Un contributo letterario tra Alessandria e il Mediterraneo
Posted by giovanniag on December 3, 2007
Cari amici,
Vi propongo oggi degli estratti dei libri di viaggio di Marco Grassano, scrittore alessandrino nato nel 1961, specializzato in Lingua e Letteratura Spagnola e grande conoscitore della letteratura portoghese.
Appassionato degli autori della classicità e grande amante della buona tradizione letteraria italiana, Marco trova nel tema della natura e del paesaggio il filo conduttore della sua creatività, ispirata anche al modello di lirismo ambientale di Francesco Biamonti, che ha avuto il privilegio di conoscere.
Riporto qui due brevi passi tratti dai suoi due libri Lisbona e Tago e tutto e Fin dove cresce l’ulivo, nonché un frammento della Prefazione al secondo, scritta dallo stesso Biamonti. Le parole del grande scrittore ligure sembrano accompagnare lo sguardo sui territori esplorati con l’anima da Marco. Come un Virgilio sospeso tra letteratura e mondo, Biamonti guida la sensibile vena poetico-pittorica di Grassano verso una percezione piena della fragranza degli ambienti, che ancora adesso egli cerca di sviluppare. Ce lo spiega lui stesso, in una breve intervista che gli ho fatto, e che segue subito dopo i passi citati.
Da Lisbona e Tago e tutto, Franco Muzzio Editore, 1997, pag. 9 s.:
“Il sole è una carezza abbagliante: limpido, liquido lucore sulle lastre calcaree, sul lento scorrere del fiume. (…) Sono al Terreiro do Paço, lido di antiche partenze, ora rifugio di spacciatori truffaldini e incrocio di gente distratta. Poco oltre, la stazione dei cacilheiros per l’oltrefiume e la sua orbita di venditori; la negra monca d’un braccio che legge la Bibbia – turbante, abito a fiori – conferisce un plausibile tocco esotico da romanzo brasiliano; clienti si affollano tra le bancarelle dell’attiguo mercatino.
Potremmo proseguire in questa direzione, avventurarci fino all’Alfândega, all’adamantina Casa dos Bicos, al piantonato museo militare color senape di fronte alla rossa stazione di Santa Apolónia, al lontano tesoro di piastrelle del Convento da Madre de Deus, perso in sobborghi degradati, oppure seguire i vicoli acclivi alla chiesa di São Vicente e alla Graça. Le ore pigre del tardo mattino ci inviterebbero a perderci negli in numeri angoli di paradiso pedonale che cesellano l’Alfama dalle mille acque, a inerpicarci fino ai bastioni ventosi del Castello di San Giorgio, a dare uno sguardo al tempo cristallizzato del Pátio de D. Fradique o agli scavi dell’anfiteatro romano, in Rua da Saudade.
(…)”
Fin dove cresce l’ulivo, Franco Muzzio Editore, 1999, pag.80:
“Ora è giorno da un pezzo. La nebbia dilaga sui vigneti, precipitando – spumosa come una cateratta – attraverso il varco più a destra dei due che s’aprono quali curvi cedimenti nella linea collinare; poi si gonfia e ribolle lontana, dietro l’orizzonte dei poggi, fino a nascondere il sole, appeso immobile nel mezzo, in una nube di fitte particelle incandescenti. Gonfia e si alza a destra, verso il sole fosforeo di giugno, come il fumo di un’esplosione, dando alle cose una luminosa opacità, una lattiginosità dalla quale emerge solo la punta del colle più alto: ma anch’essa viene progressivamente sommersa. Poi la nube nebbiosa di destra si sposta verso il centro, si affievolisce, si attenua ovunque, e la cima torna ad emergere gradualmente; i contorni della vallata e delle colline riappaiono, si fanno più nitidi, lasciando solo uno sparso e tenue velo di caligine lievemente avvolta in lente volute. (…)”
Fin dove cresce l’ulivo, op.cit, 1999, dalla Prefazione di Francesco Biamonti:
“Ma a volte, nella calma e ne riposo, quando il sole lavora tranquillo le rocce delle Alpilles e i diamanti del mare, sembra instaurarsi un’idea di eternità. Se chiaro e fermo è il tempo, l’ombra è viola sotto le rose, e le cose sembrano rivelare la loro ultima dolcezza. Un fuoco scarnificante e senza materia sembra cozzare contro la forte geologia del paesaggio stesso.
Percorrendo le pagine di questo libro si visitano però anche altri spazi.
Si approda in un’Andalusia quasi estinta, il cui respiro antico conserva l’odore di un cespuglio dolciastro di gelsomini, di un cipresso troppo bruciato dal sole. Attorno, il ronzio abbacinante di un villaggio calcinato dall’estate, pareti bianche venate da lattiginosi rami di fico.
Si torna nel Portogallo trite di pescatori che filigranato l’alba oceanica di battelli-fanale. La sera, raccolti attorno a una bottiglia di vino, modulano negli angiporti canzoni nostalgiche e nasali, gli occhi velati da una levità di sogno.”
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INTERVISTA A MARCO GRASSANO
- Perché scrivi?
- Scrivere non è una decisione che si prenda deliberatamente. Deriva da una particolare sensazione di vuoto, un appetito, una curiosità forse, che si manifesta dapprima come una vaga insoddisfazione e poi come un bisogno, un’avidità di leggere. Così si inizia con l’assimilare le parole altrui, poi, poco a poco, si passa a colmare quel vuoto con le proprie. È chiaro che per ognuno le motivazioni di scrittura assumono una conformazione particolare, unica, irripetibile. Ma non si scrive mai per gioco, almeno se si vuol scrivere qualcosa che valga la pena. Si pensi ai consigli di Rilke nelle Lettere a un giovane poeta: ricercare nella profondità di se stessi e avvicinarsi alla natura. Nel mio caso posso ipotizzare che, avendo perduto nell’infanzia due figure familiari cui ero molto legato e della cui immagine mi è rimasto ben poco, le mie ragioni di scrittura siano soprattutto ragioni di memoria: anche se non sono abbastanza narcisista – o, se si vuole, non sono abbastanza interessato a me stesso – da scrivere un’autobiografia.
- Quali rapporti hai con i luoghi di cui parli?
- Per quanto dicevo prima, si è venuto precisando, in me, il bisogno di fissare, di trattenere sulla carta (innanzitutto a mio uso e consumo) i momenti della vita che mi parevano più luminosi, in cui ho respirato con più libertà, nei quali le cose mi si sono presentate più serene, sotto una luce più intensa. Pillole di ricordi da usare “contro la brutta stagione”, e che trovavano la loro ambientazione naturale nei luoghi soleggiati di qualche vacanza estiva. Diciamo che la mia scrittura è come una lastra fotografica: senza luce non viene impressionata. Le lunghe, uggiose tenebre invernali non mi attirano; in compenso mi piace, per esempio, la neve abbacinante sotto il sole, con le sue lunghe ombre violette. Così ho cominciato a lavorare (e l’ho fatto, a più riprese, per quasi dieci anni!) a un testo sulla Spagna, poi ho scritto di Lisbona, poi ho scoperto la Provenza… Avevo preso molte note anche su Creta; poi non ho avuto l’occasione per tradurle in un testo più elaborato. Ma l’evocazione di questi paesaggi riesce ancora a darmi gioia. Lo scorso ultimo dell’anno sono andato a vedere il film Un’ottima annata. La trama era abbastanza banale, ma le immagini del Lubéron (tra Ménerbes e Gordes) erano così sfolgoranti, così intense che quel giorno credo di aver sfiorato la felicità. È pur vero che a tale pienezza hanno contribuito non poco il “messaggino” di auguri di una persona speciale e un succulento, caldo cenone in famiglia, ma senza quelle immagini provenzali…
- Che ci racconti delle radici del tuo stile, delle tue “amicizie” letterarie?
- Evolvono continuamente, partendo dalle basi indiscusse di grandissimi come Omero, i lirici greci, Lucrezio, Virgilio, Dante (eccezionale “fabbricatore” di lingua poetica), Shakespeare (le cui metafore, esemplate spesso sul linguaggio biblico, sono di incredibile forza), Leopardi, la poesia ottocentesca francese, per arrivare a radiosi prosatori di viaggio novecenteschi del calibro di Nicolas Bouvier o Fosco Maraini… Gadda mi è psicologicamente consanguineo, anche se la sua ricchezza lessicale, e la sua indignazione contro il mondo, sono inimitabili. Ho letto con commossa gratitudine tutto Rigoni Stern. Ceronetti mi ha dato non poche consolazioni, recentemente. Ora sto leggendo la nuova traduzione del Dottor Zivago, romanzo “pieno di foreste e di cieli”. Impossibile fare un elenco di tutti, senza far torto a nessuno. Ma ogni tanto torno con rinnovata ammirazione al pessimismo – sobrio e contenuto come la prosa delle sue pagine – di Álvaro Mutis, o ai paesaggi tristi, tersi e soleggiati di Francesco Biamonti…
- Ecco, parlaci di Biamonti!
- Dopo aver letto i suoi libri, mi dissi: quest’uomo lo devo incontrare. Gli telefonai, e lui mi chiese “Ma lei viene fin qui solo per conoscere me?”. Andai a trovarlo, visitammo il suo uliveto, pranzammo insieme. Poi, ogni tanto, partivo e andavo dalle sue parti (che, nel frattempo, mi erano diventate molto care: ma è difficile scriverne, dopo di lui) e negli intervalli gli telefonavo, commentando con lui le mie letture. Lo vidi sei mesi prima che morisse. Ci separammo con un abbraccio. Mi raccomandò, lasciandomi: “Scrivi, e spezza il ritmo; oggi bisogna fare così”. L’ultima telefonata risale a una settimana prima della morte. Aveva un filo di voce, e il disorientamento delle metastasi cerebrali, ma la memoria letteraria era intatta. Parlammo di Sbarbaro. “Se vieni da queste parti, chiamami” concluse. Sono le ultime parole che mi ha detto. Prima ce ne sono state tante altre, ma ne avrei volute molte, molte ancora. Era un lettore entusiasta ed entusiasmante. Gli piacevano le belle donne (aveva gusti assai raffinati) e lui piaceva a loro: invidiabile, davvero. Mi ha messo in contatto con le arti figurative, che prima avevo frequentato solo saltuariamente e delle quali ora non posso più fare a meno. È il padre che avrei voluto avere, probabilmente. Ecco, l’ho detto.
- Quanto conta nello scrivere l’amore per la natura?
- Tantissimo, direi che per me è quasi tutto. Condivido quanto scriveva Marguerite Yourcenar, uno dei miei referenti più solidi: “Non vi è solo, per l’umanità, la minaccia di sparire su un pianeta morto; bisogna anche che ogni uomo, per vivere umanamente, abbia l’aria necessaria, uno spazio vitale, un’educazione, un certo senso della propria utilità. Gli ci vuole almeno una briciola di dignità ed alcune gioie semplici. Del resto, che cos’è il lusso? Non è necessariamente il possesso delle cose. Passeggiare sull’erba in primavera è un lusso; è un lusso essere felici, quando tanti soffrono; essere in buona salute in mezzo a tanti ammalati”. Ecco: l’amore per la natura, l’amore per la cultura (che dalla natura non può prescindere) e il desiderio di rendere accessibili questi “lussi” a tutti quanti li vogliano apprezzare: sono per me tre cose inseparabili. Tutto il mio agire parte da questa premessa.
- A cosa stai lavorando adesso?
- Ho scritto in questi mesi diversi articoli di critica d’arte, soprattutto su pittori che lavorano sul fuori, sull’aperto di cui parla Rilke nell’ottava elegia. Insomma, su pittori di paesaggio o che si proiettano in qualche modo su un paesaggio. Ho scritto alcune pagine su certi scorci di Liguria, partendo da osservazioni che mi ero venuto annotando negli anni. E, prima, un testo sui colori del Tanaro, il fiume lungo il quale sono cresciuto, inserito in un volume pubblicato da Franco Muzzio Editore. Natura, insomma. E, per il futuro, sto pensando a qualcosa di più articolato sulla fascia appenninica che impreziosisce la parte meridionale della Provincia di Alessandria, una zona ancora di grande pregio ambientale e paesaggistico, ma poco conosciuta…

















marino said
Bravo Giovanni, hai debuttato in questo posto intervistando e facendoci conoscere un autore di riguardo, io poi da ligure ho
sempre amato gli autori piemontesi che sono scesi a prendersi un
mare e alberi azzurri.
Giovanni Agnoloni said
Grazie mille, Marino. E’ un piacere segnalare questi libri, pieni di poesia e di attenzione per le atmosfere dei luoghi.
Un caro saluto,
Giovanni
Alberto said
Molto bella l’intervista. Marco viene fuori esattamente come lo conosco. Sarebbe stato interessante anche parlare dei suoi scritti d’arte, molto più profondi e argomentati di certi pezzi di critici professionisti e cosa basilare molto chiari.