Storia di un giorno
Posted by fabrizio centofanti on November 22, 2007
di Antonio Consoli
La lama del rasoio scorre sulla pelle, sulla faccia ferma e inespressiva. Il volto è segnato dalle rughe che increspano la superficie della fronte e il contorno degli occhi. Con un gesto meccanico, senza distogliere lo sguardo dallo specchio, apre il rubinetto dell’acqua calda e ci passa sotto la lama coperta di peli e schiuma. Il vapore sale ad appannare il vetro.
L’uomo osserva il suo riflesso farsi opaco, confuso, fino quasi a scomparire. Non distoglie lo sguardo, come di chi non vuole perdersi di vista. Chiude il rubinetto e con un gesto che appare ancor più del precedente inconsapevole, raccoglie una tovaglia e, senza perdersi di vista, perché non vuole perdersi di vista, si asciuga dapprima le guance, poi il collo. Viene il momento del congedo. Spegne la luce. Sullo specchio rimane una sagoma scura, appena riconoscibile.
La casa in cui abitava da piccolo era costituita da due stanze, una delle quali conteneva appena il letto matrimoniale in cui dormivano in quattro: mamma, papà, lui e un fratello più piccolo di due anni. Era, però, l’unica abitazione del quartiere ad avere un cortile e un giardino pieno di alberi e piante. Delle piante non ne è sicuro, ma ricorda che degli alberi suo padre ne andava più che orgoglioso: l’arancio che sorgeva al centro del giardino era il suo preferito. Con le arance di questo albero, scure e amare, sua madre confezionava decine di barattoli di marmellata che poi distribuiva in famiglia, mentre i fiori emanavano un profumo dolcissimo. Suo padre gli aveva detto che si chiamava zagara, e che questo nome gliel’avevano dato gli arabi.
Ogni mattina, alle prime luci dell’alba, che ci fossero temperature miti o che facesse freddo, suo padre andava a farsi la barba nel cortile, portandosi sotto l’ascella una borsa di cuoio che conteneva il rasoio, il pennello e la schiuma. Agganciava un vecchio specchio a un chiodo infisso nella parete e riempiva una bacinella con l’acqua della vasca, utilizzata per irrigare il giardino. Poi iniziava a radersi con calma, canticchiando una vecchia canzone, sempre la stessa, con voce bassa e intonata, e di tanto in tanto lo guardava e sorrideva. Avresti voluto crescere in fretta, pensa, avresti voluto essere già un uomo, alto abbastanza da arrivare a guardarti allo specchio nel cortile.
Una di quelle mattine suo padre si fermò. Lo prese da sotto le ascelle e lo sollevò fino a portarlo davanti allo specchio.
“Quando sarai grande, questo specchio ti metterà alla prova. Non è un semplice specchio, sai?, è un giudice. Solo gli uomini veri, quelli onesti e retti, riescono nello stesso tempo a radersi senza procurarsi alcun taglio e guardarsi fisso negli occhi. Se farai il tuo dovere, lavorerai onestamente, non ruberai al tuo prossimo, ti occuperai della tua donna e della tua famiglia e non farai mancare niente né all’una né all’altra, allora potrai guardarti in questo specchio, raderti e non temere niente. Ma se una mattina dovesse capitarti di distogliere lo sguardo, di sentire come un peso qui sul cuore, sarebbe meglio allora morire. Non saresti più un uomo. Hai capito cosa voglio dire?”
Il bambino annuì.
“Bravo. Adesso corri a vestirti, che oggi vieni con me a lavorare!”
Mentre si veste, pensa che suo padre aveva torto. È riuscito a radersi e fissarsi negli occhi fino alla fine. Ma non è un uomo. Non più.
Ha scelto un vestito grigio, una camicia bianca.
L’idea gli era balenata nella mente un pomeriggio. Il pensiero che avrebbe potuto metterla in atto era sorto in apparenza dal nulla. Si era imposto di scacciarlo. Aveva provato un’immensa pena per se stesso. Si era scoperto impotente e fragile. Si era trovato nudo di fronte al male.
C’era gente che organizzava. Lo sapeva. Aveva contattato uno di questi. L’incontro era fissato per una mattina, nelle campagne a qualche centinaio di metri dalla scuola elementare. Era andato con la sua macchina. Il bambino era arrivato alle otto e trenta, come previsto. Lo aveva fatto montare in macchina, e aveva cercato un posto riparato. Poi si era calato i pantaloni e le mutande. Il pene moscio ci aveva messo un po’ a sollevarsi. Il bambino sembrava un professionista. Chissà quante altre volte lo aveva fatto. Dieci minuti dopo, lo aveva lasciato lì dove lo aveva caricato.
Infila la camicia. Inizia ad abbottonarla. Altro specchio. Quello a figura intera dell’armadio. Si avvicina. Nota un puntino rosso sul colletto. È sangue. Trova il piccolo taglio all’altezza del pomo d’adamo.
Suo padre aveva ragione.
Solo gli uomini veri, quelli onesti e retti, riescono nello stesso tempo a radersi senza procurarsi alcun taglio e guardarsi fisso negli occhi.
Finì di vestirsi e si sedette sul bordo del letto. Scrisse su un foglio nomi e cognomi. Di quelli che organizzavano il giro dei bambini. Scrisse tutto di getto. Chiese scusa a suo padre, e pianse.
Poi fece l’unica cosa che gli restava da fare.
Nota: questo breve racconto è liberamente ispirato a un fatto vero.












November 22, 2007 at 12:52 pm
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November 22, 2007 at 11:56 pm
La nota finale agghiaccia il sangue. Il racconto è molto bello, però. Sei riuscito a fissare molto bene lo stato d’animo degli ultimi attimi del protagonista. E mi hai fatto pure percepire il profumo della zagare. Senza mai usare un linguaggio sopra le righe.
Complimenti, Antonio.
Milvia
November 23, 2007 at 12:10 pm
Veramente da rabbrividire, soprattutto perchè sai che è tutto vero, ma che c’è anche di peggio. Hai narrato con stile netto e gradevole quanto di più sgradevole ci sia.
Io non smetto di chiedermi il perchè i maschi continuino in queste perversioni. Non capisco perchè abbiano bisogno di sfogare i propri istinti in tutti i modi truci che riescono ad immaginare.
Sarà un mio limite, ma stento a credere che vi sia un seme di malvagità così profondo che nemmeno le madri riescano ad accorgersi che cresce nei propri figli. Se credessi in dio attribuirei tutto al diavolo. Ma purtoppo, invece, è solamente turpitudine umana.
ciao
cri
November 23, 2007 at 2:30 pm
Ringrazio Milvia e Cristina per i commenti.
Cristina, esperienza mia, diretta, mi dice che se nella quasi totalità dei casi l’uomo si rende carnefice (sia esso stato vittima o no, in passato) ciò non esclude che anche le madri di cui tu parli possano macchiarsi dello stesso crimine.
La madre di cui io conosco la storia (una volta metabolizzata, proverò a mettere per iscritto) vendeva i suoi figli e ne abusava essa stessa, con i compagni/clienti che dalle sei del pomeriggio fino a notte tarda andavano a trovarla in casa.
Per me, ogni volta, è come una discesa all’inferno. O forse non è una discesa, ma un semplice restare al piano.
Grazie ancora per i commenti. E grazie anche a coloro che hanno commentato direttamente nel mio blog.
Ciao
antonio consoli
November 30, 2007 at 4:25 am
he he nice post
November 30, 2007 at 6:48 am
Accidenti!
November 30, 2007 at 9:39 pm
@Lambertibocconi: positivo o negativo?
December 1, 2007 at 8:08 am
Positivo. Mi ha colpito, perché io anch’io penso spesso alla violenza pervasiva e al fatto che sia un substrato tranquillamente rimosso e ignorato. La nostra “normalità” è una sottile pellicola: molte delle persone che si incontrano per la strada e sembrano banali e comuni picchiano, compiono soprusi sessuali, dominano i più deboli ecc. Lo dimostrano le cifre. Se ci sono milioni di bastardi che vanno a fare turismo sessuale per abusare una settimana di una bambina spendendo dieci dollari, è molto probabile che ce ne sia qualcuno anche nel nostro ufficio. Se i milanesi sono un flusso continuo, una processione ininterrotta, che vanno coi coi ragazzini rumeni di dodici anni e coi trans dietro il Monumentale per scopare senza preservativo, e poi attaccano l’HIV alle mogli, allora me li cucco anch’io nel grigio del giorno, fra quei niente umani sulla 61, nella violenza appena affiorante degli ambulanti e fra chi spara cazzate leghiste al bar. Ok, per ora basta, vi lascio al sabato. Dove andate, all’IKEA? :-)