Postilla sui generi letterari, o del perché lo scrittore non esiste
Posted by eziotarantino on November 15, 2007
Una delle conseguenze, dal punto di vista semiologico, dell’assioma c) delle note caratteristiche dei generi è che il narratore sia situato ontologicamente al livello della fiction, dei personaggi e delle azioni. Il che, è stato osservato (Andrew Kania, Against the ubiquity of fictional narrators. The Journal of aesthetics and art criticism 63:1 Winter 2005) porta lo scrittore ad assumere una natura ultra-umana la cui caratteristica principale è l’ubiquità: “If novels have narrators, they often know more than, and have powers grater than, any hman could. Thus, a ubiquity theorist must insist from the start that human personality is not a sine qua non for narrator-hood”.
Kania confuta nel suo articolo questa teoria (di critici come George Wilson, Seymour Chatman e Jerrold Levinson), sostenendo che la presenza di romanzi in cui la presenza del fictional narrator (o embedded narrator) è conclamata – come nel caso dei romanzi scritti in prima persona – non è sufficiente a decretare che questa sia una caratteristica ontologica della narrativa.
A ben vedere gli ubiquisti com Jerrold Levinson sostengono una cosa diversa: secondo loro, dal punto di vista fattuale, lo scrittore proprio non esiste.
Dal fondo della sala sento arrivare l’obiezione: ma qualcuno il libro lo avrà pur scritto!
Non ha nessuna importanza, dicono gli ubiquisti. L’agente (colui che mette sul piano del vero fattuale – cioè all’interno del mondo narrativo – l’azione drammaturgica) è entità autonoma.
Ho capito, ma la letteratura non è come l’aria, non è un organismo biologico che si forma per partenogenesi. Non è come la crescita degli alberi!
Sciocchino, non ha nessuna importanza, insistono gli ubiquisti. Questo non è un elemento cogente al rapporto fra lettore e libro.
La maggiore o minore dose di presenza di un narratore forte può essere presa come unità di misura per poter collocare un’opera narrativa all’interno di una classe che la descriva (genere/non genere eccetera)?
No di certo.
Torniamo a Biondillo. Nel suo libro l’agente è chiaramente allo stesso livello dei suoi personaggi. Lo è in modo divertito e affettuoso. Non si mette al di sopra del loro modo di vedere le cose. Li rispetta. E questa è una caratteristica del poliziesco. Non è mai il narratore a risolvere la sporca faccenda. Né quella dell’azione drammaturgica, né quella dei sentimenti. I personaggi sono in genere molto autoconsapevoli e determinano le loro scelte in una lotta con il destino che anche se li vede spesso perdenti, non per questi li annovera fra gli sconfitti.
Io sono d’accordo con la tesi di coloro che Andrew Kania definisce teorici dell’ubiquità (perché assegnano allo scrittore una natura doppia e scissa: di scriventi e di agenti narrativi – ma in realtà è lui, Kania, portando ad estreme conseguenze logiche il pensiero dei suoi antagonisti, e ad assegnare agli scrittori questa doppia identità: per quelli, semplicemente, come ho detto, lo scrittore non esiste).
Kania porta a supporto della sua opposizione motivi onestamente semplicistici: “It seems to me that we learn about a fictional world from the person who invented it – the artist – through the medium of the artwork”: detta così sembra la scoperta dell’acqua calda, che svilisce a mero attante il compito del narratore.
Né vale richiamare, come fa Kania, opere scritte in uno stile trasparente e neutro, come quelle di Graham Green (stile “trasparente e neutro” invero tutto da dimostrare in Green, come in tanti altri): l’assenza di un narratore visibile è solo uno dei tanti mascheramenti possibili dello scrittore, che affida ad una voce neutra e ineffabile il ruolo di portarci dentro un mondo sconosciuto.
Il fictional narrator è come Diabolik. Ha la capacità di prendere le sembianze di chiunque, incluso lo scrittore (meglio: soprattutto dello scrittore). Egli sa, ma finge di non sapere. Sa tutto. Sa come va a finire la storia, ma finge di venirlo a scoprire insieme ai suoi personaggi. Gioca su più fronti: è il burattinaio ma poi irrompe sulla scena, come Mimmo Cuticchio nelle sue straordinarie rivisitazioni degli spettacoli dei pupi, con i quali dialoga, ai quali dà voce mostrando la sua faccia.
O come i personaggi del Pasticciaccio di Gadda messo in scena da Ronconi qualche anno fa, i quali agiscono e nello stesso tempo descrivono se stessi: agenti narrativi e personaggi allo stesso tempo, pronunciano le parole che il narratore ha assegnato loro nel copione e così, stesi sulle assi del palcoscenico, raccontano con voce stentorea la propria morte.
Pur trovandolo divertente, io non amo particolarmente il romanzo di genere proprio perché deve rispettare troppi stilemi. Cerca e trova complicità a basso prezzo. Chiede fedeltà e, strizzando l’occhio a un pubblico di affezionati, fa affidamento su una facile memoria condivisa. Non una memoria di cose vissute, ma di cose lette o viste al cinema, una memoria passiva che vicaria senza troppa fatica per nessuno (scrittore e lettore) l’esperienza della vita vera. Il genere mette a nudo la propria immaturità. Confermo quanto ho scritto tempo fa, di trovarlo infantile, mentre la letteratura svincolata dalle regole del genere è una letteratura che abbandona l’adolescenza e si avvia verso la maturità.
(Però.
Se il genere rievoca un mondo chiuso di stilemi riconoscibili, e di regole codificate, è vero anche che è prima di tutto un gioco, e allora tutto sta a quale valore assegnamo, nel gioco della letteratura, al grado di fanciullesco che questa si porta con sé, come nota caratteristica.
(E se l’arte di raccontare è proprio questo, il genere allora è la letteratura al quadrato? Forse. Di sicuro questo è il gioco che stiamo giocando. Questa la sua bellezza).
—–
- George M. Wilson, Le Grand imagier steps out: the primitive basis of film narration”. Philosophical topics 25 (1997): 295-318. ]
- Seymour Chatman, Coming to terms: the rethoric of narrative in fiction and film. Cornell University Press, 1990.
- Jerrold Levinson, Film music and narrative agency, in Post-theory: reconstructing Film Studies. University of Wisconsin Press, 1996.












November 15, 2007 at 8:40 am
Egregio Tarantino,
visto che hai nominato Graham Green: io sono un amante dei suoi libri, a volte li ho riletti;
m’interessa sapere per continuare il discorso, molto sottile vuoi capzioso, se pure le sue opere le inserisci nella narrativa “di genere”.
O no?
November 15, 2007 at 9:32 am
No, non direi proprio. Ma non ho letto abbastanza Greene per pronunciarmi. Mi sono limitato a citare un’opinione altrui (fra l’altro attenuandone la portata, visto che sostenere di che lo stile di Greene sia trasparente e neutro mi pare opinabile - e del resto quasi sempre uno stile “trasparente e neutro” implica un lavoro di cesello tale da esaltare, invece che annullare, il ruolo dello scrittore).
Saluti.
ezio
November 15, 2007 at 11:26 am
Mi pare che, a volte, lo scrittore o certi possano essere come un rabdomante: hai presente quello che va in giro a cercare acqua con la bacchetta che vibra?
Ecco:
Alcuni scrittori percepiscono in maniera inconscia l”air du temps” il profumo, la puzza dei giorni che attraversano e la tirano giù sulle loro pagine.
Che riescano poi a tradurre quello che hanno sentito, annusato è un altro conto; entrano in gioco acutezza, abilità tecnica, talento, esperienza.
Ci riescono in pochi, davvero.
Perchè il discorso del “genere” è davvero sfumato.
Per tornare a Graham Greene: spesso passò tout court per giallista, eppure la definizione è fortemente riduttiva.
Anche Simenon, un tempo ampiamente sottovalutato era un “giallista”.
Simenon era uno che conosceva gli uomini, la tecnica, ed aveva due strane antenne che gli permettevano di sentire “oltre”, vedere “dentro” e lavorare quasi in trance ( a volte 60 pagine in 24 ore….).
Il definizionismo è sempre riduttivo,
certa gente ha bisogno, per sopravvivere, di categorie, di schemini in cui inquadrare le cose, necessitano del bianco e nero, bene/male, bello/brutto, genere/non.genere.
Mentre il mondo ha infinite sfumature, rotte di mezzo, scalate o cadute laterali, e via.
November 15, 2007 at 11:40 am
Molto interessante, Ezio.
Personalmente io sto con gli ippopotami, pardon, con gli ubiquisti. Lo scrittore è ovunque, proprio perchè è fuori dalla narrazione. Quando compare,come embedded narrator, si scinde da sè, diventa quello che tu definisci “agente narrativo”, che entra nella fiction come un personaggio.
Come nel libro di Biondillo. Leggendolo, ho avuto esattamente questa impressione, di narratore che entra in gioco, si fa lui stesso partecipe della fiction (e quindi diventa “altro” dallo scrittore).
Un dubbio. Quando si parla di ubiquità del narratore mi pare che la tesi riguardi tutti i generi narrativi, o comunque non solo il “giallo” o il “noir” eccetera. Insomma, è un argomento valido per tutta la narrativa. Invece, nel tuo post, mi pare che il discorso sia circoscritto alla letteratura di genere. O forse mi sbaglio io…
Ciao
Paolo
November 15, 2007 at 12:05 pm
Hai ragione, Paolo. Non so se nel testo passi questa impressione, e cioè che sia limitato al genere. Si sta parlando infatti in termini assolutamente astratti e totalizzanti.
Mario, sono d’accordo su Simenon. Ma, per amor di coerenza (se la coerenza è poi un valore, chissà) devo dire che - come molti peraltro - amo di più (o soltanto) il Simenon non Maigret. Ma, ad una rilettura adulta (sono decenni che non prendo in mano un Maigret) potrei anche cambiare idea.
ezio
November 15, 2007 at 12:41 pm
Ezio, visto che dell’argomento hai una competenza mostruosa ;-),
potresti indicarmi qualche testo nella vulgata italiana, a parte quello di Kania?
Ciao
paolo
November 15, 2007 at 1:47 pm
Ciao Enzo
Ho l’impressione, a naso, che si sia passati dai pregiudizi a discapito della letteratura popolare (di genere, feuilleton, ecc) a quelli verso gli studiosi o i così detti “letterati puri”.
Parafrasando Goldoni, oggidì gli autori e i cultori di genere pensano: “se el me dise tantin, mi ghe respondo tanton” (I Rusteghi, atto I, scena VI). Non puoi più dire A verso la letteratura di genere che i lettori/autori tirano fuori Simenon, Manzoni e Gadda, rivendicando paternità ridicole.
Del resto, Lucia è la fanciulla perseguitata, l’innominato è il fuorilegge ribelle alla società, Geltrude è la monaca perversa, quindi Manzoni scrive romanzi popolari e i tizi che scrivono capolavori letterari, oggigiorno, son più dei lettori italiani. Ridicolo! Siamo alla scatoletta omogeneizzata di una critica fatta in casa.
Non ricordo in quale saggio, ma Umberto Eco scriveva che conformista nella morale e nelle soluzioni positive, il romanzo popolare è essenzialmente consolatorio, perché non lascia irrisolto nessun problema, non crea inquietudine, non mette in discussione le convenzioni del lettore, come accade all’opera d’arte.
f.s.
November 15, 2007 at 1:55 pm
chiedo scusa: ezio e non enzo. La fretta!
f.s.
November 15, 2007 at 3:17 pm
Paolo, mumble mumble… ma io non ho alcuna competenza mostruosa!
(a parte gli scherzi, sono un po’ arrugginito quanto a critica letteraria - Francesco, tu che sei fresco di studi?)
Ezio
November 16, 2007 at 11:24 am
i critici sono simpatiche persone da detestare cordialmente
saluti,
rs
November 16, 2007 at 11:26 am
sassofrancesco, consolarsi serve, a volte.
romanzo popolare consolatorio… mmmh.
mah.
saluti,
rs