Oro
Posted by ramona on December 2, 2007
Da sempre sognavo di essere sotto i riflettori. In quei sogni brillavo intensamente, in parte per merito mio, in parte grazie alla luce riflessa di decine di piccole lampade abbaglianti, disposte ad arte per esaltare il mio fulgore. Un’ambizione esagerata per una piccola pepita d’oro come me?… Me lo chiedo ora, qui, nella mia ultima e oscura dimora, sconfitta e inutile cosa senza più valore.
Nel buio delle viscere della terra ero nata come polvere, vale a dire meno di niente nella scala dei valori universali. Eppure sentivo che non sarei rimasta così per sempre, che il mio destino era un altro.
Transitavano i secoli e i mutamenti erano lievi. Lì sotto tutto era scuro, caldo, avvolgente. Ogni tanto uno scossone sismico rimescolava le poche certezze e si dovevano recuperare gli equilibri del quieto vivere. Erano questi gli unici fatti insoliti del microcosmo che mi ospitava.
Io intanto, ostinata, mi sviluppavo, con infinita lentezza, ma progressivamente. Radunavo altri granelli di polvere vicino a me, aspettando che il calore del grembo terrestre ci fondesse fino ad inglobarci in un tutt’uno. L’unione fa la forza, certo, e io, crescendo, diventavo sempre più forte. Stranamente ero anche malleabile, dal cuore tenero: cambiavo forma e dimensioni a seconda del caso, dello spazio che riuscivo a rubare, delle ribollenti e immani forze sotterranee che mi scindevano nuovamente in piccoli pezzi e delle variazioni di temperatura che invece tornavano a rinvigorirmi.
Così era la mia vita, allora; niente avrebbe dovuto farmi pensare a qualcosa di diverso del buio. Eppure sapevo che esisteva, lo sentivo e, nei miei sogni, lo vedevo. Ci credevo con tutte le mie forze. Le mie sorelle pepite, i piccoli granelli, qualche ammasso più grosso e più anziano, tutti oro come me, non avevano aspirazioni, non mi capivano e non potevano rispondere ai miei turbamenti. Non si spiegavano perché sognassi tanta luce. Non lo sapevo neanche io.
Un giorno gli eterni scombussolamenti del terreno fecero arrivare vicino a me un piccolo corso d’acqua. Niente d’eccezionale, un rigagnolo appena, sfuggito al controllo della vena madre, ma bastò a sconvolgere il mio quieto trasformismo. Innanzi tutto quell’acqua era viva! Poteva scorrere, muoversi, andare ovunque le piacesse. Mi passava proprio davanti e piano piano riuscimmo a entrare in contatto. Che splendida sensazione! Lei era fresca, allegra, chiacchierona, facemmo amicizia e questo allargò i miei orizzonti, offrendomi nuove prospettive. Aveva viaggiato molto, mi spiegò. Il suo era un ciclo continuo che pur non mutando mai riusciva ad essere incredibilmente vario. Dal centro pulsante della terra sarebbe emersa in superficie, toccando tutti i Paesi di un mondo che non conoscevo. Poi si sarebbe mimetizzata nell’aria e, leggera lacrima, avrebbe sfiorato il cielo, per poi precipitare, lievemente o con prepotenza, al punto da cui era partita.
Era affascinante stare ad ascoltare quel mormorio vivace, continuo, mai monotono. La sua conoscenza era immensa! Mi descriveva il mondo fuori degli stretti confini del sottosuolo.
La luce… Bruciavo dal desiderio di vedere la luce, i colori, le altre forme di vita, e sentire un calore diverso, quello del Sole, su tutto il mio piccolo corpo…
Tutti mi pregavano di starmene buona, che lì dove mi trovavo avrei vissuto pacificamente e in eterno. Ma quella non era vita. O per lo meno non era la più adatta a me, che aspiravo a qualcosa di meglio. Tanto più che l’acqua un giorno mi fece uno strano racconto.
“Sai,” mi disse, “quelle come te sono molto ricercate dagli umani. Questi esseri bizzarri, che si dice siano pensanti, sono capaci di uccidere i loro simili per raccogliere tutto l’oro possibile. Lo vedo quando trasporto lassù minutissime scaglie d’oro, anche molto più piccole di te.”.
Non capivo bene cosa significasse “uccidere”, ma decisi che non era importante. M’interessava invece sapere che cosa volevano quegli strani esseri da noi.
“Non lo sai?”, fu la risposta. “Guardati, studia le peculiarità che hai intrinseche. Il materiale di cui sei fatta è considerato assai prezioso. Per la duttilità, la capacità di trasformarsi, la relativa rarità con cui si trova in superficie e chissà che altro.”.
E proseguì il racconto, assolutamente fantastico, di come l’uomo riuscisse ad ottenere da noi molteplici oggetti dalle forme e dagli usi più svariati. Era capace perfino di farci convivere con pietre che riteneva avessero un enorme valore: diamanti, rubini, zaffiri. Quelle stesse pietre che qualche volta incontravo quaggiù nei continui movimenti interni, senza peraltro degnarle di considerazione. Fatto sta che da quelle improbabili unioni nascevano i “gioielli” che facevano impazzire gli umani.
Avrei voluto vederne almeno uno, di quei cosi, per capire, e chiesi aiuto all’acqua. Non mi rispose, anzi, per qualche tempo tacque. Pensava. Sentivo che si stava allontanando da me. Aveva voglia di cambiare il proprio corso.
Intanto arrivò la novità, sull’umida scia della mia amica. Qualcosa venne a sbattere su di me con un rumore curioso, poi si presentò: era un “anello”. Dovetti riconoscere che in qualche modo mi era simile, a prescindere dall’aspetto. Mi ritrovavo in lui, mentre sfioravo la superficie senza spigoli o protuberanze. E lo invidiai. Un unico rilievo, anch’esso liscio, arrotondava le sue forme: una “perla”, una bellezza rara nata da una creatura marina. Un’unione felice. Mi confidarono, entrambi sognanti, che da quando era avvenuto il cambiamento avevano vissuto solo dei bei momenti. Erano stati a lungo in un posto molto illuminato, giorno e notte (una “vetrina”). Poi avevano viaggiato, di mano in mano, di Paese in Paese, in una promessa eterna d’abbagliante felicità.
Proprio il mio sogno: luce, vita, incanto… Quella luce ardeva dentro di me, ne ero sicura, volevo disperatamente estrarla e mostrarla al mondo!
L’anello dopo un po’ cominciò a soffrire per l’oscurità.
“La mia vita non ha valore se non posso esibirmi. Devo andarmene. Qualcuno mi troverà e soddisferà le mie esigenze.”.
Se ne andò così com’era arrivato, lasciandosi trasportare dall’acqua. La quale ne approfittò per sperimentare un nuovo percorso che l’avrebbe comunque condotta verso la libertà.
Io ero troppo pesante. Mi sforzai, lo giuro, ma non riuscii a seguirli.
Rimasi ancora molto tempo a ripensare a tutti i racconti del mio parente anello e dell’amica acqua. Si rafforzò in me la voglia di farcela a tutti i costi. Doveva però baciarmi, anche solo un po’, la fortuna.
Fui accontentata.
I movimenti tellurici della crosta terrestre mi spinsero verso la direzione giusta. Non ero dunque così in profondità! Intorno a me dei rumori nuovi, dei colpi sordi che mi venivano incontro. Colpi di piccone, lo capii dopo con più esperienza, e sempre più vicini… Qualcosa o qualcuno mi afferrò, mi soppesò, mi sballottò infinite volte, e poi fui fuori da quella che era, come scoprii in seguito, una miniera a cielo aperto. Un luogo di dannati, dove avidità e miseria andavano di pari passo. Ma non ebbi il tempo di accorgermene subito. So solo che fui accecata per un attimo dal chiarore intenso e poi rimasi senza fiato.
Conobbi finalmente il Sole, il suo meraviglioso e dolce tepore. Sentii una musica nuova, la voce del vento, assaporai la sua carezza. Riuscii a rimanere sorda ai rumori disperati che parlavano di dolore e tormento. Volli gustare la mia prima sensazione di libertà. Già mi sentivo fondere per l’emozione, assaporavo estatica la metamorfosi trionfale…
Non ebbi mai modo di sapere esattamente cosa successe da un certo punto in poi. La mia non rimase solo una sensazione, fui realmente liquefatta, maneggiata, piegata, ma non me ne accorsi, non provai nulla. Fino a che seppi di essere rinata. Ero io, proprio io, con una nuova forma: cerchio perfetto, non un graffio sulla mia nuova pelle lucida e splendente. Ero un anello! La perfezione in assoluto, quello che dentro di me avevo sempre saputo di essere. L’unica stonatura era rappresentata da un mio pallido cugino, un pezzettino d’oro bianco che si avvinghiava a me per un tratto. Niente pietre quindi nella mia nuova veste, bensì la parentela! Scoprimmo di andare d’accordo, tanto che presto ci scordammo d’essere diversi e il nostro abbraccio divenne un punto di forza. L’armonia tra noi era evidente e fu così che finimmo in vetrina.
Meraviglia delle meraviglie! Di giorno il sole mi scaldava attraverso il vetro. All’imbrunire decine di minuscoli riverberi accendevano la vetrina, permettendomi di dare il meglio di me. Calde stelle scintillanti si dipartivano dal mio cuore lucente per scivolare sull’allestimento illuminandolo. M’inebriavo di me stesso, vanitoso e felice per quella magia. Ero guardato, ammirato, indicato a dito da una folla di persone, al di là del vetro e dei miei sogni. Le tenebre erano sconfitte per sempre. Inoltre, avendo perso l’ignoranza accumulata in secoli di sprofondamento, cominciavo a comprendere qualcosa di più di questo insolito mondo. Cominciavo a conoscere gli umani.
Era un gioco divertente indovinare dietro quelle facce una storia, un desiderio, una vita. Due fidanzati che, immaginavo, sarebbero entrati nel negozio ad acquistare le fedi per il matrimonio. L’uomo benestante che lanciava appena un’occhiata alla vetrina, indifferente al costo degli articoli esposti. Un omaggio senza tempo e senza prezzo a lei, che lo accompagnava da sempre nel proprio cammino. Figure anonime si fermavano a lungo davanti a me, a noi, attratte dai bagliori, ammirando e sognando. Potevo percepire nell’aria un fumo denso di sospiri, la fiduciosa speranza di avere la possibilità, prima o poi, di un acquisto milionario, per un amore ancora da sbocciare o solo per festeggiare una svolta fortunata.
Per costoro nutrivo una grande simpatia, a dispetto della mia falsa durezza. In quelle fantasie ritrovavo le mie, in quel credere ad una vita migliore si rispecchiavano i ricordi del passato. Cercavo allora di accendermi ancora di più, ma non per aumentare la tristezza. Volevo che si afferrasse il mio messaggio: qualsiasi meta può essere raggiunta se non ci si arrende. Io ne ero la prova.
Non so dire quanto tempo rimasi esposto in vetrina. Ma, doveva pur succedere, finii per essere acquistato. Divenni parte inscindibile di una signora di mezza età che aveva deciso di farsi un regalo. Capii che era una donna ricca dal numero di miei simili che incontrai a casa sua. Collane, braccialetti, orecchini, anelli e medaglie, d’oro e pietre preziose; non solo, ma anche stoviglie, quadretti e quant’altro. Una vera fortuna, calcolai. Ormai conoscevo i parametri usati per calcolare il valore degli oggetti. Per me andava bene, almeno ero in compagnia e potevo spettegolare. Ero diventato molto ciarliero da quando ero rinato. Non mi annoiavo mai. A differenza degli altri, io ero l’unico prezioso che la signora portasse sempre con sé. Ero sempre al suo dito, in ogni occasione. Era molto fiera di me, della mia semplicità allo stesso tempo pura, elegante, delicata. Quel breve tratto costituito da mio cugino, poi, era un tocco di finezza. Così mi descriveva alle amiche, e questo accresceva il mio vanto, mentre vivevo quell’esistenza gloriosa cui agognavo dall’inizio dei tempi!…
Grazie alla mia adorata padrona ho conosciuto saloni sfavillanti dove miriadi di gioielli erano esibiti intorno a mani, colli, dita, proprio come me, in una strabiliante gara di splendore. Ho frequentato ambienti, cui accedevo finalmente per diritto di nascita, dove il lusso era sovrano e il mio ruolo sempre in primo piano. Una girandola di vita frenetica, fantastica, luminosa. Era tutto perfetto.
C’era però qualcosa che non avevo ancora imparato, purtroppo. La caratteristica di quelli come me è di vivere praticamente per sempre. Le altissime temperature possono fonderci, farci bollire, trasformarci, ma non distruggerci. Forse solo qualche acido riesce a corrompere la nostra purezza, a volte può disperderci. Mai annientarci. Non sapevo che l’esistenza umana invece avesse un termine. Come potevo immaginarlo? Come potevo prevedere che a causa di ciò anche la mia vita avrebbe avuto fine? Perché la cara signora mi ha voluto così bene, che quando ha sentito vicino il capolinea, ha dato nel testamento indicazioni molto precise: mi ha voluto con sé anche nella tomba, per l’eternità.
Nei miei sogni di pepita questo non c’era, non era previsto. Il mio compito, la mia ambizione, era di risplendere all’infinito, di unire il mio riflesso a quello del Sole per tramandarlo nei millenni. E invece, nata sotto terra, sotto la terra sono tornata. Per la mia disperazione, per la febbre che mi assale nell’oscurità, per l’angoscia di essere sprofondata nuovamente nel buio, per la mia solitudine che non potrà mai essere più totale.
Io che sarei stata una perfetta divinità di luce mi ritrovo qui, in un infelice rientro nell’oblio del ventre materno.
Perché?
Sarà davvero finita così?
Per sempre?…

















paolocacciolati said
Complimenti Ramona, bella la sorpresa finale.
P.
ramona said
Grazie Paolo, sei gentile come sempre… Sai, solo a distanza di un po’ di tempo ho riflettuto sull’involontaria allegoria di questo racconto, che può essere testimone di quanto sia effimera l’odierna spasmodica ricerca dell’apparire a tutti i costi. Mentre lo scrivevo, non me n’ero neppure resa pienamente conto, pensa un po’… In fondo, non è che un raccontino…
Un abbraccio!