Passeggiata neozelandese
Posted by Gaja Cenciarelli on August 22, 2007
di Gaja Cenciarelli
[questo racconto è stato pubblicato su Sinestetica il 9 marzo 2007]
Scendere non sembra difficile. Ci sono dune a perdita d’occhio che digradano fino alla spiaggia con qualche ciuffo di vegetazione qua e là. C’è l’Oceano Atlantico davanti alla riva (la sola idea scardina porte blindate che fino a qualche minuto fa ho pensato inespugnabili, piantate nel terreno della mia anima). La spiaggia mi sembra infinita, un concetto inesprimibile. Macchie marroni distese sulla sabbia (mi accorgerò solo dopo che si tratta di leoni marini).
Sono arrivata in Nuova Zelanda due giorni fa. Quando, sull’aereo, la hostess ha avvisato che stavamo per atterrare all’aeroporto di Christchurch, io avevo le cuffie alle orecchie: ascoltavo The Ghost of Tom Joad. Cantavo sommessamente e, sentendo quelle parole diffuse dalla cabina di pilotaggio, i miei occhi sono diventati liquidi.
In a cardboard box neath the underpass
Got a one-way ticket to the promised land
Al momento di scendere dall’aereo mi sono guardata intorno come se stessi lasciando una casa che mi aveva resa felice.
Grazie per aver volato con Emirates.
Scruto la spiaggia. Sono a Dunedin, nella penisola di Otago, sull’Isola del Sud. È l’otto dicembre, e qui dovrebbe essere estate. Invece no, quantomeno non oggi. Il tempo è meravigliosamente grigio, fresco, con le nuvole che pesano, con il cielo che sembra quasi volersi poggiare sulla testa della gente per quanto è gravido.
Il nome maori della Nuova Zelanda è Aotearoa. Ossia the land of the long white cloud. La terra della lunga nuvola bianca.
A me piace il cielo plumbeo. Mi piace quella sorta di mistero che lascia intravedere e che suggerisce l’urgenza di qualcosa, ma soprattutto mi piace tutta la luce che sembra voler esplodere tra una nuvola e l’altra, perforando quelle forme gonfie di ogni tonalità di grigio. E mi piace ciò che si apre dentro di me sotto quel cielo: flussi di parole, di pensieri, un magma di creatività e di vita. Tanto fuoco, tanto rosso che viene voglia di affondarci le mani e di immergercisi completamente per assorbire la vita e dimenticare la paura del vuoto, del non essere.
Sono vestita pesante, come se stessi in Italia: ho le calze, le scarpe, un piumino addosso. La gonna è stretta, forse mi creerà dei problemi. Ma la discesa sembra dolce.
Il pensiero della sabbia che mi entra nelle scarpe, che si infiltra nelle calze mi fa rabbrividire di fastidio: so già che sarà difficile liberarmene. Dovrò stare attenta.
They say you gotta stay hungry
hey baby I’m just about starving tonight
I’m dying for some action
I’m sick of sitting ’round here trying to write this book
Credo che scenderò. Voglio arrivare in fondo, mettermi al centro di quella spiaggia infinita, rovesciare la testa all’indietro, guardare davanti a me e sentirmi davanti all’Oceano, sola, a pochi metri dai leoni marini. Voglio diventare un’altra, una diversa versione di me che rimarrà per sempre qui. Voglio pensarmi in questo diamante quando mi servirà, quando mi sentirò sprofondare.
Prima di arrivare alle dune che scendono verso il mare c’è un sentiero di pietra: è strettissimo, scivoloso, in alcuni punti formato da scalini di pietra. Tremo, il ricordo della frattura non mi abbandona mai. È come se avessi ancora il gesso, malgrado siano passati tre anni e mezzo. La sinistra per me è e sarà sempre la mia gamba marcia. I passi sono incerti, lentissimi. Sudo: per la tensione, per la paura di cadere, perché la gonna è stretta e mi impedisce di muovermi come vorrei, come avrei dovuto. Non avevo idea che mi si sarebbe prospettata questa passeggiata. Sul sentiero non c’è nessuno, nemmeno sulla spiaggia, e per quanto io riesca a vedere, neanche sulle dune di sotto (È questo che mi ha attratto, che mi ha risucchiato: tutta quell’assenza, così piena di me). Potrei togliermela. Potrei. Ma alcune delle mie porte sono e rimarranno sempre inscardinabili, blindate, sbarrate.
Quando il sentiero termina, le dune alte e morbide sembrano un deserto. Anche le piccole onde che il vento modella sulla sabbia mi fanno sobbalzare. C’è sabbia a perdita d’occhio. Eppure da dove mi trovo io sembra che i passi da fare per arrivare alla spiaggia siano pochissimi.
Sento una goccia sui capelli, compaiono macchioline scure sulla sabbia. Vedo l’Irlanda ovunque. Anche qui, dall’altra parte del mondo, tra l’Australia e la Polinesia Francese. Sono dall’altra parte del mondo, io. Dodici ore di fuso orario. A venticinque ore di volo dall’Italia. Dall’altra parte del mondo.
In una terra, fino ad allora, solo sognata. Sapevo che c’era perché la vedevo sulla carta geografica. Ma lo stupore con cui ho aperto gli occhi sulla sua gente, sulle città, sulla sua vita è stato simile a quello di un bambino che per la prima volta dà i nomi alle cose, e capisce che il piano orizzontale quadrato o tondo sorretto da tre o quattro gambe si chiama tavolo.
Sto vivendo dall’altra parte del mondo. Nel posto più lontano dall’Italia dopo la Polinesia Francese. I neozelandesi definiscono ironicamente la loro terra downunder.
Le dune non sono poi così basse e i passi, quindi, non sono pochi. I miei piedi affondano nella sabbia. Sento i granelli solleticarmi la pianta, graffiarmela. La sabbia è così bella, così pulita, chiara. Vorrei tuffarmici, annullarmi. Non è fastidiosa, non mi crea disagio.
Ha smesso di piovere, ma il cielo è sempre plumbeo, trafitto qua e là da lame di sole.
Sudo, adesso, ma per la fatica, perché il cammino è lungo non perché abbia paura di cadere e di fracassarmi qualche osso. E sono felice di sudare, sono serena. Mi sto liberando di quel timore, è come se dai miei pori colasse via la paura, sono libera e sono quasi arrivata. I leoni marini sono giganteschi. Nel retro della mia mente un pensiero bussa insistemente ma io non lo lascio entrare.
Davanti all’Oceano esplodo.
E vedo ogni piccolo frammento di me spargersi ovunque, schizzare verso il cielo, alla mia destra e alla mia sinistra, nell’acqua. La sensazione che ho provato appena di fronte all’Oceano, in mezzo alla spiaggia deserta – lunghissima, larghissima, mia – è stata troppo devastante per tenerla dentro. Vedo una mano atterrare tra le onde violente, un ciuffo di capelli svolazzare nel vento, le gambe sparate verso il grigio del cielo, e pezzetti ancor più piccoli di pelle diventare iridescenti, colorarsi a seconda della luce come minuscoli coriandoli di cristallo. Vedo la me stessa che non è più dall’alto, perché i miei occhi fluttuano sopra all’Oceano. Sono libera.
Quel che è rimasto di me, e che non è più corpo, si avvicina alla riva, cammina nell’acqua. Quel che è rimasto di me è la volontà, e la volontà mi impone di bagnarmi nell’Oceano. Mi chino, e il mio non-corpo accarezza l’acqua dell’altra parte del mondo. Mi drizzo di nuovo, mi metto controvento. La gonna si appiccica alla mie non-gambe. Io ormai sono pura emozione, non c’è niente di fisico in me. Se dovessi associare un’immagine alla libertà, sarebbe questa. Sarebbe un non-corpo, sarebbe la sola volontà.
Rimango lì, a tuffarmi nel silenzio, mentre parti di me nuotano nell’Oceano e altre membra riposano, abbracciate dalla sabbia.
Sempre sola.
Perché in Nuova Zelanda vivono quattro milioni di persone e due terzi sono nell’Isola del Nord, che è la metà dell’Isola del Sud, più selvaggia e di una bellezza più feroce. La superficie della Nuova Zelanda ha un’estensione quasi pari a quella dell’Italia.
È una solitudine che mi crea e mi ricrea, perché di secondo in secondo sento tornare la mia fisicità, mi accorgo di avere i piedi bagnati e i capelli pieni di sabbia. Mi accorgo di star guardando l’Oceano e la spiaggia. Alla mia sinistra vedo un leone marino addormentato. Accanto a lui dev’esserci ancora una delle mie mani. Ma forse no. Forse non si tratta di una mano. È una sagoma informe e scura.
Mi avvicino: sono alghe. Alghe enormi, che sembrano fruste di gomma, lunghissime. Qui tutto è più grande, tutto è decuplicato, anche la solitudine. Solitidune. Solite dune.
Mi volto di scatto: due surfisti stanno per buttarsi tra le onde. Corrono verso l’Oceano.
Non sono più sola e quindi è arrivato il momento di andarmene. Raccolgo gli ultimi pezzi di me che incontro sulla sabbia, prima di tornare sui miei passi, verso il sentiero.
Ma prima del sentiero quel che mi trovo davanti è un muro di sabbia. Verticale. Perpendicolare alla spiaggia. Sarà alto circa venti metri, se non di più. Rimango gelata dalla consapevolezza che il pensiero che bussava alla porta della mia mente, poc’anzi, era esattamente questo: tornare su non sarà altrettanto facile. Sicura di riuscirci?
Guardo freneticamente a destra e sinistra, e dietro di me, e d’un tratto quella solitudine mi sembra fittissima, mi preme addosso, è un collante che attacca definitivamente tutti i pezzi di me schizzati ovunque pochi minuti fa.
Non ce la faccio. Non ce la farò. Il primo passo mi affossa nella sabbia. Non mi sono mossa di un centimetro, la sabbia cede e sprofonda e io con lei. La mente non ha più pensieri. Se dovessi associare un’immagine al panico sarebbero linee aguzze, affilate, sarebbe un’immagine mobile, confusa, e un urlo, un gelo nello stomaco.
Devo tornare a essere pura volontà.
Ma non posso, non sarò mai più come prima, ora il mio corpo è tornato, ho i piedi bagnati, la gonna stretta, il piumino che mi pesa addosso come se fosse di piombo. Un’altra falcata: cerco di coprire quanta più distanza possibile con un solo passo, già sapendo che la sabbia mi riporterà indietro.
E infatti è così.
Mi sembra di affogare. Non arriverò mai, non ce la farò.
Non guardare in alto, non guardare il muro.
Alzo la testa e guardo il muro. Scoppio.
Le lacrime scendono mio malgrado. Faccio un altro passo e di nuovo la frustrazione mi fa singhiozzare. Di colpo mi sento due in una, non riesco a far uscire da me quella che urla, che ha paura, che grida no, è impossibile.
Non so se fatico di più a ignorarla o ad arrampicarmi. Perché è questo che sto facendo: mi arrampico, carponi, e a ogni movimento so già che sprofonderò un poco. Mi allungo e scivolo. Mi allungo e scivolo. Ma riesco comunque a conquistare qualche metro.
Non guardare in alto. Non guardare quanto manca.
Mi aggrappo ai ciuffi di vegetazione. A volta resistono, altre volte li strappo via e scivolo, vanificando tutti i miei sforzi. Ho la sabbia a pochi centimetri dal viso: di nuovo vedo comparire quelle macchioline scure. Piove.
You can’t start a fire without a spark.
Continuo a salire.
Piuttosto, guarda dietro di te. Se guardi quanta strada hai fatto capirai anche quanta te ne manca.
Mi volto e la spiaggia senza fine e l’Oceano sono lontanissimi, in basso. Stento a credere di esser già riuscita a salire così in alto, di essere arrivata a questo dislivello. Mi fanno male le gambe, le caviglie, i polpacci. Ma soprattutto le braccia, in continua tensione, alla ricerca di un appiglio che non sempre trovano, costrette a bilanciare il mio corpo, impedendogli di perdere l’equilibrio. È quello il mio terrore: rovesciarmi, cadere di schiena, rotolare all’indietro, tornare al punto di partenza.
Hey there, baby, I could use just a little help.
E continuo a guardarmi alle spalle, la spiaggia s’ingrandisce, il mio campo visivo si allarga, vedo il percorso in salita che ho fatto finora, con gli occhi abbraccio la scena che circa un’ora fa mi ha risucchiato.
Finché il mio piede non sbatte contro la pietra.
Mi alzo in piedi e sentirmi di nuovo verticale mi fa tremare le gambe.
Io sono verticale, ma vorrei essere orizzontale.
Comincio a salire i gradini scivolosi e lucidi di pioggia. Non sono Sylvia Plath. Vacillo, le cosce e i polpacci si muovono per conto proprio, io confido nella mia volontà, che le tenga incollate alla pietra. Mi rendo conto che la fatica di prima mi ha fiaccato e che avanzo con la schiena curva.
Arrivata in cima mi volto. I leoni marini sono tornati a essere informi macchie scure, i surfisti sono due puntini che si muovono al largo. La spiaggia però sembra ancora sconfinata, anche da qui. Ma il muro di sabbia non si vede. Da quest’altezza ci sono solo dune morbidamente confuse una nell’altra, dolci, inoffensive. Il muro di sabbia scompare sotto il sentiero.
Piove ancora.
Amo questo cielo forato di luce.
Mi fermo un attimo a guardarlo, con la testa rovesciata all’indietro. La ghiaia sotto i piedi è ancora troppo dura per camminare speditamente.
I’m on fire.
Mi volto di scatto come se avessi sentito gridare il mio nome e sopra all’Oceano vedo – inconfondibili – i miei occhi che fluttuano sorridenti sopra la spiaggia, al centro di un vortice formato da minuscoli coriandoli iridescenti.

















Lucio Angelini said
Maori, tu sei unica:- )
Gaja said
:-D Anche tu, Angelico! (io queste battute, tanto fulminanti quanto geniali, le intendo sempre come apprezzamenti. In caso contrario, sarai costretto a specificare ;-))!) Pangèoti:*
c&c said
Ah Gaja sulla spiaggia di Katherine…
Very early morning. The sun was not yet risen, and the whole of Crescent Bay was hidden under a white sea-mist. The big bush-covered hills at the back were smothered. You could not see where they ended and the paddocks and bungalows began. The sandy road was gone and the paddocks and bungalows the other side of it; there were no white dunes covered with reddish grass beyond them; there was nothing to mark which was beach and where was the sea. A heavy dew had fallen. The grass was blue. Big drops hung on the bushes and just did not fall; the silvery, fluffy toi-toi was limp on its long stalks, and all the marigolds and the pinks in the bungalow gardens were bowed to the earth with wetness. Drenched were the cold fuchsias, round pearls of dew lay on the flat nasturtium leaves. It looked as though the sea had beaten up softly in the darkness, as though one immense wave had come rippling, rippling–how far? Perhaps if you had waked up in the middle of the night you might have seen a big fish flicking in at the window and gone again. . . .
(K. Mansfield_At the bay)
Gaja said
C&C: Katherine Mansfield! Che *immenso* regalo mi hai fatto… la grande Katherine perseguitata dal senso di inferiorità letteraria rispetto alla madrepatria, dalla consapevolezza della marginalità della Nuova Zelanda, dal suo timore di non essere altro che una scrittrice “delle colonie”. E invece era – è – un’autrice meravigliosa. Ho visto tante baie, tante spiagge, in Nuova Zelanda, C&C: anche quella in cui è stato ambientato lo “sbarco” di Holly Hunter e di Anna Paquin in “Lezioni di piano”, nell’Isola del Nord. Ti assicuro che dal vivo l’emozione, la bellezza, l’intensità non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelle trasmesse dallo schermo. Ho spesso pensato di aver trovato l’Irlanda nell’emisfero meridionale, per quello che ha saputo suscitare in me questo luogo selvaggio e unico al mondo. Grazie, C&C, grazie di cuore! Ti abbraccio!
c&c said
oh ricambio abbraccio!
in nome di sorellanza mansfieldiana…
c&c
Carla said
Ciao Gaja, questa è per te…
“ovunque tu sia
inseguendo zingari o re
il cielo d’Irlanda è dentro di te”
F.Mannoia – il cielo d’Irlanda
Gaja said
Carla, Franz e Fabry possono testimoniarlo: ero indecisa se pubblicare questa passeggiata o il testo del “Cielo d’Irlanda”. Il mio abbraccio per te, stavolta, è triplo. Grazie. È verissimo: il cielo d’Irlanda è *sempre* dentro di me. Ti bacio.
Lucio Angelini said
Cfr. “La risposta è dentro di te, solo che è sbajjjata” (”Quélo”, di Corrado Guzzanti)
Gaja said
Mio Angelico, sei criptico! Esplicitati! Su Rieduchescionalciennèl! (Cit. “Vulvia”, di Corrado Guzzanti)
Art said
“Spesso non sappiamo apprezzare fino in fondo ciò che abbiamo davanti”
Sembrava quasi di esserci, leggendo.
Gaja said
Quello che scrivi è verissimo, Aki. Grazie di cuore. Sono felice che tu abbia scritto che ti è sembrato quasi di esserci: so quanto ti sarebbe piaciuto trovartici davvero. (Prima o poi succederà ;-)) Ti abbraccio e ti ringrazio: immagino la difficoltà di connessione… :*
fabry2007 said
confermo: l’alternativa era Il cielo d’Irlanda:-)
grazie, Gaja, e brava! sembra davvero di esserci.
ramona said
fa sempre effetto rileggerlo… sempre molto bello… Ciao
Gaja said
Grazie a Fabry e a Ramona: siete davvero due tesori! :*
Laura said
Mi hai fatto soffrire di agorafobia. Consideralo un complimento, cara Gaja. E’ uno di quei disturbi che più amo subire perché, a volte, nello schianto è la risposta.
Ti abbraccio.
Lòra
Gaja said
Che dirti, Lòra, se non grazie? Un bacio.