“I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti, cronista padano”: o della dolorosa finitezza delle parole
Posted by Gaja Cenciarelli on November 15, 2007
Se mi chiedessero di cosa parla questo libro, la mia prima risposta sarebbe: è un romanzo sul dolore. Tullio Avoledo definisce Binaghi «un rabdomante del Male». Sono d’accordo: ogni pagina dei Tre giorni è intrisa del Male cui ormai ci siamo assuefatti, di quello che ci spacciano come (nor)Male, somministrandocelo ogni giorno – un sonnifero, una panacea, un biscottino alla massa di cagnolini ammaestrati – dal tubo catodico. Eppure. Il dolore è l’altra faccia del Male, ne è la conseguenza logica, ed è inarginabile. Il dolore provocato, o il dolore provato.
Frate Remigio, il religioso che aiuta Enrico Bonetti nelle sue indagini, da bambino è stato vittima, insieme al fratello, di violenza sessuale. Con Remigio, però, la sorte è stata “benevola”: lui è riuscito a fuggire mentre suo fratello è rimasto ucciso. Ora, Frate Remigio ha il dono di percepire le voci strazianti degli innocenti violati.
«Questa cosa da giovane mi ha portato alla disperazione. Ho cercato ogni forma di ebbrezza e di stordimento, fino alla nausea, ma quelle voci ritornavano sempre, sono arrivato alle soglie del suicidio, finché Dio mi ha tratto in salvo dall’uragano e mi ha dato rifugio nell’Arca della Chiesa».
L’impossibilità del Male di essere nominato emerge dalla fede nelle scienze positiviste.
«Da ragazzino dovetti subire un autentico calvario, tra psichiatri ed esorcisti, prima che la dura verità venisse ufficialmente sancita anche da un neurologo positivista».
Ed è questo sfuggire alle definizioni razionali il vero potere del Male.
Come diceva Baudelaire, il capolavoro di Satana è convincerci che non esiste.
Enrico Bonetti risponde a Frate Remigio chiedendo: «Quindi lei collabora a qualche associazione anti-pedofilia, presumo».
«Non dirlo con quella sufficienza, figliolo» lo rimbrotta il frate.
I dialoghi sono i nodi cruciali per l’interpretazione del romanzo. Quando Bonetti si stupisce della grande quantità di pornografia che straripa da internet, domanda: «Ma non è roba per psicanalisti, più che per teologi?»
Il frate, allargando le braccia, ribatte: «La psicologia moderna dà un nome alle perversioni, ne descrive la dinamica, ma non può fare appello all’anima: alle scienze positiviste mancano le parole per nominarla».
Perché solo chi ha fede in Dio riesce a dare un nome a certi fenomeni. Perché in principio era il Verbo, e il Verbo era Dio, e il Verbo era presso Dio. Se non ci si fa aiutare dalle parole della fede, sottintende Frate Remigio, non si potrà mai comprendere fino in fondo il senso di tali aberrazioni.
Come si può parlare di sacrifici umani, di bambini gettati in pasto agli animali, di orge violente e omicide, di creme e pozioni fatte con il sangue e la pelle di piccoli martoriati se non si chiama in causa un livello più alto di linguaggio che abbia a che fare con il Maligno e, di conseguenza, con il Bene Assoluto? Il vero crimine, pare sottolineare l’autore, è riferirsi a certi fenomeni soltanto facendo appello alla follia, alle malattie mentali, a manifestazioni della psiche che possono essere dicibili, spiegabili e quindi, umanizzabili.
I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti, cronista padano sfugge a qualsiasi classificazione di genere. È difficile dargli un’etichetta, incastrarlo in una sequenza di parole, ed è questo il suo punto di forza. È fedele al suo scopo e ai suoi contenuti. In tal senso richiama alla mente una delle regole base della linguistica: le parole non sono iconiche. Non c’è alcuna regola per cui un tavolo debba chiamarsi tavolo. A ciascuno il suddetto termine evoca un’immagine diversa e personale. Un linguista ante-litteram con Shahespeare scrisse: «Cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo.»
I tre giorni è un romanzo che dimostra l’inadeguatezza del linguaggio in certi ambiti e in certe circostanze, se privo di una fede che va oltre il positivismo.
C’è in ogni pagina dei Tre giorni una corsa affannosa verso la verità, verso le parole giuste, ed è un percorso che si snoda in un intreccio perfetto. Anzi, in due intrecci speculari, giacché anche lo specchio è un termine-immagine ricorrente. Lo specchio è ciò che si frappone tra Caino e Abele, tra noi e la nostra consapevolezza di essere figli di un omicida: siamo tutti Pan, metà umani e metà capri. L’ambivalenza degli uomini è uno dei temi fondamentali di questo romanzo: ciascuno di noi è doppio. Spaccato in due metà che possono essere tenute insieme solo dalla fede nella Vita.
Bonetti, Frate Remigio, Ljanka, Spider, Zivago vivono una vita apparentemente parallela a quella di Runo, Lilia, Gotico, Leonzio Palamas. Dico apparentemente perché i punti di contatto esistono, perché il Male spesso desidera confondersi con l’innocenza – per dominarla e soffocarla – e il finale ne è testimonianza inequivocabile. Un finale in cui il doppio intreccio si risolve in un uno solo, in cui la specularità di certe esistenze diventa ancor più dolorosa.
L’impossibilità di classificare questo romanzo porta a scoprire un aspetto nuovo in ogni pagina (è un libro “multistrato” e multiforme): I tre giorni è, in effetti, anche una storia d’amore. Quella, tanto per intenderci, tra Bonetti – cronista disilluso, con un divorzio alle spalle e una figlia adolescente – e Ljanka (in onore della protagonista de I Lautari, di Emil Loteanu, uno dei più struggenti film d’amore della cinematografia europea). Una storia su cui l’autore modella il proprio stile narrativo, rendendolo di una levità commovente: una storia in cui è forte la tenerezza (e mi si perdoni l’ossimoro) dello sguardo che l’autore rivolge ai suoi personaggi.
«È proprio perché intimamente uno si disprezza, che crede di non potersi permettere l’amore e si rifugia in un’immagine» dice Frate Remigio. «Cosa fai quando vuoi sapere chi sei?»
E Bonetti risponde: «Cosa faccio? Mi guardo allo specchio».
«Bravo! Così quello ti rimanda solo la tua domanda: il tuo vuoto, che finirai per riempire con l’immaginazione! È una sirena, capisci? Se vuoi sapere chi sei, guardati riflesso negli occhi della tua donna o dei tuoi amici: vedrai un uomo innamorato o scontento, laborioso o festante, un uomo! Satana, invece, è quello che ti mette davanti lo specchio. Ti strappa alla comunione con il prossimo e ti riduce a un individuo stregato da un fantasma».
Bonetti salva Ljanka da un traffico di prostitute. Sonia, amica di Ljanka e mamma di Spider, viene uccisa perché incinta: il suo bambino – come tanti altri piccoli innocenti – serve all’organizzazione che fa capo a Runo, deus ex machina dal nome inquietante, il quale a sua volta tira le fila di attori di secondo piano come Gotico, a capo di una setta satanica, e Leonzio Palamas, responsabile della Castalia, crocevia delle perversioni di gente danarosa e annoiata. Runo è un burattinaio dai lunghi tentacoli che non trascura di occuparsi nemmeno dell’eugenetica più selvaggia, neanche del Profile365, diretto discendente del Progetto Genoma e pericolosa arma di distruzione di massa.
Spider viene “adottato” da Bonetti e Ljanka, mentre il cronista, nel corso della sua inchiesta s’imbatte in Frate Remigio.
Su tutti svetta la potenza di un Moloch che non teme nemici: la televisione, ampiamente citata, ampiamente parodiata insieme ai suoi personaggi di punta. La TV è l’arma segreta del dottor Goebbels, lo strumento attraverso il quale si appiattiscono i gusti e le sinapsi, tramite cui gli uomini vengono addomesticati a non cercare di più e a non aspettarsi niente.
«È stato uno scherzo convincere gli italiani che si devono schierare, o meglio, “scendere in campo”. Ecco l’immagine catalizzante, a cui non si sfugge: perfetta, per un popolo di calciofili. La palla è rotonda e la partita non finisce mai. […] Quando il cittadino vive con un televisore in ogni stanza è un bottone a decidere il colore dei tuoi giorni. Il direttore dei palinstesti, che alterna orrore e tenerezza».
Non mancano le citazioni nascoste, disseminate qua e là, di scrittori e amici cui Binaghi si sente accomunato da affinità letterarie e umane. Tullio Avoledo e Luigi Bernardi, per dirne solo due. Il secondo si è occupato a lungo di quella che ha definito “giallificazione della realtà” da parte dei media e della carta stampata. Troppo spesso si dimentica che dietro a una tragedia ci sono carne, sangue e dolore veri. Troppo spesso, a favorire questa amnesia, sono i mezzi di comunicazione.
Binaghi gestisce uno stile narrativo affilato che non concede nulla all’autocompiacimento e che, tuttavia, lui riesce a “piegare” all’amore, nell’accezione umana e divina del termine. Il suo dolore trova una speranza solo nelle parole non terrene, solo in quel Verbo che tutto sa nominare e sconfiggere: la coscienza della finitezza del linguaggio umano addolora, ma la fede apre uno squarcio nell’impossibile.
Giulio Mozzi, leggendo il Perceber di Colombati, scrisse: «ci sono i romanzi del “genere letterario capolavoro”… Sono quei libri che Franco Moretti classificherebbe come “opere mondo”. Ogni libro che tenti di essere un’opera mondo è, inevitabilmente, un tentativo di capolavoro. Checché ne pensi l’autore, qualunque forma abbia la sua ambizione, ciò che sta facendo è: tentare la scalata al capolavoro».
Per questo dolentissimo romanzo, alla luce di tutte le ragioni elencate poc’anzi, azzarderei anche un’altra definizione: a mio parere I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti, cronista padano può ben dirsi un’”opera-anima”.
Gaja Cenciarelli
Valter Binaghi
I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti, cronista padano
Sironi, 2007

















I 3 giorni all’Inferno di Enrico Bonetti cronista padano di V. Binaghi « Doctor Blue said
[...] Gaja Cenciarelli lo recensisce oggi su La poesia e lo spirito [...]
Auberon said
siete così ingenui da credere che satana non esista? qui sembra ci sia tutto l’armamentario, dalle scienze positiviste alla televisione: satan’s weapons of XX century (futuro palinsesto di history channel). l’obiettivo è il Verbo “Perché in principio era il Verbo, e il Verbo era Dio, e il Verbo era presso Dio”. tutto sotto gli occhi di chi sa vedere. vien voglia di acquistarlo questo libro del severo binaghi.
merito anche della recensione. complimenti lievi e sinceri.
Gaja, ma quanto stai lavorando?
Gaja said
Auberon, non ne parliamo! come una matta! (cioè, come me stessa…)
Sei troppo caro, Auberon, ad averlo notato. Un abbraccio fortissimo! grazie!
p.s. il romanzo di Valter *va* acquistato, hai ragione. È notevole, è un’esperienza simile a un viaggio, nel senso più potente del termine.
Manu said
Gaja, davvero complimenti anche per questa recensione fatta con un’attenzione e una sensibilità fuori dal comune.
Il libro di Valter l’ho divorato con voracità, è un fiume di parole da cui è difficile staccarsi….!
E i soldi spesi per l’acquisto del Bonetti…sono convinta che siano soldi spesi più che bene!!
marino said
scrittore di grande qualità e di grande spessore. Bonetti é un libro con, tra l’altro, un finale incredibile. Un libro che secondo me sarebbe apprezzato molto anche quassù. Ma il mondo a volte é bue.
Gaja said
Manu: ti ringrazio moltissimo. Il fatto è che in questo romanzo risuonano molte eco, e basta saper porgere l’orecchio. Anche per me è stato difficile abbandonare Bonetti: ho cercato di centellinarne la lettura in modo che durasse il più a lungo possibile. E forse anche per assaporarlo e comprenderlo meglio. Concordo con te su tutto quanto hai detto.
Marino: hai una ragione *sacrosanta*!
lapoesiaelospirito said
Un libro monstre sulla provincia italiana-mondo. I massimi sistemi lavorati dagli indigeni riduttori di teste dell’odierna civiltà televisiva. Un romanzo che prende da lontano e da vicino la nostra civiltà profondamente decaduta. Nietzsche è sopravvissuto alla sua pazzia e ha visto compiersi completamente il Tutto.
fk
lapoesiaelospirito said
Ottima recensione Gaja.
fk
Gaja said
Grazie, FranzO. Felice che ti sia piaciuta, davvero.
vbinaghi said
Grazie a tutti voi. Ci sono lettori che contano più dei libri.
Giovanni Nuscis said
Auguri a Valter per questo romanzo che s’intuisce, qui, vero e sanguigno, osando “la scala del capolavoro”; “opera-anima” che abbiamo capito che non ci deluderà.
Complimenti a Gaja per quanto ha saputo trasmetterci del libro.
Giovanni
Giorgio said
Bella lettura, Gaja. E confemo anch’io: sono stato inchiodato 5 giorni nella lettura di questo libro e ne scrissi su questo blog evidenziando anche dei temi di discussione.
Gaja said
Grazie a Giovanni e a Giorgio: sì, il romanzo di Valter è proprio un’”opera-anima” per me. Ed è un romanzo che ti avvolge. Confesso che non ho fatto alcuno sforzo per lasciare che mi “parlasse”.
Vorrei segnalare qui anche la recensione di Giorgio: http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/05/03/%e2%80%9ci-tre-giorni-all%e2%80%99inferno-di-enrico-bonetti-cronista-padano%e2%80%9d/
Spero che il link funzioni.
Un abbraccio a tutti.
francesco sasso said
Bella recensione, Gaja, mi ha invogliato… persuasiva
nella mia lista della spesa, da mesi, c’è il libro di Binaghi e i due di Magliani. Aspettavo di possedere qualche euro in più e poi arrivi tu con questa recensione… e chi aspetta adesso.
f.s.
Gaja said
Bene, bene, fratello! Detto “inter nos”: era *esattamente* questo l’effetto che intendevo sortire scrivendo la recensione. Sono contenta di aver reso un buon servizio a un romanzo così complesso e potente.