandone il senso
    bagliore diorama.

    **

    verso
    la resa, sciamando
    il tracciato si accende
    in frammenti prolifici, polvere
    d’albe…
    il lupo
    marchia il bagliore

    **

    la resa, sciamando
    in frammenti prolifici,
    polvere
    d’albe…
    bagliore

    **

    sciamando la resa
    in polvere d’albe

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