La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

Al lettore. Per una seconda “scuola di poesia”, di Massimo Sannelli

Posted by fabrizio centofanti on December 3, 2007

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Se tu mi leggi, ora, è perché sei un lettore di blog. Quindi sei un mio simile mio fratello lettore *ipocrita* - noi ci conosciamo, bene, da tempo; forse non personalmente, ma forse sì. Siamo pochi. Forse appartieni ad un establishment (forse hai seguìto gli ultimi passi in vita di Siciliano… forse chiami De Angelis per nome…); ma non credo; in ogni caso, un membro dell’establishment non commenta un blog (cogli l’ironia, però – almeno; caro Satana, una pupilla meno irritata!). Ma se non sei parte dell’establishment; se sei un autore più o meno autoprodotto, e autopromosso; e io mi rivolgo a te; tu mi chiedi di ricominciare la «scuola di poesia». Va bene. Ma io devo chiederti: che cosa sei disposto a sentire? e a perdere? Per esempio: un nome; il tuo nome; non urlato [mio simile, lo sai: il tuo nome sei tu: non hai quasi altro, in questo giro stretto; sei un cercatore di visibilità, legittima; ma non capisci che il tuo corpo, il tuo accento, la tua dizione, il tuo abbigliamento, le tue azioni e *i tuoi testi* sono invendibili. Che cosa accadrebbe, se ti dicessi: hai ventotto anni, trenta, trentacinque – e per te è *già* finita? Risponderesti: chi credi di essere? Ma io ti chiedo: chi sono io, *per te*? tu puoi rinfacciarmi molte cose, a ragione; ma non l’assenza di una storia]

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Se ti cito Celan e Plath, con molte lacrime [che non trattengo], e ti dico che il «cuore» è una metafora antica [e vivo solo di quello che il cuore *sente*; e questo mi tiene in vita, solo *questo*; chi lo sa, lo sa] – tu mi segui. Tutto è dolce e serio, impegnato e disimpegnato nello stesso tempo. Ma se dico *i nomi*, in coppie esplosive e antitetiche (Biagini-Lorefice, Talon-Santi, Daino-Temporelli, Giovenale-Berisso…); e ti lascio capire che in ogni coppia c’è un solo poeta (secondo me); se ti dico che al mondo ci sono «pochi poeti» (Moravia urlato, su Pier Paolo); allora mi dici: chi sei tu – per parlare? e chi era Moravia – per urlare?
Chi sono io, per parlare *così*? Dici bene: tra il 1994 e il 1996 mi hai letto su «Poesia»; nel 1995 e 1996 hai visto un filologo mediolatino di 23 anni per «il Melangolo»; e poi chiedimi: com’è andata? Non è andata. Non sbagli. Sì, mi invitano in Francia in Spagna in Belgio in Lussemburgo in India; mi traducono; ma nemmeno i miei vicini di casa sanno che cosa io faccia, cioè che cosa io sia. Lo stesso establishment ha detto no, dopo aver detto sì. Allora – chi credi io *sia*? Tu gridi che mi considero Apollo, per decidere quale Marsia sia carne morta: ma anch’io potrei dirti «Non ti conosco» o «Non mi piaci»; potrei anche dirti «Tu non vali». A volte, io so cose indicibili su di te (questo pronome, tu o te, comprende molti, non uno o una); e allora potrei dirti, volendo: «Non hai il diritto di parlare». Nemmeno io sono senza peccato, lo sai [ne ho scritto più volte; e con gioia vera, al ricordo: è stato, è fatto] e puoi tacitare anche me. L’unica differenza è questa: dei miei peccati, ho scritto. Io li ricordo, tutti, e tu li sai.

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Per quieto vivere, devo continuare a parlarti di amore-dettatore, di mani strette, di sillabe che fanno il ritmo, itto itto e tac tac. Io mi commuovo, parlandone, e anche tu, se hai il cuore buono. Oppure non ti commuovi e non mi sopporti [per una cravatta, mi consideri un borghese; per una citazione da Eckhart, mi consideri un prete; per la difesa pubblica di un mio allievo, al quale credo, mi consideri un mostro, ma buonista] Tutto va bene, purché il discorso ferisca me e non te. A volte, tu – alcuni del TU collettivo – sei buono, e mi vuoi bene, e io ti credo, perché vivo di questo, come sai; altre volte vorresti la mia morte, perché sai che solo due o tre raccoglierebbero i 30 libri di Massimo. Sai bene che pubblicare con piccoli editori o in rete è debolezza. In questo senso, io sono *già* morto.
Ripeto, e ti lascio: vuoi che parliamo ancora di dolcezze teoriche? Non mi chiedere il piacere dell’intelligenza. Lo detesto. O vuoi che parliamo *veramente* di poesia? Te lo ripeto e ti chiedo: che cosa vuoi, veramente? Che tu lo creda o no – ti darei la mia vita; e in un certo senso [nell’aiuola dei ranocchi-letterati] per alcuni, sbagliando o no – io l’ho già fatto [in questa forma di docenza indecente, che mi permette di continuare a vivere, *dopo*]

[massimo sannelli – 1° dicembre 2007, pomeriggio]

150 Responses to “Al lettore. Per una seconda “scuola di poesia”, di Massimo Sannelli”

  1. elena f Says:

    bentornato, massimo

  2. carlo64 Says:

    Vorrei che non mi dessi niente perché non ho niente da chiedere a te e alla poesia.
    Ciao.

  3. rosaria lo russo Says:

    cari poeti che partecipate a questo giusto blog, bisognerà che si impari ad essere una massa anche noi, bisognerà che si diventi orgogliosi che la poesia diventi un fenomeno di massa. altrimenti resteremo morti e sepolti già da giovani talenti, poi da soliti stronzi affermati o falliti, nella non incidenza del nostro mestiere, che invece è antico come il mondo esattamente come la vendita del proprio corpo, perché è e deve essere una vendita del proprio corpo, del proprio cervello, della propria voce, non a scopo di lucro ma a scopo di vita, che è anche lucro però. altrimenti di che si vive? di cosa si dovrebbe vivere altrimenti? espropriamoci di noi per diventare un loro, e ci accosteranno, e ci accosteranno, e smetteremo di essere inutili e snob, cioè dei falliti in partenza! baci a abbracci a tutti e in particolare a te, mio massimo

  4. massimo Says:

    e tu sei la ben trovata, Elena… e Rosaria - Rosaria sa anche quello che non è detto, e l’ha detto. buona sera Rosaria…

    *

    io dico solo che esistono *piccole cose*. che a queste *piccole cose* ci si tiene stretti, perché - a poco a poco, mentre sei giovane, ma non più così giovane - il resto svanisce. a queste *piccole cose* - la poesia che uno scrive o ama o legge ne fa parte *integrante*, ma *non da sola* - ho voluto dire: questo, per me, conta. a questo mi dedico, a costo di sbagliare. e su questo impegno la mia faccia, la mia parola, il poco o il molto che uno ha ed è… tutto questo mentre lavoro e denaro ‘diminuiscono’ [è un eufemismo...], e quindi anche il futuro. allora: attenzione alle piccole cose, e rigore. non facciamoci prendere in *fallo* da certe pretese, in generale, da illusi che ci illudono…
    massimo

  5. aitan Says:

    effettivamente in quel tu, per quanto generico, io sentivo di esserci, e mi sento ancora ora, mentre scrivo, parte in causa

  6. Marco Simonelli Says:

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    Per rispondere ad una lettera aperta è necessaria una risposta aperta, nel senso di penetrabile e pronta a far entrare ed uscire idee. La prima che ho da offrire è una sorta di elucubrazione sul termine “establishment” che nell’accezione corrente dovrebbe intendersi come “classe dirigente”. In origine questo verbo, “to establish”, si riferiva all’organizzazione militare. Forse per mia incompetenza o cecità ma non riesco a vedere chi dirige chi, nella situazione editoriale, più che poetica, italiana. Da anni favoleggio di Men in Black capaci di stabilire a tavolino le sorti degli autori. Favoleggio, sì, e confesso che un po’ ci spero. C’è anche una mia parte più realistica che vede invece che questa sorta di G8 della poesia contemporanea è qualcosa di impossibile più che deleterio. Proprio perchè i testi non si vendono (e, nei rari casi in cui si vendono, l’intera operazione editoriale non permette comunque ad un autore di pagare sei mesi anticipati d’affitto) ho difficoltà a pensare che qualcuno possa occuparsi a tempo pieno di stabilire chi è degno e chi non lo è. Che per me (e per altri, per noi) sia già finita è questione a mio avviso ormai superata: ma è da quella fine (da quell’addio) che si da cominciamento. Tu mi chiedi chi sei tu per me e io rispondo “uno che va su e giù”, con tutto l’affetto che puoi dedurre.
    Un discorso a parte meriterebbero i vicini. Quella del piano di sopra continua a buttarmi gli ossicini di pollo e le bucce d’arancia nel cortile, avendo cura di farli cadere sulla biancheria stesa ad asciugare sia che io scriva in versi che in prosa, sia che io sia o non sia un poeta di quelli che intendeva moravia, un modesto compilatore di rime, un tassista oppure un blogger. E ahinoi continuerà a tirare i soliti ossicini anche dopo la prossima riunione di condominio. Discorso simile per coloro che dicono di cravatte, citazioni, citazionismi, capelli, cappelli, testi (tosti o tisici che siano): se citi te stesso ti diranno “narcisista”, se citi Grande Puffo ti diranno “infantile”, se citi Freud ti diranno “schizofrenico”. Pensandoci: è evitabile? Non credo. E’ pur giusto che democraticamente ognuno si faccia un’opinione propria, sarebbe però auspicabile che il suddetto qualcuno si desse poi da fare per avvalorare o meno la propria opinione. Che io sappia, solo gli imbecilli non cambiano mai idea. Si vogliono fermare alle prime impressioni della cravatta? Ok, ma anche se non fosse cravatta e fosse papillon, se fosse laccio da cowboy o colletto sbottonato qualcuno avrebbe comunque da ridire qualcosa.

  7. Antonio Sparzani Says:

    Pezzo forte che non lascia tranquilli, cosa che del resto non desidero. Solo non ti credo quando dici che detesti il piacere dell’intelligenza; o forse non so di quale intelligenza parli, perché il tuo pezzo ne trasuda, almeno di quella che personalmente considero spessa e solida.

  8. Lorenzo Carlucci Says:

    mi perdonerete se dico che non vedo l’utilità di questo testo. non vedo in particolare la paradigmaticità della vicenda del giovine filologo mediolatino che si affaccia ad una brillante carriera ne l’establishment (sic) e viene poco dopo recisamente rifiutato. vedo una spiacevole vicenda personale, che fa dispiacere, spinge alla compassione, ma non vedo la paradigmaticità della “storia” di un giovane dottore di ricerca in filologia che pubblica due edizioni critiche di testi latini dal melangolo, viene invitato a qualche convegno in giro per l’europa, poi viene ‘tradito’ (prima il sì, poi il no). non vedo la natura paradigmatica - e dunque non vedo l’interesse - di questo trauma da investitura revocata. specialmente non la vedo in bocca a chi, solo ieri, negava a tutti noi (e a se stesso, tra l’altro con una certa leggerezza o indelicatezza) finanche la *possibilità* d’essere poeti rilevanti, perché orbati di una Storia, di un trauma della Storia: “ma noi non abbiamo mai visto la casa Antschel vuota, non abbiamo camminato dalla Romania a Parigi, e non parliamo 7 lingue”. stupisce vedere oggi come, al contrario, la storia del giovane filologo tradito dall’establishment - degno materiale per un racconto lungo di Flaubert! - venga indicata - un po’ rabbiosamente pare - come un fondamento sufficiente al diritto di “docenza” poetica. certo potrebbe rincuorare la non necessità d’aver perduto i genitori nei campi di lavoro per poter sperare d’essere poeti, ma insieme sconforta l’incoerenza di Sannelli (lo stesso che di recente aveva ripetutamente comunicato a tutti la propria determinazione a sparire dai blog di “poesia”). forse davvero costui odia l’intelligenza. ci si chiede che cosa ami.

    mi chiedo infine, vi chiedo: cosa offre questo testo, quale informazione contiene? quale amore esprime tentando di affossare tutti in una fossa comune? là ci scalderemo. passerranno i treni. verranno i cani. staremo insieme composti.

    buona luce,
    lorenzo

  9. lisa Says:

    Non so se mi è chiaro l’intento di questa “missiva”, ma provo comunque a dare una mia risposta in quanto lettrice. La poesia, così come ogni altra forma d’arte, è comunicazione. Il poeta scrive facendosi attraversare dalla parola, ma affinché si compia una sorta di chiusura del cerchio desidera che la sua poesia abbia anche un lettore che gli consenta di ritornare poi dove la poesia ha avuto il suo inizio. Ma durante questo tragitto la poesia, perde il suo legame con la sua sorgente e acquista una vita propria che si compie nella lettura.
    Il poeta scrive le sue poesie con la consapevolezza che tutto questo accade, che lui lo voglia o meno, ma, parafrasando Pessoa, “il poeta è un fingitore” non perché ci sia finzione in ciò che scrive o perché lui scriva per il lettore, ma perché finge a se stesso che i suoi versi riescano a giungere al lettore, pur sapendo che questi a sua volta leggerà la poesia adattandola a se stesso.
    Dunque il legame che viene a crearsi è una finzione reciproca che però trova un punto di contatto nella poesia stessa.
    L’avvento del web ha stravolto questo rapporto che si basava sul silenzio, e quella che forse un tempo era una relazione che, come tutte le relazioni, subiva alti e bassi, separazioni, tradimenti, ma che rimaneva contenuta e controllata in un piccolo ambiente, sia esso fisico che metaforico,ora quella stessa relazione viene messa in piazza, e i ruoli risultano alterati a tal punto da ribaltarsi e chi ne acquista in forza è il lettore, e la poesia invece perde la sua identità di anello di congiunzione in questo dialogo. Il fulcro diventa quantitativo. Il lettore esige un pegno dal poeta quando questi delude le sue aspettative ed ha ora i mezzi per farlo: l’abbandono, l’isolamento. Non c’è mediazione, non ci sono i tempi lunghi di una lettura, di una rilettura. La poesia è gossip.
    Ecco che il poeta si trova impreparato. Su un piatto della bilancia la possibilità di dire la propria poesia, dall’altro avere l’esatta misura di quella finzione, perdere il disincanto.
    L’unica possibilità che resta è scrivere poesia, leggere poesia.

    grazie
    lisa

  10. kolybal'naya Says:

    dico a coloro i quali qui sostengono di scrivere poesie e si lamentano e si affligono… togliete via tutte le stratificazioni che avete accumulato negli anni con i vostri studi. lo studio e la conoscenza sono funzionali alla vita, non il contrario. avete perso voi stessi nelle analisi dettagliate del verso, nello studio accurato dei saggi critici. avete perso spontaneità, freschezza, avete perso la vostra vera voce e state lì e non sapete fare altro che lamentarvi. vivete, attingete alla vita e spazzate via tutto ciò che si è frapposto fra lei e voi. forse così potrete sentire il canto delle sirene di nuovo, forse così ci regalerete qualche verso degno, qualche verso di poesia, finalmente.

    allenate l’orecchio, ascoltate la musica, non dimenticate quanto la poesia sia imparentata con questa magnifica arte. sui vostri studi poggiate i piedi ma con il dito cercate di toccare il cielo, non accontentatevi di essere come quei piccoli animali che vivono nei libri per nutrirsi di colla.

    se proprio non potete fare a meno scrivere fatelo, ma evitate di farlo finché potete e cominciate solo quando, stremati, l’esigenza di scrivere diventa più forte di ogni vostra più strenue resistenza. forse così, alla fine, nascerà un verso degno di essere chiamato poesia.

  11. kolybal'naya Says:

    p.s. oggi la poesia non interessa quasi a nessuno, nemmeno coloro che scrivono poesie che, com’è noto, non comprano libri di poesia.
    la poesia non dà pane. non è un mestiere. non dà fama né gloria, soprattutto in italia. se le frustrazioni mascono dal non essere riconosciuti e letti, ebbene, meglio rassegnarsi.

  12. Lorenzo Carlucci Says:

    ottima koly

  13. kolybal'naya Says:

    ciao lorenzo, ci conosciamo già ;-)

  14. jolanda catalano Says:

    Una volta uno scrittore di fama,tradotto non so in quante lingue, dopo aver letto una mia poesia, mi guardò stupito e mi chiese quale tecnica avessi adoperato per giungere a un certo ritmo che serpeggiava tra i versi. A quel punto fui io a rimanere stupita per la domanda e quando gli risposi che non c’era alcuna tecnica ma solo l’impeto della mia passione, lui, lo scrittore impallidì, ma solo un poco, poi si allontanò scuotendo la testa come per dire che quasi quasi non ci credeva. Quell’episodio mi ha dato forza e ho cominciato a vedere i Grandi sotto una luce diversa.

    Saluti notturni
    jolanda

  15. blank Says:

    a volte è meglio spegnerla… la luce -

    “Ognuno sta solo sul cuor della terra

    trafitto da un raggio di sole:

    ed è subito sera.”

  16. jolanda catalano Says:

    E perchè mai spegnere una luce che ci lascia intravedere la falsità e i mezzucci con i quali alcuni scrittori si fanno strada?

    Su Quasimodo non si discute
    jc

  17. kolybal'naya Says:

    come lo studio da solo non fa il poeta, così nemmeno lo fa il solo impeto della passione.

  18. Martino Baldi Says:

    Finalmente in un sito di poesia, dopo tanto tempo, leggo qualcosa che vale la pena di leggere.
    Parlo dell’intervento di Kolybal’naya. Grazie.

  19. kolybal'naya Says:

    meglio spegnere la luce. click. buonanotte.

  20. kolybal'naya Says:

    prego Martino, grazie a te. stavolta spengo davvero, buonanotte a tutti.

  21. jolanda catalano Says:

    …come lo studio………………

    davvero originale come conclusione e soprattutto colma di saggezza, di sapienza e di sensibilità. Complimenti.
    jc

  22. elena f Says:

    Platone parlava del poeta come di uno che non sa nemmeno quello che fa perchè invasato,(cfr. il dialogo Jone) mi sembra interessante a tal proposito questo articolo
    http://www.repubblica.it/2006/09/sezioni/scienza_e_tecnologia/fatica-essere-genio/fatica-essere-genio/fatica-essere-genio.html
    che rende giustizia alla fatica di chiunque si dedichi a rendere perfetto con studio e passione, pur sapendo che la perfezione non è di questo mondo, un suono, una pennellata, un verso…

  23. La Signora del Ponte di Lance Says:

    Caro Massimo Sannelli, non si possono assolutamente lasciare deserte le sue domande. Io parto sempre con l’innocenza ottusa ed ingenua che le domande non siano retoriche. E poi anche rispondere ad una domanda retorica è un piacere a perdere che sorprende significati e sostanza laddove tutto sembrava essere definito ed archiviato. Qui nei blog sembra il regno delle cose a perdere, ma si trova molto nelle cose a perdere.

    ma anch’io potrei dirti «Non ti conosco» o «Non mi piaci»; potrei anche dirti «Tu non vali».

    La reazione a ciò sarebbe di sicuro direttamente proporzionale alla verità delle impressioni: più questo è vero più provocherebbe il risentimento. La proporzionalità inversa è di pochi. Io lo prenderei come un criterio segreto, un setaccio. Un cribbio per i cribbio.

    Tutto va bene, purché il discorso ferisca me e non te.

    Idem come sopra, le offese dei mediocri increspano meno del tè nella tazza quando soffi per raffreddarlo. In rete, poi dove tutto sembra così anonimo, nascosto, criptato il movente che anima l’offesa e il complimneto è trasparente come nella vira dei volti e delle voci non capita. La meschinità è subito stanata.

    Sai bene che pubblicare con piccoli editori o in rete è debolezza. In questo senso, io sono *già* morto.

    Potrei rassicurare che non è vero e in senso assoluto non lo è: il valore è oltre mezzi, luoghi e riconoscimenti. La forza è una consapevolezza tutta interiore. E più è forte e più è ritrosa ad imporsi. Questa ammissione di debolezza invece le fa onore, quanti che per quattro righe in rete e modesti libriccini che hanno venduto tre copie alla zia e forse ai vicini di casa millantano curriculum ed atteggiarsi di poeti. Anche qui vale la legge della proporzionalità di cui sopra.

    Ripeto, e ti lascio: vuoi che parliamo ancora di dolcezze teoriche? Non mi chiedere il piacere dell’intelligenza. Lo detesto. O vuoi che parliamo *veramente* di poesia? Te lo ripeto e ti chiedo: che cosa vuoi, veramente? Che tu lo creda o no – ti darei la mia vita; e in un certo senso [nell’aiuola dei ranocchi-letterati] per alcuni, sbagliando o no – io l’ho già fatto [in questa forma di docenza indecente, che mi permette di continuare a vivere, *dopo*]

    *veramente* fra asterischi. Stelle di tastiera. Ovvio.
    Aggiungo che il piacere dell’intelligenza traspare sempre. Quando c’è. L’intelligenza. Che bacia bacia ranocchi e in principi li trasforma.

  24. massimo Says:

    Carlucci… ti prego… certo che sono sparito. basta così poco per sparire! basta mettere un filtro sull’email e sul telefonino: puoi essere certo che nessuno ti cerca più, dopo il secondo tentativo. a parte gli scherzi: in un anno, sono uscito da lpels, dall’attenzione, da gammm, dal crise, dalla Rassegna della lett. it., e persino dalla piccola bina fatta con Giovenale, e dalle imprese mediolatine come MEL… infatti questo post è stato chiesto da Fabrizio, e io gli ho detto di sì, semplicemente. detto e fatto.

    voglio dire: mi viene chiesto, con gentilezza, “ricomincia la scuola di poesia”. e io dico: va bene. ma poi mi chiedo: DI CHE COSA VOGLIAMO PARLARE? perché di parlare della poesia come “stretta di mano” - è vero, lo è - sono stanco. perché per Celan ha un SENSO POTENTE che per noi è solo edulcorato; per lui era spaventoso (bisogna sentire le sue registrazioni, la sua esitazione sul tedesco…); per noi è un aforisma.

    per esempio: alcuni poeti oggi hanno un myspace, come i cantanti. è utile? ma la poesia - aspetta riconoscimenti umanistici o spettacolari? che cos’è la poesia? che cosa è oggi, soprattutto. la poesia è silenzio, sì - ma fino ad un certo punto… e io volevo vedere almeno i cerchi che si allargano sull’acqua, dopo che la pietra scagliata è CADUTA.

    il problema è che più parlo di amore e *piccole cose* più sono giudicato empio…

  25. lisa Says:

    In parte sono d’accordo. Ma voglio guardare la questione anche da un’altra angolazione partendo da “ e forse ci regalerete qualche verso degno”.
    Si dice che la poesia non interessa, nelle grandi librerie gli scaffali sono stracolmi di narrativa ( quanti di quei libri sono realmente degni???), la sezione dedicata alla poesia è veramente minima e gli autori sono più o meno sempre gli stessi con una certa predilezione verso le raccolte di poesie d’amore ( chissà poi perché ??) eppure ci sono centinaia di blog dedicati alla poesia, spesso in quelli più frequentati piccole sillogi scatenano interesse e discussioni più di un fatto di cronaca. Dunque la poesia non è così lontana come si vuol far credere. C’è un interesse vivo, sanguigno ma, e qui ritorno al “e forse ci regalerete qualche verso degno” forse proprio questa sproporzione fra l’enorme quantità di poesia in rete rispetto a quella pubblicata e quindi considerata classe A, crea una certa diffidenza verso la prima.
    La si legge, ma non la si accoglie completamente. È come se anche il lettore si ricoprisse di strati di pregiudizi che riversa nel suo giudicare la poesia.
    Una pagina di poesia va letta a voce alta e spesso con quella “virtuale” non lo si fa, ci si adegua ai tempi rapidi, quindi altrettanto spesso il suono, la musicalità che sono parte importante dei versi, vanno perduti o tralasciati. Va tralasciata anche la rilettura di cui alcune volte una poesia ha bisogno per una piena comprensione. E infine, ma non meno importante fattore, quel sentimento, virtuale anch’esso, di “odio et amo” che si va a creare fra il lettore e il poeta.
    Sono dunque d’accordo che la poesia nuova abbia bisogno di prendere respiro, di scrollarsi dai sedimenti in cui spesso soffoca, ma forse anche il lettore deve rieducarsi ad una lettura nuova e fare su se stesso l’identica operazione perché non si può spingere l’una verso una direzione e poi andare nell’altra.
    Credo che una piccola dose di umiltà, forse anche di pazienza sia del poeta che del lettore possa essere un buon punto di partenza.

    grazie
    lisa

  26. robertorossitesta Says:

    Massimo caro,
    il diluvio di commenti che leggo stamattina m’induce a rompere il silenzio che intendevo osservare ieri leggendo il tuo post.
    Veramente, ci sono croci che ci cadono addosso ed altre che ci tiriamo addosso da noi (lasciamo stare il solito psico-qualchecosa che subito vorrebbe spiegarci che fra i due tipi di croci la differenza è solo apparente).
    Voglio solo dirti, con l’affetto quasi paterno che l’età mi consente, che ci sono storie “già” finite alla soglia della maturità perché non erano mai cominciate davvero se non nella nostra testa, almeno nella forma da noi ardentemente “imaginata” e carezzata. (E con questo non voglio certo negare i cambi di percorso, i traumi, i tradimenti, ma soltanto ricondurli alla loro dimensione e portata nella geografia complessiva di un’esistenza.)
    Poi la scoperta, il tuffo al cuore, la desolazione, il deserto.
    Ci siamo passati in molti, e i più, ai quali non deve andare altro che rispetto, si sono barricati sotto un sasso, dietro a una bottiglia o a un portone chiuso per sempre. Alcuni poi si sono avvolti in un grido ora monotono e spaventoso ora scintillante, ustionante sempre.
    Ma l’arido vero è l’altra faccia di quella “Realtà” di cui ci parla un’antica e bellissima preghiera indiana.
    Un vecchio distico di un quasi vecchio poeta dice: “Quando tutto è finito / si comincia davvero”.
    Questo però comporta l’acquisizione di una consapevolezza e di uno stile, quello del fallimento. Soltanto quando impariamo a fallire con grazia, e con grazia a decomporci vivendo, iniziamo a lasciare tracce per le quali ci vorranno bene a lungo anche se non arriveranno mai a conoscere il “nostro” nome: quella cosa che credevamo nostra fra le poche, mentre invece erano molte,le cose che ci appartenevano, ma diventavano nostre solo nel momento in cui accettavamo di abbandonarle.
    Un forte abbraccio,
    Roberto

  27. lorenzo carlucci Says:

    scusa m. io pensavo che sparire dai blog lasciando come ultimo messaggio la nota di pavese prima di suicidarsi significava non scrivere più sui blog. si vede che ho capito male. io ho sentito le registrazioni di celan, il suo tedesco non mi sembra molto “incerto”. che intendevi?

    lorenzo

  28. massimo Says:

    Lorenzo… infatti i due blog sequenze e microcritica sono morti allora. è una cosa da niente, in fondo. ma significava: ora basta [un *basta* personalissimo, come le uscite dalle redazioni: nessuna polemica, mai; né odio; solo un po' di stanchezza e un po' di sofferenza - si soffre anche di queste cose; non solo, grazie a Dio]

    [prima di chiuderli: il frate asino si trova in Qatar ad aspettare l'aereo per Milano; e lì legge la posta, e Davide Nota loda due "pasoliniani" contemporanei, Santi e Krauspenhaar; e lì l'asino non capisce, gli sembra di non capire, e scrive a Davide, che è un ragazzo buono e che accetta il confronto: caro Davide, vedi... Pier Paolo poteva uscire per il suo sesso ogni notte, e poi leggere Sofocle in greco e scrivere Teorema e giocare a calcio; e andare in India, in televisione, al festival di Berlino e tra i marchettari: con la stessa naturalezza; ma noi facciamo solo una o due di queste cose; questi pasoliniani non sono pasoliniani - per limiti *oggettivi*, di epoca, di stile, di corpo, di abitudini e di *carisma*... e pensa quanto è ridicolo parlarne a 4000 km dall'Italia...]

    *scuola di poesia* è una dizione impegnativa. ora: la scuola presuppone un insegnamento. l’insegnamento presuppone una certa superbia docente: io so, tu non sai; tu chiedi a me di insegnare, io ti insegno. Mesa ha parlato spesso contro la docenza - con ragione. ma se io insegno a te che presumi di sapere tutto, e io presumo che tu non sappia abbastanza; vedi, siamo presuntuosi entrambi. eppure: se questa è una *scuola* devi stare al gioco, oppure non entrarci. oppure non chiamiamola *scuola*. ma perché - non chiamarla *scuola*? ecco.

    se devo tenere una *scuola*, bisogna che io *possa* parlare. ma io - a che titolo parlo? chi sono per parlare? bisogna che tu mi dica: va bene, ammetto che tu possa insegnare a me, in questo campo [non certo in altri]. devi dire: tu per me sei qualcosa. altrimenti perché *posso* insegnare? per chi? e poi: per dare un messaggio buonista o una sferzata? con quale autorità? *con quella che tu stesso mi concedi*, né più né meno. sei tu che me la concedi, se vuoi, sapendo che cosa faccio; non è certo una conferenza a Rennes o a Santiago de Compostela o a Liegi a legittimarmi - sei tu, se vuoi [a legittimarmi *qui*]; oppure no [ma vivrò ugualmente]

    e poi: devo parlare per dire che *tutto è bello* e *tutto è buono* o per dire *altro*?

    la “mancanza di richiesta di poesia”, come la chiama PPP, e il “pubblico disattento”, come lo chiama Rosselli, livellano tutto, come la morte. nessuno *sembra* più bravo o meno bravo di un altro. lo si sa inter nos, ma non si deve dire. perché? forse non ha senso dirlo, perché siamo sempre noi, siamo 4 o 400, ma siamo sempre noi; non *solo noi* - ma *soli* noi, sempre… pensa se nella musica leggera fosse così: tutto uguale. e infatti *non* è così.

  29. Pasquale Giannino Says:

    C’è una premessa da cui non si può prescindere: il poeta, ma direi anche lo scrittore, il libero visionario, l’anarchico, il ribelle, il creativo in genere tendono a considerare del tutto ovvia la seguente immagine: ci sono io; intorno a me c’è il mondo. Ora, qui non entro nel merito della qualità letteraria, non avrei neanche l’autorevolezza per farlo. Preferisco dirvi qualcosa sulla mia esperienza personale. Preferisco partire dalla “vita”, e la mia vita per quanto modesta e anonima credo in ogni caso che possa offrire qualche spunto di riflessione, e questo vale naturalmente per qualsiasi altra avventura umana che, piccola o grande che sia, può spalancarti delle finestre tutt’altro che sbiadite. Io ho iniziato a scrivere per caso, piuttosto tardi, dopo i vent’anni e dopo essere oramai precipitato nel tunnel della scienza e della tecnica. A volte da piccolo sogni di intraprendere un dato cammino, a un certo momento ti capita di iniziare a percorrerlo e lo fai con impegno e convinzione. Sennonché, quando meno te lo aspetti, il sentiero deraglia verso mete che non avevi neanche lontanamente immaginato. A quel punto è la vita che ti conduce, è lei che sceglie al posto tuo, e tu non puoi fare altro che assecondarla. Ora, è inevitabile che prima o poi ti soffermi dinanzi a uno specchio e ti ponga quella domanda fatidica che per tanto tempo hai cercato di evitare: ma tu, Pasquale, chi sei?… Ecco, è una sensazione tremenda quando ti capita, non riesci a spiegartela, non trovi le parole giuste, i concetti e la cultura che possiedi non ti soccorrono… Allora ti affidi agli altri, è naturale, cerchi qualcuno che reputi ne sappia più di te, qualcuno che possa aiutarti a penetrare la tua anima. Eh già! Ma non è così facile. In questo mondo di ribaldi, truffatori, canaglie e imbonitori di ogni risma non è facile trovare una persona onesta e leale che ti aiuti davvero a salvarti dal labirinto in cui ti sei cacciato. Di chi ti puoi fidare? Il discorso dell’editoria che conta non lo prendi neanche in considerazione, al massimo puoi autofinanziarti la stampa di qualche libretto se ne hai la possibilità, magari ti organizzi qualche presentazione. E poi? Hai firmato decine di dediche, sei stato gratificato dai sorrisi del pubblico, per una sera ti sei sentito amato… e poi? E poi ti sei accorto che nella tua vita non è cambiato niente. Gli stessi tormenti, la medesima insonnia che ti attanagliava… la medesima solitudine. Forse ci sei, finalmente hai trovato la parola chiave: solitudine… Io posso dirvi che la mia vita è cambiata radicalmente da quando ho imparato a guardare in faccia la mia solitudine. Da quel momento non mi sono più sentito solo. Sembra incredibile ma è così. Mi sono detto: “Pasquale non fare il coglione, qui si tratta di guardare in faccia la realtà: oggi ti senti uno straccio perché non trovi nessun editore serio che ti voglia pubblicare o c’è qualcosa di più profondo?”. E ho risposto: “Amico mio, guarda che oggi non sto poi così male, anzi, mi sento persino euforico… sto proprio bene… più che bene: oggi per la prima volta mi sono guardato allo specchio. E dell’altrui riconoscimento non me ne frega un cazzo”.

    Pasquale

  30. Lorenzo Carlucci Says:

    Massimo, che dici: “non è certo una conferenza a Rennes o a Santiago de Compostela o a Liegi a legittimarmi - sei tu, se vuoi [a legittimarmi *qui*]; oppure no [ma vivrò ugualmente]“, ti dico: ma dai? è esattamente quello che ti facevo notare. non c’è bisogno di esibire la “storia” (permettimi la minuscola) che hai esibito.

    dici anche: “pensa se nella musica leggera fosse così: tutto uguale. e infatti *non* è così.”
    nella musica leggera ci sono le classifiche delle vendite. quelle generali e quelle per genere. ci sono anche in letteratura (apri un giornale). non significa molto. per il resto… hai mai ascoltato “The Wall”?

    ciao,
    lorenzo

    p.s. sui “pasoliniani” hai *ovviamente* ragione. santi e il gruppo dei poeti de La Gru sono tutt’al più crepuscolari. dei temini di krauspenhaar non mi interesso. c’è bisogno, per ciò, di deprimersi?

  31. elioc Says:

    Penso che il testo di S. sia la cosa più somigliante ad un doppio (triplo .. n-plo) vincolo che io abbia mai incontrato. Un intreccio di piani di significazione contraddittori tenuti insieme dal pathos, da quell’eccesso sentimentale che egli riesce ad intessere con indubbia efficacia. Un oggetto artistico dunque, che si presta ad una molteplicità di proiezioni, tutte sbagliate perché infine contraddittorie. Da quale superficie in entrata dobbiamo dunque farci ingannare? Qualunque sia la scelta, ci ritroveremo di lì a poco, ribaltati e confusi, a percorrerne l’altra faccia, come in un nastro di Moebius. Lui ci ama .. ma no ci odia, lui ci cerca .. ma no ci fugge, ci vuole abbracciare .. no fare a pezzi. Per entrare alla sua scuola devi rinunciare al tuo nome - che è tutto ciò che hai – calare ogni pretesa e inginocchiarti alla Poesia, trascinarti oltre un passaggio talmente stretto da scorticarti tutto, fino a lasciare dietro a te, orribilmente arricciata, la tua propria pelle. E quando riemergeremo, finalmente scorticati, cosa mai ci offrirà in cambio, dato che egli stesso pare così infelice?

  32. lambertibocconi Says:

    Non so… Sannelli mi pare un tot depressivo… Sono d’accordo con Pasquale Giannino intervento 29.

  33. massimo Says:

    caro Elio… il double bind mi mancava! ti vorrei rispondere con un frammento di Lucio Dalla… in *cambio* non do nulla, perché - ammesso che ci siano premi - non sono io a distribuirli:

    si videro consegnare
    Un pezzo di specchio
    Così da potersi guardare

    e anche:

    Frattanto i pesci
    Dai quali discendiamo tutti
    Assistettero curiosi
    Al dramma collettivo
    Di questo mondo
    Che a loro indubbiamente
    Doveva sembrar cattivo
    E cominciarono a pensare
    Nel loro grande mare
    Com’è profondo il mare
    Nel loro grande mare
    Com’è profondo il mare

    *

    ecco, alla fine questo: uno specchio… e coraggio, sii sereno, sono anni che le cose che scrivo ti turbano… e mi dispiace, ma assisto anche curioso…
    massimo

  34. Ginevra Says:

    l’animo turbato mi fa pensare
    alla grandezza dell’anima come ad un mare
    scivolare tra le sue spire è
    ammaliante!

  35. GiusCo Says:

    Massimo,

    Augurandoti maggior fortuna a livello professionale (che so… un’esperienza all’estero? Hai amici/colleghi in Francia e non esiste solo l’accademia, per di piu’ italiana),

    sulla chiusura dei tuoi spazi personali in rete permettimi di non essere d’accordo, specie per “microcritiche”. Anche concedendoti il fastidio per il rumore di questo ambiente pretenzioso e dilettantesco, quel sito restava un momento di riflessione non banale per chi segue la poesia italiana su web; nei limiti del mezzo, un’esperienza interessante e quella si’ formativa (tornando a *scuola*). Spero dunque tu possa ripensarci.

  36. Alessandro Ansuini Says:

    io non ho capito, massimo, perché in un tuo commento ti domandi se la poesia debba essere “spettacolarizzata”. parli anche di poeti che hanno un myspace e ovviamente mi sento chiamato in causa. Io continuo a non capire perchè ci si domandi della poesia e non si sia solo al suo servizio. con tutti questo *mio*, il mio libro, la mia critica, il mio successo. Per fortuna, credo io, alla Poesia continua a interessare poco dei nostri discorsetti da cucina, essa si nutre di noi, da noi prende corpo, da me che leggo con un gruppo di 5 persone dietro, a chi inframezza basi techno alla lettura, a te che ti inginocchi, fino a quello che le poesie le vuole solo leggere a mente, in casa sua e da solo.
    Se tu mi chiedi perché musichi i tuoi versi ti posso rispondere soggettivamente, con un “perché mi piace” o oggettivamente, con un “perché la poesia vuole così”. vuole anche così. Se mi chiedi il mio obiettivo ultimo ti rispondo utopisticamente con un “vorrei restituire la poesia alle masse” vorrei che negli ipod invece di biagio antonacci si ascoltassero delle poesie.
    Questo vorrei. Ma al di là di questo, c’è un “motore” che mi spinge a continuare su questa strada che è il mio piacere personale. senza piacere personale, la poesia, diventa un lavoro. Ti vedo ancora bloccato sull’aspettativa del successo che è abbastanza ridicola, per un poeta. un poeta serve, non è servito. tu non hai scelto di essere un poeta, infatti, e io so che lo sei. basta non dirlo. non si dice “io sono un poeta”. Fa vomitare. Almeno a me. Si è poeti. si abbassa la testa. e si fa. dal verbo Fare. che torna a casa.
    Ti abbraccio amico mio, con rispetto.

    A

  37. Marco Says:

    molto belli e giusti gli interventi di GiusCo e di Alessandro, davvero. condivido quanto dite.

  38. massimo Says:

    sai Alessandro… è un fatto di corpi e voci. il tuo corpo e la tua voce ti permettono di essere su myspace, perché ti assomiglia, perché *ci sai stare*. ci sono poeti - non faccio nomi - che hanno una storia molto classica, molto formale, molto composta, oppure hanno un carattere chiuso, ecc. - e ora li vedo su myspace. e questo mi fa pensare che non hanno visto i loro stessi corpi, ascoltato la loro stessa voce, ecc. Per stare in un posto occorre una “leale fissazione di regole”, come scrisse Marzio Pieri. Daino, Santacroce, tu - potete stare in myspace, perché tutto in voi è coerente con quello spazio, e lo sapete gestire. ma se ci andassi io - capisci…

    ora ho davanti Il teatro della morte di Kantor. uno di quei libri severi di Ubulibri, nerissimo - ma contiene cose che fanno tremare… ecco: perché la poesia non deve far tremare? perché non si deve sentire il bisogno di ridursi di fronte a una cosa grande? vidi un sacco di Burri per la prima volta a Monaco, in un giorno freddissimo. l’istinto diceva (non è una bugia): *in ginocchio, perché questa è un’icona*

    parlo male e in fretta, ora, devo lavorare. non aspetto il successo; aspetto di vivere [cioè di poter resistere]. di poesia si vive e ne vivo. non sono un poeta. ho scritto poesia in versi e in altre forme; poi ho capito che la poesia che scrivo era un’altra cosa. era l’effetto di una scelta non mia - ma lo hai detto anche tu. solo che - ricordi? - “dov’è il tuo amore? dov’è finito il tuo amore?” - e dov’è allora la gente che *ci ama*? forse non l’abbiamo mai cercata. è una domanda semplice, si formula con tre parole.

    e il mio rispetto per te, lo sai
    massimo

  39. elioc Says:

    Caro Massimo, mi rallegro di questo tuo tono: una blanda e divertita curiosità mi sembra un atteggiamento ottimale verso i miei tentativi. Reciproche preoccupazioni di non ferirci ce le siamo già scambiate in passato e dato che ci ritroviamo sempre vivi ed attivi direi che sono ormai ridondanti e non serve rinnovarle ad ogni nostro incrociarsi. Mi suggerisci che io, nei tuoi testi, veda riflesso principalmente me stesso: mi va benissimo, ed è infatti proprio così che io li intendo: come opere d’arte testuale aperte alle mie proiezioni interessate. In pratica, non è neppure consigliabile, fra di noi, un dialogo diretto, considerato che “carismi” non ne avverto (né io ne accampo) e dunque, probabilmente, non potrò mai adoperare i tuoi testi secondo i loro impliciti intendimenti d’uso (d’altronde di lettori canonici ne hai già). Ma poiché, come direbbe Eco, si tratta anche di “opere aperte”, ed anche belle forti, esercito la mia libertà di occuparmene, nel momento in cui esse si presentano nella pubblica arena sotto un’angolazione promettente per i miei percorsi cognitivi (per i quali non sento davvero alcun bisogno di tutele o legittimazioni). Come persona, ti indirizzo sempre il mio augurio di default, ovvero il meglio, ma ricordati che non parlo mai di *te* bensì dell’interessante fantasma (un mio doppio? in tal caso per *me* ancora più interessante) che la lettura dei tuoi testi evoca nella mia mente, come ritengo sia coerente con il mio modo di intendere limiti e possibilità di questo mezzo (per lo meno seleziona abbastanza bene gli interlocutori e viene generalmente tollerato da coloro che sono interessati a differenti modalità). Ciao

  40. Alessandro Ansuini Says:

    Sì, capisco cosa dici. Vorrei perfezionare il discorso dicendoti che il mio modo non è “l’unico” modo e nemmeno il migliore o il più bello. E’ il mio modo. ho anche la fotografia, e lo sai, e la musica (spesso suono e basta) ho i video. Spesso mi chiedo se dovrei concentrarmi su una cosa e basta che verrebbe senz’altro meglio ma non sono capace, mi piace usare tutto, mi stanco in fretta. dove voglio arrivare a parare. al fatto che si è diversi, e questa diversità è bellezza, e ricchezza. Io ti ho ascoltato leggere le poesie e posso assicurarti che non manca la “tensione” e “l’intensità”, nel tuo tipo di lettura, perché tu sei così, ti irradi così. ognuno ha la sua dimensione ma siamo tutti in allarme perché ci accorgiamo che qualcosa sta mutando, che la poesia la possiamo veicolare in mille modi, e questo porta smarrimento, crea solchi ancor più grandi, dove non esistono. Tu dici io non sono un poeta, e io ti rispetto per questo. e ti credo. però so anche che la poesia ti viene a trovare spesso, anche se non la vuoi. non è un dono, è una sfiga. io non ho mai vissuto il mio scrivere con sollievo, mai, nemmeno una volta. preferisco guardare un documentario che scrivere una poesia, mi creo mille cose da fare ma alla fine succede che alle tre di notte sono lì, a scrivere su questa maledetta pagina bianca, e non so nemmeno perchè. un mio amico mi diceva, qualche giorno fa, “com’è che prima DOVEVI scrivere e adesso VUOI fotografare?”. Questo è il punto. Se poi tu mi dici, c’è chi si apre myspace e non dovrebbe, perchè non è il suo modo di corretto di esprimersi. può essere, senz’altro. E’ lo smarrimento a cui facevo accenno prima, trovarsi dinanzi tutte le possibilità e non saper quale scegliere. d’altronde siamo in un’epoca di mutazione, secondo me, di passaggio, e inevitabilmente viviamo questo periodo con frustrazione.
    Chiudo dicendo che le tue prose poetiche, le tue “nudità”. in ogni caso, muovono sempre qualcosa, sempre. in te e in chi ti legge. e questo vogliamo chiamarlo fare poesia?
    ma che ce ne frega.
    questo è quello che succede.
    Al di là delle tue/nostre intenzioni.

    A

  41. Pasquale Giannino Says:

    Caro Massimo perché dici che non sei un poeta? Io trovo nella tua parola quel tanto di irrazionale, imprevedibile, sfuggente… quel tanto di follia che basta a legittimarti come poeta. Se poi continuano a imporci la solita Merini – anzi una Merini ormai ben lungi dalle vette de La Terra Santa – se il mercato ritiene utile “sfruttarla” più come “pazza” che come poeta perché la pazzia fa più audience (ultimamente ho visto un suo libro fotografico: ci sono dello foto recenti che la ritraggono senza veli, e non sto usando metafore)… tutto ciò non dovrebbe sorprenderci. Ora però debbo dirti che in questa tua confessione pubblica avverto una certa contraddizione. Intendiamoci, non voglio mettere in dubbio la tua buona fede ma dirti onestamente quello che ho percepito. Il messaggio della tua lettera aperta dovrebbe esser chiaro: ti ritieni escluso, non compreso, non legittimato per il valore di quella forza che ti brucia dentro. Diciamo pure: non ti senti amato. Questo sono riuscito a cogliere. Adesso però lasciami dire due parole di carattere più generale. La fortuna letteraria è legata a una caterva di eventi del tutto casuali. E non mi riferisco soltanto al fattore “C” che è necessario qualunque sia la strada che decidiamo di intraprendere nel corso della nostra pur sempre misera e fugace avventura. Mi riferisco alla sorte di nascere in un determinato periodo storico piuttosto che in un altro, di misurarsi con un dato contesto socio-politico anziché uno radicalmente diverso… Il problema sai qual è Massimo? Che Rimbaud è nato molto prima di te… So che ami Pasolini alla follia come altri suoi “figli” (anche io lo stimo, sebbene più da intellettuale che da poeta), però tu stesso ammetti che voi pasoliniani potete solo tentare di avvicinarvi a una vicenda umana, ancor prima che artistica, così intensa e irripetibile come quella di Pier Paolo. Ma poi, siamo franchi, cos’altro rimane da dire oggi, dopo aver assistito ai “miracoli” che è riuscita a compiere gente come Leopardi, Baudelaire, Whitman…? Cos’altro rimane da dire dopo un secolo come il Novecento che ha conosciuto avanguardie e neoavanguardie di ogni genere, dopo la fine di un’epoca dove la poesia e l’arte sono state vieppiù scarnificate della loro essenza e la cui unica preoccupazione è stata – diciamolo una buona volta! – la ricerca spasmodica di forme manieristiche completamente avulse da ciò che è da sempre il fine ultimo dell’arte: scandagliare gli abissi della vita e dell’anima… ma soprattutto cos’altro rimane da dire dopo la sconfitta, direi definitiva, che l’arte ha subito da parte della storia, la quale ha raggiunto – attraverso le immani tragedie che sappiamo – la vetta più elevata che nessuna espressione artistica avrebbe mai potuto concepire? Allora, caro amico, forse fai bene a dire che non sei un poeta. Però a questo punto sii onesto e coerente sino alle estreme conseguenze, e scegli di vivere la tua poesia come una dimensione intima e privata.

    Con amicizia.
    Pasquale

  42. massimo Says:

    @Elio
    hai una mente gentile. in senso medievale - e anche il “fantasma” viene da lì… c’è dell’amore, forse… molto vapore… occhi che passano alla memoria l’informazione… e molta volontà di capire…

    @Alessandro
    alla fine : chi è ha fatto. chi sta bene non si muove. chi si muove cerca di dissociarsi dal male e dal peggio… i pesci assistevano curiosi al dramma collettivo: appena metti un dito nell’acqua il pesce si sposta… CI SONO SOLO NOMI, NOMI, NOMI - CHE URLANO PER ESSERE CONOSCIUTI. CHE URLANO QUALCOSA. CHE A VOLTE *NON* POSSONO ESSERE TACIUTI… altri che chiedono un sorriso. altri che ti farebbero a pezzi… altri che ti amano, con tutta la vita…

    *

    Saffo era *così* infelice, anche se dice “io voglio veramente essere morta” e “mi manca la dolce Atti”? Di Dante - che parla di un pane salato, ecc. - il figlio documenta la passione di sverginare. Su Guido Cavalcanti, che sospira per Giovanna e Mandetta, arriva di peggio: “parli di una bella pastorella… meglio dire: un bel pastore!”. Gassman e Carmelo bevevano, bevevano, bevevano. e Pier Paolo sognava 20 uomini alla volta. La letteratura *non* una menzogna. Menzogna è peccare (noi, non loro) contro la complessità di Saffo Guido Dante Vittorio. La depressione è una cosa. La mancanza di futuro è un’altra. per la prima ci si lascia morire. per la seconda ci si infuria, si lotta, e se la speranza manca - si *vuole* morire. e ora sono in via della Maddalena - esiste - nella città barbara che si chiama Genova - e fuori ci sono las mujeres alegres… “Mille nubi di pace accerchiano il cielo”.

  43. il giunco mormorante Says:

    sarò stupida ma non capisco o forse non voglio capire cosa c’entri Dante e lo sverginare, il desiderio sessuale di Pasolini, pastorelle e pastori…

    massimo, non riesco ad avvicinarmi alla tua poesia.mi sembra che tu porti avanti un dialogo stretto con te stesso dove non c’è posto per il lettore, almeno per ora. è una lingua ostica la tua, probabile che questa lingua sia proprio quella che ti sei scelto ma la trovo sovrastrutturata, piena di stratificazioni che la indeboliscono.
    questo, con molto rispetto, è il mio “sentire” detto con parole semplici e sincere. comunque ti faccio i miei migliori auguri di cuore.

  44. massimo Says:

    cara Giunco… volevo solo rispondere a chi parlava di depressione. per esempio, leggiamo una poesia triste di Saffo e forse ne facciamo il Mostro o l’Icona della tristezza. ma Saffo cantava pregava e *faceva l’amore*. così Pier Paolo. noi guardiamo la Alda quando la intervista Mollica, e ce la fanno vedere come una vecchietta ex manicomiale che biascica, mentre è una donna piena di coraggio e di vitalità, e che ha molto amato; e che è madre. volevo dire: la depressione è una cosa, la sopportazione un’altra. [credo di conoscerle entrambe]

    la lingua - vedi, è un problema anche per me. perché quella lingua è fatta per essere sentita, non letta. ho letto molte mie poesie ai bambini, senza problemi. è musica sulle mie ossessioni. le ho contate ieri - sono 3, non di più. anche per questo credo di non essere un poeta. eppure - ho scritto cose più semplici… un’Antigone in versi, che ad un certo punto dice:

    a voi uomini piace
    solo una donna morta…

    e voi - che cosa fate?

    ***

    volevo dire: c’è molto di più in una persona, in una scrittura… e la tua umiltà nel dire “forse sono stupida” ti mette su un piano di DIGNITA’ altissimo… vedi, a proposito di uomini: un uomo non avrebbe mai detto questo. un uomo fa finta di capire e te lo dimostra anche. tu non hai inventato una compresione che non c’era. grazie, davvero, di cuore, perché tocchi un *punto vivo*, un *nervo scoperto*…
    massimo

  45. Lorenzo Carlucci Says:

    ma com’è che a sentir chiamare tutta sta gente per nome mi viene da vomitare?

    bella lì
    lorenzo

  46. massimo Says:

    Lorenzo… vuoi dire i nomi in coppia (violenta) dell’articolo? ma solo dopo 3 giorni - tu vomiti? o anche prima - vomitavi? ormai saranno digeriti. il convivio è una bella metafora. coraggio - una pupilla meno irritata. o ti scandalizza il perverso Dante, se la descrizione di suo figlio è sincera? o il nome della Alda? o il nome di Lucio Dalla? “dati i nomi, copiosa la nominazione. non detto un nome solo, il tuo…” - scrisse Luzi.

    quei poeti non falsificavano la propria vita; non del tutto, almeno. certamente un testo accredita un’immagine; ma anche il corpo dell’autore è già un’immagine, che comunica. il testo non conteneva tutta la vita: il singolo testo conteneva una verità autentica, in quell’istante. così Tondelli poteva invocare il maschio, ma piangere sull’amica che perde a Milano (a lei è dedicato Altri Libertini; ma noi siamo belve: per noi Tondelli deve essere aut etero aut gay; e Viky non è un fazzoletto, ma uno scrittore - merita altro). e Seminario sulla gioventù di AB - non è certo un libro *solo* gay…

    l’insieme di tutti i testi conterrebbe tutta la vita - se quell’insieme *rimanesse*. nemmeno di Saffo è rimasto *tutto*. nemmeno di Dante. nemmeno di noi: i nomi [nudi] sono la cosa che preme di più memorizzare, e sono la cosa che è più facile dimenticare… tra 50 anni tutto si riduce ad una massa candida… [compresa la carta dei nostri libri: le edizioni di Françoise Sagan che catalogavo ieri hanno 50 anni scarsi, e la punta di una matita morbida le squarcia *già*...]

  47. Pasquale Giannino Says:

    Massimo la Alda Merini di oggi è solo una vecchietta ex manicomiale sfruttata dallo show business. Punto. Non mitizziamo troppo la figura del poeta per favore. E nemmeno Pasolini, che non è stato solo uno dei maggiori intellettuali del Novecento ma anche un “invertito” al limite della pedofilia. La verità dobbiamo raccontarla tutta e non solo quella che ci fa comodo. Pensiamo ogni tanto a quei poveri cristi che continuano a morire nelle fabbriche e nei cantieri. Anche questo vuol dire essere – o non essere – poeta.

    Ciao.
    Pasquale

  48. Lorenzo Carlucci Says:

    no no, massimo, i nomi in coppia mi facevano sorridere (bella la lotta tra daino e temporelli!), sono i nomi dei poeti negli ultimi tuoi post, chiamati al solito con i loro nomi propri, a farmi venire i conati.

    ma intanto c’ho pensato su, la ragione è solo sentimentale: come se sentissi qualcun altro parlare di un tuo amante ostentando una grande familiarità, intimità, confidenza. ecco: quei poeti, che citi, o quasi tutti loro, sono gli amanti d’ogni amante di poesia. per questo è una cosa sgradevole sentirli chiamare per nome.

    per la tua ansia di morte, d’esser dimenticato, etc. non so che dirti. speriamo in una “risurrezione delle carte” (!). magari intanto leggiamo, che so, khayyam più spesso.

    saluti,
    lorenzo

  49. Lorenzo Carlucci Says:

    p.s. chi vomita ha una “pupilla irritata” per lo sforzo, al massimo. difficilmente “adirata”.

  50. lambertibocconi Says:

    Se volete nominarmi… sono l’Anna Lamberti-Bocconi, quella (o una fra quelli) che ha detto che il Massimo le pareva un po’ depressivo. Saluti alla Alda, al Pier Paolo, al Dante e compagnia. Mando loro una cartolina con incastonato un Duomo di plastica che fa la neve e nella cui semi-bolla che lo contiene ci si può specchiare e chiedersi: “Chi sono? Cosa voglio? Quanto mi/ti/ci/si/vi voglio bene? Quanto mi/ti/ci/si/vi sono dolce? Scoperò? Sono vivo? Son poeta?”.
    Burp! Notare che le ultime tre domande formano un endecasillabo. Burp!

  51. il giunco mormorante Says:

    massimo grazie, ora mi è chiaro il discorso…sì questa storia della depressione o giù di lì l’abbiamo vista mille volte, guarda cosa s