Sul senso dello scrivere
Posted by Giovanni Nuscis on August 19, 2007
Pensando alla scrittura, si materializza davanti a me l’immagine di un uomo piegato su un tavolo. Solo lui, nella stanza. Un’immagine semplice ma che sa riassumerci molte cose. La distanza dal mondo, il raccoglimento, la dedizione, e, forse, anche il sogno, l’urgenza, la fede in ciò che sta facendo, la capacità di fare a meno del calore del mondo: almeno per il tempo che si trova lì.
Alcuni aspetti, i primi, sono dati oggettivi, e poco conta la motivazione personale: necessità, terapia, lutto, sofferenza, emarginazione, riscatto sociale, follia, narcisismo?
Nulla è più significativo di quell’immagine che richiama un disegno di Franz Kafka, al sicuro nella purezza del suo circolo chiuso, della sua individualità insanabile.
Il tempo, per chi scrive, non è lo stesso tempo degli altri; fluisce con una scansione peculiare nella patologia del vivere discosti, nell’aver saltato l’argine, o l’essersi posti in bilico su di esso, tra il mondo e il vuoto: extraterritoriali, o quasi, per vivisezionarlo, il mondo, e così i pensieri, la vita. E così facendo, ferendosi e fortificandosi. E’ il marchio di Caino quello che si imprime nella carne del poeta, bene in vista o nascosto. E’ il marchio della non adesione totale, della socialità con riserva, se non coi fidati compagni di viaggio, e coi familiari; e non sempre, anche con loro. E’ il marchio della coerenza nell’incoerenza, che è duttilità, docilità, fede della piuma che asseconda la corrente.
La crescita del poeta non segue le strade consuete del saper vivere, della pienezza di godimento, dell’ingolfarsi nella materialità delle cose. Procede invece verso l’acuizione dello sguardo, dell’ascolto, verso la percezione animale della vita, per compenetrarne il segreto, per rinominarla.
E parallelamente, ci si arma per opporre resistenza, per ingaggiare ben altra battaglia contro la grande nemica: la morte. Accogliendola a piccole dosi come un veleno, studiandone gli effetti, la natura, preparandosi al suo avvento, con compostezza e dignità, sereni. Si chiede alla vita anche questo: di non lasciarsi sopraffare dalla morte, di poterla dominare; addirittura sfruttare, con complicità, almeno un poco, proprio con la scrittura. Confidando, ovviamente, di riuscire poi magari a ribaltarla, la morte, nel suo esatto opposto, e cioè, in vita intensissima, piena, con lo slancio disperato della consapevolezza. Picco altissimo che poi ridiscende, si stabilizza nella misura a noi più congeniale.
Vivi tra i morti, può capitare di sentirsi, e morti tra i vivi, ma con segreta, struggente aspirazione alla vita, come il Detlef del racconto Gli affamati, di Thomas Mann.
La poesia tutto e tutti accoglie, come una madre: il canto alto e solare delle anime felici – eteree, quasi angeliche, che sfiorano appena il terreno – e quello degli orfici, dei faustiani interlocutori degli abissi. Si possono forse evitare queste due dimensioni, l’una o l’altra, si può forse rinunciare a essere piume, ad appartenere a sé stessi e a nessun altro?
Come poi l’uomo dell’immagine scriva, quali maestri abbia ascoltato, chi egli sia, nel profondo, poco conta. Vedendolo di spalle ognuno potrà immaginarne il sorriso, o una smorfia, un’espressione pensosa o divertita, un guizzo scanzonato negli occhi, o l’opacità flemmatica della disillusione. Ognuno potrà vedervi chi crede, non una sola volta, ma tutte le volte che vorrà cambiare pelle, in piena libertà: in quel volto, allora, potrà vedere Eliot, Pound, Celan, Yeats, Machado, Pessoa, Borges, Kavafis, e via dicendo.
La salvezza e la congruità della scelta non sarà nel nome, ma nel tratto percorso a piedi, con fatica. Nell’inciampo e nella caduta, e nel successivo risollevarsi. Non ci saranno numi a sorridere, nei momenti difficili; i loro volti si rabbuieranno di nuovo; ricomparirà, sempre e soltanto, nuovamente, la stessa immagine che abbiamo detto, fino a quando non sobbalzeremo scoprendo, nell’uomo di spalle, il nostro volto. Sorridente o triste, giovane o vecchio: come l’avremo reso negli anni.
Giovanni Nuscis
(Pubblicato nel 2004 sulla rivista Poiein)

















francesco sasso said
ciao Giovanni
“E parallelamente, ci si arma per opporre resistenza, per ingaggiare ben altra battaglia contro la grande nemica: la morte.”
Invece io combatto me stesso, resistenza all’inganno, direi, e non alla morte. “Lascio stare le cose più grandi di me”.
un caro saluto
f.s.
Giovanni Nuscis said
Perché “più grande” di noi, Francesco? Più piccola: almeno per un certo tempo – e non per nostro merito – che ci auguriamo più lungo possibile:-)
Buona domenica
Giovanni
fabry2007 said
ci si arma per opporre resistenza, per ingaggiare ben altra battaglia contro la grande nemica: la morte.
io invece mi ci ritrovo, sarà che la incontro tutti i giorni. volenti o nolenti, bisogna farci i conti, seriamente.
elena f said
E’ il marchio della non adesione totale, della socialità con riserva, se non coi fidati compagni di viaggio, e coi familiari; e non sempre, anche con loro. E’ il marchio della coerenza nell’incoerenza
anche se non come piuma che segue la corrente, piuttosto come discesa scoscesa a piedi e mani nude, fra le asperità della propria introversione ed estroversione mai del tutto domate e, chissà, forse indomabili.
elena f
c&c said
…l’immagine di un uomo piegato su un tavolo. Solo lui, nella stanza.
Ricorre spesso quest’immagine ne La valigia di mio padre di Pamuk, Einaudi, il suo discorso al ritiro del Nobel.
Con il suo tempo diverso, con il suo marchio di Caino, lontano dal mondo, lo scrittore con le sole sue parole di mondo ne costruisce un’altro, parallelo e tangente, suo.
akmeno said
“Si chiede alla vita anche questo: di non lasciarsi sopraffare dalla morte” e magari di abbracciarla alla fine.
Un pezzo bellissimo che stamperò per tenerlo nelle mie riletture.
Blackjack said
Perché uno scrittore deve sempre essere un misogino, solitario e sofferente? Ma non è che magari si esagera un pochino?
Al di là della forza del pezzo; che non mi metto sicuramente a discutere.
Blackjack.
fratturemultiple said
non so, io che non ho mai argent de poche ci penso su, ma anche se ci devo riflettere mi è piaciuto il post.
Giovanni Nuscis said
Vi ringrazio tutti per la lettura.
E’ uno scritto buttato giù di getto – cosa che mi capita di rado – e pubblicato poi con pochi ritocchi. Come tale va preso, nella sua opinabilità evidente che, spero, sia stata di stimolo.
Giovanni
mariapia said
Come non riconoscersi in quella postura, movimento dell’immobilità e tensione flessa del pensiero?
e se non fosse detto dal disegno di Franz K. comunque lo vedremmo. . Ricordo quando entrai , in punta di piedi, nella stanza-urna bianca-cameretta piena di fiori, ogni giorno portati dai ragazzi, di Scardanelli a Tubinga, che ne rimasi rapita:
era un regno di pace di vita, le tre finestre e la sua sediada cui scriveva, e al muro ai quattro punti cardinali, le quattro poesie sulle stagioni..un all’anno in un tempo fuori dal tempo, una lento vivere, accettando(ne) la fine
Che mi ispirarono nel tempo un’idea della morte come abito della vita, come l’abbiamo vissuta.o voluta, i più fortunati.
Grazie.
MPia