Intervista a Gaja Cenciarelli
Posted by fabrizio centofanti on July 3, 2007
Gaja Cenciarelli è nata nel 1968 a Roma, dove vive. Laureata in lingue, lavora come traduttrice dall’inglese per importanti case editrici: è specializzata in letteratura irlandese e scritture femminili. Suoi racconti sono apparsi sulle riviste “Accattone” e “Carta” e in alcune antologie. Ha pubblicato due libri: Il cerchio (Edizioni Empirìa, 2003), ed Extra Omnes – L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi (Editrice Zona, 2006). Il suo blog è sinestetica.net.
Hola Gaja! Dato che io come intervistatore sono alle prime armi, come prima domanda ti chiederei: ma a te, se uno ti intervistasse in quanto scrittrice, traduttrice, capo redattrice di vibrisselibri, lettrice, ecc., che domande ti piacerebbe sentirti fare?
Sulla traduzione letteraria tengo una rubrica mensile su BombaSicilia e vivo gomito a gomito con le parole degli altri ogni giorno, ogni ora, ogni minuto della mia vita. È un’esperienza entusiasmante e gratificante – si fa letteralmente nascere un libro in lingua italiana – ma che comunque, per me, attiene al quotidiano. Perciò mi piacerebbe esplorare altri temi, come quello della scrittura. Che è, e rimane, il mio primo amore.
Allora lasciamo sullo sfondo le traduzioni e passiamo alla scrittura. Hai pubblicato due libri, scrivi racconti sul tuo blog sinestetica.net, dirigi la redazione di vibrisselibri, fai parte della redazione di due riviste – BombaSicilia e Inutile – e, appunto, traduci. La domanda sorge spontanea: ma dove lo trovi il tempo per scrivere libri?
Diciamo che le mie giornate dovrebbero essere di quarantotto ore. Naturalmente non solo le mie, non mi sento così speciale. Il punto è che spesso la frustrazione tocca livelli altissimi perché mi rendo conto che il lavoro (cui, per forza di cose, devo dare la priorità: le traduzioni letterarie sono pagate poco e per avere una retribuzione mensile appena decente bisogna anche tollerare di giocarsi le vacanze, a volte!) risucchia qualsiasi energia.
Ed è talmente vero che il romanzo cui sto lavorando, e che spero di terminare in tempi non biblici, è lì che aspetta di essere finito da un paio di anni. Ogni volta che apro il file, la storia mi chiama, implora il mio intervento! Di quando in quando glielo concedo: ma sto aspettando di avere almeno tre settimane di fila da dedicarle – utopia! – in modo da non dover sempre staccare per poi ricominciare da capo. Inutile dire che, a costo di lavorare di notte, non rinuncerò mai a portare avanti anche tutti gli altri impegni. Certe cose si fanno per passione, per amore, per entusiasmo. E, per me, sono un motore irrinunciabile!
Ehi, ma questo è uno scoop! Stai lavorando a un nuovo romanzo? E, dimmi, sarà un romanzo tout-court come Il cerchio, oppure una miscela di ricostruzione storica e autobiografia come Extra Omnes?
Sì, sarà un romanzo tout-court, come Il cerchio. Che, però, a differenza di quest’ultimo, si ispirerà alla cronaca, presente e passata. Mi riesce difficile parlare della trama, visto che è parecchio intricata: probabilmente retaggio dei miei approfondimenti sul caso di Emanuela Orlandi. Extra Omnes è stato, tra i due romanzi, un’eccezione di cui vado molto fiera. La scomparsa di Emanuela Orlandi ha rappresentato e rappresenta ancora oggi moltissimo per me: sono felice di aver potuto dar voce a una vicenda che si vorrebbe – da più parti – dimenticare, ignorare, superare.
Emanuela Orlandi non è solo un giallo. L’ho scritto anche nel libro: la “giallificazione” della realtà – così come la definisce Luigi Bernardi, scrittore, editore della celebre Granata Press, e grande esperto di cronaca nera e di noir – innesca un circolo vizioso, nutrendo la morbosità della gente. Spesso ci si dimentica che dietro i misteri ci sono i dolori, il sangue, la vita (o quel che ne rimane) di persone reali. E, di conseguenza, ci si dimentica del rispetto, della delicatezza con la quale bisognerebbe trattare certi avvenimenti, della sensibilità.
Trovo che la complessità dell’intreccio e la molteplicità dei piani narrativi siano un tuo tratto distintivo. In Il cerchio la vicenda della protagonista è narrata da lei stessa e da altri personaggi, che parlano anch’essi in prima persona, con un effetto di polifonia davvero singolare. In Extra Omnes alla scomparsa di Emanuela Orlandi si affianca la scomparsa di un’amica carissima, perduta nel gorgo della droga che all’epoca ha risucchiato parecchia gioventù. Anche nei racconti sul web – le tue scintillanti e originali passeggiate – c’è un intreccio che definirei voluttuoso fra coscienza dell’io narrante e paesaggio. Ok, basta giocare al piccolo critico, arrivo alla domanda: a te, quando si tratta di scrittura, non piacciono le cose semplici. Confermi o smentisci?
Ho la vaga impressione che la mia scrittura replichi in qualche modo i percorsi a dir poco tortuosi della mia mente, e che quindi questa complessità in qualche modo s’imponga nelle storie che mi accingo a raccontare. Quando racconto qualcosa mi viene spontaneo scomporre la vicenda in mille pezzi, smontarla, in un certo senso, ridurla alle sue componenti fondamentali. È come prendere atto che non esistiamo solo noi al mondo, e che questo significa che altri sguardi, altre interpretazioni hanno lo stesso valore delle nostre.
La prospettiva è importante. Nel Cerchio è esattamente questo che ho tentato di fare: dar voce ai pensieri di chi viveva insieme a Sara, di chi la vedeva sbagliare e paralizzarsi e non veniva ascoltato. Ma anche delle persone che la volevano sfruttare, approfittarsi di lei. In Extra Omnes la tragedia di Emanuela è parallela a quella di Chiara, uno spartiacque nella mia vita. È chiaro che le due esistenze si intrecciano, come è chiaro che la vita di Sara si intreccia con quella delle amiche, delle colleghe e del suo compagno. Gli scambi sono importanti (e avvengono di continuo): definiscono le personalità, arricchiscono anche quando sembra che succhino via energie.
Non c’è mai solo “la/il protagonista” in quel che scrivo: anche gli altri personaggi, più di uno, che con lei/lui interagiscono, sono altrettanto importanti per le sue scelte, i suoi comportamenti, le evoluzioni della storia, perciò bisogna dargli dignità, scavare dentro di loro, portarli alla luce, definirli, fare in modo che siano persone e non ombre. Nelle mie passeggiate sul blog, sono sempre sola o con qualche amica. Ma lì i paesaggi, l’ambiente, le città sono più importanti dei miei compagni di cammino. Ed è con loro che interagisco, cui lascio me stessa per avere in cambio una persona diversa, in cui mi riconosco di più.
Il tema delle passeggiate su sinestetica.net richiama alla mente la Gita al faro, e la prima che hai pubblicato è una passeggiata dublinese. Coincidenza ideale per porre la domanda del secolo: come scrittrice devi di più a Joyce o alla Woolf? Più in generale, i tuoi modelli letterari sono più maschili o femminili?
Rispondo con una battuta, che poi tanto battuta non è: devo di più all’Irlanda. Alla sua tradizione letteraria, ai narratori che spesso sono stati considerati “figli” di Joyce, sì, ma che invece, da lui in poi, hanno saputo creare e plasmare uno spazio tutto loro. Mi rendo conto di aver parafrasato A Room’s Of One’s Own, in effetti. Lo ammetto: la Woolf è una presenza costante nella mia scrittura – forse più nelle passeggiate pubblicate su Sinestetica.net che altrove -, ma lo è anche Joyce con The Dubliners.
Quanto ai modelli letterari non credo di essermi mai posta la questione del sesso degli autori che leggo più volentieri. Amo Alice Munro, Margaret Atwood e Doris Lessing (leggo molta letteratura straniera, se possibile in lingua originale), così come Paul Auster, Michele Mari, Francesco Biamonti e Marino Magliani: l’elenco è per forza di cose limitato, me ne rendo conto. Questi scrittori – e tralascio i classici perché altrimenti rischio di essere prolissa – mi si impongono perché mi parlano, perché toccano la mia sensibilità, umana e letteraria, a prescindere dal loro sesso. Credo quindi che sia una questione di affinità e di qualità, piuttosto che di genere.
Ti faccio l’ultima domanda in aperto conflitto di interessi, dato che entrambi siamo vibrisselibrai. Non ti chiedo bilanci del primo anno di attività, né previsioni per il futuro, ma qualcosa di più personale: cosa sta dando l’esperienza di vibrisselibri a Gaja Cenciarelli, e cosa eventualmente le sta “rubando”?
Vibrisselibri è una delle esperienze più gratificanti che io abbia fatto negli ultimi anni, sia sotto il profilo professionale che dal punto di vista umano. È uno di quei motori irrinunciabili di cui parlavo poc’anzi, uno di quegli impegni che voglio mantenere e portare avanti a qualsiasi costo, malgrado il lavoro (leggasi: lavoro in quanto attività retribuita, perché a essere onesti, anche in vibrisselibri si lavora sodo).
Questa nostra – e lo dico con orogoglio – casa editrice mi ha regalato e mi sta regalando molto. Ha arricchito il mio bagaglio culturale, mi ha insegnato cose che credevo di avere già imparato, mi ha dato modo di costruire una redazione formata da professionisti di prima qualità e da splendidi “apprendisti” (a loro volta professionisti in altri ambiti) dotati di passione, capacità e talento formidabili.
Di sicuro è stata generosa con me più di quanto io lo sia stato con lei: per me è una sorta di famiglia virtuale in cui ho trovato moltissimi amici, un patrimonio umano che non è monetizzabile e che mi sorprende ogni giorno. L’emozione che provo – insieme a tutta la redazione e, sono certa, anche ai membri degli altri uffici – quando si pubblica un nuovo libro è la stessa del 16 novembre 2006, data del debutto ufficiale di vibrisselibri. Ed è accompagnata dalla netta sensazione di trovarmi al posto giusto nel momento giusto. Di essere, per la precisione, al mio posto.

















Lucio Angelini said
Gaja? Adòrola:- )
franzk said
La devi adorare parecchio, Lucione, se ci fai l’onore di un tuo commento qui e non nel mio pezzo dove ho citato te (l’intervista alla Lippa).
Vecchio satiro!
:-)
Grenar said
Ciao Gajelda, tutti i complimenti possibili te li scrissi in privato, come la mia etica m’impose. Qui aggiungo solo che *finalmente* scopri un po’ della tua arte e del tuo metodo (o del tuo metodo nell’arte), e quindi è una piacevole, intrigante lettura.
Abbràccioti,
Grenar.
Gaja said
@ Lucio, adòroti anche io! :-)
@ Franz, tu non sai *qual perfidia* ;-) si nasconde dietro quell’”adòroti”. Spero che Lucissimo abbia il coraggio di spiegartelo. E di spiegare anche questa frase “Aprile è il crudo più melese”. :-D
@ Grenar, grazie. Seriamente: le tue parole per me sono preziose, lo sai. Abbràccioti & vòglioti assai bene (non dico adòroti, sennò poi Lucio… ;-))
Maura said
Complimenti all’intervistata per le cose che ha detto!
Complimenti all’intervistatore per autoironia e acutezza!
fabry2007 said
Ringrazio Gaja per l’apertura confortante delle risposte e Luca perché conferma l’arcinoto aforisma di Wilde (per dare le risposte giuste bisogna essere intelligenti, ma per fare le domande giuste bisogna essere dei geni: tanto so che non ti monti la testa:-).
Luca Tassinari said
eh eh eh! Meno male che conosco abbastanza bene i miei limiti, Fabrizio, altrimenti sai che lotta contro la superbia, con tutti questi elogi! Il genio, comunque, sta solo nelle lampade fatate delle mille e una notte. Tutto il resto è bigia e ordinaria umanità :-)
fabry2007 said
la fiaba della lampada mi ricorda una storiella sulle donne e la pace in Israele che sai sicuramente. quello era un genio più alla nostra portata:-)
Gaja said
Sono d’accordo, Fabrizio. Luca è stato bravissimo e si era persino dichiarato “inesperto”. Lo ringrazio di nuovo e ringrazio anche voi della splendida ospitalità. (Maura, sei gentilissima!)
Lucio Angelini said
@ Franz. Ogni volta che incontrerò Lino Toffolo in giro per Venezia penserò:”Quello è una specie di Lucio Angelini del teatro… “:- )
Ezio said
A’ Dorothy!
(e non aggiungo altro…)
;-)
scusate, noi vibrisselibrai ci capimm’
Ezio
Gaja said
Eh, ma come vedi, Eziuccio, Lucio non vuol spiegare l’arcano a Franz! “Aprile è il crudo più melese” rimarrà un mistero per tutti… A’ Dorothy! ;-) (e non aggiungo altro).
fk said
Lucio, Lino Toffolo è un grande. Cala trinchetto, cala…
:-)
remo said
gaja, ci si rincontra.
rischio grosso darti il benvenuto. ci son anch’io, qua, ma sono a rischio.
troppa mutua ingiustificata.
abbracci.
gajaerin said
ciao, mio carissimo Remo!
un abbraccio forte e con tanto affetto. Sono felice di trovarti qui… :*