POESIA E FILOSOFIA # 2 - Antonio PRETE legge Edmond JABĖS
Posted by francescomarotta on July 8, 2007
POESIA E FILOSOFIA – Antonio PRETE legge Edmond JABĖS

L’esilio dal libro – di Antonio PRETE
Passaggio al libro
La scrittura di Jabès è un’esegesi che muove non dal libro, ma dalla sua mancanza, non dal senso, ma dalla sua indecifrabilità, non dal volto di Dio, ma dalla sua assenza. Assenza che ha consegnato l’uomo alla lotta con il dolore, con la sparizione, con il vuoto.
Scrittura come allegoresi di una speranza e di una ferita. Questa separazione e questa ferita aprono un varco tra la lettera e il senso. Il senso si allontana verso quel confine dove la sabbia, il silenzio, la cenere, sono le sole linee di un paesaggio traversato dal vento del nulla. E la lettera modula, nella sua metamorfosi, nel suo divenire, nel suo disperdersi, la possibilità che un nome, tra infiniti nomi, raccolga l’eco del primo Nome.
Allegoresi, dunque, che si colloca nel vuoto di senso, e quel vuoto interroga, per i solchi di parole cancellate, per l’ombra dell’origine che dorme in ogni attesa, per la lingua del nulla di cui la morte è il ritmo. In questo deserto del senso il vento porta una domanda di vita. Sogno di un’oasi nascosta tra le sabbie.
Le pagine dei libri di Jabès sono linee di confine che s’aprono dinanzi ad altre linee, in un paesaggio che da visibile si fa mentale, da transitabile astratto, da colmo di voci silenzioso. Su queste linee di confine migrano pensieri come voli d’ombra, pensieri che sanno la solitudine della domanda, il lampo dell’abbreviazione fantastica, la quiete della narrazione. Come sanno di doversi, sempre, confrontare con l’angoscia dell’arbitrario, con l’assenza di una lingua “suprema”, con “l’insensato atto dello scrivere”: è qui che la scrittura di Jabès incontra la tradizione mallarmeana.
Il libro di Jabès è il giardino (mistico?) di una mattutina meditazione: l’esplorazione dell’interiorità dispone la parola verso il frammento o l’aforisma, verso il gioco della lettera o la trattazione discorsiva, verso il teatro di voci o la citazione, ma anche verso il bianco dei margini, il silenzio delle cesure, il raccoglimento dell’interruzione. Interruzione che Benjamin, in dialogo esegetico con Hölderlin, vedeva come apertura, nel tempo poetico, di un altro tempo, come iridescenza di un’altra lingua. Interruzione che Blanchot, in dialogo esegetico con Jabès, ha visto collocata “dans l’histoire et dans l’écriture en marge de l’histoire”.
Per questa tensione della pagina oltre se stessa, per questo desiderio, ch’è in ogni libro, d’un altro libro, per questa resistenza della parola al nulla che la corrode, la scrittura di Jabès si sottrae ad un’interpretazione che voglia disporre i suoi temi in un ordinato recinto, in un’esplicazione conversevole, in una teoresi sistematica.
Il limite che ogni pensiero di Jabès affronta – limite della scrittura, del senso, dell’interrogazione – si trasforma (il che è proprio del limite per il poeta) in un oltredeserto che l’ombra delle palme annuncia, in un oltresilenzio cui l’assenza del nome rinvia, in un’oltrelingua che il vento mormora. Ma si tratta di un oltre confinato nel qui e ora, condannato a specchiarsi nello stagno del presente, nelle sabbie di un impossibile altrove. Nessuna ombra di messianismo, nessuna riposante nostalgia.
La pagina di Jabès, perché attraversata da voci che sono anteriori alla scrittura, ha un ritmo che spoglia l’autore della sua autorità, e sottrae il libro alla forma del libro: per questo il lettore è forse chiamato, più che al giudizio, ad una prossimità con l’autore, più che a un commento, a quella prima essenziale forma di ermeneutica che è l’ascolto. Ascolto delle voci – di rabbini e di discepoli, di amanti e di perseguitati – e ascolto delle innumerevoli variazioni che muovono dall’enigma di un volto assente verso una ricognizione – una cognizione – del dolore che è nel mondo e che il nome di Auschwitz ha raccolto in emblema. “Non si racconta Auschwitz. Ogni parola ce lo racconta”.
Si tratta di trasformare questo ascolto in un’altra scrittura, annotare, sul margine bianco dei libri, alcuni pensieri, sperimentare sulla pagina letta il ritmo dell’abbandono e dell’interrogazione, della confidenza e del dubbio: è questa fraternità, arrischiata ed esposta, quel che chiamiamo esegesi?
Se la scrittura, secondo la definizione di Isidoro di Siviglia, è “linea vitae”, è certo che da essa può prendere avvio la messa in questione di colui che legge.
La terra, il libro
Dal ciclo che Le Livre des Questions inaugura al recente Livre du Partage il libro è un’ossessione e una dimora che, come un miraggio, l’esilio rappresenta e fa svanire, scrive e cancella: per questo ogni libro si chiude su un volto perduto o su una ferita o sulla cenere del senso. L’intestazione di Libro è ombra dell’intestazione del libro sacro ma anche suo svuotamento: raccoglie nel volume il bianco dell’opera, l’impensato che è il respiro del pensiero, i vocaboli che svaniscono lasciando nascere la parola, le larve dei libri sognati o perduti o mai scritti, l’impossibilità di una scrittura piena e di una piena decifrazione. L’intestazione di Libro raccoglie l’esperienza della parola sacrificata, consumata, fatta cenere: oltrepassamento della lingua o suo naufragio?
Eppure, sotto questa cenere, dorme la brace, cioè la parola dei saggi e dei folli, l’appartenenza a una tradizione nell’assenza di legami, ad una memoria nell’oblio della promessa. L’intestazione di Libro è la scena di una drammaturgia che fa dialogare la sabbia con il nulla, il cielo con la finitudine, i solchi degli uccelli nell’aria con il movimento della scrittura, il silenzio della pietra con i volti della sofferenza: drammaturgia allegorica, per la quale tuttavia il dire e l’altro dal dire hanno ciascuna la propria materica presenza.
Il libro, nella meditazione di Jabès, è la terra della propria identità e della propria dimora: luogo della riconoscibilità di un destino e delle sue vicende, di una vocazione e dei suoi percorsi. “Io sono nel libro. Il libro è il mio universo, il mio paese, il mio tetto e il mio enigma. Il libro è il mio respiro e il mio riposo”, è scritto nel Libro delle interrogazioni. La ripetizione, propria della salmodia, si adagia sulle linee di un paesaggio familiare: l’equivalenza tra i libro e il paese, tra il libro e il corpo, tra il libro e l’universo, trasforma la lettura in un’ermeneutica assoluta, la scrittura in un atto di vita.
Questa appartenenza al libro porta con sé, come ogni appartenenza, l’ombra o l’angoscia di un possibile spaesamento: “Io sono, senza i miei scritti, più anonimo di un lenzuolo al vento, più trasparente di un vetro di finestra”. Ma questo spaesamento è già detto nella presenza stessa del libro: se il libro è testimone dell’assenza di Dio – di quel colpo di scena sul teatro del mondo che è l’assenza di Dio – vuol dire che in ogni sua pagina trema la distanza dall’origine, in ogni sua parola lo sradicamento dal Verbo, in ogni sua riga la linea di un orizzonte oltre il quale c’è l’indicibile del libro.
Nella riflessione di Jabès libro sacro e libro profano non sono in opposizione, voglio dire che la desacralizzazione che muove la scrittura del testo raccoglie in sé il silenzio del libro sacro, del libro perduto. E’ a partire da quel silenzio che si apre la parola: la somiglianza col libro perduto è la segreta analogia che suggerisce ogni decifrazione del senso.
Un altro turbamento attraversa il libro, uno smarrimento che Jabès chiama talvolta disperazione del libro, disperazione modulata a bassa voce: il libro sa che mai sarà letto con pienezza. Pur morendo, a differenza degli uccelli, con le ali spiegate, con le pagine aperte, il libro non rivive del tutto nell’atto della lettura. L’essere insieme votato alla decifrazione inesauribile, plurale, infinita, e alla decifrazione che lascia intatto l’enigma, impronunciato il Nome, irrisolta la ferita, fa del libro il luogo di una prossimità intravista e dispersa, d’una appropriazione possibile e negata, d’un amore sfiorato e naufragato.
L’interrogazione che il libro fa all’interprete è come la domanda del nome che una donna, nel Libro del Dialogo, fa allo scrittore, un mattino, entrando silenziosamente nella sua stanza, e silenziosamente sparendo. Il dialogo dell’interpretare, per Jabès, non ha esiti di azione comunicativa, ma è irruzione del silenzio nella parola, balenamento della prossimità nella distanza, apertura del senso nella notte del senso. Il dialogo tra il libro e l’interprete non ha luogo se non nel margine dello scrittore, tra gli spazi bianchi, nelle interruzioni, nel prima e nel dopo dell’incontro con le immagini. Più che comprensione del libro c’è condivisione del suo spaesamento, dei suoi silenzi, partage della sua speranza che le parole modulano su quel fondo dell’abisso dove, per Jabès, hanno sede, insieme, inchiodati uno all’altro, il problema della scrittura e il problema dell’essere. […]
[Da: Il libro dell’assenza di Dio, a cura di Francesca Scaramuzza, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1988, pg. 33-37]
***
Testi
“Sulla soglia del libro”
- Che accade dietro questa porta?
- Sfogliano un libro.
- Qual è la storia?
- La presa di coscienza di un grido.
- Ma ho visto entrare dei rabbini.
- Vengono, a piccoli gruppi, a partecipare le loro riflessioni di lettori privilegiati.
- Hanno letto il libro?
- Lo stanno leggendo.
- Intervengono già da ora per il loro piacere?
- Avevano il presentimento del libro. Si sono preparati ad affrontarlo.
- Conoscono i personaggi?
- Conoscono i nostri martiri.
- Dove è situato il libro?
- Nel libro.
- Tu, chi sei?
- Il guardiano della casa.
- Da dove vieni?
- Ho molto viaggiato.
- Yukel è il tuo amico?
- Gli somiglio.
- Qual è il tuo destino?
- Aprire il libro.
- Sei nel libro?
- Il mio posto è sulla soglia.
- Che cosa hai cercato di imparare?
- Mi fermo talvolta sulla via delle sorgenti e interrogo i segni, l’universo dei miei antenati.
- Scruti i vocaboli ritrovati.
- Le notti e i mattini delle sillabe che sono anche miei, sì.
- Ti smarrisci?
- Già da duemila anni sono in cammino.
- Ti seguo a fatica.
- Anch’io spesso ho cercato di desistere.
- E’ questo un racconto?
- La mia storia è stata raccontata tante volte.
- Qual è la tua storia?
- La nostra, che è assente.
- Ti comprendo male.
- Le parole mi straziano.
- Dove sei?
- Nelle parole.
- Qual è la tua verità?
- Quella che mi dilania.
- E la tua salvezza?
- L’oblio delle mie parole.
- Posso entrare? E’ già buio.
- Una fiammella brucia in ogni vocabolo.
- Posso entrare? E’ buio intorno alla mia anima.
- Intorno a me, la stessa oscurità.
- Che cosa puoi per me?
- Tutto sta in te.
- La scrittura che ha per fine se stessa è solo una manifestazione del disprezzo.
- L’uomo è legame e luogo scritti.
- Odio ciò che è detto dove io non sono più.
- Cambi l’avvenire, appena tradotto. Resti te senza te stesso.
- Mi opponi a me stesso. Non uscirò mai vincitore da questa lotta.
- La sconfitta è il prezzo riconosciuto.
- Tu sei Ebreo e ti esprimi come tale.
- Le quattro lettere che designano le mie origini sono le tue quattro dita. Ti rimane il pollice per schiacciarmi.
- Tu sei Ebreo e ti esprimi come tale. Ma ho freddo. E’ buio. Lasciami entrare nella casa.
- Una lampada è sul mio tavolo e la casa è nel libro.
- Abiterò finalmente la casa.
- Camminerai dentro il libro: ogni pagina è un abisso dove l’ala riluce con il nome.
…
[Da: Il libro delle interrogazioni, cura e postfazione di Gianni Scalia, introduzione di Massimo Cacciari, traduzione di Chiara Rebellato, Casale Monferrato, Casa Editrice Marietti, Biblioteca “In Forma di Parole”, II, 1985 // Ed. orig.: Le Livre des Questions, Paris, Editions Gallimard, 1963 ]
***
“Aurora”
Salvare quel che il fuoco non brucia, là dove lo scritto si dispiega.
Il fuoco assale il libro ai suoi lembi vulnerabili.
Ah, per un istante ancora sottrarre alle fiamme le poche parole di una vita che il caso ha voluto si spegnesse.
Non aveva detto un saggio: “Dopo averlo aperto, getta nel fuoco il tuo libro, affinché ogni sua parola sia la preda abituale della fiamma che l’ha letta?”
…lo vidi allontanarsi. Di spalle non potevo riconoscerlo che dal suo passo.
E’ proprio questo l’uomo che ho accompagnato ovunque? E perché, questa volta, l’ho lasciato proseguire da solo per la sua strada?
Un’indicibile stanchezza m’invase. rinunciare a partire, a errare.
Mi sedetti sulla pietra presso la quale mi trovavo.
Dei passi che indovinai vicini mi fecero a un ratto sobbalzare.
Di già. Riprendere già la strada.
L’uomo, mia guida, mio compagno, mio doppio temerario e spietato, continuava a precedermi.
Aprii, con una certa impazienza, il libro che mi tendeva. Però via via che tentavo di decifrarlo, il testo si cancellava.
Dietro di noi, gli ultimi tizzoni rosseggianti della mia anima – resti abbandonati di un favoloso incendio -, accennavano a esaurirsi.
Scrivere, scrivere, per mantenere vivo il fuoco della creazione! Far risorgere, dalla quieta notte dov’erano sotterrate, le parole ancora stupite dalla loro resurrezione! Ma è soltanto per consegnarle, oh funesta follia, alle impazienti fiamme del nulla che le divora e che le rivelerà alla morte e al loro destino di sofferenza?
Aurora, immenso desiderio del libro.
Ma sapevamo, oh fatalità, che l’abbagliante mattino della scrittura era, nel suo deserto di cenere, solo il miraggio dell’al di là, dove il fuoco è al suo zenit?
“Il libro della condivisione, diceva, non può essere che i libro di una speranza condivisa di parole,
la cui alba e il cui crepuscolo – oh chiarezza di ogni chiave – furono il risveglio e il termine.”
Dall’ardore di un primo fuoco allo sfiguramento di un fuoco agonizzante avremo delimitato l’abisso con parole lucenti.
…
[Da: Il libro della condivisione, cura e traduzione di Stefano Mecatti e Anna Panicali, Milano, Cortina Editore, 1992 // Ed. orig.: Le Livre du Partage, Paris, Editions Gallimard, 1987]












July 8, 2007 at 12:35 am
“La pagina di Jabès, perché attraversata da voci che sono anteriori alla scrittura, ha un ritmo che spoglia l’autore della sua autorità, e sottrae il libro alla forma del libro: per questo il lettore è forse chiamato, più che al giudizio, ad una prossimità con l’autore, più che a un commento, a quella prima essenziale forma di ermeneutica che è l’ascolto”.
mi piacerebbe che un giorno la mettessimo come epigrafe a questo nostro incontrarci, per ricordare qual è la direzione.
grazie, Francesco.
July 8, 2007 at 12:56 am
Torno a commentare, caro Francesco. Occorrono toni alti, limpidi e severi, in questo spazio. Altrimenti rimaniamo nei bassifondi del mondo, invischiati come tutti gli altri nella rete.
Sebastiano
July 8, 2007 at 11:35 am
E’ la strada più difficile, Fabrizio, e la seguiranno sempre in pochi, perché l’ascolto (dell’altro) comporta, invariabilmente, la metamorfosi. Quanti rinuncerebbero alla confortevole dimora delle loro convinzioni? Quanti rinuncerebbero a praticare l’unica forma di (non) ascolto che conoscono, cioè quello di se stessi?
Ciao, Sebastiano, è un vero piacere ritrovarti in azione qui (e altrove). La tua presenza (mi) aiuta a tenere sotto controllo il rischio di cui parli. Un grande abbraccio.
fm
July 8, 2007 at 3:33 pm
Importanti questi tuoi post, Francesco, grazie davvero. Un abbraccio. Nicola
July 8, 2007 at 4:09 pm
Una fiammella brucia in ogni vocabolo.
grazie
elena f
July 8, 2007 at 5:28 pm
- Il mio posto è sulla soglia.
- Che cosa hai cercato di imparare?
- Mi fermo talvolta sulla via delle sorgenti e interrogo i segni, l’universo dei miei antenati.
In questi passaggi - che fanno rabbrividire - anche solo in questi, il senso profondo dell’esistere, del cercare, dello scrivere. Un colpo deciso di timone, caro Francesco, l’ennesimo, verso una rotta interiore, nostra, individuale: eppure, verso il meglio che noi si possa offrire.
Giovanni
July 9, 2007 at 7:39 pm
Grazie della proposta, Francesco. Profondità e grande vicinanza alla “cosa da dire”, nei testi di Jabès e nelle parole di Prete. Commento con una frase dello stesso Jabès: “La confidenza più chiara è trasparente” (”Il libro dell’ospitalità”)
July 10, 2007 at 11:46 am
Un grazie a tutti, con una considerazione di Jabès che condensa, probabilmente, il senso di quanto fin qui scritto.
“Pensare il poetico, è pensare l’oggetto nella sua realtà profonda, nel cuore stesso dell’oggetto pensato. E’ porre di fronte al pensiero un pensiero che lo costringa a rinunciare ad essere un pensiero dell’oggetto per essere soltanto oggetto infinito del pensiero, che confonde le piste del reale e dell’irreale per scavarsi il suo proprio cammino. Pensiero puro in cui esso si vuole puro approccio al libro e all’universo, non più dove essi si fanno ma dove essi si disfano per aprirsi alla lettura. Pensare la metamorfosi è pensare la verità”.
fm
July 11, 2007 at 6:52 pm
…porre di fronte al pensiero un pensiero che lo costringa a rinunciare ad essere un pensiero dell’oggetto per essere soltanto oggetto infinito del pensiero…
la metamorfosi al tempo della virtualità rischia di sottrarre a sé stessa il tangibile, l’esterno, l’estraneo, dunque di non concludere il passaggio sopra sottolineato.
Approccio al libro finisce per essere specchiare se stessi, senza alcun merito.
un caro saluto, Francesco
July 22, 2007 at 10:55 pm
INTERVISTA CON MASSIMO CACCIARI
La confusione dialogica
di LAURA TUSSI
Come colloca la Sua storia di formazione rispetto al personale impegno politico, sociale e culturale?
L’impegno politico e culturale si è svolto insieme alla mia formazione e mi sono formato anche tramite l’impegno politico e culturale: vi è un’assoluta complementarità. L’impegno politico non è sopraggiunto, ma è stato intrinseco alle primissime letture, ai primi incontri, e ai giovanili interessi sia filosofici che culturali.
Come può il centro sinistra far fronte alle nuove ed incombenti sfide dettate da una società e da un mondo sempre più globalizzanti, segnati da diversità multiculturali e dalla coesistenza di variegate culture e differenti modi di essere e di pensare?
Il problema non è solo del centro sinistra, è di ognuno di noi, è anche del centro destra. E’ evidente che il mondo non è più semplicemente suddivisibile in civiltà, in classi sociali, ma il pianeta è sempre più un insieme confuso o apparentemente confuso di elementi, per cui occorre cercare di rendere questa confusione “dialogica”, perché altrimenti, prima o poi, catastrofizza e scade nel conflitto, così occorre che queste distinzioni di cultura, di linguaggio, di civiltà, di religione diventino elementi di un rapporto dialogico. Per ottenere questi risultati è necessario intendersi, comprendere le rispettive diversità di linguaggi, saper tradurre una lingua in un’altra, saper costruire analogie: il problema si affronta davvero con una vera cultura dialogica, altrimenti si ottiene o la guerra o l’omologazione universale, ed entrambe le soluzioni non sono adeguate.
Le ultime guerre in medio oriente fanno intravedere diverse tipologie di dittatura capitalista. Quali ne sono le caratteristiche e le negatività più salienti?
La dittatura è una categoria politica assolutamente occidentale. Nessun Paese islamico si definirebbe dittatoriale e propriamente, secondo le nostre categorie, nemmeno è tale. Gli elementi dittatoriali sono stati tutti importati da noi occidentali. Alcuni partiti politici di carattere estremistico, presenti in Siria e anche in Iraq, sono di matrice nazionalista, di stampo occidentale.
Quando si ha a che fare con delle dittature, quasi sempre sono importate da modelli politici occidentali. Non è possibile definire “dittatura” quella dell’Arabia Saudita, anche se è repressiva, perché da un punto di vista politico e formale non è una dittatura, ma sono regimi del tutto peculiari, particolari, che non hanno nulla a che vedere con i regimi democratici occidentali: né la Giordania, né l’Egitto, né il Marocco, sono dittature, pur sussistendo alcuni aspetti che possono ricordare le democrazie liberali. Quindi sarebbe improprio parlare di democrazie liberali per quei paesi dove il sistema si basa su elezioni e parlare di dittatura per quei paesi dove sono presenti elementi assolutamente autoritari.
Dunque bisogna analizzare i vari regimi secondo i particolari principi, la loro storia e non tutto secondo i modelli occidentali.
La Shoah ha precipitato l’umanità verso un abietto declino. Cosa occorre attualmente per esorcizzare ogni spettro di genocidio, stillicidio, di conflitto armato e di negazione di ogni tipologia di diversità all’interno del tessuto sociale? Esistono strategie politiche certe e determinate da parte dei partiti progressisti per far fronte a queste terribili evenienze?
La Shoah è un evento per tanti aspetti e motivi completamente straordinario. Non esistono esempi di genocidi comparabili. La logica della Shoah è estremamente straordinaria rispetto ad ogni genocidio commesso e perpetrato nel passato. La Shoah ha degli elementi e degli aspetti anche culturali e anche religiosi e filosofici assolutamente peculiari. Quindi la Shoah non è ripetibile e riproducibile: è qualcosa di unico, di estremo e irripetibile e non per la quantità di vittime, ma per aspetti meramente qualitativi, in cui il male si è presentato in una forma eccessiva, esclusiva e irripetibile. Per evitare genocidi o comunque politiche di sterminio è necessaria una cultura che sappia riconoscere nella “distinzione”, non un ostacolo o un impedimento o chissà quale grande unità o alleanza, ma un elemento che arricchisce ognuno dei partecipanti alla discussione. La distinzione è un elemento attraverso cui si elabora e si costruisce la propria specifica identità che non costituisce un ostacolo, ma è il processo attraverso cui definisco l’identità.
Questa è la cultura per sopportare e tollerare, nel senso più pregnante del termine, la complessità del mondo contemporaneo. Se di fronte a questa complessità ci si arrende e si propugna la strategia di ridurre il complesso, lo renderemo sempre più ingovernabile, perché la complessità è implicita e sussiste nelle cose, non è l’effetto di una cattiva politica o di una maldestra intenzione.
Quanto la Shoah è figlia del Cristianesimo?
Vi è una drammatica e tragica componente della storia e della teologia cristiana assolutamente, radicalmente e violentemente antigiudaica, prima ancora che antisemitica e questo caratterizza celebri passi di grandi Padri e Dottori della Chiesa, sia nel versante cattolico, sia nel versante protestante e ortodosso. Quindi sussiste un peccato profondo, radicale, di cui il Papa ha chiesto perdono. Sarebbe assolutamente sbagliato porre in lineare continuità questo antigiudaismo, che caratterizza ed è presente con forza in tanti momenti della storia della cristianità, con la Shoah. Sarebbe proprio un errore, un drammatico controsenso. Questo non per rimuovere o ridurre la colpa e il peccato che la cristianità ha commesso e di cui il Papa ha chiesto appunto perdono, ma per un altro motivo, ossia che non sussiste questa continuità. L’antigiudaismo di Hitler non ha affatto quelle stesse basi teologiche proprie dell’antigiudaismo della cristianità, anzi nel disegno di Hitler era chiarissimo che dopo la fase di soppressione e di eliminazione dell’elemento giudaico era necessario e si doveva passare ad una fase radicalmente e dichiaratamente di lotta alla cristianità e al cristianesimo. Le radici dell’antigiudaismo di Hitler hanno tuttaltre origini, ossia matrici di un certo gnosticismo, di un certo paganesimo gnostico, comunque assolutamente anticristiane. I grandi teologi e testimoni cristiani avevano avvertito immediatamente anche la Santa Chiesa, di fare attenzione alla guerra finale di Hitler che era proprio contro la cristianità. Quindi radicalmente e culturalmente è sbagliato porre una qualunque continuità tra cristianesimo e Olocausto. Certo, il fatto che sussistesse una tradizione antigiudaica ha facilitato i compiti di Hitler, senza dubbio, perché la società tedesca non era come quella italiana e francese, non avevano gli anticorpi contro il messaggio antigiudaico e questo è colpa della chiesa e della cristianità. Invece, l’antigiudaismo nazista o di certi fascismi dei Balcani, si colloca in un contesto razzistico, ma questo è l’opposto di tutta la tradizione cristiana che appunto è antigiudaica per il peccato commesso da Israele, ma nello stesso tempo i cristiani sono sempre stati per il melting-pot, sono i cristiani quelli che creano l’Europa medievale proprio mettendo insieme, come dice Agostino, uomini di tutte le razze, di tutte le lingue e questo dimostra che il cristianesimo non è mai stato razzista, assolutamente: il messaggio universalistico cristiano dice “bisogna andare alle genti”. La cristianità è responsabile dell’olocausto solo nel senso che non è riuscita a creare anticorpi e resistenze forti contro l’antigiudaismo nazista.
Laura Tussi
July 23, 2007 at 12:23 am
Grazie per questo contributo, Laura.
In un prossimo post,in autunno, ancora dedicato a Edmond Jabès, utilizzerò ampiamente gli scritti di Cacciari, soprattuto per quel che riguarda l’analisi dei primi tre volumi del “Libro delle interrogazioni”.
L’ho tenuto fuori da questo, volutamente, anche per non appesantire ulteriormente la lettura, e per dare il maggior spazio possibile all’analisi di Antonio Prete, al quale dobbiamo (insieme a pochi altri) la conoscenza e la diffusione dell’opera di Jabès in Italia.
A ben rileggerti su queste pagine.
fm