“Holderlin” di Robert Walser
Pubblicato da Giovanni Nuscis su ottobre 19, 2007
Holderlin aveva cominciato a scrivere poesie, ma la funesta povertà lo costrinse a entrare come precettore in una casa di Francoforte sul Meno per guadagnarsi il pane. Ed ecco, là dentro, l’anima grande e bella nella situazione stessa di un lavorante qualunque. Fu costretto a far mercato della sua ardente aspirazione alla libertà, a reprimere la sua regale, colossale fierezza. Conseguenza della crudele necessità fu una tensione spasmodica, un pericoloso sconvolgimento interiore.
Era finito in un’elegante, graziosa prigione.
Nato per aggirarsi tra sogni e fantasie, per stare appeso al collo della natura, per trascorrere giorni e notti nella beatitudine del poetare sotto il fitto fogliame degli alberi amici, per conversare con i prati e con i loro fiori e guardare su verso il cielo contemplando il corteo divinamente lento delle nuvole, era entrato ora nella linda ristrettezza borghese di una casa agiata e si era sottoposto all’obbligo – tremendo obbligo per le sue energie ribelli – di condursi con costumatezza, giudizio e buone maniere.
Provò un senso di terrore. Si vide perduto, svilito; e lo era in realtà. Sì, era perduto: giacché non aveva la meschina forza di rinnegare ignominiosamente tutte le sue stupende linfe ed energie che ora dovevano essere rinnegate e occultate.
Fu allora che crollò, che si schiantò, e da allora in poi fu un povero, miserando malato.
Holderlin, che solo nella libertà poteva vivere, vedeva la sua felicità annientata perché aveva perduto la libertà. inutilmente tirava e scuoteva la catena che lo teneva stretto; tirandola, non faceva che ferirsi; la catena era infrangibile.
Un eroe giaceva in ceppi, un leone doveva comportarsi con garbo e gentilezza, un greco di stirpe regale si muoveva nella stanza borghese dalle pareti anguste e basse che, graziosamente tappezzate, gli stritolavano il meraviglioso cervello.
Fu infatti a quel momento che ebbe inizio il suo pietoso sconvolgimento mentale, quel lento, graduale, frantumarsi di ogni chiarezza. Da un disperare all’altro in un incessante disintegrarsi dell’anima fa paura e orrore, erravano, ondeggiavano i tristi pensieri. Era come se mondi celestialmente luminosi andassero silenziosamente, tranquillamente, lentamente in pezzi.
Fosco, greve, buio gli era divenuto il mondo, e cercando almeno l’ebbrezza nella fatuità e nell’illusione, così da dimenticare l’infinito dolore per la libertà perduta e da vincere la sua angoscia di leone asservito e incatenato, che va su e giù, continua disperatamente ad andar su e giù per la gabbia, ebbe l’dea di innamorarsi della gentile signora. Ciò valse a distrarlo, divenne opportuno per dare qualche minuto di sollievo al suo cuore annichilito, strangolato, soffocato.
Mentre l’unica cosa che amava era quel naufragato sogno della libertà, s’immaginò di amare la signora della casa. Il vuoto del deserto circondava la sua coscienza.
Se sorrideva, era come se per portarsi quel sorriso alle labbra avesse dovuto estrarlo faticosamente dal fondo di una caverna.
Il desiderio di ritornare all’infanzia lo struggeva morbosamente, e per poter rinascere al mondo e tornare a essere un ragazzo si augurava la morte. “Quand’ero ragazzo…” scrisse. La stupenda poesia è ben nota.
Mentre l’uomo in lui disperava e il suo essere sanguinava da tante piaghe dolorose, la sua natura d’artista, simile a una danzatrice dalle ricche vesti, si slanciava in alto, e proprio quando a Holderlin pareva di precipitare in rovina, la sua musica, la sua poesia si facevano incantevoli, sullo strumento della lingua che parlava, egli cantò la devastazione, lo sfacelo della sua vita, in auree, mirabili note. Piangeva sui suoi diritti, sulla sua felicità distrutta, lamentandosi come solo ai re è dato lamentarsi, con un orgoglio, una sublimità che non conoscono l’uguale nel dominio dell’arte poetica.
Le mani potenti del fato lo strapparono dal mondo, da dimensioni troppo piccole per lui, lo spinsero oltre il ciglio dell’intelligibile verso la follia, nel cui benigno, diletto abisso, inondato di luce, popolato di fuochi fatui, egli sprofondò col suo peso di gigante, per assopirvisi in dolce, perpetua distrazione e oscurità.
“E’ impossibile, credimi, Holderlin,” gli disse la signora della casa “è inconcepibile quello che tu vuoi. Tutto ciò che pensi travalica i limiti del possibile e del lecito, tutto ciò che dici infrange ogni cosa raggiungibile, tu non vuoi, non puoi vivere bene. Per te il benessere è troppo piccolo, la pace della limitatezza troppo banale. Per te tutto è e diventa abisso, infinità. Tu e il mondo siete come un mare.
“Che posso mai dirti per acquietarti, quando tu respingi qualsiasi piacere come degno di disprezzo? Tutto quello che è piccolo e angusto ti confonde, ti fa ammalare; ma quello che è vasto e non delimitato ti spinge all’esaltazione o all’abbattimento, così da non lasciarti tregua né gioia. La pazienza non è degna di te, ma l’impazienza non fa che dilaniarti. Ti si onora, ti si ama e ti si compiange: in tal modo ogni godimento ti è negato.
“Che posso fare, poiché nulla ti rallegra?
“Tu mi ami?
“Non lo credo, debbo vietarmi di crederlo, e debbo desiderare che tu voglia vietarti di farmelo credere. Nulla ti spinge ad amarmi, altrimenti troveresti il modo di essere calmo, gentile e felice, sapresti essere paziente con te stesso e con me. Io non ho il diritto di credere di significare molto per te.
“Sìì dunque mite, buono e savio. Quasi solo di te, ormai, ho paura, ed è un sentimento che mi affligge. Liberati dalla passione, dòminati. Quanta bellezza, grandezza, calore potresti mostrare se fossi deciso a vincerti! Ma l’audacia delle tue fantasie ti uccide, e il sogno che ti fai della vita ti rapisce la vita. Non potrebbe già essere grandezza il rinunciare alla grandezza?
Così ella parlò. Holderlin allora lasciò la casa, vagò ancora per qualche tempo nel mondo e infine piombò irrimediabilmente nella tenebra.
Da: “Vita di un poeta” di Robert WALSER
Adelphi, 1985
Traduzione di Emilio Castellani














Marina Pizzi detto
quando si legge ciò che oggi fa ridere
Luciana L. (e non S.!!!) detto
brano intenso e verissimo: una grande realtà interiore dei “nati liberi”, che male si adattano alle gabbie della realtà esterna
Antonio Fiori detto
Quello per cui qualcuno ride per un altro, a volte, è pianto
Ennesimo grazie a Giovanni per la sorpresa Holderlin
Antonio
mario de santis detto
ripensare a storie come questa di Holderlin fa bene e capita al momento giusto.
Marina Pizzi detto
più esattamente: quando si rilegge dopo tanti anni si capisce il grado di fine in cui si (ci) versa il verso, purtroppo!
fabry2007 detto
a volte c’è un’impossibilità di dialogare col mondo, un divario incolmabile.
“O sacro essere! turbato ho l’aurea
Tua divina quiete, e del più occulto,
Più cupo dolore della vita
Molto appreso hai tu da me.
Dimentica, perdona! Come le nuvole
Davanti alla placida luna io passo, e a splendere
Tu tranquilla riprendi
Di tua bellezza, o dolce luce!”
Giovanni Nuscis detto
Grazie per le vostre parole.
Giovanni
stefanie golisch detto
Leggendo questo ritratto di Hölderlin, mi sembra che in un certo senso sia anche un auto-ritratto di Walser stesso : questa disperata consapevolezza di non potter stare al mondo in nessun modo. Guerra fra la bellezza del mondo e la bellezza dell’io – l’unica via d’uscita : la follia…
E mi viene anche in mente quel verso che è l’epitafio di Hölderlin sul cimitero di Tübingen :
Im Heiligsten der Stürme falle
Zusammen meine Kerkerwand
Und herrlicher und freier walle
Mein Geist ins unbekannte Land.
Grazie, Giovanni, per aver ricordato sia Hölderlin, sia Walser!
Stefanie
elioc detto
Penso che sarebbe divertente un sondaggio per capire quanti, nel nostro contesto, si sentano portatori di un “anima grande e bella”, tale da giustificare fierezze regali e colossali e quindi rivendicare l’esenzione dalle crudeli necessità del mondo, ovvero in primo luogo la fuoriuscita dall’infame classe dei “lavoranti” (la cui qualità principe dovrebbe ovviamente essere l’umiltà) e la sistemazione nel delizioso tinello di quelli che meritano di farsi servire. Avendo già conosciuto un pochino la poesia Hölderlin, ho l’impressione che questo lacrimevole e melassoso testo di Walser gli faccia più male che bene, andando ad esaltare proprio quei tratti di romanticismo da cioccolatini che rappresentano una tara sull’universalità della sua opera.
Giovanni Nuscis detto
Ringrazio Stefanie ed Elio.
@Elio. Mi è sembrato interessante proporre la “lettura” (di aspetti della vicenda umana, attraverso un racconto) di uno scrittore (il poeta Holderlin) da parte di un altro scrittore (il narratore Walser), entrambi di lingua e di area culturale tedesca. Walser nacque 34 anni dopo la morte di Holderlin. (Sarebbe interessante sapere il livello di documentazione sulla vicenda umana e artistica del poeta al tempo della stesura del racconto). Non sono d’accordo con te quando parli di “lacrimevole e melassoso testo di Walser…” Credo che vadano intanto considerati meglio alcuni dati biografici di Walser, dal poco che ho potuto apprendere: che soffrisse di crisi di ansia e di allucinazioni). Proprio questa (parziale) comunanza di sofferenza potrebbe averlo indotto a un abbandono (o azzardo) empatico che, effettivamente, può essere preso per altro; non sono in grado di dirlo, ma mi sembra comunque ingeneroso parlare “di romanticismo da cioccolatini”. Walser non era un moderno, almeno in quel racconto, come potremmo invece dire di altri suoi (quasi) coetanei di lingua e cultura tedesca (Mann e Kafka, in particolare) ma calerei le scelte di stile e di espressione al personaggio e alla sua epoca.
Il discorso è generale. La lettura di ogni opera esige di considerarne il contesto storico. La maggiore difficoltà, per me, è nell’”accettazione” della lingua (all’orecchio e alla comprensione), quando si è motivati a leggere conoscendo o intuendo il valore dei contenuti.
A fianco di ogni “anima grande e bella”, tale da giustificare fierezze regali e colossali e quindi rivendicare l’esenzione dalle crudeli necessità del mondo”, non c’è una donna, …ma due signori in camice bianco:-). Battuta a parte, credo che l’apparenza, qualche volta, possa essere tensione manifesta al miglioramento e al superamento dei propri limiti, esteriorità (infastidente) che non lascia vedere l’impasto fango e spirito di cui tutti siamo fatti.
Nell’”infame classe dei “lavoranti”, Elio, non ci sono bocciati (ed esclusi), ma solo ripetenti, fino alla fine dei loro/nostri giorni.
Giovanni
stefanie golisch detto
Io credo che l’uomo e lo scrittore Robert Walser si può riasumere nella sua stessa frase : Non potrebbe già essere grandezza il rinunciare alla grandezza?
La follia di Walser, a differenza di quella di Hölderlin, era mite. Walser,per quanto paradossale, amava lo stesso mondo in cui non riusciva a stare. Tanto è vero che fu egli stesso a farsi ricoverare in quella clinica psichiatrica dove poi è morto.
Non penso che si possa definire il suo stile “lacrimoso”. Ma certamente è una scrittura che polarizza – o si ama o no.
Ah , forse c’e un errore di traduzione. Mi sembra che in tedesco , l’ultima frase del racconto non dice che Hölderlin piombiò nelle tenebre , ma che si fece piombare. Ovviamente, la differenza non è marginale: perché inteso così, la follia sarebbe un gesto voluto, un gesto attivo, una protesta contro la realtà.
Bisogna leggere Walser molto attentamente per non fraintenderlo.
Walser non è lacimoso. Nella sua maniera è spietato.
Stefanie
Giovanni Nuscis detto
Ringrazio ancora Stefanie per le sue precisazioni.
Mi scuso per i refusi:
non sono in grado di dirlo; mi sembra comunque ingeneroso parlare “di romanticismo da cioccolatini”. Walser non era un moderno, almeno in quel racconto, come potremmo invece dire di altri suoi (quasi) coetanei di lingua e cultura tedesca (Mann e Kafka, in particolare) ma calerei le scelte di stile e di espressione al personaggio e alla sua epoca.
A fianco di ogni “anima grande e bella”, tale da giustificare fierezze regali e colossali e quindi rivendicare l’esenzione dalle crudeli necessità del mondo”, non c’è una grande donna, …ma due signori in camice bianco:-). Battuta a parte, credo che l’apparenza, qualche volta, possa essere tensione manifesta al miglioramento e al superamento dei propri limiti, esteriorità (magari infastidente) che non lascia vedere l’impasto di fango e di spirito di cui tutti siamo fatti.
Giovanni
Giorgio detto
Io ho sempre letto Walser come un contemporaneo di Kafka, e mi sembra dire anche lui lo svuotamento del mondo dei grandi autori della modernità, proprio mentre dichiara la sua fede nel mondo. La fede da lui dichiarata, insomma, è talmente fuori tempo e talmente spropositata che palesa tutta la fragilità del suo fondamento e si capovolge nel suo contrario. Anzi, più Walser è dolce e giocoso, più il suo mondo mi pare nero. Poi arriva qualche frase qui e là che svela quanto l’affidamento sia immotivato…
elioc detto
Considerare una pagina nell’ “assoluto”, senza relativizzarla attraverso i retrostanti contesti storici e biografici, può ben assumere la connotazione dell’ingenerosità (credo comunque che la fama di Walser non possa essere seriamente minacciata da un commento di blog). Per me presentava il vantaggio di meglio evidenziare come l’umanità, dai tempi di Hölderlin, una certa serie di verità (per lo più a connotazione amara) tanto sulla natura quanto sulla società se le fosse anche duramente guadagnate. E sono proprio queste ad impedire oggi, ad un poeta, o artista, di “abitare” simili credenze (per certi versi le più “comode” mai escogitate) senza esporsi ad un certo ridicolo. Sarà sicuramente l’abitudine al gusto amaro della moderna demistificazione che mi fa sembrare così tossicamente dolciastre, frignone e in definitiva infantili, certe vecchie rappresentazioni romantiche. Suppongo quindi che la poesia di Hölderlin rimanga importante nonostante esse, non in virtù di esse. Naturalmente la mia critica si appuntava sulle connotazioni messe in moto da Walser (tentando di ironizzare sulla possibilità di farle proprie oggi) non sull’opportunità di proporre tale (interessantissima) pagina. Ciao
carla detto
cercavo qualcosa su Robert Walser e sono capitata in questa pagina meravigliosa…
il finale lascia aperto un interrogativo fondamentale per il raggiungimento della felicità o della serenità…
-Liberati dalla passione, dòminati. Quanta bellezza, grandezza, calore potresti mostrare se fossi deciso a vincerti! Ma l’audacia delle tue fantasie ti uccide, e il sogno che ti fai della vita ti rapisce la vita. Non potrebbe già essere grandezza il rinunciare alla grandezza?-
Grazie a Giovanni