Vampiri di mezza età di Franz Krauspenhaar
Posted by franzk on November 19, 2007
Usciti dalle auto, le spalle depresse, malinconici
come sonde lunari, navighiamo per entrare in portinerie.
Entrando pensiamo già al non da farsi.
E’ stata una dura giornata, di geli, di lampade spente
e così abbiamo bisogno di nuotare in una birra, in un biscotto
in un rumore caldo, di lana, di un tappeto.
Morsi contorti, lame e lapidi nella testa, ancora,
mentre sussultiamo felpati in ascensore.
Ci può aspettare una bionda stanca morta
o una bruna che ci pizzica il sedere
o forse non ci aspetta nessuno, siamo soli.
E accendiamo subito la tivu e metti il caso c’è
il solito sfracello, la solita tensione, il solito gabinetto
ingorgato di politica. L’atmosfera mediologica
si fa pesante, non c’è quasi nulla di più antiestetico
di un telegiornale nel tardo pomeriggio.
Si rientra a casa come da una battaglia terminale
anzi Termopili, “insomma spartano, torni morto
dal lavoro”. E buttiamo le chiavi dell’auto in un cassetto
per non perderle, per tornare sull’argomento domani.
Invece decidiamo di uscire, tanto non c’è nessuno.
Non ci sono amici, la loro disponibilità si è diradata
come i nostri capelli, senza pietà, giorno dopo giorno
e allora spesso non li troviamo, specie e quest’ora
che sono troppo stanchi o comunque con la moglie
e i figli, a sgattaiolare in un minuscolo abisso.
Fuori c’è già luna piena, contro una vetrina gastronomia
di lusso, – posti che non frequentiamo soprattutto
per partito preso, e anche per dare uno schiaffo alla ricchezza-
ci vediamo come Bela Lugosi, pronti per azzannare colli
morbidi di signore ultimamente un pò asciutte.
Non è stata una bella visione, nemmeno una prima
per la verità. Da un pò di tempo essere vampiri ci sembra
normale, fisiologico, un regolare approdo della maturità.
Se nella giovinezza siamo stati troppo assenti a noi stessi
anche se non facevamo che pensare a noi, con la dura
impertinenza dell’egocentrismo più naif, ora è venuto
il momento di guardarci nelle palle indurite degli occhi.
Occhi che hanno sempre una voglia quasi perversa
di guardare muoversi il mondo per tutti i suoi versi.
Ci guardiamo e ci vediamo ancora una volta cambiati
vampiri ormai certi, definitivi, in certo senso senza speranza.
Una stagione all’inferno? Ma no, basta tenersi in forma
fare lo jogging, magari addirittura il footing, fumare niet
bere con moderazione, saltare i pasti fuori dalla padella nera.
E invece facciamo lo stesso le cose che facevamo prima
quando eravamo degli aspiranti vampiri, e anzi vedevamo
certi brutti stronzi della nostra età che ridevano,
mostrando i denti aguzzi, e il sangue delle loro prove d’amore
gli colava dagli angoli delle labbra strette.
Ci facevano schifo, pensavamo che bisognava rigare dritto
anche se verso il nulla. Ma tanto allora anche il nulla
era un bell’ideale, uno stendardo da applicarsi al bel corpo
dopo la doccia, a mo’ di accappatoio, nelle sere d’estate
verso il tramonto, che sporchissimo accettava e negava.
Così proseguiamo senza meta, verso il centro, a poche luci disseminate, cuscini d’assenza umana, e il freddo ci cova
come la gatta sul tetto che scottava, una volta.
Cominciamo a sentire i morsi di una fame cupa, sorda, cieca, cattiva, spudorata, gay e lesbica. Scegliere un ristorante
per mangiare da soli è una di quella cose che ti fanno sentire
solo al mondo come nessuna. Quando sei in viaggio per lavoro
hai l’alibi di quello che devi fare, ma stasera, che ci sono accanto il niente e il nessuno, sono dolori, scegliere è più che altro spegnersi, e arrendersi.
Alla fine saltiamo a piè pari i ristoranti etnici – troppi puzzoni
sotto al naso, troppa bagarre per un pescetto crudo
che sappia di buco nero di Nagasaki, e perchè no di Hiroshima.
E così anche le trattorie toscane, il ristorante romano
la pucchiacchieria napoletana e l’orecchietteria pugliese.
Ci sarebbe un mexicantexican da favola ma dobbiamo
fare pace coi nostri esuberanti chili. E poi i Mac e i King e altri
american lager: quelli li abborderemo solo per darci l’ultimo saluto.
Torniamo indietro. Nemmeno la solita pizza, anche quella
ci sta stretta sul gozzo. I vampiri di mezza età hanno perso appetito lungo la strada, nemmeno le bistecche al sangue ci distolgono dall’anoressia.
Di nuovo a casa, prepariamo una minestra Knorr, di quelle che nostra madre ci faceva talvolta quand’eravamo piccoli, forti, ignari.
Sapori dell’infanzia disidratati nello spazio.
In bocca ci sanguina il ricordo.
(Immagine:Richard Hamilton – Swinging London II, 1972)

















Gaja said
“Di nuovo a casa, prepariamo una minestra Knorr, di quelle che nostra madre ci faceva talvolta quand’eravamo piccoli, forti, ignari.
Sapori dell’infanzia disidratati nello spazio.
In bocca ci sanguina il ricordo.”
e cito solo queste ultime righe, per tutte.
il cibo come percorso, come vita, come slalom tra la vita e il nulla. ma soprattutto il cibo come pensiero, anima, radici, viscere. qualcosa che si lega ai sentimenti, all’interiorità, a ciò che si è stati e non si tornerà mai più, a un vago senso di nostalgia e di amarezza. un cibo che non nutre, ma lascia vuoti.
ho scritto di getto, sull’onda dell’emozione.
sono versi dolenti, che fanno male perché costringono a guardarsi(mi) dentro.
splendidi, e come tutte le cose splendide, (per me) anche strazianti.
Marina Pizzi said
franz, il tuo vampiro è così fratello che mi sanguina (ri)scriverlo!
mariobianco said
Bello Franz,
bel percorso,
melanconico da morirne,
però non sotto i denti del vampiro,
per quanto ’sto tipo qui non mi fa paura,
c’è qualcosa di familiare, cheneso,
poi con la minestrina…
Chissà se Bela Lugosi si faceva di minestrine?
lapoesiaelospirito said
Gaja, dài, è troppo.
Grazie Marina, sono fratelli di sangue senza meno.
Mario, sì, questi sono vampiri di mezza età, che alla fine si fanno la minestra Knorr, bevono la Fiuggi, e fumano le MS Mild.
Bela Lugosi dicono mi assomigli (o sono io che somiglio a lui).
Ciao!
franz
Gaja said
E no, eh. Non è troppo. È quello che penso. E se non ci credi te lo ripeto finché non cambi idea.
paolocacciolati said
“Scegliere un ristorante
per mangiare da soli è una di quella cose che ti fanno sentire
solo al mondo come nessuna. Quando sei in viaggio per lavoro
hai l’alibi di quello che devi fare..”
Condivido, sperimentato, sia pure in viaggio di lavoro, impari a origliare le conversazioni ai tavoli vicini, con la faccia affondata nel piatto, o nel display del telefonino…
Ciao
Paolo
Auberon said
bel pezzo, specialmente perché potrebbe in ogni istante virare verso una dimensione titanica: accettare un morso da bela lugosi ed ESISTERE PER SEMPRE in eroica dannazione, al riparo da minestrine knorr e dai discorsi dei vicini di tavolo.
Giovanni Nuscis said
“Non ci sono amici, la loro disponibilità si è diradata
come i nostri capelli, senza pietà, giorno dopo giorno
e allora spesso non li troviamo, specie e quest’ora
che sono troppo stanchi o comunque con la moglie
e i figli, a sgattaiolare in un minuscolo abisso.”
un quadro vero – epocale e generazionale – di lucida percezione, di sofferto disincanto; dove la solitudine ha contraccambio di libertà, di ampiezza e nettezza di sguardo.
Grazie, Franz
Giovanni
Anna L.B. said
Vaidibbestia, fratello.
Miss Mnpnny said
oh consiglio molto minestrina (dio delle minestrine consolaci un po’ tu se puoi!) ma con ormai introvabile pastina poetica a forma di letterine dell’alfabeto per poeti delle malinconie d’istillate in b-rodo onde comporre odi prof-onde sul b-ordo della f-ondina
Antonio Sparzani said
il meglio sono i libretti della serie “brodo caldo per l’anima” (http://www.hrdonline.it/inner.jsp?section=shop&page=brodo) che ti mettono a posto per tutta la giornata.
Angelo Lucini said
Ma ’sta Gaja s’innamora proprio de tutti e de tutto:- )
Gaja said
Ho un gran cuore, Angelo mio! ;-))) Ma poi: che si vive a fare se non si ama? Anzi, ora che ci penso adòroti, Angelo! ;-))
Angelo Lucini said
Pensavo mi avresti risposto con un krauspenhaariano “Vaffanbrodo” (Knorr). Bàcioti.
Gaja said
Angelo Lucini, resti nei paraggi ché alle 12 potrà leggere – in tutto il suo splendore – un mio post su una meravigliosa raccolta di poesie. Ossèquiola.;-))
mariobianco said
voglio qui una bella foto con dedica
di Bela Lugosi con il suo evocatore FranK. + l’eccellente regista Ed Wood!
elisabetta said
E’ vero, ultimamente se ne vedono tanti di “vampiri senza speranza” che fanno anche un gran rumore e fanno male, anche. Senza volerlo, magari. Ma riescono ancora a fare male.
Però non sei rassegnato, vero, tu che scrivi?
Elisabetta
Auberon said
Gaja(13): ma da quando conosci la mia età non mi ami più come prima (e ce credo). ho deciso allora di spedirti una mia foto, così torneremo insieme :-)
Gaja said
Ma figurarsi se mi faccio spaventare da un “accidente” come l’età ;-)! Pensa che ieri ho fatto un test per misurare l’effettiva età mentale ed è risultato che “di testa” ho 21 anni. Il che è preoccupante. Come direbbe Corrado Guzzanti in “Quelo”: «ciò grossa crisi…» (è il corpo che mi tradisce, e anche gli occhi, credo, dato che non vedo la tua foto! ;-)))
Auberon said
beh, almeno tu sei maggiorenne. ma come funziona il test? si soffia in un libro di massimo cacciari?
lapoesiaelospirito said
Grazie ancora a tutti.
Elisabetta, rassegnato per niente. Anzi.
Ciao,
fk
Gaja said
Controlli l’e-mail, Auberon. IO PUO’! ;-))
jolanda catalano said
Una foto d’epoca, versi corposi e a tratti malinconicamente dolci a significare il mutare dentro-fuori. Un presente dove l’obiettivo si posa evidenziando mancanze,assenze,solitudini,routine. Ma un presente che comunque continua a essere l’unico e certo elemento per continuare,forse meglio,nonostante”In bocca ci sanguina il ricordo”. Una foto che si universalizza nel reale-ideale di chi legge.
Mi sono veramente emozionata,bravo Franz.
jolanda