19 luglio 1992: Una strage di stato
Posted by nicololarocca on July 20, 2007
Pubblico la lettera aperta di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. Nessun giornale italiano le ha dato, finora, lo spazio che avrebbe meritato. Forse sarà pubblicata all’estero. Grazie ad Antonio Pagliaro http://www.xantology.com
Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.
Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio.
Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di sé, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese.
Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito.
Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia.
I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il suo assassinio, sono state oggetto di una “Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo” da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia (relatore on. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli “superiori”, hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione.
Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della “necessità” di eliminarlo con una rapidità definita “anomala” dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’agenda rossa.
Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone “mafia-appalti” che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.
Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto.
Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia.
Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia.
A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento.
E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’industrializzazione rispetto al resto del paese.
A seguire con il “papello” contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta.
A seguire, infine, con l’individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti “storici”.
Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico.
Come possono allora chiamarsi “deviati” e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei “Servizi” che, per “silenzio-assenso” del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti “nemici” nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistrati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come “nemici”, “comunisti” e “braccio armato” della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi politici.
Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto “pretendere” dallo stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da “questo” Stato, dal quale ho respinto “l’indennizzo” che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi.
Gli stessi silenzi, lo stesso “muro di gomma”, che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, mai i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’altro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile.
Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perché da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di “capi mandamento” che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia.
Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano).
Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migliore della ipotesi , di essere dei “professionisti dell’antimafia” o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come “nemici” o come “braccio armato della magistratura” .
Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace.
Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palermo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio.
Eppure nella stessa via, al n.68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio: “è arrivato in città il carico di tritolo per me”.
A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che “Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre”: infatti vi si recava appena almeno tre volte alla settimana!
La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: “Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio” .
Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio.
Chiedo alla Procura di Caltanissetta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio: eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del dott.Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento.
Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi.
Per un’altra archiviazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale.
Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte.
Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte.
O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Polizia dott. Parisi e il dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente
Altrimenti, grazie alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo.
E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio.
Salvatore Borsellino
Milano, 15 Luglio 2007

















vbinaghi said
Grazie per questo documento eccezionale.
Nicolò La Rocca said
Sai Valter qual è il problema? Che pagine così forti, come questa lettera di Salvatore Borsellino, non trovino spazio sui quotidiani (alcuni mie amici mi hanno detto di averne letto solo brevi stralci su un noto giornale nazionale, pubblicati col solito intento di portare acqua al proprio mulino, operando quindi quella manipolazioni del messaggio di Borsellino che proprio nella lettera del fratello è condannata…). Ancora una volta abbiamo avuto prova di quanto la nostra informazione sia addomesticata e anestetizzata. Insomma, credo che sia gravissimo che parole come quelle utilizzate da Salvatore Borsellino non abbiano avuto la giusta eco che meritavano. Mi piacerebbe discutere proprio di ciò sui maggiori blog: perché i quotidiani non hanno pubblicato l’intervento di Salvatore Borsellino? Ovviamente sarebbe una domanda retorica. Ma forse cercare di dare delle risposte a questa domanda delineerebbe meglio l’identità della blogsfera, rinforzando quel suo statuto “marginale” che ne costituisce la vera forza. Sarebbe un’occasione per i blog per rendere più libera l’informazione.
Borsellino : Stati di Sonnolenza said
[...] altri (qui, qui, qui e qui) segnalo anch’io la lettera di Salvatore Borsellino pubblicata da Antonio. postato in Paolo [...]
lucaariano said
Hai ragione Nicolò. Del resto qualche anni fa Lunardi disse che con la mafia si doveva convivere. Questa mentalità è più radicata di quanto si possa pensare. Tante belle parole di facciata ma poi nei fatti non è che le cose siano cambiate molto. La mafia (ma anche Camorra, Ndrangheta) esiste ed è forte sia al sud che al nord. Gli articoli e il libro di Saviano uscito in questi anni avrebbero dovuto scuotere le coscienze, invece va tutto avanti come prima…
Un caro saluto
vbinaghi said
Si può lavorare su molti fronti, anche quello di una cultura politica. Non credo che l’ammorbidimento delle indagini e la frustrazione della magistratura in questi anni siano da addebitarsi al solo berlusconismo (con tutta l’antipatia che provo per il partito azienda) ricordo elezioni vinte a palermo da un uomo di sinistra come Leoluca Orlando, con percentuali bulgare. Che ne ha fatto? E Bassolino, governatore della Campania? Io ho l’impressione che la strada giusta sia quella indicata anche da Saviano, cioè quella dei profitti illeciti, visto che quella delle pallottole se non perseguita subito e con ferma volontà svanisce.
beccalossi said
Concordo. Per capire il male in cui siamo dentro, è meglio seguire i profitti illeciti piuttosto che le pallottole. I primi non sono confinati a un quartiere o a una città o a una regione, come potrebbero essere le seconde. Il capitale è mobile, per definizione; il morto, invece, per definizione, è immobile.
Dico questo perchè, a mio parere, l’errore più grande sarebbe quello di isolare il fenomeno mafioso e criminale come un fenomeno esclusivamente geografico: la camorra come male di Napoli, e la mafia come male della Sicilia.
Invece bisogna accorgersi che mafia e camorra sono ovunque: il maggior merito del libro di Saviano è quello di aver delineato con nettezza la dimensione nazionale, prima, e quella internazionale, poi, della camorra e aver parlato del casertano per parlare del ricco Nordest e della Cina. Allo stesso modo la mafia non è confinata alla Sicilia: ed è evidente, ma lo si ricorda sempre troppo poco.
Ogni tanto mi pare che la Sicilia sia soltanto l’esponente dell’Italia e dei suoi problemi: un esponente anche sulla mappa, se prendiamo l’Italia e la giriamo a testa in giù. La forza occulta delle relazioni e degli incesti del potere, la collusione, e le bombe sostituite dalla diffamazione e dai dimenticatoi sono all’ordine del giorno non solo in quella regione ma in tutto il paese.
La cultura mafiosa è l’anima dell’Italia di oggi molto più di quanto lo fosse dell’Italia di ieri.
Ed è una mafietta che non spara, o spara meno; ma uccide di più, e rende pazzi quelli che non ci stanno.
Nicolò La Rocca said
La politica? Semplificando direi che l’anima settaria, dedita al colpo di stato (non solo culturale) si è scontrata con l’altra anima massone e mafiosa. Da questo scontro ne è nata la cosiddetta seconda repubblica.
E’ vero Valter, seguire gli interessi di queste organizzazioni criminali è un ottimo modus operandi, almeno sul fronte investigativo. Del resto sono stati gli stessi Falcone e Borsellino a indicarcelo. Ma non dobbiamo dimenticare un’altra cosa: se è vero che la Sicilia, come disse Sciascia, è solo la metafora dell’Italia intera, è pure vero che quella mentalità che precede e segue i fenomeni della criminalità organizzata, ha un passaporto siciliano, nel caso di Cosa nostra, e campano, nel caso della camorra. Insomma, nonostante gli interessi lievitino, raggiungendo mete lontane, la specificità di queste organizzazioni, la loro identità non sarebbe comprensibile facendo a meno di Palermo e Napoli. Palermo e Napoli non sono delle semplici tappe, sono il punto di partenza e insieme di arrivo.
Giovanni Nuscis said
Una testimonianza preziosa e una richiesta legittima quella di Salvatore Borsellino, a cui va tutta la stima e la solidarietà. Se non si non ha nulla da nascondere mi chiedo, perché non rispondere alle sue semplici domande? Non un semplice cittadino, le pone, ma il fratello di un uomo esemplare: lo si faccia, almeno, per rispetto alla sua memoria.
Sono rimasto sconcertato nel vedere sulla seconda rete Rai un’intervista a Contrada, il giorno che precedeva la conferma della sua condanna in Cassazione. Avranno preso provedimenti, in Rai, per una scorrettezza del genere? Vi appariva come un martire della “cattiva giustizia”, un perseguitato dalla magistratura. Ecco, in che paese viviamo
Gian Ruggero Manzoni said
Salvatore Borsellino ha dimenticato, nell’elenco delle stragi, quella della Stazione di Bologna del 1980… perché tutto è legato, in Italia, da sempre. Le connessioni mafie (al plurale), politica, capitale, media, Servizi più o meno deviati etc.(e la devianza vien sempre fuori, all’occorrenza, come se i ‘diretti’ non siano a loro volta deviati – tutte balle: è come dire che esistono 2,3,4 Italie, quando sappiamo benissimo che ne esiste una sola – tutta connessa, e lo ripeto)… dicevo, tutto è sempre unito, legato, cucito… strettamente cucito, dalla notte dei tempi. Nulla è cambiato sotto il sole. Già si vide nell’immediato dopoguerra (secondo dopoguerra, ovviamente), che, caduto (per modo di dire) il fascismo, non c’era per nulla la volontà di fare bene e meglio… lo si vide quando uomini e donne degni-onesti-retti-incorruttibili-statisti membri di Giustizia e Libertà e del Partito d’Azione come Ferruccio Parri, Riccardo Bauer, Norberto Bobbio, Andrea Caffi, Piero Calamandrei, Guido Calogero, Aldo Capitini, Nicola Chiaromonte, Tristano Codignola, Guido Dorso, Enzo Enriques Agnoletti, Vittorio Foa, Ettore Gallo, Aldo Garosci, Primo Levi, Emilio Lussu, Raffaele Mattioli, Luigi Meneghello, Massimo Mila, Ernesto Rossi, Manlio Rossi Doria, Joyce Salvadori Lussu, Gaetano Salvemini, Altiero Spinelli, Alberto Tarchiani, Adolfo Tino, Silvio Trentin, Leo Valiani, Franco Venturi, Paolo Vittorelli, Bruno Zevi e molti altri furono gradatamente esclusi dalla politica attiva-diretta oppure relegati in ruoli più che altro di ‘rappresentanza’ e di ‘opinione’ e nulla più. Quindi cosa resta da aggiungere? E neppure la sinistra, sempre più sinistrata, con l’allora PCI in testa, è stata mai in grado di venire a capo di tale situazione (Governo Prodi insegna nell’attuale). In Italia non c’è la volontà di cambiare. La ’storia’, così com’è, va infine bene ai più… e chi prende netta posizione contro: Croce sopra (come un tempo si diceva) e amen. Ad esempio chi può credere che Riina e Provenzano siano i boss dei boss? Non sono che 2 capibastone di secondo se non di terz’ordine che lo Stato ha fatto assurgere (per volontà politica e per cortina fumogena) al ruolo di 2 Lucky Luciano di casa nostra. Non credo affatto che i due sovramenzionati abbiano avuto, come invece li ebbe Luciano, rapporti con la CIA (già OSS) al punto di gestire, con essa (Operazione Husky), uno sbarco in Sicilia dei Marines (come successe nel luglio del 1943).
Angela D.N. said
pur comprendendo il tutto unito, gian ruggero non credo che sia dimenticanza. la strage di bologna e quella di capaci o di via d’amelio non sono uguali. il ‘non senso’ della strage di bologna sta nel fatto che poteva essere ovunque l’obiettivo era altro e le vittime erano solo pretesti. nelle altre due l’obiettivo era preciso e le vittime predestinate, che per colpire loro non importasse chi per dovere o casualmente fosse lì è vero non aveva nessuna importanza. la ‘mafia’ e i ’servizi segreti’ non sono la stessa cosa che la prima possa avere raggio d’azione ridotto rispetto ai secondi si è senz’altro vero nel senso che nulla del genere potrebbe avvenire senza la connivenza e/o strumentalizzazione dell’una sull’altra. e i discorsi si farebbero molto complessi e non è questa di certo la sede ma l’amara considerazione che permane è che le morti in genere hanno ‘il valore’ di una trasformazione, morire per una ‘giusta’ causa non dovrebbe servire a chi muore ma a chi resta. se due uomini nel fare il proprio dovere hanno accettato che il prezzo da pagare poteva essere la vita, non solo la loro ma anche quella dei loro cari, e hanno avuto il coraggio di non fermarsi e continuare in nome di una giustizia e di un sano cambiamento sociale, quale cambiamento oggi nel rispetto di quelle vite. credo che la tristezza del giudice borsellino, dopo la morte del suo amico falcone, fosse proprio questa. sapeva che la sua ora era inelluttabilmente dietro l’angolo e che a nulla era servito tutto ciò in cui avevano creduto e per cui avevano combattuto. l’efferata crudeltà di bologna vede vittime sfortunate al posto sbagliato nel giorno sbagliato. le vittime di capaci e via d’amelio mietono vittime al posto giusto al momento giusto e perchè tutto torni nella quiete della più incivile delle ingiustizie. è terribile il pensare come si possa morire invano.
beccalossi said
questa sera su rai tre, ore 21, documentario sul maxi processo di mafia di palermo e le morti di borsellino e falcone. trattasi di documentario pluripremiato a vari festival di cinema e di giornalismo.
Un piccolo blues (della costa ovest) » Blog Archive said
[...] a sostituirsi all’informazione, con un lento brusio. A tal proposito, Nicolò La Rocca su La poesia e lo spirito dice: “Mi piacerebbe discutere proprio di ciò sui maggiori blog: perché i quotidiani non [...]
Non è mai troppo tardi : Stati di Sonnolenza said
[...] a sostituirsi all’informazione, con un lento brusio. A tal proposito, Nicolò La Rocca su La poesia e lo spirito dice: “Mi piacerebbe discutere proprio di ciò sui maggiori blog: perché i quotidiani non [...]
Salvatore said
Milano, 5 SEttembre 2007
Salve a tutti
sono Salvatore Borsellino, fratello del Giudice Paolo.
Sto lavorando ad un progetto per riuscire a portare le voci di chi sta dentro la rete ed e’ sensibile a problematiche quali la lotta alla mafia e all’ignavia a questo riguardo dei politici di ogni parte a raggiungere il maggior numero dipersone possibile superando l’ostracismo dell’informazione.
Chi volesse partecipare a questo progetto, sia come parte attiva che come parte passiva, mi scriva.
Il mio indirizzo email e’ :
s.borsellino@teleware.it.
Un saluto a tutti
Salvatore Borsellino
enrico brogneri said
A suo tempo ho avuto modo di raccontare la storia del disastro di Ustica in un primo testo intitolato AI MARGINI DI USTICA e, all’esito del processo sui presunti depistaggi a carico dei generali, in un secondo libro con titolo AI MARGINI DI USTICA 2 – IN TUTTA OMERTA’.
Successivamente, nel dibattere specifici argomenti sul tema con occasionali frequentatori di blog, ho compreso che per una seria trattazione del caso non può prescindersi da un minimo di conoscenza dei fatti.
Pertanto, intendendo sollecitare l’attenzione dei lettori su alcuni aspetti che ad oggi non hanno trovato giusto rilievo nei media e favorire in tal modo l’apertura di una discussione più accattivante, riporto alcuni passaggi – tratti dai predetti testi – che possono comunque generare delle riflessioni e invierò gratuitamente i file dei relativi capitoli a chi me ne farà richiesta per approfondimento.
Enrico Brogneri http://www.studiolegalebrogneri.it
(mia mail: brogneri@studiolegalebrogneri.it).
Dal libro
AI MARGINI DI USTICA 2 – In tutta omertà
TRADIMENTO
“… Tonino commentò l’episodio con graffiante comprensione.
– E’ tutta gente che può vantare amicizie altolocate, contro le quali puoi far poco. E se pensi di poter essere tu a mettere in luce i misfatti di Ustica, devo convincermi che sei proprio ingenuo –
Non seppi dargli torto.
– Vabbé! – Buttai riesumando Scaloni – Ma non puoi negarmi il diritto di reagire se qualcuno m’accusa in mala fede di essere un assassino. Le offese sono lì, sono parole pesanti, amplificate dai microfoni e riprese da internet, ti rendi conto del contesto? –
– E che vuoi farci! – Esclamò Tonino – Dopo tutto potrebbe essere stato davvero un lapsus, no? -
– Un lapsus? E perché non ha chiarito!? Ha avuto tanto tempo per scusarsi! E invece, sai che ha fatto? Ha finto. Ha sostenuto di aver sottoposto ai giudici alcune domande di cancellazione delle espressioni offensive, e si è poi scoperto che si trattava di vere e proprie simulazioni, di istanze “ballerine” che potevano saltare da un procedimento a un altro per poi scomparire all’occorrenza. I suoi difensori hanno sostenuto che io avrei dovuto mettere la sordina all’episodio, e sai perché? Perché, dal loro punto di vista, il loro assistito non poteva e non doveva fare una brutta figura. Lui, il principe del Foro anconetano, il fondatore della Camera penale di Ancona, lui non poteva scoprirsi. La gente, i suoi clienti non dovevano sapere che, per imprecisati condizionamenti, non aveva onorato il processo di Ustica. Nessuno aveva il diritto di sapere -
Tonino prese fiato e insistette sulle sue apprensioni:
– Sono fatti gravi senza dubbio. Il pericolo è però in questo, nel potenziale allarme che suscitano certe riflessioni. Tu non puoi parlare di condizionamenti senza uno straccio di prova. Ti rendi conto dei rischi? – Osservò.
– Sono stati loro e non io, sono stati proprio i difensori di Scaloni a coinvolgere i magistrati della Procura di Roma. Vuoi sapere cosa hanno scritto a discolpa del loro rappresentato? Hanno detto che il loro cliente aveva dovuto aggiornarsi in tutta fretta sull’episodio del Mig perché solo pochi giorni prima dell’arringa qualcuno dalla Procura gli aveva fatto sapere di dover trattare anche la questione della possibile connessione con la caduta del DC9. Chiaro? Accantoniamo pure la prospettata incredibile interferenza della Procura, ma milioni di pagine, inevitabilmente correlate alla storia di una battaglia aerea, con un presunto Mig libico onnipresente, un Mig che lasci a Castelsilano e te lo ritrovi a Pratica di Mare dopo che era stato restituito alla Libia di Gheddafi, un Mig che appare e scompare come le ballerine di Scaloni, una mole, dico, così imponente di pagine può essere digerita in pochi giorni? –
Tonino a questo punto si mostrò sconcertato.
– E tu credi possa bastare per ipotizzare…? – Domandò
– Non ho elementi decisivi per sospettare grandi manovre. Ma a volte le verità fanno capolino proprio dietro i lapsus e, dopo quello di Scaloni, di lapsus ce ne sono stati altri – Esclamai rigirandomi tra le mani il libro che era stato da poco pubblicato dagli Editori Riuniti.
Tonino si incuriosì.
– Un altro libro su Ustica?! –
– Un altro libro, sì. E sai chi sono gli autori? Sono Erminio Amelio e Alessandro Benedetti, rispettivamente Pubblico Ministero e avvocato di parte civile nel processo Ustica, un libro scritto a quattro mani. E su questo, lasciamo perdere. Ci sono dei passaggi strani però –
Tonino non poteva ancora raccapezzarsi.
– <> – Scandì lentamente.
– Già, <>. Non riuscivo a trovarlo in libreria. Internet l’aveva pubblicizzato col diverso titolo di <>. Ho fatto varie telefonate a Roma, all’avvocato Benedetti e, per ultimo, allo stesso editore. Ho saputo alla fine che era stato ristampato col titolo attuale, e hanno fatto bene visto che è stato scritto mentre si celebrava il processo –
– Non potevano farlo? –
– Non lo so. – Risposi – Pensa a quel che è successo alla Forleo e a De Magistris. Lasciamo perdere Benedetti, ma per i magistrati ci sono dei limiti fondati sull’opportunità di non diffondere dichiarazioni sui processi loro affidati –
– E che hanno scritto di tanto grave? –
– Leggi qua! – Gli dissi aprendo il testo a…”
fabrizio centofanti said
mi sembra molto interessante, Enrico.
su Ustica abbiamo tutti l’impressione che ci siano molte cose non dette. il problema è che nessuno sa quali siano esattamente.