Caduta di un gigante
Posted by mbaldrati on August 24, 2007
di Mauro Baldrati
Nelle mani giuste di Giancarlo De Cataldo è il secondo romanzo in cui m’imbatto in un ritratto di Raul Gardini (Ilio Donatoni). L’altro è Il ritorno a casa di Enrico Metz di Claudio Piersanti (ing. Marani). Nel secondo il personaggio viene rappresentato con ammirazione, l’ing. Marani è un imprenditore outsider, un gigante anticonformista che fa proposte industriali che mettono a soqquadro l’establishment (per esempio Gardini propose di utilizzare un derivato della soja, di cui era grande produttore, come additivo per la benzina); nel primo appare in tutta la statura tragica di chi, mosso da grande ambizione, forse da un’ansia di paragone col Fondatore della dinastia, del quale ha sposato la figlia, si impegna in un gioco pericoloso, più grande di lui (accordi-ricatto con Cosa Nostra).
Queste letture mi hanno stimolato il ricordo di quando conobbi Gardini, per un servizio fotografico.
Nel settembre del 1992 fui inviato per conto del mensile Capital al Villa d’Este, sfarzoso hotel sulle rive del lago di Como dove ogni anno lo Studio Ambrosetti organizza il famoso convegno dove l’élite della classe dirigente, banchieri, industriali, ministri si trovano per discutere e per pianificare le cose loro. Dovevo fotografare Raul Gardini per la copertina, più un paio di foto in esterni.
Appena arrivai fui fermato da due agenti in borghese che mi chiesero le generalità. Fui stupito di non dovere esibire documenti, né la lettera del giornale: “Lei chi è?” e io: “sono di Capital…”; mi fecero passare senza alcuna verifica. Altri tempi. Avrei potuto essere chiunque, un terrorista, un ladro, sarei stato libero di operare senza problemi.
Dentro, nell’ampio giardino con vista sul lago, in un immenso e variopinto buffet, i padroni del vapore conversavano, ridevano, prendevano accordi. L’avvocato Agnelli, con una coppa di champagne, era come al solito attorniato da una folla adorante.
Dovevo risolvere subito il problema della location, cioè un luogo appartato in cui montare il fondale per il primo piano della cover. Gli uomini della reception distrattamente dissero che non c’era neanche una saletta libera. Assurdo, in un hotel enorme come il Villa d’Este. Così, come spesso accade in questo mestiere, mi misi alla ricerca da solo. Trovai un locale abbastanza ampio e montai immediatamente l’attrezzatura, poi andai a cercare Gardini.
Era al buffet, con suo figlio. Anche se era al corrente, perché il servizio era stato concordato dalla redazione, mi guardò con quel suo occhio leggermente strabico, dilatato, mi ascoltò nella mia esposizione nervosa e ansiosa (prima di una foto importante ero sempre alquanto nervoso e ansioso). Raggiungemmo il set e iniziai immediatamente a scattare. Lui subito disse che c’era poco tempo perché i lavori stavano per riprendere e non voleva arrivare in ritardo. Pessimo inizio, le espressioni facciali erano tese, e la mia direzione pure. A un certo punto Gardini si infuriò. Infatti quello era l’ingresso cui si accedeva alle toilettes. Non me n’ero accorto maledizione, in ogni caso non c’erano altri siti liberi… D’un tratto scattò in piedi, disse con irritazione “ma dove diavolo mi ha fatto venire, nei cessi?” e se ne andò bruscamente. Restai con un palmo di naso e pochissime, bruttissime foto. Un disastro. Servizio fallito, la copertina, già programmata, da sostituire. Uno smacco.
Ma a quei tempi non ero tipo da perdermi d’animo. Era impossibile, assolutamente impossibile, che in una cittadella come il Villa d’Este non vi fosse uno straccio di posto dove lavorare con calma. Girai qua e là, curiosai in giro e in meno di mezz’ora trovai una grande dependance, vuota, tutta per me. Mentre maledicevo gli addetti della reception corsi a smontare l’attrezzatura e la rimontai a tempo di record. Poi aspettai la prossima pausa.
Quando i padroni, i banchieri, i ministri tornarono a sciamare verso il buffet, intercettai di nuovo Gardini, e con enfasi, e un nervosismo che mi spezzava le reni, dissi: “Dottore, dottore, mi sono dato da fare…” Mi sono dato da fare era irresistibile, valutai, per un imprenditore liberista; infatti Gardini ridacchiò, anche per il mio accento della Romagna dura e pura contaminato col milanese, e accettò di seguirmi, purché stessimo entro i tempi, per non arrivare in ritardo alla ripresa dei lavori. Ero stupito da questa sua attenzione estrema alle convenzioni: lui, l’imprenditore che sfidava le regole era corroso dall’ansia di arrivare in ritardo al convegno con l’Avvocato.
“Bene, dottore, adesso mi guardi con un sorriso di comando!” dissi. E lui, un po’ sorpreso, mi fissava con l’occhio fiammeggiante e un sorrisetto di circostanza.
“Dottore, voglio un sorriso di comando!” Intanto scattavo, scattavo, scontento di ciò che vedevo nel mirino. Lo trovavo rigido, tirato; tutto in lui era teso, guardingo.
“Dottore, mi deve guardare con un sorriso di comando!” E lui, d’un tratto, sbottò: “Insomma, si può sapere cos’è ‘sto sorriso di comando?” E il mio dito indice, pronto, scattò la foto decisiva.
Al giornale furono entusiasti. Per l’atmosfera, e il sorriso da trionfatore del personaggio, fu giudicata una copertina storica.
Nove mesi dopo l’uscita del giornale, il 23 luglio 1993, “Ilio Donatoni chiuse a chiave la porta dello studio e andò alla cassaforte.
Digitò la combinazione e il grosso portello si aprì con uno scatto secco.
Fissò la Luger che il Fondatore aveva preso a un soldato tedesco caduto sull’Appennino Emiliano nel ’44.
Un impiegato aveva l’incarico di tenerla perfettamente efficiente.
Controllò che fosse ben oliata.
Inserì il caricatore. Scarrellò finché il colpo non fu in canna.
Appoggiò la canna alla tempia e con l’indice fermo sondò il grilletto. Opponeva troppa resistenza. Si era dimenticato la sicura.
Poggiò nuovamente la canna alla tempia.
Poi, senza darsi tempo per cambiare idea, sparò”.

















domaccia said
Interessante davvero, questo resoconto di un “incontro” ravvicinato.
lucaariano said
Sì sì molto interessante!Bella questa commistione tra fiction e realtà.
Un caro saluto
mbaldrati said
Grazie ragazzi!
MB
cf05103025 said
Bello questo pezzo, molto, vivissimo.
bravo Baldrati!!
MarioB.
lapoesiaelospirito said
Gran bel pezzo, sei un narratore nato, e qui ci fai vedere Villa D’Este e il Gardini “corroso dall’ansia” come se avessi scattato un’altra foto con altri mezzi, tanti anni dopo.
fk
Carla said
bel giochetto gli hai tirato prima di scattare, è?
anche a me è piaciuto molto…si sente tutto l’affanno del lavoro di un fotografo e, dall’altra parte, la resistenza che bisogna …addomesticare.
ciao
carla
fabry2007 said
te l’ho detto altre volte, Mauro, e lo ripeto qui: impeccabile.
c’è solo un “dove” di troppo, vediamo se lo trovi.
Carla said
@Mauro,
sei per caso stato anche a Villa Melzi a Bellagio?
i giardini di Villa Melzi sono una delizia…
Carla said
psps;
così come non sono da meno i giardini di Villa Carlotta!;-)
Ciau
mbaldrati said
Ri-grazie a tutti.
Fabry, grazie anche a te dell’editing, trovato il secondo “dove”:
“sulle rive del lago di Como dove ogni anno lo Studio Ambrosetti organizza il famoso convegno dove”.
No, Carla non sono mai stato al Villa Melzi.
fabry2007 said
era proprio là, Mauro:-)
bentornato dalle vacanze.
akmeno said
Mi sono bevuto questo post tutto d’un fiato, altri altri…