La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.

“Poesie operaie” Luigi DI RUSCIO

Pubblicato da Giovanni Nuscis su settembre 23, 2007

poesie-operaie.jpg

Per colazione hanno acqua e pane
bevono molta acqua
la saliva che hanno devono sputarla sulle mani
perché il martello non scivoli
a mezzogiorno mettono nel brodo d’erbe
il solito pane nero
al coprirsi del sole se io sono pieno di malinconia
per loro è bello tornarsene a casa ridendo
sedersi in famiglia giocare con i figli
dopo dieci ore di lavoro sulle pietre
per quel poco pane e perché la moglie
continui a fare per ultimo il piatto
perché a nessuno manchi la parte.

*

lo spirito m’illumina soprattutto quando correvo
la gioia amorosa m’ingoiava completamente
eravamo illuminati poi venne il caos venne la notte e le tenebre
un angelo mi inseguiva felice scelto tra i più veloci e scattanti
con lunghissime ali che mi gettava in continue inquietudini
di certi anni ricordo solo il chiarore del sole
e una pioggia felice che batteva sulla lamiera ondulata
e avevo a disposizione giornate eterne
ed un silenzio che solo la mia penna scalfisce
mentre la lucciola festiva sugli sprofondi della notte
tesse la sua danza felice
tutto si animava ad ogni boccata d’aria respirata
e non saranno necessari i ritorni
tutto si è incarnato per sempre
avrò tutto davanti agli occhi
con la stessa lucida straziante gioia.

*

le ore sei sono l’inizio della nostra giornata
noi siamo l’inizio di tutti i giorni
inizia il giro delle ore sulla trafilatrice
che mi aspetta con la bocca spalancata
inizia la mia danza il mio spettacolo
in certe ore entra nel reparto una chiazza di sole
e lo sporco nostro è schiarito come nelle immagini dei santi
rubo il tempo per una fumata che raspa nella gola
spio i minuti sul quadrante dal grande occhio
e tutto ad un tratto ci scuote l’urlo della sirena
ci attende il riposo per la sveglia di domani
la suoneria che entra dentro i sogni esplodendoli
ed ecco un nuovo giorno della mia esistenza
con l’allegria fuori della mia ragione

*

Per Caterina

dovrai resistere all’acqua al fuoco alle tenebre
dovrai rimanere umana nonostante la capillare brutalizzazione
toccare tutti gli elementi della morte sino alla morte
vivere tutto quello che mai è stato vissuto e mai più sarà vissuto
non credere neppure una parola di tutte quelle che ti diranno
noi che viviamo anche per rappresentare tutti quelli che sono morti
e tutti quelli che verranno e sino a quando rimarrà la resistenza di uno solo
la sconfitta non è ancora avvenuta
non la rosa sepolta ma i comunisti massacrati e sepolti
tutto deve essere ingoiato anche quello che profondamente disprezzo
la violenza e la tortura stabilizza il mondo come la forza di gravità
tiene insieme il sistema solare e tutte ste famiglie
tenute in piedi dalla violenza del capofamiglia
e tutti gli organismi statali e parastatali e tutti i sovrapposti e sottoposti
e la violenza legittima sarebbe quella che violenta l’anima mia
bisogna sapere assolutamente in che mondo viviamo
se vedo i miraggi questo non significa che la salvezza non esiste
un tempo mi sembrava a portata di mano da poterla ghermire per sempre

*

l’ultima poesia iscritta tanto faticosamente
riprendere fiato ad ogni parola
squadrare sul vocabolario quella parola introvabile
il tutto era così luminoso intatto e mi sentivo sporco contaminato
non facevo che immergermi nella vasca
tutta quella neve esposta ad un sole precoce
tutta questa gente esposta alla morte
vivrai una vita immortale solo se vivi continuamente nel consueto nell’ovvio
muore chi è veramente vivo ed è continuamente nell’irrepetibile
le ripetizioni l’ovvio il consueto sono senza tempo eterne
chi vive veramente è in una estrema fragilità
il miracolo è avvenuto la cosa no sarà più ripetuta
appena si è mostrata è finita per sempre

*

il sottoscritto è fortunato
il passaggio tra la coscienza e il niente sarà brevissimo
non è destinata a noi una lunga e spettacolare agonia
non sarà per noi l’insulto di essere a lungo vivi senza coscienza
i clinici più rinomati non appresteranno a noi lunghe strazianti agonie
la nostra miseria ci salva
dall’insulto di essere vivi senza più lo spirito nostro
ritorneremo tranquillamente nel niente da dove siamo venuti
è già tanto che il miracolo della mia esistenza ci sia stato
riuscendo perfino a testimoniarvi tutti

*

se l’ago magnetico fosse pensante
crederebbe che è nella massima libertà
quando per tutta una eternità sta ad indicare il polo nord
e qualsiasi impedimento a tale perenne indicazione
sarebbe considerato la più atroce delle tirannidi
e così mi alzo tutte le mattine raccomandate alle 4,30 del mattino
come niente fosse mi dirigo verso la fabbrica e l’inferno
chi è veramente oppresso può esprimere solo l’oppressione
chi tortura vuole che il torturato riconosca il proprio padrone
nelle carceri speciali scriverei le poesie dei miei carcerieri
faccio la gesticolazione più inetta per salvarmi dalla brutalizzazione
sognavo di essere rinchiuso in un ascensore che precipitava
e alla fine del precipitare l’ascensore mi scaraventa proprio nel reparto
evidentemente non c’è più niente che fosse ancora più sotto
tutta una eternità diabolica che i diavoli hanno d’attraversare
chi spera guarda il cielo chi non spera più guarda per terra
Iddio creò tutti questi popoli per il gusto di perderli tutti
si salveranno gli unti i porporati i figli di puttana
e nessuno si domandava perché stava sempre chiusa in casa
a porte sprangate spiando i nostri tramonti
dagli spioncini delle persiane
e si disperava ogni giorno costatando
che c’eravamo ancora tutti
e la salvezza era impossibile

***

Ai compagni con cui ho lavorato
per quasi una vita

Questa notte vi ho sognato tutti
splendidamente vivi
ritornammo a rivedere
tutti gli orrori di quel reparto ridendo
non sono riusciti ad ammazzarci
siamo ancora tutti vivi
nuovi come fossimo risuscitati
non più contaminati della sporca morte

 

Essere insieme

Improvvisamente sul tram quotidiano ho capito che il lato positivo dell’antologia Poesia e Realtà di Giancarlo Majorino è quell’essere insieme, gli atei insieme ai credenti, gli analfabeti con i bene alfabetizzati, quelli della rima e quelli della contro rima, i viscerali con i cerebrali, i nuovissimi con i vecchissimi che muoiono anche a cent’anni, quelli che si sono suicidati e quelli che vivono molto bene, gli ammogliati e gli strozzati, gli avanguardisti e i retroattivi, gli italiani e i sanfedisti, i seri e quelli che irridono anche alla croce rossa con tutto il pappalardo, tutti insieme con le “ali illuminate” perché è questo essere insieme la prova dell’epoca, devono riuscire a vivere in un massacro continuo, devono imparare ad accettarsi così come sono perché è vero quello che mi diceva nonna analfabeta “siamo tutti figli di madri”, le nostre diversità contano meno di tutto quello che abbiamo in comune, quei cuori del manifesto Benetton saranno di neri o di bianchi però i cuori sono tutti uguali, i nostri cervelli simili. Quell’essere insieme come quando ero in quel reparto italiano insieme a tutti i norvegesi, quasi la pecora nera tra i biondi e gli azzurrati eppure eravamo insieme e fummo insieme per diecine d’anni continui. Ero insieme a tutti voi con le vostre tute, con gli ingenui vestiti della domenica, li ricordo uno a uno ora che sono quasi tutti morti. Però ogni tanto tra la folla sento un urlo, vengo chiamato urlato in tutti i modi con nome e cognome che qui sono indicibili in maniera corretta, uno sopravvissuto a tutte le pesti, a tutte le polveri arsenicati e dei metalli pesanti, metallurgiche, a tutte le sudate continue mi chiama, mi abbraccia. Eravamo insieme diversi nello stesso disprezzo per i padroni, insieme quando abbiamo sabotato e scioperato, insieme nei sotterfugi operai, ridevamo insieme e sudavamo insieme senza neppure accorgerci di questo miracolo, l’essere diversi però fraternamente insieme. LDR

Dalla postfazione di Massimo Raffaeli:

“Che Di Ruscio fosse venuto al mondo nella povertà del vicolo Borgia, a Fermo, che fosse autodidatta, un muratore disoccupato e poi un militante di base del Pci di Palmiro Togliatti, che infine fosse emigrato nel ’57 a Oslo per acquisire lo status per lui definitivo di operaio metalmeccanico nella fabbrica fordista (e nel cosiddetto paradiso socialdemocratico), tutto ciò era senz’altro la materia prima, peraltro mai abiurata, della propria condizione personale ma non bastava affatto né basta oggi a spiegare, tanto meno ad esaurire, lo spessore della sua voce poetica, il ritmo e il tono inimitabile della sua pronuncia. La quale è una splendida eccezione, una assoluta singolarità, nel panorama della poesia italiana del secondo Novecento. Non un poeta-operaio come pure e sbrigativamente si è detto tante volte, quasi si trattasse di sommare il sostantivo all’aggettivo, o viceversa, ma un poeta capace di introiettare/metabolizzare/rievocare la condizione umana tout court. La marginalità, il lavoro in fabbrica, un orizzonte politico che il dopoguerra presto richiude, qui in Italia come altrove, ne sono insieme i fondali e i referenti […]”

Luigi Di Ruscio. Poeta. Nasce a Fermo nel 1930. Emigra dalla sua città natale nel 1957, dopo l’esordio poetico nel1953 con Non possiamo abituarci a morire, presentato da Franco Fortini. Si stabilisce ad Oslo, dove per trentasette anni è operaio metallurgico. In Norvegia sposa Mary Sandberg. Hanno quattro figli. Ha pubblicato: Le streghe s’arrotano le dentiere, con la prefazione di Salvatore Quasimodo, Marotta 1966; Apprendistati, Bagaloni 1978; Istruzioni per l’uso della repressione, con presentazione di Giancarlo Majorino, Savelli 1980; Epigramma, Valore d’uso 1982; Palmiro, con postfazione di Antonio Porta, Il lavoro editoriale 1986 poi Baldini & Castaldi 1996, Enunciati, presentazione di Eugenio De Signoribus, Stamperia dell’Arancio 1993; Firmun peQuod, con presentazione dei Massimo Raffaeli, Ancona 1999; L’ultima raccolta, con prefazione di Francesco Leonetti, Manni 2002; Epigrafi, Grafiche Fioroni 2003; Le mitologie di Mary, con postfazione di Mary B. Tolusso, Lietocolle 2004.
Tra i riconoscimenti ottenuti, il premio Unità Genova nel 1953 (presidente della giuria Salvatore Quasimodo); nel 1980, il Premio Camaiore con la raccolta “Istruzioni per l’uso della repressione”; nel 1993 il premio di poesia Franco Matacotta, con la raccolta “Enunciati”. Da ultimo, con Poesie operarie, il premio “In/Civile” 2007 del Comune di San Giuliano Terme.

Luigi DI RUSCIO “Poesie operarie”

Scelta antologica

Ediesse, Roma 2007

Prefazione di Angelo Ferracuti

Postfazione di Massimo Raffaeli

31 Risposte to ““Poesie operaie” Luigi DI RUSCIO”

  1. francescomarotta detto

    Un grande.

    Grazie, Giovanni.

    fm

  2. Antonio Fiori detto

    Una testimonianza poetica, umana e politica di alto valore e rara intensità. Poesia quasi interamente declinata in seconda persona plurale, con quel ‘tutti’ commovente e ritornate, con i fotogrammi dei ricordi che restituiscono la vita e la fatica, la gioia e la rabbia quotidiane.
    Il tono prosastico – scelta convinta e naturale – da “ritmo e tono inimitabile alla sua pronuncia” (M.Raffaeli). Il testo che conclude la scelta antologica fatta da Giovannni Nuscis è insieme uno straordinario omaggio ai compagni d’una vita e un coraggioso laico monito alla morte.
    Antonio

  3. paolocacciolati detto

    Non lo conoscevo, una bella scoperta!

  4. Antonio Fiori detto

    è il ‘noi’naturalmente, la prima persona pl. che prevale
    chiedo scusa
    Antonio

  5. fabry2007 detto

    grazie, Giovanni. una voce che vale la pena di sentire e risentire.

  6. a blink before the end detto

    muore chi è veramente vivo ed è continuamente nell’irrepetibile

    è vero, e oltretutto muore solo.

  7. Marco Saya detto

    Di Ruscio, un autore che leggo da molto tempo e che dovrebbe avere molto più risalto. Una poesia che pesa e che vale!

  8. violaamarelli detto

    “è già tanto che il miracolo della mia esistenza ci sia stato/riuscendo perfino a testimoniarvi tutti”, un poeta è bravo quando non c’è nulla da aggiungere o levare a quel che ha scritto, come accade in questi di Di Ruscio, Viola

  9. alessandroseri detto

    Luigi di Ruscio è un abile nasconditore di se stesso. Di Ruscio è tutta poesia. Assistere alle sue presntazioni o letture è bellissimo, sembra un film neorealista. E’ marchigiano. Tutti spunti per cominciare seriamente una discussione sull’esistenza di un movimento marchigiano

  10. Marina Pizzi detto

    un po’ di tempo fa, Luigi Di Ruscio mi mandò letteralmente “a quel paese” solo perché mi ero permessa di segnalargli via email la nascita dei miei blog! strano comportamento da compagno, ci rimasi molto male: ero in assoluta buonafede, che la vita ti sia lieve, Luigi.

  11. Questo non dovrebbe essere uno sfogatoio. Risolvitela in privato.

  12. Marina Pizzi detto

    11: niente sfogatoio: pura verità sofferta e l’andazzo italiano è quasi la norma, almeno in poesia. il privato qui non esiste.

  13. alessandro ghginoli detto

    cara Marina, uno che non ti avrebbe mandato da nessuna parte sarebbe stato Roberto Voller, cercati (se vuoi) “Plazer” (Gazebo, Firenze, 2007), un libro straordinario.

    un abbraccio

  14. Marina Pizzi detto

    Alessandro, ti ringrazio della segnalazione, cercherò Roberto Voller che, a naso, non conosco. grazie infinite!

  15. 12. Che qui il privato non esista è un male. Buona continuazione.

  16. Marina Pizzi detto

    sul WEB NON ESISTE! caro Amico.

  17. Carissima Pizzi, probabilmente non ho capito quello che volevi, io dell’episodio non ricordo niente, devi scusarmi, tante cose non le capisco e tante le dimentico subito, spero tanto che la vita sia lieve anche per te, permettermi d’abbracciarti, luigi di ruscio

  18. Io e Voller siamo stati molto amici, sono stato perfino ospite a casa sua, abbiamo pubblicato un ciclostilato insieme, nel 1980 andò a ritirare il premio Camaiore che avevo vinto e mi conmsegnò una busta strapiena di carte da diecimila lire, non riesco ancora a capire perchè la nostra amicizia si sia interrotta. Ho conosciuto tutto il gruppo Salvo Imprevisti e in questa rivista ho pubblicato poesie e prose quasi in ogni numero.

  19. Marina Pizzi detto

    Gentile Di Ruscio il tuo indirizzo web non funziona, ma non fa niente: ti saluto con vicinanza e fatto morto il piccolo fatto. ciao e grazie.

  20. Cara Pizzi, non capisco cosa non si apre. Il mio web funziona, vedi http://www.diruscio.it Questo web è di un mio carissimo amico, è lui che lo gestisce. Ciao luigi

  21. Marina Pizzi detto

    Caro Di Ruscio, il tuo indirizzo web si apre solo in http://www.diruscio.it ma non direttamente sopra in Luigi Di Ruscio. ciao marina

  22. il titolo della poesia era “A luigi Di Ruscio” che poi cambia in “A Luigi Tremolante”

    noto gli anni che hai e quelli di tua moglie
    noto la tua vecchiaia e le macchie marroni
    noto il tremito del labbro e quello delle mani
    noto tutto, guardo bene e annoto e segno
    i nodi del tempo che t’hanno legato i tendini
    del braccio e della gamba destra, ti muovi
    senza fretta e rimugini parole, le scrivi
    su ritagli di carta che poi accatasti
    alla finestra, tende bianche e farfalle
    sfavillii e scintillii, puntini neri e grigi
    mosche volanti davanti ai tuoi occhi
    le insegui da destra a sinistra e poi
    riattacchi, se non si può ricominciare
    tornare indietro, si vada avanti fino alla fine
    se spali la neve lo fai per liberare la strada
    ti curvi la schiena e ripulisci e togli
    per consentire il passaggio a quelli che verranno
    è tutto giusto quello che fai, è tutto bello
    diranno poi: oh, come spalava bene la neve Luigi
    sapete come faceva, la neve volava in alto
    poi ricadeva, s’accatastava ai bordi in linea,
    curva, ellissi, in catastrofica geometria
    spalare, levare, aprire un varco, bisogna fare presto
    prima che il tempo arrivi e sciolga il ghiaccio
    prima che arrivino i bambini
    prima che venga l’angelo.

  23. Noto la tua poesia, è assolutamente la prima volta che la leggo, è vero ho 77 anni però ti assicuro, non sono in nessuna parte del corpo tremolante, sarà una illusione però sento la mia intelligenza ancora intatta. Ho solo una mania, lasciare ogni strada dove passo più pulita, magari raccogliendo solo un pezzo di giornale o un sacchettino di plastica. Fate così anche voi, in qualsiasi posto vi recate fate che sia più pulito. Nota anche che le poesie qui publicate sono state scritte in un ciclo di cinquanta anni e un consiglio non pubblicate mai le poesie appena scritte, aspettate qualche mese per la pubblicazione, io ho aspettato anni. luigi di ruscio

  24. Giovanni Nuscis detto

    “ritorneremo tranquillamente nel niente da dove siamo venuti
    è già tanto che il miracolo della mia esistenza ci sia stato
    riuscendo perfino a testimoniarvi tutti”

    Condivido appieno le vostre parole, Francesco e Antonio.

    Ringrazio tutti per l’ascolto di una Voce che, come dice Fabrizio, vale la pena di “sentire e risentire”: questo, sappiamo bene, lo si può dire solo per pochi.

    Un saluto speciale a Luigi, con affetto e stima.

    Giovanni Nuscis

  25. liliana detto

    Di Ruscio è straordinario, come poeta e come “personaggio”.

    A chi non l’abbia letto, consiglio “Le mitologie di Mary”- Lietocolle.

  26. Cara Liliana, il personaggio è romanzato, ogni tanto mi accorgo di essere un tipo diverso di quello che pensavo. Mi permetto un consiglio, fare come minimo una gentilezza al giorno, fare del tutto per un mondo più sopportabile. Luigi Di Ruscio

  27. LA POESIA E LA FABBRICA

    Mi alzo alle cinque del mattino, ecco la fabbrica, il reparto che richiede una frenetica mobilità sino a farmi crollare per lo sfinimento, tenere in movimento tre trafilatrici, correre da un punto all’altro della crisi dei fili, poi di corsa a casa in bicicletta mettere subito in movimento la macchina da scrivere oggi bene ripulita con l’alcol denaturato ed è bella anche a vedersi, azzurrina come è e dopo aver fatto lo schiavetto tutto il giorno eccomi davanti ai verbi, riferire le notizie della nostra brutalizzazione, i disoccupati, gli esclusi dall’inferno quotidiano si disperano, reclamano un posto in questi gironi infernali, ecco le poesie dirette solo a chi ha raggiunto un alto grado di alfabetizzazione e solo un minimo grado di brutalizzazione, poesie da spedire ai complici della congiura poetica, riferire il grado della nostra pericolosità, e quando raccontavo ad un cieco dalla nascita tutto quello che vedevo io riuscivo a vedere meglio, riferire il grado raggiunto del nostro complotto poetico, esprimere il massimo delle rivelazioni con un linguaggio il più ludico possibile, un linguaggio che dovrebbe essere anche irrisione dei linguaggi aulici, autorizzati, come se il vedere fosse possibile solo attraverso una grazia gratuita data disinteressatamente essendo tutti peccatori e non meritano che l’inferno della cecità.

  28. Bisogna tener presente che “Poesie Operaie” è una raccolta antologica, le prime poesie sono state pubblicate nel 1953, le ultime sono del 2006, ricordo ora una poesia di Ibsen, IL MINATORE, quello scavare imperterrito sempre più profondamente.
    (luigi di ruscio)

  29. Giovanni Nuscis detto

    Approfitto per consigliare a tutti l’ascolto di un’intervista a Luigi Di Ruscio tratta dal suo sito. Questo il link: http://www.rassegna.it/2007/video/articoli/diruscio.htm

    Grazie, Luigi per la gradita visita, e per lo scritto “La poesia e la fabbrica” (al commento 27) che leggo solo ora.

    Giovanni

  30. rosanna lupi-segr. premio camaiore detto

    Proprio nel trentennale dalla nascita del premio letterario Camaiore, 1981/2011, Luigi Di Ruscio ci ha lasciati. Lui vinse il ‘Camaiore’ nell’81. Un grande poeta, una grande perdita, ma la sua poesia e il poeta non si perderanno nel tempo.

  31. umberto de vita detto

    L’ho scoperto tardi Di Ruscio ma ne è valsa la pena. Di Ruscio è la dimostrazione che non non è una laurea che fa grande un poeta, anzi.
    E’ la stessa cosa che un acuto non incorona un tenore, ci vuole ben altro!

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