Francesco Marotta, PER SOGLIE D’INCREATO – Edizioni Il crocicchio
Posted by Sebastiano Aglieco on September 16, 2007
Leggendo questo libro, ospite delle città tedesche distrutte nell’ultimo conflitto mondiale – Dresda, Norimberga, Monaco, Colonia, Francoforte – sono stato assalito dall’immagine dell’esule, dal dramma dell’Essere nel suo peregrinare di soglia in soglia fra le distruzioni della storia. Mi sono detto: queste poesie si potrebbero pronunciare in una terra discosta, a tutte le latitudini di questo mondo, e probabilmente di ogni pianeta abitato. Là dove qualcosa è andato bruciato. Non parlano di cose, luoghi e tempi riconoscibili nel nostro diario quotidiano, piuttosto di eventi universali: della nascita, del sostare in questa vita; della morte. Dell’evento, momento irripetibile per ciascuno di noi, cancellati i particolari del racconto, della biografia. Come dice Marco nel suo Vangelo: “ e così lo crocifissero”, presupponendo che, conosciuto il protocollo della crocifissione, non sia necessario attardarsi sui particolari. Si presuppone che ciascuno – ogni madre che mette al mondo un figlio, ogni sacerdote che lo riconsegna a Dio, possa rivolgersi a tutti i nati e a tutti i morti con la stessa chiarezza dello sguardo. Dicendo semplicemente: “questo è umano”.
Non è un libro, questo, scritto per la Storia, per i vessilli del tempo, per la tenzone e le parole vane; è un libro che guarda la Storia da un limes, da una soglia, appunto. I versi osservano questa alchimia del divenire nascondendo il soggetto, ciò che i moderni hanno trasformato nel Narciso, intuendo il potere mortuario della parola la quale, mentre descrive la vita, ne proclama la morte. Il libro certamente è scritto lungo le rive del grande fiume delle mutazioni, dell’incessante trionfare ed eclissarsi delle forme in altre forme simili e dissimili coscienze. Nel varco, le cose potrebbero decidere di non nascere e tornarsene nel regno indistinto, ma l’oblio è possibile solo alla coscienza, bevendo dalla fontana della dimenticanza. E la coscienza è stato che appartiene alla poesia, non necessariamente a un fiore:
sugli orli dell’alba
da sempre maturano
due lampi, due bagliori –
quello che annuncia il giorno,
riaffiorando da vampate
d’ombra e di silenzio,
e quello che insiste
in remoti segnali di voce,
in lettere di dolenti predizioni
(p. 19)
Lettere di dolenti predizioni, appunto; visione e premonizione.
Cosa sia questo prima, questo sporgersi dell’Essere nel mondo, è cosa che possiamo raccontare solo attraverso le immagini del mito e dell’allegoria. In questo stare a margine, la poesia può vedere ciò che gli altri vivono, subendo questo dolore del dover dire, dell’essere altro linguaggio senza aspettarsi coscienza. Le parole da dire sono prepotenti e potenti; è questa la condizione del poeta che sta in ascolto, che non può soffermarsi sulle piccole cose ma è costretto a viaggiare di notte, ad arrampicarsi sulle montagne, ad essere atterrito dal soffio potente dell’uragano, a sopportare i flussi e i riflussi della marea in attesa dell’evento. Questo poema dell’inconsistenza, del trascorrere, paga al tempo il suo essere fuori tempo, a contatto invisibile con i grandi miti e i grandi riti della poesia.
Lascia alla parola l’aura
incantata delle origini
Il lume che compete
per nascita e destino
(p. 37)
Dov’è l’Io in questo poema? Esso non si è sottratto facendo parlare la Natura. La Natura non parla. Piuttosto emana un soffio, un suono. La Natura, trasformata nelle immagini potenti e contratte dell’allegoria, rimanda ancora al suo silenzio, alla responsabilità del vecchio poeta demiurgo che deve farsi tramite, traduttore del linguaggio. Ma qui è il punto: il linguaggio che usa Marotta è privo di allegoria. Esso è descrittivo, nel senso che si pone nella presa diretta dell’accadere, del descrivere guardando. Come il battello pazzo solcava le acque, attraversava il tempo e riportava la visione di paesaggi sconvolgenti, ecco, qui il procedimento consiste nel mettere in atto una forma di sensorialità congiunta al pensiero, al creare forme. Descrivere, nella visione, i trasalimenti della materia, il suo tornare al buio, all’increato, il suo ritornare alla prima parola. E’ la rivelazione pura, cioè il suo mostrarsi in unità, tale che non è possibile scindere ciò che è da ciò che è pensato. Il mostrarsi dell’Essere non è la vita ma la sua complessità mentale.
Questo apparire non è descritto secondo l’ego; la persona, il narratore, sono occultati. E’ il fatto che parla – un fatto ancestrale, possibile più che reale, che porta nel suo stesso apparire il movimento, l’avvenimento. Mi sembra questa operazione alquanto dolorosa. Il soggetto è cancellato in nome di un poema che ha corpo e voce di per sé, che non ha bisogno di un tramite. Forse neanche del lettore. Chi parla qui, dunque? Parla l’Essere tutto,
una lingua remota
che sorregge il fuoco
dell’astro che la consuma
l’evento declina
nell’umidore sparso
che assolve il naufrago
e la vela –
eredità di parole
specchiate in liquidi
fondali
di pensieri
(p. 87)
La parola si dice attraverso il tramite del poeta, raccoglie relitti di senso, li interpreta, da qui il pensiero. Pensiero affondato nei fondali.
Sono a Norimberga, la più tedesca delle città tedesche, il luogo delle grandi parate del nazionalsocialismo. Pezzi di storia, o di non senso, che è la stessa cosa. Relitti, fantasmi. Grandi silenzi. Ed è qui che il pensiero esercita il suo dominio dopo che, ciò che è rimasto di quella follia chiede se andare avanti, avere altro senso, o tornare indietro nel grande fiume dove ogni cosa sarà travasata in altre forme, in altri sensi. Può una poesia alta parlarci ancora del mondo? Mi risuonano chiari da un luogo che non appartiene al tempo ma a tutti i tempi, versi come questi:
salpare è già un ritorno
al sacrificio inutile dei morti,
scandaglio di voci
in lotta col silenzio
dove finisce l’orizzonte
e gli uccelli cadono
dentro paesaggi azzurrati d’aria
come antiche pietre
danzanti attorno al lume
delle foglie, nel vuoto
che si fa brina, esile respiro
di una preghiera assente
(p.48)
Che con naturalezza accosto a questi:
Svanire via, dissolvermi, e obliare
ciò che tu ignori tra le foglie, tedio
febbre e tormento, qui ove stanno gli uomini
e l’un l’altro ode piangere.
Il grande mito dell’estinzione della coscienza nelle acque di un fiume – dimenticare prima di poter rinascere – riesce ancora a dirci di questa necessità dell’oblio della distruzione totale, piuttosto che dell’imparare dalla storia. Così come il poeta, per poter parlare agli altri, deve fare della sua voce pasto, sacrificio e rinuncia. Oppure sporgersi tutto, martire in pasto alla folla.
In quali versi, in quale relitto occultato di questo libro possiamo sentire il respiro mascherato di Francesco Marotta? Forse in questi:
cicatrici che sanguinano
grumi impietriti di passato
al cospetto di volti familiari,
come oasi ammutolite
quando l’ombra
spegne i colori
del deserto attraversato
in sogno
e il rimpianto
è notte incurante
della giostra dei ricordi,
degli sguardi che tremano
dove lo specchio pettina
rughe tutte bianche,
febbrili
nell’assenza di movimento
e luce: -
è amore questo
diritto dell’ombra di abitarci,
estranea al tempo, senza nome,
senza lo schermo di una voce –
una visione che fiamma
nella sfera di forme
abbracciate
in flebili echi di nitore,
in lampi migranti
lungo i giorni – i vivi
e i morti
insieme
(p. 72)
Sebastiano Aglieco

















paola castagna said
Bellissima Sebastiano questa tua recensione-interpretazione dei versi di Marotta.
Francesco con queste tue, rendi onore alla gioia di Essere e portare un pensiero sano tra le pieghe di un giorno stanco.
…cicatrici che sanguinano
grumi impietriti di passato
al cospetto di volti familiari,
…in flebili echi di nitore,
in lampi migranti
lungo i giorni – i vivi
e i morti
insieme
…finalmente.
Grazie
Rina said
salpare è già un ritorno…. e i versi a seguire mi aprono orizzonti e riflessioni a catena che non si risolvono in un attimo. Fanno compagnia per lungo tempo:)
Egoisticamente ‘conviene’ fermarsi a leggerti, ci si fa un regalo.
Buona domenica
ruggerosolmi said
ma che è sto lenzuolo? sto sudario? oh, scorcia!
saluti,
rs
Rocco Barbaro said
Effattivamente… mò ciavete nu pocu scucciati
tutti ’sti posti luonghi e pisanti
uninfillallautri
biddi eh? ma
nun si putia mittiri ‘mizzo
carcosina chiulliggiri?
Giorgio said
Barbaro (omen nomen?), se sei scocciato perché non fai un giro da altre parti? Il mondo è grande.
Ti consiglio il bar, la discoteca, il pub, il passeggio in centro a guardare i negozi, insomma qualcosa troverai.
Oppure qualche film come “Pathfinder – La leggenda del guerriero vichingo”, oppure “Licenza di matrimonio”, oppure “Black Christmas – Un Natale rosso sangue”.
Vedrai che ti diverti.
Rocco Barbaro said
grazieggioggio quantidddeee
vado vado
ironia…portamivia…seila mia…simpatia
sebastiano said
Ecco, mi chiedevo, ma a bassa voce, se la serietà sia … diciamo di moda. Sia proponibile qui. Se ci sia ancora, nel tempo che viviamo, spazio per la riflessione, per il pensiero. Se la paura del pensiero non ci trasformi tutti in manichini.
Sebastiano
Giorgio said
Grazie, Sebastiano, per questa bella lettura di “Per soglie d’increato”.
Anch’io ho avuto l’impressione che “il respiro mascherato di Francesco Marotta” si possa sentire nella poesia che comincia con
“cicatrici che sanguinano”, che mi sembra quasi alludere all’altra sua raccolta “Hairesis”, dove i segni dell’io e del tempo sono proprio la materia del dire.
Rocco Barbaro Senior said
di serietà mi pare ce ne sia eccome qui
mica rocco barbaro ha detto che il post è brutto.
ha detto solo che sarebbe bello inframezzare
con qulcosa di più leggero, tanto per tirare il fiato
e proprio perchè siamo persone serie
l’ha detto in finto dialetto proprio per
essere simpatico
non c’è riuscito
mi dispiace
ma per favore, dài, anche sorridere
ogni tanto male non fa
ora porto fuori rocco
a fare due ciance con gli amici
così si riprende
buona domenica a tutti (a quel che resta della)
Giorgio said
Rocco, se fai scorrere la rotellina del mause ti accorgerai che nella home di questo blog puoi trovare anche post più brevi, alcuni anche solo fotografici, anche se non per questo meno seri.
arpaeolica said
Per Rocco
Caro Rocco, io non posto cose leggere. Non è nella mia vena. Farei male diversamente. E poi questa è la recensione a un libro. Che leggero non è. Però non credo che serio debba significare necessariamente noioso. Forse sarebbe cosa utile, anche per chi scrive in questo blog, dare delle indicazioni sulle cose che ti risultano più gradite; magari così i redattori si orientano.
Per Giorgio
Non ho letto nulla di Francesco. Credo alla lettura di un testo come atto frontale e immediato. Il testo deve reggere all’urto. Non ha bisogno di rimandi, di maestri. Un libro è per la vita, poi per la letteratura.
Grazie
Sebastiano
Giovanni Nuscis said
“è amore questo
diritto dell’ombra di abitarci,
estranea al tempo, senza nome,
senza lo schermo di una voce –
In questi versi, il senso del vivere, dell’amore e della poesia.
Una poesia, quella di Francesco, con cui non è possibile non misurarsi, così come non è possibile non misurarsi con sé stessi.
Sono perfettamente d’accordo con Sebastiano quando dice: “queste poesie si potrebbero pronunciare in una terra discosta, a tutte le latitudini di questo mondo, e probabilmente di ogni pianeta abitato. Là dove qualcosa è andato bruciato. Non parlano di cose, luoghi e tempi riconoscibili nel nostro diario quotidiano, piuttosto di eventi universali: della nascita, del sostare in questa vita; della morte.”
Grazie, ancora, a Francesco; e grazie a Sebastiano per la sua bella lettura.
Giovanni
Rocco Barbaro Senior said
cara Arpaeolica
nessuno ti ha detto cosa devi postare.
Ho detto CHE SAREBBE BELLO PER NOI LETTORI CHE OGNI TANTO CI FOSSE UN PEZZO UN PO’ PIU’ LEGGERO COSI’ TIRIAMO IL FIATO.
SONO STATO PIù CHIARO ORA?
Io lettore dopo aver commentato a file quattro post impegnativi sento l’esigenza di rilassarmi un attimo. Posso sentire questa esigenza, eh?
Ho voluto dirlo. Nient’altro. E ho voluto dirlo
anche con una certa allegria proprio
per non dare inizio a polemiche.
Faccio esempio stupido
Quando vai a un concerto
di solito cosa fanno i musicisti?
Te le sparano tutte lente o tutte veloci
o le alternano? Capisco che l’esempio non sia
del tutto calzante no, ma visto che ho difficoltà a farmi
comprendere (è un problema mio senz’altro)
provo con esempi di vita banale.
Saluti
Rocco Barbaro Senior said
Simpatico Giorgio, mi spiace
il mio mouse non ha la rotellina.
sebastiano said
Sembrano parole gridate, con il pugno teso e gli occhi sbarrati.
Rocco Barbaro Senior said
Senti Sebastiano, se è a me che ti riferisci non ho mai alzato il pugno in vita mia né sbarrato gli occhi.
Ho scritto maiuscolo perché vi siete risentiti
voi e avete reagito come se qualcuno avesse offeso i vostri post quando nessuno lo ha mai fatto.
Ho chiarito e ancora mi avete dato addosso.
Per forza arriva lo stampatello
amici, scusate.
Ognuno vede interpreta il mondo
secondo la proprio griglia di riferimento.
di nuovo buona domenica
e saluti
Giorgio said
Sì, è vero, da qualche parte, non ricordo più dove, avevo letto che in rete è buona educazione non scrivere in caratteri maiuscoli, proprio per non dare l’impressione che qualcosa sia urlato.
Un’altra cosa che non ricordo, Rocco, è dove sono i tuoi commenti ai post precedenti. Forse sono stato disattento, e ti sarò grato se me li indichi, così potrò leggere qualcos’altro di tuo.
Un’ultima cosa. Se ho voglia di divertirmi io faccio un gioco, una bisboccia con gli amici, vedo un film comico… se leggo un blog letterario, m’interesserà un po’ la leteratura?
Tu, non hai nient’altro da fare per divertirti?
In quanto al tuo problema, intercalare il leggero e il serio, scorri questo blog e scegli quello che ti piace di più.
fm said
Un cordiale saluto a tutti, a iniziare dai padroni di casa, per la sempre squisita e cordiale accoglienza. Un saluto ancora più cordiale e un grazie a Ruggero Solmi e alla famiglia Barbaro, coi quali mi scuso umilmente per (l’involontario) disagio loro arrecato.
A Sebastiano, Giovanni e Giorgio, solo il silenzio, carico di tutti gli affetti, di chi non ha bisogno di parole, né di particolari attestati, per sentirli ed esprimerli.
A Paola e Rina, un abbraccio di profonda e commossa gratitudine.
Sempre il bene e sempre il meglio a tutti: la formula, di umanissimo e fraterno saluto, che Massimo Sannelli usa per indicare, tra tante altre cose, il rispetto nella diversità.
fm
Famiglia Barbaro said
Ciao fm,
come senz’altro hai compreso la Fam. Barbaro non
ce l’aveva col post e tantomeno con l’argomento.
Non hai creato alcun disagio e apprezziamo
molto la tua ironia.
Ci ripromettiamo di leggere al più presto
il post, tutti noi Barbaro dal più grande(bisnonno 102anni)
al più piccolo (nipotino 8)
un saluto caloroso
dalla Fam. Barbaro
Famiglia Barbaro said
ohoh non so cosa sia successo
la faccina doveva essere un otto anni
Rocco Barbaro said
Come promesso, ho letto.
A margine del post vi offro questa glossa di parole non mie, ma che sono così significative per me da pretendere di averle fatte mie:
“Ogni grande poeta poeta movendo da un unico poema. La grandezza si commisura al grado con cui egli s’affida a quest’unico poema, alla conseguente capacità di mantenere puro, nel dominio di questo, il proprio dire poetico.
Il poema di un poeta rimane inespresso. Nessuno dei singoli componimenti poetici, nemmeno il loro insieme, dice tutto. E nondimeno ogni componimento poetico parla mvendo dal tutto di un unico poema, e questo ciascun componimento viene di volta in volta dicendo. Dal luogo del poema scaturisce l’onda che di volta in volta sommuove il dire in quanto dire poetico. Ma tanto poco l’onda abbandona il luogo del poema che il suo erompere fa piuttosto rifluire ogni moto del Dire originario entro l’origine sempre più occulta. Il luogo della poesia cela, in quanto sorgente dell’onda che sommuove, l’occulta essenza di ciò che sulle prime può, al pensiero estetico-metafisico, apparire come ritmo.”
vocativo said
C’è una cosa che terrei a mente, di quanto scrive Sebastiano a proposito del libro:
il guardare la storia da una soglia.
Infatti Per soglie d’increato, fin dal titolo, almeno all’apparenza neutralizzerebbe la storia, mostrando un’attenzione al processo generativo e all’ontogenesi del linguaggio come grande casa dell’essere e, se mi è concesso, della natura. Per cui, gli ambiti di ricerca e d’indagine sono conoscenza/sapienza e essere/genesi, muovendo dalla contemplazione della natura.
Questo franare continuo, però, questo bruciare e consumarsi riattivano lo sguardo verso quanto c’è di caduco, di “storico”, di tragedia umana. Alcuni scenari del libro sono da terra post-atomica, in un intrecciarsi continuo di immagini mentali e luoghi fisici.
Ecco il motivo per cui parlavo anche di “profezia”, per questo libro.
Concludendo, dire che Per soglie d’increato sia fuori dalla storia è altrettanto sbagliato del dire che questo libro sia intriso di storia. La soluzione la offre proprio Sebastiano:
“Non è un libro, questo, scritto per la Storia, per i vessilli del tempo, per la tenzone e le parole vane; è un libro che guarda la Storia da un limes, da una soglia, appunto.”
Gian Ruggero Manzoni said
Come sempre bravo, Sebastiano, e altrettanto Francesco Marotta. Il leggervi e il sentirvi fa in modo che si possa credere ancora… del resto il ‘credere’ è forse ciò che manca maggiormente in questa società di cinici e anestetizzati.
Molto significativa questa affermazione: “Così come il poeta, per poter parlare agli altri, deve fare della sua voce pasto, sacrificio e rinuncia. Oppure sporgersi tutto, martire in pasto alla folla.” – direi anche quale risposta al Sig. Rocco Barbaro.
lucaariano said
Io invece a Rocco Barbaro non risponderei nemmeno. Ma vale la pena stare a dialogare con chi non esiste? Con anonimi fantasmi che nemmeno hanno il coraggio di mettere la loro faccia e il loro nome? Le loro parole valgono zero!
Rinnovo i miei complimenti a Francesco per la sua poesia e a Sebastiano per le belle recensioni mai scontate e adulatorie.
Un caro saluto
Rocco Barbaro said
Qualcuno dice non esisto e non merito. Epensare che ho postato al 21. uno dei passi più intensi sulla poesia scritto da colui che non è proprio l’ultimo dei filosofi e che ha fatto della parola poetica “la dimora dell’Essere”. Qeusto per dire quanto la teneva in considerazione. Comunque non fa niente. Spero che qualcuno abbia apprezzato, per qualcun altro che ha detto che le mie parole, quindi quelle di Heidegger, valgono zero, rispondo: “perle ai porci”.
mariapia said
Gran vena poematica, quella di Francesco Marotta(oltre che lirica,a volte “statica”, più spesso in tumultoma sempre nella “sua forma..”! e bella la lettura di Sebastiano, assai.Viene da interrogarsi ( a me) come starebbe senza la scrittura verticale, ma in respiro pieno – e strofa piena..
Non lo so, e nella letttura di venrdì sera, spero di capirlo mentre ne leggerai, Ciao Francé da
Maria Pia
francescomarotta said
@ Maria Pia
La tua “interrogazione” (jabesiana? Massimo Sannelli, che ne scrisse una recensione, direbbe di sì) ha già trovato una risposta in “Postludium”, dove la scrittura “in pieno respiro” si riversava in una struttura “rigida”, orizzontale, frontale, l’unica, con “quella” materia, capace di trattenere, e conservare, il respiro stesso e la sua pronuncia. In “Per soglie d’increato”, invece, la dimensione eraclitea, “tumultuosa”, della materia poematica, ha messo ai margini, come ha acutamente osservato Sebastiano, non solo il soggetto, lirico o narrante che fosse, ma la possibilità stessa che l’io controllasse, in qualche modo, la “forma di forme” (l’immagine di immagini) che il dettato veniva configurando-si.
Per la lettura, invece, non so proprio che dire: avrò letto non più di due volte, pubblicamente, nella mia vita. Allo stesso modo, non so proprio in quali “condizioni” arriverò all’appuntamento. Sicuramente “fatto”: però, non mi chiedere di “cosa”: coi tempi che currunt, non si sa mai…
Ciao, e grazie del passaggio.
fm
liliana said
Beh, ma quando leggi sai davvero emozionare!
Ciao
Liliana
francescomarotta said
Grazie Liliana, questo tuo complimento me lo tengo davvero ben stretto.
Un abbraccio.
fm