La macchina responsabile di Maria Grazia Calandrone
Posted by fabrizio centofanti on November 7, 2007
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di Massimo Sannelli
1- Il mondo si è dato due metafore in cui riconoscersi: il TEATRO (il teatro del mondo, dove ogni vivente recita una parte, sotto l’occhio di un Re-Regista) e la MACCHINA, che corrisponde al corpo e a tutte le procedure regolari. La macchina «meravigliosa» del corpo, lo stupore – anche laico – di fronte all’organizzazione del corpo, ecc.; il giovane sposo che commenta il parto della moglie, e trema ricordando un urlo da bestia, che ha una funzione precisa. La vita non è improvvisata. Così non c’è macchina che non funzioni o che non sia stata fatta per funzionare: anche per gioco, come quelle di Tinguely. Infatti Tinguely
«matura verso l’infanzia», secondo l’aforisma di Bruno Schulz.
2- Quando si «matura verso l’infanzia», la metafora del «teatro del mondo» si semplifica in quella del GIOCO; mentre la «macchina del corpo» e ogni macchina diventano GIOCATTOLI. Per chi ritorna cucciolo, dopo essere stato grande, si tratta di modificare anche le parole già usate: è la cosa più ovvia e più urgente da fare. Come artista, il cucciolo adulto inventa il Dada o qualche stile performativo, ad esempio. Come animale, è il momento in cui decide di essere padre o
madre.
3- Il libro inizia «dal mondo esposto». È una contraddizione felice: il Cristo è esposto in Croce, nel centro del mondo, e il bambino abbandonato è esposto a tutto il mondo. Non è esposto, normalmente, il mondo stesso: ma è un grande teatro aperto. Qui «l’amore è la salute della scimmia», randagia e instabile, e buona imitatrice delle azioni. La scimmia assomiglia all’uomo. L’amore è la consolazione della miseria: il riempimento di un grande tempo, che non può essere dedicato alla caccia e al cibo. L’amore è, ovviamente, un altro tipo di cibo.
4- «Dammi le prove della tua gioia» (p. 7). Ma io non ho queste prove. Certo: mi vedi non solo, meno solo di prima, e capace di ridere del Gotha. Lo sai bene: questa è una delle ultime volte che scrivo su un poeta, perché sono stanco. Però noi «siamo una estrema razza azzurra – / nuove sembianze erette / torri» (p. 11): siamo gli ultimi. Non per estremismo retorico, ma realmente, l’umanesimo – visi pallidi, buona fede cattolica, o un certo dogmatismo anche in veste di «chierici rossi»: sempre preti – muore con noi. L’umanesimo non muore, in sé: ma muore la sua vecchia forma, che è costretta, ormai, a parafrasare, nelle sue scuole, tanto Dante quanto Tasso, ugualmente illeggibili. Con l’umanesimo, muore anche il paradosso della nostra
bestemmia sacerdotale e austera, o addirittura liturgica sotto il velo goliardico (Isabella Santacroce, Chiara Daino, Giovann Testori). Eppure la preghiera inutile/impossibile è rivendicata con un dettato ancora serio, misurato fino allo spasimo: «E io pregavo impossibili preghiere dagli occhi di lei normalmente accessibili sapendole già /
sconciamente vane» (p. 85).
5- Nessuno di noi è l’oltre-uomo. Siamo precari e decadenti e rigorosi e gaudenti. Dunque l’innocente è «una specie rimossa / dai
cieli» (anche «dai cieli»: per volontà laica di Calandrone): «il suo corpo – fradicio / e concepito con la pena» porta una verità che «non intacca il panorama» (p. 129). Anche il mare è «fradicio di elementi» (p. 116), per la consunzione scimmiesca che lo rende non sacro (p. 107). L’istinto ha ricordato il tardo autoritratto di Dürer come Uomo dei Dolori. Perché Dürer, giovane, si rappresentò come un Giovane Signore, il Cristo bello e biondo.
6- Il libro parla di un’umanità che – di solito, in questi casi – noi chiamiamo «ferita», alla quale diamo, di norma, una commozione un po’ generica. I morti di cui La macchina responsabile parla sono morti della tecnica, contati fino all’ultimo uomo («33771 ebrei di ogni età provenienti da Kiev», «327 prigionieri e sei settimane per tentare di estinguere nel fuoco i corpi riesumati, le prove»: p. 67). I luoghi non sono generici, ma precisi: Kiev, Babi-Yar, Hiroshima. Le prove della gioia sono invisibili, quelle del massacro sono tanto imponenti da diventare eterne. L’«infezione umana», in cui si dice ancora «volevo vivere vivere» (p. 66), è un’ostensione sulla realtà della Macchina (del mondo) e del Teatro.
7- Abbiamo scritto in una lingua quasi senza rapporti con la lingua che parliamo, e anche La macchina responsabile cade a volte in questa tentazione, per il suo lessico tecnico e abbagliante. Abbiamo professato una fede religiosa o politica che, in qualche
modo, aveva un fondo unico: la pietà e l’indignazione. Abbiamo composto i nostri libri, altamente sperimentali e altamente
separati dall’interesse del «pubblico disattento». Eppure parlavamo, a modo nostro, anche a nome di 33771 russi e di
altre decine di migliaia di giapponesi «sbiancati» (p. 124) dal Cabin Crew di P. W. Tibbets. Parlavamo, veramente? Questo libro di
Calandrone è molto diverso dai precedenti, il Tiresia di Mesa è quasi un mostro nella sua produzione (in cui c’è anche una Nuvola neve, poesia per bambini), e c’è il lavoro di Buffoni sul padre nel Lager, ecc. C’è, ora, con forza, nei poeti più sensibili – non importa che siano eccellenti: l’eccellenza è troppo innaturale e inattuale – il desiderio di separarsi un po’ dallo stile stilizzato: per essere meno isolati. Benché siano poco carismatici, nel loro corpo e nella loro dizione, per natura e per scelta: e questa humilitas renderà vani molti sforzi.
8-Un’Accademia superba ha deciso, prima di estinguersi, che chiamerà «divaricatore» un divaricatore, «treno merci» un treno merci, «scooter» uno scooter: attraverso una sintassi piana. Questa è la maturazione verso l’infanzia. Non si tratta di poca cosa, per noi e ora.
9- Ho letto il libro dell’amore e delle vittime, soldati e civili, nel tempo della consunzione e dell’omicidio scientifico. L’ho letto
come allegoria di un grande passaggio (che – per inciso – ha bisogno di mani materne: di acque, anche fradice perché ugualmente coinvolte). In un certo senso, l’oltre-uomo esiste già: è la donna, nella sua sembianza materna e nel suo orientarsi al futuro, a cui racconta il passato. Così parla, conoscendo sé e noi, l’oltre-uomo che è donna:
La cara accompagnatrice
perduta nella neve
in un paese del Nord
Europa. La lingua
dei passanti è estremamente
straniera. Così io piango non abbastanza nel sogno
mia madre: una
neve che non avevo mai visto è la sua morte e la casa
è allagata e inguaribile, le pentole
non sono più le sue, sono
altre: non
mie, dunque, perché io sono l’erede
universale e la casa è uno spazio grandissimo
pieno di estranei
che entrano nel corpo
che non è affatto finito tra quelle porte lucide di vetraia celeste
ma ospitale
solo.
(p. 72)

















mariapia said
Qualche notizia in più sul libro, per leggerlo!
Queste poesie sono già bellissime, e così la prefazione di Massimo, e ringrazio entrambi; ma vorrei percorrerle con calma.
A proposito di padri nei lager, è argomento che non ho mai trattato, per rispetto a mio padre.
Ogni vita ha il suo silenzio (e secretum).
Maria Pia Q.
massimo said
buon giorno Maria Pia… dunque: il libro è stato pubblicato qualche settimana fa da Crocetti. è un oggetto bianco e nudo, senza note, a parte la bibliografia di Maria Grazia Calandrone. chi lo legge si troverà spiazzato, ma anche molto libero.
questa pagina del frate asino non è certo un accessus, ma un autoritratto (!) e un punto sulla situazione. ora i poeti stanno cambiando, scoprono attività parallele o sperimentano altri media. Maria Grazia è molto appartata, in conformità con una poesia che non urla, ma prende (comprende); ma la Macchina cambia e complica il discorso di prima. altri poeti si espongono, chi più chi meno, e allargano il campo… Ma il problema non è questo, perché anche Poliziano Tasso Pascoli furono versatili (e plurilingui). il problema è non peccare contro il tempo e contro la carità (bestemmia contro lo Spirito Santo: non sarà perdonata).
a tuo padre: il mio rispetto, in silenzio. a te tutto il bene possibile
massimo
maria grazia said
non posso che aderire in maniera completamente acritica a questa tua recensione-confessione, massimo
grazie a te delle tue parole, maria pia – lasciamo a ognuno quello che non può dire e che magari dice parlando d’altro:
non possiamo non essere nel mondo, che gira le sue ruote verso il futuro
un abbraccio
maria grazia